Fw: [ListaSinistra] Amnesie made in Usa
clochard <spartacoh <at> alice.it>
2005-10-09 12:44:18 GMT
----- Original Message -----
From: "Francesco Erasmi" <erasmi <at> erasmi.it>
To: <Undisclosed-Recipient:;>
Sent: Sunday, October 09, 2005 1:11 PM
Subject: [ListaSinistra] Amnesie made in Usa
Un'interessante ed inquietante articolo tratto dal numero di luglio 2004 di
"The Progressive", (storico mensile di sinistra americano), sugli Stati
Uniti e la tortura.
E' stato tradotto da Marco Zerbino per essere pubblicato nella rassegna
stampa mensile di "Adista" del 09.09.2004, http://www.adistaonline.it .
Vale la pena leggerlo per la quantità di informazioni dettagliate, e,
purtroppo, anche truculente, che contiene.
Sono sprazzi di quel "rimosso" collettivo che gli statunitensi non riescono
ad elaborare.
Il pezzo accenna anche ad un problema fondamentale, quello relativo alle
connessioni esistenti fra la tortura eretta a sistema, l'essere impero e lo
stile di vita nordamericano.
Interessante anche dare un'occhiata al sito del National Security Archive,
http://www.gwu.edu/~nsarchiv' , e ai manuali di tortura della Cia che vi
sono pubblicati.
L'originale era in rete in:
http://www.progressive.org/july04/roth0704.html
-------=======oooooooOOOOOOOooooooo=======-------
da :
http://www.progressive.org/july04/roth0704.html
Amnesie made in Usa
di Matthew Rothschild
traduzione di Marco Zerbino
per http://www.adista.it
Quando Veronica de Negri ha visto per la prima volta le foto del carcere
iracheno di Abu Ghraib, il caso ha voluto che stesse scrivendo la propria
testimonianza per la commissione che in Cile si occupa di far luce sulle
violazioni dei diritti umani verificatesi sotto il regime di Augusto
Pinochet.
"Ho vissuto sulla mia pelle abusi del tutto simili in Cile, sotto Pinochet",
afferma de Negri, che si è trasferita negli Stati Uniti ventisette anni fa.
Persino le parole usate a proposito di Abu Ghraib le risuonano familiari.
"Anche a noi dicevano che stavano cercando di ammorbidirci".
De Negri fu imprigionata nel 1976. "Fui percossa. Poi mi fecero
l'elettroshock", racconta. "Non solo i miei torturatori mi fecero violenza,
ma mi stuprarono anche con un topo. È qualcosa di estremamente ripugnante.
L'immaginazione non può arrivare a tanto".
Anche se riconosce che "i torturatori, nel mio caso, erano cileni", de Negri
rimprovera a Washington di aver dato una mano a rovesciare Allende nel 1973,
di aver offerto il proprio supporto a Pinochet e di aver addestrato i
torturatori cileni. De Negri lasciò il Cile insieme alla famiglia nel 1977,
ma, circa dieci anni più tardi, suo figlio Rodrigo Rojas vi fece ritorno.
"Stava prendendo parte a uno sciopero generale, il 2 luglio del 1986, quando
venne arrestato, duramente percosso e infine bruciato vivo dagli sgherri di
Pinochet", racconta.
Gli americani, sostiene l'intervistata, "sono molto ingenui". "Non vogliono
vedere" il coinvolgimento degli Usa, che va avanti da anni, in casi di
tortura. Lo scandalo di Abu Ghraib non costituisce a suo avviso "nulla di
nuovo". "Cose del genere accadono da anni poco lontano dai vostri occhi".
Agli statunitensi piace considerarsi una nazione di santi, e ogni volta che
rivelazioni come quelle di Abu Ghraib o My Lai vengono a galla, vengono
liquidate come anomalie. A voler considerare con attenzione gli ultimi
cinquant'anni di storia americana, ci si rende conto che la realtà è
tutt'altra.
Dalla Grecia all'Iran, dall'Indonesia al Vietnam, e un po' ovunque in
America latina, il governo degli Stati Uniti si è reso complice di torture e
dell'uccisione di centinaia di migliaia di persone.
"Se avessimo le fotografie di ciò che i nostri cosiddetti alleati facevano
in Honduras, Salvador e Cile, addestrati da noi, negli anni '60, '70 e '80,
il pubblico nordamericano avrebbe di che restare inorridito ben più di
quanto non sia avvenuto ultimamente", afferma Peter Kornbluh del "National
Security Archive", che ha sede nella capitale statunitense. Si trattava per
lo più di torture per procura, ma sotto le direttive di Washington. "L'unica
differenza fra le pratiche odierne e quelle di un tempo, è data dal fatto
che all'epoca non c'era qualcuno armato di telecamera digitale che tenesse
traccia di tutto ciò che avveniva".
A. J. Langguth è rimasto "impressionato e disgustato" dalle foto delle
torture di Abu Ghraib. "Tuttavia, per me non è stata una grande scoperta".
Langguth è autore del volume Hidden Terrors ("Terrori nascosti"), in cui fa
la storia del coinvolgimento Usa negli abusi compiuti in Brasile e Uruguay
negli anni '60 e nei primi '70. Il testo è incentrato sulla figura di Dan
Mitrione, l'ufficiale statunitense impegnato nel rendere più professionale
il lavoro degli aguzzini, poi catturato ed ucciso dai Tupamaros, in Uruguay.
"Ho sentito parlare per la prima volta delle nostre politiche di tortura
quando ero in Brasile, negli anni '70", racconta Langguth. "Un mio amico che
apparteneva all'esercito brasiliano mi disse di ciò che stava accadendo, e
quando io stigmatizzai i brasiliani per questo, mi rispose, 'Andiamo, sai
benissimo chi ci insegna il mestiere.' ".
"Si tratta di 'segreti' arcinoti" sostiene Alex Taylor, portavoce informale
della Coalizione internazionale per l'abolizione della tortura e il sostegno
ai sopravvissuti, organizzazione che Dianna Ortiz, suora guatemalteca
vittima di tortura, ha contribuito a fondare. "Cose del genere avvengono da
decenni. Il pubblico americano andrebbe istruito riguardo alla vastità del
fenomeno. A partire dagli anni '50, gli Stati Uniti hanno usato la tortura
come strumento politico prima nella guerra contro il comunismo e ora in
quella contro il terrorismo".
La questione della tortura riguarda Taylor, nato in Guatemala, in prima
persona. "Mia madre venne torturata e scomparì in Guatemala, nel 1971",
racconta. "Avevo nove anni all'epoca e fui testimone del suo sequestro".
Alex è restio a parlare nel dettaglio di un simile evento traumatico, ma
assegna buona parte delle responsabilità a Washington. "Gli Stati Uniti
hanno aiutato i membri dell'esercito guatemalteco insegnandogli le tecniche
di tortura".
William Blum, autore di Rogue State ("Stato canaglia"), conferma il ruolo
giocato dall'esercito Usa. "Dagli anni '60 fino a tutti gli anni '80", ha
scritto "le forze di sicurezza guatemalteche, in particolare l'unità
dell'esercito denominata 'G-2', torturavano abitualmente i 'sovversivi'. La
Cia riforniva di consigli, armi ed equipaggiamenti la G-2, responsabile di
una rete di centri di tortura".
Nel suo libro, Blum fa anche notare come alcune delle pratiche più
ripugnanti in voga ad Abu Ghraib e in Afghanistan non costituiscano affatto
una novità. "Nelle scuole della marina Usa di San Diego e del Maine", vi si
legge "durante gli anni '60 e '70, i cadetti avrebbero dovuto apprendere i
metodi di 'sopravvivenza, evasione, resistenza e fuga' da usare in caso di
necessità". "Un ex studente, il luogotenente della Marina Wendell Richard
Young ha raccontato che.i suoi compagni furono costretti a.masturbarsi di
fronte alle guardie e, una volta, a fare sesso con un istruttore".
Era in accademie militari come queste che, secondo Blum, gli studenti
familiarizzavano con "uno strumento di tortura chiamato la 'tavola
acquatica': la vittima veniva legata con delle cinghie ad un piano
inclinato, con la testa verso il basso e la faccia coperta da un asciugamano
sul quale veniva versata dell'acqua gelida; la vittima avrebbe così sofferto
di soffocamento, rigurgiti e vomito, sperimentando una sensazione simile a
quella dell'annegamento"
Il 13 maggio scorso, sul New York Times si leggeva che la Cia avrebbe usato
la tecnica della tavola acquatica sul membro di Al Qaeda Khalid Shaikh
Mohammed. Amnesty International aveva in quell'occasione sostenuto che "in
tal caso, saremmo di fronte ad un caso evidente di tortura", aggiungendo
anche che "il soffocamento con l'acqua è una tecnica che fu propria di Paesi
notoriamente dediti alla tortura", fra i quali l'Indonesia di Suharto, lo
Zaire di Mobutu e il Cile di Pinochet. In America latina, dove la tecnica
veniva usata comunemente, era nota come el submarino.
"Il fatto che funzionari statunitensi, o loro delegati, incaricati degli
interrogatori abbiano sottoposto i prigionieri al supplizio della tavola
acquatica o a altre forme di finto annegamento è allarmante" afferma William
F. Schulz, direttore esecutivo della sezione statunitense di Amnesty
International. "Chi ha addestrato i neofiti, insegnandogli simili
tecniche?".
Per lo più, i maestri di tortura nordamericani si sono attenuti ai manuali.
Secondo il National Security Archive, la Cia ne ha prodotti almeno due,
aventi per oggetto le tecniche di tortura. Il primo, edito nel luglio del
1963, è intitolato "L'interrogatorio di contro-spionaggio" (Kubark
Counterintelligence Interrogation). Vi si legge che "il voltaggio della
corrente elettrica andrebbe conosciuto in anticipo, in modo tale da avere
trasformatori o adattatori a portata di mano, quando necessario". Il manuale
descrive le "principali tecniche coercitive di interrogatorio", che
includono "deprivazione sensoriale attraverso il confino o simili, minacce e
paura, sfinimento, dolore, ipnosi e alta suscettibilità, narcosi e regresso
indotto".
Gli autori di questo manuale erano ben consapevoli dell'illegalità di tali
metodi. "Gli interrogatori condotti attraverso metodi coercitivi rischiano
più degli altri di portare a una situazione di illegalità e di avere
conseguenze dannose" per il servizio segreto. "Pertanto", è obbligatorio
"ottenere un permesso preventivo, qualora si pensi di infliggere
all'interrogato un danno corporeo, o ci si appresti a far uso di metodi e
materiali di natura medica, chimica o elettrica". Un terzo caso necessitante
previa autorizzazione è stato censurato nel testo.
Il secondo testo, che è invece del 1983 ed è intitolato "Manuale di
sfruttamento delle risorse umane" (Cia Human Resource Exploitation Manual),
ripete pedissequamente alcuni passaggi del primo e istruisce gli ufficiali
incaricati degli interrogatori su come "creare atmosfere spiacevoli o
intollerabili finalizzate a sconvolgere le categorie di tempo, spazio e la
percezione sensoriale", quelle stesse tattiche che il personale Usa ha
utilizzato in Iraq e Afghanistan.
(I manuali sono disponibili on-line sul sito del National Security Archive:
http://www.gwu.edu/~nsarchiv' )
Ma i manuali più tristemente famosi rimangono quelli usati alla Scuola delle
Americhe fra il 1987 e il 1991. Quelli relativi alle tecniche di
interrogatorio erano almeno sette, e furono gentilmente tradotti in spagnolo
per gli ufficiali latinoamericani. Tali testi, largamente utilizzati, davano
istruzioni su come eseguire falsi imprigionamenti, ricatti, pestaggi,
torture e omicidi. Risulta inoltre molto pertinente, alla luce delle recenti
polemiche circa lo status legale dei prigionieri in Iraq e Afghanistan, il
seguente passaggio di uno di tali manuali. Il sovversivo, vi si legge, "non
gode dello status di prigioniero di guerra di cui parla la Convenzione di
Ginevra".
Padre Roy Bourgeois è il fondatore di SOA Watch (l'osservatorio sulla Scuola
delle Americhe, ndt), organizzazione che da quattordici anni si batte per
far chiudere la scuola, oggi ribattezzata Western Hemisphere Institute for
Security Cooperation. "Mi sembra ci sia una notevole connessione fra le
torture di cui abbiamo letto a proposito dell'Iraq e quelle legate agli
insegnamenti della Scuola delle Americhe", sostiene. "Non si è trattato di
qualche mela marcia. Le mele non torturano. Si è trattato di soldati in
carne ed ossa, che alla Scuola delle Americhe come in Iraq abbiamo
addestrato nelle tecniche di tortura".
La Scuola delle Americhe ha formato più di ottomila soldati salvadoregni, ci
ricorda padre Bourgeois. Molti di loro, fra cui il famigerato Roberto
d'Aubuisson, sono implicati in torture e assassinii. Circa
settantacinquemila salvadoregni sono stati uccisi, per lo più da membri
delle forze armate.
In un'inchiesta pubblicata su The Progressive (maggio 1984), il giornalista
Allan Nairn rivelava che i legami fra il governo Usa e gli aguzzini
salvadoregni ammontavano a molto di più della semplice frequentazione della
Scuola delle Americhe. "Nei primi anni '60", scriveva Nairn "sotto
l'amministrazione Kennedy, alcuni agenti del governo statunitense misero in
piedi in Salvador due organizzazioni di sicurezza riconosciute che, nei
successivi quindici anni, avrebbero ucciso migliaia di contadini e sospetti
attivisti di sinistra". "Tali organizzazioni, che erano guidate da ufficiali
nordamericani, avrebbero col tempo dato vita all'apparato paramilitare che
divenne noto con le squadre della morte salvadoregne".
Durante l'amministrazione Reagan, continuava Nairn, "la Cia continuò,
violando la legge statunitense, ad offrire addestramento, supporto e servizi
di intelligence alle forze di sicurezza direttamente colluse con l'attività
delle squadre della morte".
Il dottor Juan Romagoza fu una delle loro vittime. Imprigionato per due
mesi, fra la fine del 1980 e l'inizio del 1981, racconta di esser stato
sottoposto a tortura in presenza di consulenti statunitensi.
"Inizialmente non pensavo che ce l'avrei fatta ad uscirne vivo. Ho visto
persone che venivano uccise. Ho dovuto sopportare maltrattamenti fisici
terribili. Venni preso a calci, percosso, tenuto nudo e bendato, legato e
appeso per le mani. Usarono gli elettrodi su ogni parte del mio corpo e mi
sodomizzarono con bastoni, aste e ogni altro genere di oggetti, per poi
spararmi ad un braccio".
Riguardo alla presenza di consulenti statunitensi, il dottor Romagoza, che
attualmente è direttore esecutivo della Clinica del Pueblo, a Washington, è
adamantino. "C'erano dei nordamericani insieme ai più alti ufficiali
salvadoregni", afferma. "Erano lì quando ero appeso per le mani, facevano
domande e ridevano".
Quando gli chiediamo cosa pensi degli abusi compiuti in Iraq, dice di aver
provato una "tremenda tristezza". L'intera vicenda gli ricorda gli orrori
che ha vissuto in prima persona. "Sembra che le cose vadano sempre avanti
allo stesso modo. Come si possono compiere atti del genere? E come possono
gli Stati Uniti portare avanti una politica così cieca, disumana e
arrogante, basata sull'assunzione che una vita umana valga più di un'altra?"
Non bisogna fare l'errore di considerare questi come dei casi isolati. Si
tratta di un approccio sistematico alle relazioni con gli altri popoli e le
altre nazioni: le violazioni dei diritti umani, gli stupri, le torture, sono
tutte cose che accadono normalmente in molti dei Paesi che gli Usa hanno
sostenuto e finanziato. Io sono un sopravvissuto di queste politiche. Prima
o poi, gli Stati Uniti dovranno riconoscere la dignità e il valore di ogni
vita umana".
Nel 2002, il dottor Romagoza e altri due querelanti hanno vinto una causa
civile sollevata dal Center for Justice and Accountability (il "Centro per
la giustizia e la responsabilità") contro due anziani generali salvadoregni,
José Guillermo García e Carlos Eugenio Vides Casanova, che si erano
trasferiti in Florida. A Romagoza è stato dato un risarcimento di 20 milioni
di dollari.
Gli Usa hanno anche partecipato attivamente alle torture e agli assassinii
che hanno avuto luogo in Honduras all'inizio degli anni '80. Nel 1995, il
Baltimore Sun ha scritto che, in quegli anni, la Cia organizzava, addestrava
e finanziava un'unità dell'esercito denominata Battaglione 316. Questa
sequestrò, torturò e uccise centinaia di honduregni. Secondo quanto
riportato dall'articolo, " [il Battaglione 316] utilizzava negli
interrogatori strumenti per l'elettroshock e il soffocamento. I prigionieri
venivano spesso tenuti nudi e, quando non più utili, uccisi e seppelliti in
fosse comuni".
L'ambasciata statunitense in Honduras, guidata all'epoca da John Negroponte,
sapeva di queste violazioni ma le coprì. "Determinati ad evitare eventuali
interrogazioni al Congresso, gli ufficiali statunitensi in Honduras
occultarono le prove degli abusi". Negroponte ha negato il proprio
coinvolgimento, e durante l'udienza per essere confermato ambasciatore alle
Nazioni Unite, di fronte al Senato Usa e sotto giuramento ha affermato: "Non
ritengo ci fossero delle squadre della morte attive in Honduras".
Oscar e Gloria Reyes sono due vittime dei torturatori honduregni. "L'8
luglio del 1982", racconta Oscar, "un gruppo di militari venne nella nostra
casa, la saccheggiò, ci arrestò e ci portò nella stanza delle torture.
C'erano tante persone che venivano torturate quella notte. Se ne sentivano
le grida. Usarono gli elettrodi sul mio corpo e i miei genitali, mi appesero
per le mani e mi picchiarono per tutta la notte. Poi mi misero di fronte ad
un albero e inscenarono una falsa esecuzione. Quello è stato molto
probabilmente il momento peggiore. A mia moglie somministrarono delle scosse
elettriche nella vagina. Le conseguenze furono tali da provocarle danni
permanenti alle ovaie e da doverle far affrontare in seguito
un'isterectomia".
Oscar e Gloria Reyes sono querelanti in una causa del Center for Justice and
Accountability contro un ex colonnello honduregno che ritengono abbia avuto
un ruolo nelle violazioni compiute a loro danno. L'imputato ha negato ogni
coinvolgimento.
Nel frattempo, il presidente Bush ha designato John Negroponte come
ambasciatore statunitense in Iraq.
Il massacro di My Lai è ancora ben presente nella memoria degli americani
come l'unico e più ripugnante atto di barbarie compiuto dall'esercito
statunitense in Vietnam. I cittadini Usa, tuttavia, si sono dimenticati, o
forse non hanno mai sentito parlare, di altri due scandali umanitari che
ebbero luogo in quel Paese.
Uno di questi venne alla luce grazie ad un servizio del Toledo Blade,
vincitore l'anno scorso del premio Pulitzer, che documentava la brutalità
della Tiger Force, un'unità speciale dell'esercito Usa che nel 1967 "si
lasciò dietro una scia di atrocità", associate probabilmente alla morte di
centinaia di civili. Secondo quanto riportato dal Blade, "donne e bambini
vennero intenzionalmente fatti saltare in aria in bunker sotterranei.
Anziani agricoltori vennero freddati mentre lavoravano nei campi. I
prigionieri vennero torturati e uccisi, le loro orecchie e i loro scalpi
utilizzati come souvenir. Un soldato sradicò i denti dalle mascelle di un
gruppo di civili assassinati a forza di calci, alla ricerca di capsule
d'oro".
In Vietnam si ebbe anche un'offensiva statunitense interamente basata su
torture e assassinii. Tale piano, denominato Phoenix Program, si concluse
con l'uccisione di più di ventimila vietnamiti, secondo un calcolo
effettuato dalla stessa Cia.
Nel volume The Phoenix Program, Douglas Valentine scrive che un agente del
servizio segreto assegnò a ciascun membro di un gruppo di ufficiali una
quota di uccisioni da compiere. In palio c'era perfino una ricompensa che
scatenò "una gara fra i partecipanti al Phoenix Program per vedere chi
riusciva ad accumulare più cadaveri". Uno dei concorrenti, addirittura, fece
il proprio ingresso, non proprio opportuno, ad una cena offerta da un
luogotenente e "gettò una busta sporca sulla tavola. Ne uscirono dodici
orecchie sanguinanti".
La memoria è una precondizione dell'etica. Ed è l'assenza di memoria che ha
colpito molte delle persone con cui ho avuto modo di parlare per scrivere
questo lavoro. "L'idea che gli Stati Uniti non hanno una storia di torture
alle spalle", sostiene William Blum "è un vero e proprio caso di amnesia".
A proposito di simili amnesie storiche, lo scrittore cileno americano Ariel
Dorfman parla di "falsa innocenza", e ne esplora le radici. "Si tratta di un
fenomeno assolutamente funzionale al tipo di impero che sono diventati gli
Stati Uniti", sostiene Dorfman. "È vero che i media non presentano analisi e
informazioni tali da permettere al pubblico di dare un giudizio su ciò che
sta avvenendo. Ma è altrettanto vero che troppe persone chiudono
deliberatamente gli occhi di fronte a certe verità".
A. J. Langguth è d'accordo sul fatto che la tortura faccia parte del dna di
un impero. "Noi siamo i cittadini privilegiati di un impero e il potere
imperiale è sostenuto da un certo numero di pilastri che non ci interessa
considerare seriamente. La tortura è stato uno di questi pilastri, e temo
che continuerà ad esserlo".
Fare a meno di tale strumento potrebbe rivelarsi tutt'altro che facile,
sostiene Dorfman. "Se gli americani volessero veramente (e sottolineo
'veramente') riconoscere ciò che viene fatto in loro nome, dovrebbero
cambiare il loro modo di vivere, ricordare, lavorare, svagarsi. Oppure
smetterla di considerarsi individui provvisti di un'etica".
Matthew Rothschild for The Progressive
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
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Aver creduto a Berlusconi e' una colpa per la quale servira' un'amnistia
nazionale, come quelle che Berlusconi si e' fatto per se.
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