**** | 1 May 14:46 2006
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Salviamo la nostra Costituzione!

 Salviamo la nostra Costituzione!

(30 aprile 2006)

In una ricerca effettuata da Alma Renata di Soccorso Popolare qualche tempo fa l’obiettivo era quello di dimostrare che il nostro Paese era avvolto da una “ragnatela”, frutto della strategia del ragno che aveva completato la sua trappola, elaborata dalla Loggia massonica segreta P2, del Gran Maestro Licio Gelli, con la formulazione del Piano di "Rinascita Democratica."

A nostro parere, questo Piano ha visto la sua promozione ed attuazione, fin dalla metà degli anni’70, tramite un ceto politico, complessivamente parlando e nel suo insieme, che ha contribuito ad alimentare il clima, l’ambiente, la mentalità, la cultura che hanno permeato una “costituzione materiale” che ha influito ed influisce ancora sulla vita civile dei noi cittadini.

Se si avrà la pazienza di andare a leggere questa “riforma” della nostra Costituzione, ci si accorgerà quanti punti di questa “riforma” coincidono con i capitoli del Piano della Loggia P2. Consigliamo per questo confronto la lettura del testo “Salviamo la Costituzione” di Domenico Gallo e Franco Ippolito.

Siamo in presenza di un progetto eversivo, di stravolgimento della nostra Costituzione che, se attuato, porterà allo svuotamento dei principi del pluralismo, dell’uguaglianza, della libertà, della partecipazione, che costituiscono il fondamento dell’edificio costituzionale.

Il costituzionalismo, sviluppatosi a prezzo di dure battaglie nel corso dei due precedenti secoli, sia per garantite i diritti fondamentali e il principio di eguaglianza politico-sociale (art. 3 Cost.), in specie dopo la seconda guerra mondiale, sia per sottoporre il potere a regole ferme, per delimitarlo e controllarlo, viene sostanzialmente negato dalla recente riforma imposta dalla destra.

Con questa riforma

- è stata operata, a colpi di maggioranza, una rottura "rivoluzionaria" rispetto all'impostazione del Costituente del 1947, che aveva voluto fosse la Costituzione il patto comune di regole, valori e principi condivisi, che tutti sono impegnati ad osservare e realizzare

- si è scelto di "liberare" il potere dai vincoli e dai limiti prima posti al fine di evitarne l'esercizio arbitrario.

Circa il primo aspetto ricordiamo che Hans Kelsen, uno tra i più grandi giuristi democratici, ha insegnato che l'ordinamento costituzionale non può essere stravolto ed asservito ad interessi di parte, contrariamente a quanto ha sostenuto invece Carl Schmitt, "giurista principe del Terzo Reich". Proprio per questo motivo, la sua sostanziale revisione comporta il necessario coinvolgimento di larghe, qualificate maggioranze.

In merito al secondo aspetto, osserviamo che la revisione non può superare, se non con una rottura
"rivoluzionaria", determinati limiti inviolabili, quali il sistema parlamentare e l'assetto democratico, e, quindi, il sistema poliarchico di pesi e contrappesi coordinati al fine di impedire la concentrazione del potere in una sola persona. Al contrario, con la recente riforma, "il centro dello Stato diviene ... il Primo Ministro, dotato di poteri assoluti" ed in particolare di un forte potere di ricatto e controllo sulla maggioranza parlamentare.

Altro limite che la maggioranza dei costituzionalisti ritiene inviolabile è la immodificabilità della prima parte della Costituzione, limite che è stato invece superato, incidendo la cosiddetta “devolution” direttamente sul principio di uguaglianza, affidando competenza esclusiva alle Regioni in materia di sanità ed istruzione. La “devolution” crea infatti ostacoli a che si realizzino la libertà e l'uguaglianza di tutti, ostacoli che ai sensi dell'art. 3 Cost. sarebbe invece compito dello Stato rimuovere, a prescindere dal luogo dove si è nati e si vive.

Inoltre, con la riforma operata, limitando il ruolo della Corte Costituzionale, per renderlo in sintonia con la maggioranza parlamentare, è stata operata una riduzione grave della garanzia voluta dal Costituente del 1947 a tutela dei diritti affermati nella prima parte della Costituzione, superando un altro limite ritenuto pure invalicabile.

E' stata compiuta una "rivoluzione" eversiva anche dei principi istituzionali dell'ordinamento, "realizzata con le procedure legali previste per il suo mutamento"; rivoluzione che è giusto definire conservatrice, anzi, reazionaria. Infatti, la vera posta in gioco è, da quindici anni in qua, la riscrittura del patto fondamentale, lo sradicamento delle radici antifasciste della Repubblica, la rottura della sua unità territoriale, l’archiviazione liberista dei suoi principi egualitari, l’introduzione di una forma di governo presidenziale che renda pleonastico il ruolo del Parlamento. Ovvero il progetto che dal 1994 tiene incollata la destra tricipite italiana, Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord, e che la “riforma” costituzionale varata in Parlamento e sottoposta a referendum realizza perfettamente e coerentemente. Contro tutto questo, è giusto e legittimo che il popolo organizzi una attiva resistenza. Azione che oggi, intelligentemente, è stato deciso di portare avanti in forme legali dal Comitato in Difesa della Costituzione con la raccolta di più di ottocentomila firme per sottoporre a referendum lo “sbrego” fatto alla nostra Costituzione da forze politiche che si esprimono in personaggi come il razzista Calderoli e suoi alleati. (Parte del testo è il frutto di elaborazione teorica dell’avv. Luigi Ficarra del Comitato per la Difesa della Costituzione)

Quindi, in effetti il primo problema che dobbiamo affrontare è che la gente non sa che è avvenuta una riforma della Costituzione. Il fatto che la stampa e i mass-media, tutti, abbiano utilizzato l’espressione “devolution”, che ci è stata imposta dalla destra per indicare questa riforma, (non si capisce poi perché i mezzi di comunicazione di sinistra abbiano recepito la stessa espressione), è diventata una convenzione linguistica. Di conseguenza, la gente non sa nulla di quello che è successo, perché il termine “devolution” nasconde quello che è stato fatto, non serve a svelare e a formare un’idea di quello che è successo.

La cosa più importante, che dobbiamo far capire a tutti nella campagna elettorale per il referendum, è che non ci troviamo in presenza di una modifica della Costituzione, di una semplice revisione della Costituzione, ma della sostituzione della Costituzione partorita nel 1947, frutto della lotta di Resistenza e frutto di una contingenza storica particolare in cui l’Italia ha dato il meglio di sé, con un’altra Costituzione, scritta in una baita del Cadore da “saggi” del livello…dell’ex ministro leghista Calderoli, estranea ai valori costituzionali che sono stati alla base della Costituzione del 1948.

Questi “saggi” sono persone estranee a questi valori, e sono portatori di una cultura che va a ridisegnare completamente l’orizzonte della nostra vita collettiva, come comunità politica organizzata in Stato.

Il metodo utilizzato da costoro è un metodo che serve fortemente a ridurre l’impatto, perché apparentemente sono rimasti in vigore lo stesso numero di articoli, però è il loro contenuto che è stato radicalmente mutato. Sono stati radicalmente cambiati 50 su 84 articoli effettivi che compongono la seconda parte della Costituzione.

Per questo, risulta necessario far capire ai cittadini Italiani che la Costituzione, che ha segnato l’orizzonte nel quale si è svolta la nostra vita politica e le nostre vicende personali, umane, di cittadini, questa Costituzione viene sostituita da un’altra Costituzione.

Quali sono le linee di fondo di quest’ultima?

Certamente non la cosiddetta “devolution”, che tra l’altro, anche se viene presentata come una grande vittoria di accrescimento del potere delle Regioni, non corrisponde a questo. Non è questo il punto dirimente.

Il punto dirimente è che noi ci troviamo davanti ad una nuova Costituzione. Il popolo Italiano potrà approvarla o rigettarla, ma si deve sapere che la scelta che si andrà a fare, il 25 e il 26 giugno 2006, è una scelta istituzionale, come quella che si fece il 2 giugno del 1946 fra Monarchia e Repubblica.

Si tratta di una scelta pesante, però con un significato inverso. Mentre nel 1946 il popolo Italiano veniva chiamato ad abbandonare un regime monarchico, che aveva dato una pessima prova di sé, per fondare un nuovo ordinamento repubblicano, nel 2006 noi veniamo chiamati ad abbandonare l’ordinamento repubblicano per fondare un nuovo ordinamento autocratico, un ordinamento peggiore dell’ordinamento monarchico in vigore ancora per la prima metà del 1946.

Quindi, si tratta della scelta che riguarda il nostro futuro e la nostra identità come collettività politica organizzata attraverso le istituzioni, lo Stato e la Costituzione.

La “riforma” è un oggetto misterioso, che nessuno conosce, tant’è che non ci sono pubblicazioni che la illustrano e che ne danno diffusione; i giornali, quando ne danno conto, lo fanno in modo estremamente semplificato e riduttivo, se non mistificante, e quindi il popolo Italiano si troverà di fronte ad una scelta fondamentale per il suo futuro senza avere gli strumenti di cognizione minimi necessari.

Quindi, per prima cosa, bisogna far capire che siamo in presenza di un progetto di nuova Costituzione. Nello stesso tempo bisogna sforzarsi di far capire qual è il valore della posta in gioco, quali sono i valori fondamentali della attuale Costituzione Italiana, di cui purtroppo molti di noi hanno perso memoria in una sorta di analfabetismo costituzionale di ritorno, perché i ceti politici dirigenti, in fondo, da anni hanno abbandonato questi valori come punti di riferimento. Per questo, anche noi stessi, popolo Italiano, un po’ alla volta abbiamo perso il senso del significato, della forza di questi valori.

Uno degli argomenti che sono stati usati nel dibattito parlamentare per tranquillizzare gli Italiani è stato quello che, in fondo, la “riforma “modifica soltanto la seconda parte della Costituzione, mentre alla prima parte, quella sui diritti, sulle libertà dei cittadini, in alcun modo è stato messo mano. Ai cittadini Italiani si racconta questa favola, ma tutto questo è falso!
La prima parte della Costituzione viene fortemente ridimensionata, per non dire travolta, dalla modifica della seconda parte. E questo è facile da spiegare. La seconda parte della nostra Costituzione è l’ordinamento della Repubblica; ora, quando noi parliamo di uguaglianza, di diritti di libertà, di diritti dei lavoratori, di diritti della famiglia, quando parliamo di tutti questi beni e valori fondamentali repubblicani, che sono indicati nella prima parte, questi beni, per esistere, hanno bisogno di essere attuati attraverso un ordinamento democratico. Se questo non esiste, la prima parte della Costituzione diviene come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, un bel documento, ma se non viene accompagnato da alcun ordinamento democratico, sono belle parole al vento. Quindi, sostituendo l’ordinamento democratico con un nuovo ordinamento, in realtà, hanno pensato di devastare anche la prima parte della Costituzione.

Pensiamo al principio democratico, che è il primo principio affermato dall’art. 1 della Costituzione. Questo fondamentale principio viene sviluppato nella seconda parte, dove si parla del Parlamento, della rappresentanza, dell’organizzazione dei poteri. Se viene modificato dove si crea un sistema, un ordinamento fondato sulla centralità del Parlamento, luogo deputato ad esprimere la rappresentanza, attraverso cui si dovrebbe costruire la partecipazione dei cittadini alla vita politica, così funziona il principio democratico, anche se, dal punto di vista formale, apparentemente non è stata modificata alcuna norma della prima parte, questa risulta completamente assorbita e devastata.

Se viene cancellata la centralità del Parlamento, viene fortemente inciso il principio democratico, tanto da ridurlo a moncherino.

Il cuore di questa “riforma” non è la “devolution”, ma è la modifica della “forma di governo”, e la forma di governo è il cuore di ogni ordinamento democratico. La modifica è stata così radicale e così profonda che noi usciamo fuori da un ordinamento di tipo parlamentare, di tipo occidentale, così come è conosciuto nell’esperienza del costituzionalismo moderno, e comunque nell’esperienza delle democrazie occidentali. E noi entriamo in un altro ordinamento, che non esiste in alcuna democrazia dell’Occidente, però non sconosciuto nel nostro Paese, perché noi abbiamo già sperimentato un ordinamento fondato sul governo e sul predominio del Primo Ministro.

Infatti, il passato Regime Fascista dai costituzionalisti dell’epoca veniva considerato non come dittatura, stato totalitario od altro, ma come ordinamento politico fondato sul governo del Primo Ministro. Non a caso, quando è stata instaurata quella forma di governo incentrata sul Primo Ministro, è cambiata anche la denominazione dell’organo, perché nello Statuto Albertino il capo del governo si chiamava Presidente del Consiglio dei Ministri. Nel 1922, quando la carica fu affidata a Benito Mussolini, veniva mantenuta questa denominazione, ma nel 1925 venne mutata con la Legge 24 dicembre 1925 n.22/63. Con questa legge fu modificata la forma di governo, e fu modificata la figura del capo dello Stato, che per legge, e non a caso, cambiò nome, da Presidente del Consiglio dei Ministri a Primo Ministro. Con questa legge vennero attribuiti al Primo Ministro dell’epoca, Cav. Benito Mussolini, poteri di supremazia sul Parlamento.

Ecco alcuni significativi esempi di comparazione fra la Legge del 24 dicembre 1925 con i poteri di Benito Mussolini e le disposizioni di questa nuova Costituzione del 2006 con i poteri del “nuovo” Primo Ministro.

Dal confronto di questi due testi, si scopre che il “nuovo” primo Ministro ha poteri maggiori, almeno da un punto di vista legale, del Primo Ministro dell’epoca dell’ordinamento fascista, perché il Primo Ministro del 1925 incontrava dei limiti ai suoi poteri dal fatto che esisteva una diarchia di poteri, esisteva un altro organo, anche se spesso complice del primo Ministro, che comunque non poteva essere controllato dal Primo Ministro, e questo organo era il Sovrano.

Il Primo Ministro era costretto a dividere i suoi poteri con i poteri del Sovrano. Nella “riforma” il Primo Ministro non deve dividere i propri poteri con i poteri del Presidente della Repubblica, che vengono drasticamente ridimensionati, ma concentra tutti i poteri nelle sue mani.

Quindi, mentre il Primo Ministro definito con la Legge del 1925 non aveva il potere di nominare e revocare i Ministri, il “nuovo” Primo Ministro ha questo potere.

Mentre il Primo Ministro del 1925 veniva nominato dal Sovrano e poteva da questo venire revocato, il “nuovo” Primo Ministro viene nominato per obbligo di legge dal Presidente della Repubblica, ma non può essere da questo revocato, perché il Presidente della Repubblica non ne ha il potere.

Il primo Ministro Benito Mussolini dirigeva l’attività del Consiglio dei Ministri come una sorta di “primus inter pares”, anche se poi aveva dei poteri di supremazia di fatto, perché dal punto di vista legale non aveva poteri di supremazia sui suoi Ministri; invece, il “nuovo” Primo Ministro è gerarchicamente sovraordinato ai Ministri, che allora non costituiscono più un Consiglio, ma sono suoi dipendenti, che lui nomina e revoca a piacere.

D’altro canto, tutto questo è stato rivendicato esplicitamente nell’aprile 2005 dall’ex Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il quale nel corso dell’unica crisi di governo avvenuta durante l’ultima legislatura, è intervenuto al Senato affermando che “nei Paesi Europei, dove il sistema istituzionale già lo consente, il Premier eletto dal popolo adegua la squadra di governo ogni volta che se ne presenti la necessità, sotto la sua diretta responsabilità, senza lunghe ed estenuanti crisi politiche e verifiche parlamentari. Così si fa nelle più avanzate democrazie occidentali!
Per consentire questo risultato, il sistema Costituzionale del nostro Paese richiede una serie di passaggi formali, a partire dalle formali dimissioni del Governo. Però, la Riforma Costituzionale di questa maggioranza adeguerà il nostro sistema di Governo alle moderne democrazie.”

In realtà adegua sì il sistema di Governo, ma non alle moderne democrazie, ma al precedente regime del Fascismo Italiano.

Non si tratta più di un sistema Parlamentare, perché il Primo Ministro predomina sul Parlamento, impone la sua volontà al Parlamento, e, se il Parlamento è riluttante ad accettare la sua volontà, lo scioglie e quindi convoca nuove elezioni in una situazione in cui tutti i poteri sono concentrati nelle sue mani. E per questo ha una forte potenzialità di orientare il risultato delle elezioni.

Quindi, esiste una soggezione formale, costituzionale, non solo di fatto, del Parlamento alla volontà del Primo Ministro, come è assicurata una soggezione del Governo alla volontà del Primo Ministro.

Quando nel programma dell’Unione di Romano Prodi si parla che questa “riforma” introduce il rischio della dittatura della maggioranza, si sbaglia: non si tratta della dittatura della maggioranza, questa è la dittatura del Capo del Governo! Infatti, non è una maggioranza, ma è il Capo del Governo che predomina sul Consiglio dei Ministri, predomina sul Parlamento, predomina sugli organi di garanzia, come sul Presidente della Repubblica che non garantisce più nulla. Allora, non si può parlare di dittatura della maggioranza, ma di potere concentrato nelle mani di una sola persona, il Primo Ministro.

Avremo una forma di democrazia dell’investitura, avremo una forma di governo del Primo Ministro, così come il popolo Italiano ha già sperimentato durante il passato Regime Fascista.

Non è una prospettiva esaltante!
Ci viene detto che questa “riforma”prevede il federalismo e il Senato Federale.

Nella legge del 1925 veniva affermato il potere di supremazia del Capo del Governo dell’epoca sul Parlamento e si stabiliva che, se una legge proposta dal Primo Ministro veniva bocciata da una delle Camere, il Primo Ministro poteva presentarla all’altra Camera dove ne riceveva l’approvazione.

In questa “riforma” si prevede che il primo Ministro non può condizionare il Senato, dato che non lo può sciogliere: il Senato non può scadere, non sono nemmeno previste elezioni periodiche, i Senatori vengono eletti ogni qualvolta avvengono elezioni Regionali. In apparenza questo costituisce un limite all’onnipotenza del Primo Ministro, ma, date le assonanze culturali fra la maggioranza che ha strutturato la “riforma” e coloro che hanno scritto la legge del 1925, è stato individuato un sistema per superare questo limite e garantire la supremazia del Primo Ministro. Se a questo sta particolarmente a cuore l’approvazione di una legge, esiste una procedura particolare autorizzata dal Presidente della Repubblica, che in questo caso interviene non come organo di garanzia ma come organo gregario del Primo Ministro, attraverso la quale il Primo Ministro si presenta al Senato e afferma di esigere l’approvazione della legge conformata in un certo modo; se il Senato rifiuta o approva la legge in una diversa versione, il Senato perde il potere di decisione e la legge passa automaticamente alla Camera, esattamente come nel passato ordinamento fascista. E la Camera, condizionata dai poteri di supremazia del Primo Ministro, concede sicuramente l’approvazione.

In questo contesto, c’è un imbarbarimento delle fonti della legge che renderà assolutamente ingestibile il sistema.

Basti pensare che nella nostra Costituzione del 1948, ora terribilmente resa provvisoriamente in vigore fino alla risoluzione del dilemma attraverso il referendum popolare, il procedimento legislativo è regolato da una norma formata da 9 parole, mentre nella “nuova” Costituzione il procedimento legislativo è regolata da una norma composta da 579 parole.

Già da questo si può comprendere quanto diventa complicato od impossibile il procedimento legislativo, per cui la legislazione diventerà una sorta di odissea nella giungla. Ad esempio, mentre nella situazione attuale un deputato, un senatore, o anche il governo, che abbia la volontà di presentare un disegno di legge, basta che si presenti presso gli uffici della Camera o del Senato, e lo deposita, nella nuova legislazione questo non sarà assolutamente possibile: verrà valutata l’ammissibilità del disegno di legge da parte di uffici preposti della Camera e del Senato, per cui, a discrezione, l’ufficio della Camera potrà dichiarare la Camera non competente per quel disegno di legge, e questo vale anche per l’ufficio del Senato, con un conseguente palleggiamento del disegno di legge fra i diversi uffici. Per risolvere il contenzioso, che non sempre si potrà risolvere, esiste tutta una procedura farraginosa. Sullo sfondo campeggia la Corte Costituzionale, alla quale ci si potrà sempre rivolgere per dichiarare la supposta esistenza di una violazione del procedimento legislativo.

In conclusione, possiamo riassumere che ci troviamo di fronte allo sfascio dell’Italia!

La posta in gioco è dunque la più alta, di peso ben maggiore di una pur importante vittoria politica alle elezioni. Chi ne è consapevole? La disattenzione estrema, prima in campagna elettorale, ora nel dibattito sul nuovo governo, preoccupa in modo notevole. Solo in concomitanza del 25 aprile si sono sentiti alcuni esponenti politici che hanno sottolineato l’urgenza della difesa della nostra Costituzione. Dobbiamo pur guardare in faccia la realtà, non possiamo nulla nasconderci: oggi siamo in presenza di un ceto politico che rivela una scarsa sensibilità per i temi politico-istituzionali che riguardano la vita civile dei cittadini. Ci auguriamo che le urgenze per la lotta politica imposta dalla campagna elettorale sentano una ripresa di interesse per questi temi, ma all’oggi le cose purtroppo stanno esattamente in questi termini.

Per questo motivo non possiamo non essere preoccupati quando pensiamo al futuro, a quello che potrà essere in una prospettiva prossima ventura, per ciò che verrà messo in azione attraverso la “devolution”, ma anche attraverso quei principi di rilevanza costituzionale che sono già stati approvati dal centro-sinistra nella legislatura precedente, nel 2001, a poche settimane dalle elezioni, con 3 voti di maggioranza! Perché, quando leggiamo che la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Regioni, dalle aree metropolitane,…e dallo Stato, non si capisce più nulla. In questa prospettiva, evidentemente, non si può più parlare di “Stato Repubblicano”, perché Stato e Repubblica non coincidono più, non sono sinonimi!

Quindi, avvertendo tutta la gravità del pericolo che ci minaccia, non dimentichiamo che la situazione generale non è eccellente, e che forse, quando fu elaborata quella revisione del Titolo V della Costituzione dal Senatore Bassanini, costui non era dotato di grande lucidità. Noi stiamo vivendo in questo clima, e il problema della “riforma” costituzionale nasce negli anni Ottanta. Si tratta di un vecchio problema, prova ne sia un testo scritto da Giuliano Amato proprio in quegli anni dal titolo “Una Costituzione da riformare”. Da lì nasce tutto, e si riceve l’impressione che si sia sempre scelta la strada sbagliata, la strada meno pervia, meno limpida, meno “garantista per i cittadini”, se questo termine di cui si è fin troppo abusato ha ancora un significato attuale. Certamente andremo a votare il prossimo 25 giugno per fermare questo dissennato, sciagurato progetto, ma già dal 26 giugno vigileremo ancora, dobbiamo vigilare ancora perché non possiamo essere certi che qualche piccolo o grande scempio alla Costituzione del 1948, con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, non venga ancora apportato.

Se il 25 giugno, come è auspicabile, come tutti speriamo, come è probabile, speriamo anche sicuramente, gli Italiani voteranno contro questa ipotesi di “riforma” della Costituzione, non possiamo e non dobbiamo abbassare la guardia e calare la vigilanza, perché il clima che ci avvolge è quello di una disinvoltura legislativa ed istituzionale molto pericolosa.

Nelle piazze di Padova, il 25 aprile, durante le cerimonie e le assemblee pubbliche, non sono stati messi mai in rilievo questi pericoli che noi, membri di una società civile stretti attorno ad un patto sociale modernissimo, la nostra Costituzione del 1948 poco applicata e tanto disattesa, stiamo correndo.

E noi di Soccorso Popolare, piccola organizzazione di base per dare informazioni e aiuto materiale alla gente, siamo fieri di essere apparsi in mezzo alle manifestazioni con questo nostro volantino appello, che anche voi potete mettere in diffusione, sottoscrivendolo.

a cura di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova
clochard | 1 May 14:56 2006
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Stati Uniti: il May Day dei migranti latinoamericani scuote il governo Bush

Oltre il 70% della comunità latina appoggia la protesta
 
Stati Uniti: il May Day dei migranti latinoamericani scuote il governo Bush
 
 
 
Anche in Salvador manifestazioni di solidarietà e contro la firma del Tlc
 
David Lifodi
Fonte: www.diariocolatino.com
29 aprile 2006
La legge Sensenbrenner (dal nome del deputato repubblicano che l'ha proposta e conosciuta anche come progetto di legge Hr4377) ha paradossalmente avuto il merito di mobilitare, come mai era successo finora, gli immigrati, e in particolare la numerosa comunità latinoamericana presente negli Stati Uniti.
Salvadoregni, messicani, guatemaltechi e più in generali tutti gli "indocumentados" di Centro e Sudamerica hanno lanciato per il 1 maggio (festa dei lavoratori in quasi tutti i paesi esclusi gli Stati Uniti, dove si celebra nel mese di settembre) una protesta clamorosa contro le norme più repressive della legge, soprattutto quelle che stabiliscono come reato l'immigrazione illegale e il lavoro, il soccorso e l'assistenza ai migranti sprovvisti di documenti.
Gli enormi cortei che avevano reso visibili gli immigrati nelle principali metropoli americane non bastavano più, c'era bisogno di un'iniziativa che mettesse alle strette il governo repubblicano, e così, dopo la famosa marcia dello scorso 25 marzo a Los Angeles è nata l'idea di una giornata di sciopero nazionale per il 1 Maggio denominata "Un dìa sin inmigrantes". L'intento della protesta, a cui hanno aderito tantissime organizzazioni sociali, religiose, e realtà di movimento intende dar vita da un boicottaggio economico allo scopo di ottenere una legge meno restrittiva in materia di immigrazione. Alcuni piccoli risultati potrebbero essere già raggiunti: è infatti in discussione al Senato, pare con l'approvazione di Bush, una legge volta a rendere legali una parte dei 12 milioni di sans papier latinoamericani e consegnar loro una sorta di carta di lavoro temporanea per gli impieghi meno qualificati. Si chiama "Programma per i Lavoratori Ospiti", ma è comunque evidente che questo certamente non basta a soddisfare le richieste dei migranti, che hanno già diffidato il governo statunitense dall'adottare misure repressive come le retate contro i senza documenti avvenute in questi ultimi giorni per scoraggiare l'adesione al boicottaggio del 1 maggio.
Il "Programma per i Lavoratori Ospiti" mostra tra l'altro non poche ambiguità: prevede infatti che i migranti possano chiedere la cittadinanza dopo aver ottenuto in precedenza due permessi di soggiorno (rispettivamente di 5 e 6 anni) e aver dimostrato di apprendere le basi del sistema civile americano.
"Dimostreremo la forza e l'unità del movimento dei migranti e siamo disposti a pagarne le conseguenze, ma la nostra lotta avrà termine solo quando raggiungeremo l'amnistia totale e la messa in regola di tutti coloro che sono sprovvisti del permesso di soggiorno". Alcuni sondaggi rivelano che oltre il 70% della comunità latinoamericana appoggia la protesta, sostenuta con forza anche da organizzazioni religiose: "Questo è un momento senza precedenti nella storia della Chiesa Evangelica Ispanica negli Stati Uniti" - ha spiegato il reverendo Samuel Rodriguez - "mai si era vista una mobilitazione così massiccia". Su una protesta così clamorosa pesano i dubbi, condivisibili, di alcuni gruppi meno radicali che temono l'effetto boomerang sugli aderenti allo sciopero, ad esempio il licenziamento immediato dai luoghi di lavoro ed una linea ancora più dura che potrebbe seguire l'Amministrazione Bush. Alcuni campesinos del Texas e del Nuevo Mexico hanno denunciato licenziamenti delle imprese in seguito alle marce avvenute durante l'ultimo mese.
Nonostante questo rischio, i migranti sono decisi allo sciopero totale: "non vogliamo più essere schiavi, né possiamo limitarci alle marce di protesta per farci ascoltare", ha sottolineato Juan Josè Gutierrez, uno tra i principali animatori della protesta, mentre oltre alla giornata di boicottaggio sono previsti veglie e presidi di fronte ai luoghi di lavoro insieme alla creazione di punti informativi per assistere legalmente i migranti. La giornata di lotta non si svolgerà però soltanto negli Stati Uniti. In Salvador i sindacati scenderanno a loro volta in piazza per protestare sia contro le leggi repressive varate dal governo Bush contro i migranti sia contro il trattato di libero commercio che Washington vuol imporre al piccolo paese centroamericano.
Nel frattempo, soprattutto per la forte spinta dei repubblicani, il governo Bush si appresta destinare altri fondi per rafforzare le frontiere contro la cosiddetta "immigrazione clandestina, poiché i mancati controlli alle frontiere rappresentano una minaccia per la nostra sicurezza nazionale", ma la May Day dei migranti latinoamericani potrebbe mettere in grande difficoltà l'amministrazione statunitense. A Bush non sta sfuggendo dalle mani soltanto il continente latinoamericano, da sempre considerato il "cortile di casa", ma adesso sono i migranti provenienti dal cortile di casa stesso a creargli problemi proprio nel suo territorio.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
matteo tassinari | 2 May 07:31 2006
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Che è successo alla Pivano?

Ma a Fernanda Pivano cosa è successo? Leggete un po qua e allibite pure.
 
gc | 2 May 08:17 2006
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Decreto supremo n. 28701

*Decreto supremo n. 28701*

Gli idrocarburi sono dei boliviani. Il neoliberismo è finito. Con il 
decreto supremo n. 28701, il Presidente Evo Morales, il primo presidente 
rappresentativo di tutti i boliviani nella storia, ha restituito le 
risorse naturali del paese alla gente di Bolivia.
di Gennaro Carotenuto <http://www.gennarocarotenuto.it>

"Cominciamo dagli idrocarburi, poi toccherà alle miniere, quindi alle 
foreste, quindi a tutte le risorse naturali che ci hanno lasciato i 
nostri antenati. Infine sarà la volta della terra che è per tutti i 
boliviani" ha detto Evo.

Finiscono così vent'anni di saccheggio. Fino ad oggi le imprese 
straniere che spogliavano la Bolivia lasciavano una regalia del 18% allo 
stato. Morales ha invertito la cifra. Da oggi sarà lo stato a trattenere 
l'82% degli utili ed a lasciare alle imprese straniere che accetteranno 
le condizioni, il 18%.

Immediatamente dopo l'emanazione del decreto, il presidente Morales ha 
disposto che l'esercito prendesse il controllo dei 56 giacimenti di 
idrocarburi in tutto il paese. La Bolivia ha le seconde riserve di gas 
del continente e produce 40.000 barili di petrolio al giorno. Da oggi 
queste passano ad essere di proprietà della compagnia pubblica YPFB 
(Giacimenti Petroliferi Fiscali Boliviani). Le multinazionali che li 
sfruttavano hanno 180 giorni di tempo per accettare i nuovi contratti o 
andarsene.

Le Forze Armate hanno preso il controllo dei pozzi senza incidenti ed il 
vicepresidente Alvaro García Linera ha calcolato che lo stato incasserà 
oltre il 550% in più dalla nazionalizzazione. E' la terza volta in 70 
anni che in Bolivia si nazionalizzano gli idrocarburi. Negli anni '30 
questi erano sfruttati dalla Standard Oil e nel 1969 dalla Gulf. Poi con 
il neoliberismo questi erano stati riprivatizzati fino alla "guerra del 
gas". Nel 2004, i movimenti sociali avevano tenuto in scacco tutto il 
paese esigendo la socializzazione del gas. Nonostante la Bolivia intera 
sieda su un'immensa bolla di gas, ben pochi boliviani ne hanno potuto 
finora beneficiare.

Le proteste avevano costretto il presidente fondomonetarista Gonzalo 
Sánchez de Losada a ritornare di corsa a Miami (da dove era stato 
inviato), non prima di usare l'esercito contro i cittadini, 
assassinandone più di 70.

La guerra del gas si aggiungeva a quella per l'acqua ed era stato il 
segnale di non ritorno per il sistema neoliberale ed aveva posto le 
premesse al trionfo del MAS (Movimento Al Socialismo) che ha portato Evo 
Morales alla presidenza della Repubblica nel dicembre 2005.

Il governo spagnolo ha espresso la sua "più profonda preoccupazione". La 
Repsol sfrutta infatti un quarto delle riserve boliviane. Dal Brasile si 
è parlato di un "gesto non amichevole" verso la Petrobras.

Appena il giorno prima Evo Morales, dall'Avana, aveva annunciato 
l'ingresso della Bolivia nell'ALBA, l'Alternativa Bolivariana per le 
Americhe, antiliberista, della quale fanno parte Cuba e Venezuela. Oggi 
l'annuncio della nazionalizzazione. Miglior primo maggio per i 
lavoratori boliviani non poteva esserci.

http://www.gennarocarotenuto.it

[][][][]][
NEUROGREEN
ecologie sociali, strategie radicali
negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/neurogreen
http://www.neurogreen.org/d
magius | 2 May 09:07 2006
Picon

Re: Che è successo alla Pivano?

Il 02/05/06, matteo tassinari<matteo.tassinari <at> virgilio.it> ha scritto:
>
> Ma a Fernanda Pivano cosa è successo? Leggete un po qua e allibite pure.
>
> http://www.rainews24.rai.it/Notizia.asp?NewsID=58604

demenza senile?

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NEUROGREEN
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magius | 2 May 09:12 2006
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Re: Decreto supremo n. 28701

Eh certo che lo Stato Nazionale da quelle parti ancora funziona come
strumento di redistribuzione sociale della ricchezza..

2006/5/2, gc <gennaro <at> aruba.it>:
> *Decreto supremo n. 28701*
>
> Gli idrocarburi sono dei boliviani. Il neoliberismo è finito. Con il
> decreto supremo n. 28701, il Presidente Evo Morales, il primo presidente
> rappresentativo di tutti i boliviani nella storia, ha restituito le
> risorse naturali del paese alla gente di Bolivia.
> di Gennaro Carotenuto <http://www.gennarocarotenuto.it>

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Alex Foti | 2 May 09:44 2006
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Fwd: Article Mayday de Libération du 2 mai

L'internationale précaire mobilisée

5e Euromayday à Paris, avec 3000 RMistes, stagiaires, intérimaires...

parChristian LOSSON
QUOTIDIEN:mardi 02 mai 2006

Précaire, ne désespère... pas. Airs de samba, chars barjos, dazibao fluo
sur fond de happenings. Le tout encadré par une BAC (brigade activiste des
clowns) qui recrute à tout va. Plus de 3 000 précaires (intermittents,
chômeurs, sans-papiers, RMistes, intérimaires, stagiaires, etc.) ont battu
le pavé hier soir, entre Pigalle et République, à Paris, lors d'un
Euromayday «festif et subversif», émaillé de quelques incidents sur le
parcours. Cinq ans après sa première édition, cette mini-internationale de
résistance contre les précarités «dans l'emploi et hors emploi» a essaimé
dans plus de 20 villes européennes («Ils étaient 100 000 à Milan !»
annonce Hervé, un des coorganisateurs).

Tiers état. A Paris, plus modeste, le credo catalyseur des «nouvelles
formes d'exclusions» visait à «rendre visible ce qui est invisible». Et
qui l'est de moins en moins. Le «précariat» est un tiers état qui fait du
bruit. Et que les syndicats ont rallié le mois dernier lors de la crise du
CPE... sans rallier les manifestants de l'Euromayday. «Le paritarisme
accompagne depuis trente ans la faillite des droits sociaux et perpétue le
mythe du retour au plein emploi et au CDI pour tous», dénonce un
communiqué. «Des extraterrestres, s'agace même Ludo, du réseau Hacktivist
news service, en parlant des grandes centrales syndicales, qui campent
encore sur les vieux cycles de production, la vieille économie, quand
nous, on survit dans cette insécurité sociale et économique depuis des
lustres. Les précaires, c'est aussi le signe de la crise de la
représentativité.»

Le CPE pousse-t-il les syndicats à une révolution copernicienne ? «Quand
on leur parle individuellement, ils comprennent, note Jérôme, de la
Coordination des intermittents et des précaires d'Ile-de-France.
Collectivement, structurellement, c'est une autre histoire. Ils continuent
à travailler par branche quand nous, on accumule les petits boulots.»
Cathy, de Génération stagiaire, rappelle qu'en septembre elle «s'était
heurtée à l'incompréhension des syndicats» quand elle plaidait pour
l'instauration de «passerelles» entre les sans-droits et les salariés
traditionnels... Abdel, de Stop précarité (lancé en 2001) et délégué CGT à
Pizza Hut, le reconnaît. «A la CGT, on me dit toujours que je suis
manipulé par l'extrême gauche. La spontanéité, c'est pas leur truc.»

«Contre-réformes». Précurseurs, les Mayday ? «La précarisation est depuis
longtemps l'instrument de régulation du marché du travail», souffle David,
de SUD culture. A deux pas de lui, des slogans dénoncent les «70 %
d'emplois créés à durée déterminée», des tracts flinguent «sous le
travail, trop peu d'emploi» et appellent au «réveil» contre «le
gouverne-ment». «Les réformes qu'on nous vend sont des contre-réformes,
estime un étudiant en informatique. Elles visent à dépiauter nos droits
collectifs et interdire de nouveaux droits.» Derrière, une lycéenne,
perruque rose, se marre : «On nous fait passer pour des conservateurs, des
réactionnaires. On est en avance.»

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rossana | 2 May 10:11 2006

MayDay2006: Equivalenti fughe

MayDay 2006: Gerarchiche SEPARazioni

1° Maggio a Los Angeles, New York e Chicago: - oggi marciamo, domani 
voteremo - Una giornata senza immigrati al lavoro.
Sciopero e boicottaggio dei consumi. Così immigrati hanno protestato 
contro la legge che trasforma l'immigrazione clandestina in reato.

EuroMayDay a Milano (Firenze, Napoli, Palermo e in molte città europee) 
: -  Contro la precarietà x i diritti sindacali, la maternità pagata e 
la continuità di reddito x tutte/i. Il Primo Maggio di precari queer, 
immigrati part-time, studenti stagisti, ricercatori a contratto, 
lavoratori x cooperative.

Concatenamento di situazioni: la MayDay milanese conflittuale si è 
presentata ancora una volta piena e plurale, separata dalla gerarchia 
dei sindacati confederali che ripropongono il vecchio ritornello dell' 
"esercito industriale di riserva", il welfare sociale a sostegno della 
povertà e della famiglia: vecchia e patriarcale organizzazione 
nell'economia e nella società.

MayDay-MayDay come vissuto di un giorno che è quello di tutti i giorni, 
vita non addestrata dal ciclo produttivo che moltiplica il disagio fra 
bisogno-desiderio-domanda ma che si ricostituisce unificando i diversi 
momenti che ciscuna/o vive: ne individua le diverse fonti (centraliniste 
dei call center , lavoratori della Feltrinelli, operatori sociali, 
operai di fabbrica, studenti e ricercatori, immigrati e lavoratori della 
Scala e dello spettacolo, mediattivisti ecc.) ed esplora in sè e fuori 
di sè i rapporti patriarcali: bel kit distribuito dalla "dottoressa 
grandi opere" con tessera sanitaria e preservativo, le pastiglie che 
trasformano il marito in un capace casalingo.

Reddito garantito per tutte/i le e i precari che non si vivono come 
forza-lavoro in un ciclo ormai intercambiabile e controllabile ma che 
separa la propria condizione produttiva e riproduttiva, bensì giocano 
questa con pratiche di lotta e pratiche simboliche che unificano la 
sfera pubblica e privata, lavoro e non lavoro che vuole reddito 
continuato e garantito.

MayDay che spiazza la Norma inquinante del delirio che cementifica e 
privatizza il territorio: le verdi piante che a ritmo di musica  fuggono 
dallo scandalo delle corruzioni e unificano centro e periferia delle 
metropoli, decodificano e spiazzano immagini di uomini e donne costruiti 
con lo stampo della stupidità. Il pannello solare crea energia e 
velocità, rivoluzione nei trasporti e riscaldamento nelle città.

Carri che non permettono di percepire realtà separate e identità 
irrigidite: cartografia felice di nascere dalla terra-madre senza 
divenire un film per milioni di telespettatori. Il vero è creato dai 
propri occhi, occhi che demoliscono la guerra con il sapere che viola le 
frontiere delle periferie europee e il sistema di sicurezza americano. 
MayDay come proiezione del mondo che segnala la crisi mondiale della 
rappresentanza.  

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Alex Foti | 2 May 10:13 2006
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more on milano mayday

http://italy.indymedia.org/uploads/2006/05/dscn3968.jpg

from rai news:

1 maggio. Oltre 120mila persone alla 'MayDay parade' a Milano

Immigranti sfilano per le strade del centro

Milano, 1 maggio 2006

Si è concluso a piazza Castello in un clima di festa e senza
incidenti, per trasformarsi una kermesse di musica, il lungo corteo
"Mayday parade" che ha sfilato oggi pomeriggio per la vie di Milano.
Vi hanno partecipato, secondo la Confederazione unitaria di base,
oltre 120mila persone.

Il corteo, sorvegliato discretamente dalle forze dell'ordine, si è
svolto in un clima di festa e goliardia: unici momenti di
contestazione si sono registrati nella centralissima piazza Cordusio,
davanti al gazebo elettorale del vicesindaco di Milano e candidato di
An per le elezioni comunali Riccardo De Corato. All'indirizzo del
presidio, all'interno del quale c'era l'altra candidata di An alle
comunali, e moglie del vicesindaco, Silvia Ferretto, sono giunti
fischi e insulti da alcuni spezzoni del corteo, che si sono comunque
mantenuti ad una certa distanza dai cordoni di carabinieri di guardia
attorno alla tenda.

Verso la fine del serpentone un gruppetto di una quindicina di
persone, ha intonato lo slogan "10,100,1000 Nassiriya", ma nessuno
degli altri partecipanti si è unito al coro.

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Alex Foti | 2 May 10:14 2006
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Fwd: mayday's radical networked diversity

---------- Forwarded message ----------
From: Alex Foti <alex.foti <at> gmail.com>
Date: May 2, 2006 10:06 AM
Subject: mayday's radical networked diversity
To: networkers of europe united for a eurowide mayday
<euromayday <at> euromayday.org>

for a sample:
http://www.euromayday.org/sign.php :)

http://italy.indymedia.org/news/2006/05/1060318.php

How was Liège?

And Seville?

And Copenhagen?

And Berlin?

And all the others?

love and solidarity from milano mayday, which was a truly
gigaparty+protest against precarity of 100,000 young temps and
precari/e that got everybody smiling and definitely claimed its role
as THE mayday's city demonstration in contrast to that done in the
morning by official unions that saw one tenth of the people attending
and was marred by internecine strife because they had unbelievably
invited the right-wing (and businessperson) candidate to mayor in the
upcoming city elections.

metroradical euromaydayer yours,
lx

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