Rattus Norvegicus | 6 Mar 13:20 2015
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La mucillagine e Mercatore

Qualche anno fa Giuseppe De Rita, presentando il 41° rapporto Censis 
propose la famosa espressione "mucillagine" per definire una società 
composta da tanti coriandoli che stanno l'uno accanto all'altro ma non 
stanno insieme.

All'epoca l'espressione non mi creava troppo 
turbamento: la mucillagine mi sembrava un fenomeno del tutto 
conseguente a quella che Bifo chiamava "la frattalizzazione" (altre 
volte della "cellularizzazione") del lavoro, ad opera del capitale. 
Fenomeno che era espressione della produzione di "modelli" di 
composizione sociale, progettati secondo una logica complessa, ma che 
trovavano nella nuova legislazione del lavoro una manifestazione 
empirica chiara e facilmente leggibile (cococo, lavori a chiamata, job 
sharing etc. si andavano ad affiancare ai lavoratori tradizionali, 
creando figure nuove, portatrici di interessi diversi, sottoposte a 
regimi diversi). Il tutto messo abilmente a "cuocere" nel pentolone del 
"jobless growth" (dei profitti senza lavoro), con cui il capitale 
continua ad alzare il gas tenendo il coperchio serrato sulla pentola.

Al confronto, un generatore di diversità come il movimento new global, 
almeno nelle sue forme più evolute (per esempio Rekombinant), poteva 
sembrare  una sorta di attrattore strano per singolarità altrimenti 
mucillaginose e disperse. Si creavano luoghi di resistenza e conflitto 
dove il caos sociale veniva declinato in processi di soggettivazione 
nuovi. Felix Guattari sosteneva con ragione, già nei primi anni '90, 
che le nuove forme di politica di classe dovevano avere questa capacità 
di differenziarsi, una sorta di biopolitica antagonista, una politica 
dell'esistenza immanente e materialisticamente radicata nell'hardware 
biologico, nel bios. In due parole, un politica neurogreen, che non si 
nascondeva l'imbarazzante presenza della meteria nella nostra mente. 
(Continue reading)

davidedepalo | 6 Mar 12:09 2015
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la targa di Emma Lazarus

«Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa - grida la statua con le
silenti labbra - Datemi i vostri stanchi,  i vostri poveri,  le vostre masse
infreddolite desiderose di respirare liberi,  i rifiuti miserabili delle vostre
coste affollate.  Mandatemi loro,  i senzatetto,  gli scossi dalle tempeste e
io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata. » (!) ;-Ddp
[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

purusa | 5 Mar 14:04 2015
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2015 I anno della guerra globlale contro la vita: poesia per l'8 marzo

una poesia di Eve Ensler, l’autrice dei “Monologhi della Vagina”  e fondatrice di One Billion Rising, tratta dal suo libro “Io sono Emozione”. 

Auguri di libertà fisica ed emotiva J a tutti!!!

La mia gonna corta
non è un invito
una provocazione
un’indicazione
che lo voglio
o che la do
o che batto.

La mia gonna corta
non è una supplica
non vi chiede
di essere strappata
o tirata su o giù.

La mia gonna corta
non è un motivo legittimo
per violentarmi
anche se prima lo era
è una tesi che non regge più
in tribunale.

La mia gonna corta, che voi ci crediate o no,
non ha niente a che fare con voi.

La mia gonna corta
è riscoprire
il potere dei miei polpacci
è l’aria fredda autunnale che accarezza
l’interno delle mie cosce
è lasciare che viva dentro di me
tutto ciò che vedo o incrocio o sento.

La mia gonna corta non è la prova
che sono una stupida
o un’indecisa
o una ragazzina manipolabile.

La mia gonna corta è la mia sfida.
Non vi permetterò di farmi paura.
La mia gonna corta non è un’esibizione,
è ciò che sono
prima che mi obbligaste a nasconderlo
o a soffocarlo.
Fateci l’abitudine.

La mia gonna corta è felicità.
Mi sento in contatto con la terra.
Sono qui. Sono bella.
La mia gonna corta è una bandiera
di liberazione nell’esercito delle donne .
Dichiaro queste strade, tutte le strade,
patria della mia vagina.

La mia gonna corta
è acqua turchese con pesci colorati che nuotano
un festival d’estate nella notte stellata
un uccello che cinguetta
un treno che arriva in una città straniera.

La mia gonna corta è una scorribanda
un respiro profondo
il casqué di un tango.
La mia gonna corta è
iniziazione, apprezzamento, eccitazione.

Ma soprattutto la mia gonna corta
con tutto quel che c’è sotto
è mia, mia, mia.

 

caosmosi@libero.it | 4 Mar 08:15 2015
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R: sostieni re/search. mappa di una città a pezzi

...mi sembra un progetto interessante per milano ma non solo... giro la comunicazione... ciao

----Messaggio originale----
Da:
Data: 03/03/2015 10.43
A: <caosmosi <at> libero.it>
Ogg:  sostieni re/search. mappa di una città a pezzi

Cari compagni e compagne, amici e amiche,

sto aiutando i compagni della casa editrice indipendente Agenzia X nella campagna di crowdfunding e nella redazione di "Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi", una guida alla Milano più vivace e ignorata dalla "segnaletica" ufficiale.

La realtà di Agenzia X – che di certo conoscete –  è davvero significativa e impegnata (pubblicano narrativa di ricerca, musica e cultura underground, saggi critici e impegnati, organizzano eventi di poesia contemporanea…),

...questa è la loro prima campagna di crowdfunding e questo è il link:

http://www.eppela.com/ita/projects/2640/research-milano

Per Re/search Milano sono state coinvolte molte intelligenze e sensibilità attorno a un progetto innovativo nei contenuti e negli obiettivi: dare visibilità alla Milano indipendente, che esiste e resiste nonostante gli stereotipi e i momenti di crisi. L'Expo si avvicina e far conoscere l'esistenza e la creatività dell'underground della metropoli a chi di Milano non è, serve a rafforzare le esperienze e a far nascere altre… magari anche in altre città. È una mappa che non fa il punto ma crea linee di fuga, evoluzioni, molteplicità…

In pratica vorrei chiedervi due piaceri, se volete e potete:

> sostenere la campagna, le ricompense che hanno predisposto sono davvero generose e divertenti (ci sarà anche una festa prima della distribuzione/lancio della Guida nelle librerie);

> aiutare la campagna di crowdfunding facendo girare la presentazione e la scheda del progetto ai vostri contatti.

> Vi ricordo infine che Re/Search Milano è un progetto aperto e in divenire che vuole avere un’evoluzione per future redazioni. Se hai idee, proposte, consigli per ampliare la nostra mappatura puoi scriverci a: press <at> agenziax.it


Grazie!

 

p.s. in allegato trovati alcuni approfondimenti





Attachment (ReSearchN2.docx): application/octet-stream, 362 KiB
Attachment (ReSearchN1.docx): application/octet-stream, 324 KiB
clochard | 3 Mar 21:41 2015
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SICUREZZA SUL LAVORO! KNOW YOUR RIGHTS "LETTERE DAL FRONTE" DEL 03/03/15

 
----- Original Message -----
 
 
 
 
 

SICUREZZA SUL LAVORO! KNOW YOUR RIGHTS “LETTERE DAL FRONTE” DEL 03/03/15

 

 

 

 

 

Invio a seguire e/o in allegato le “Lettere dal fronte”, cioè una raccolta di quelle mail che, tra le tante che ricevo, hanno come tema comune la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e dei cittadini e la tutela del diritto e della dignità del lavoro.

Il mio vuole essere un contributo a diffondere commenti, iniziative, appelli relativamente ai temi del diritto a un lavoro dignitoso, sicuro e salubre.

Invito tutti i compagni e gli amici della mia mailing list che riceveranno queste notizie a diffonderle in tutti i modi.

 

Marco Spezia

ingegnere e tecnico della salute e della sicurezza sul lavoro

Medicina Democratica

Progetto “Sicurezza sul lavoro! Know your rights”

e-mail: sp-mail <at> libero.it

Facebook: https://www.facebook.com/profile.php?id=100007166866156

Web Medicina Democratica: http://www.medicinademocratica.org/wp/?cat=210

 

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INDICE

 

Posta Resistenze posta <at> resistenze.org

DEMOCRAZIA SINDACALE IN FABBRICA

 

Elio Defrani e.defrani <at> ilnovese.info

TERZO VALICO, GLI AMBIENTALISTI: SULL'AMIANTO TIMORI FONDATI

 

Luigi Marino luigimarino2002 <at> yahoo.it

IN CORTEO A MILANO: IL LAVORO GRATIS E’ ILLEGITTIMO

 

Carlo  Marchi cama <at> libero.it

UN REBUS A MIRAFIORI: L'ESERCITO DI TUTE BLU INIDONEE PER IL SUV

 

Carlo Soricelli carlo.soricelli <at> gmail.com

GIA’ NOVE GLI AGRICOLTORI SCHACCIATI DAL TRATTORE DALL'INIZIO DELL'ANNO

 

Maria Nanni mariananni1 <at> gmail.com

SOLIDARIETÀ AI LAVORATORI PIAGGIO DI PONTEDERA E DELLE ALTRE AZIENDE IN LOTTA

 

Posta Resistenze posta <at> resistenze.org

JOBS ACT: LA SCHIAVITU’ E’ SERVITA

 

Sinistra Lavoro info <at> sinistralavoro.it

LA FERITA ALLA DEMOCRAZIA INFERTA DAL JOBS ACT

 

Clash City Workers cityworkers <at> gmail.com

PROCESSO ETERNIT, CONDANNA ANNULLATA

 

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From: Posta Resistenze posta <at> resistenze.org

To:

Sent: Thursday, February 19, 2015 2:08 AM

Subject: DEMOCRAZIA SINDACALE IN FABBRICA

 

Questa analisi riguarda lo stato attuale della democrazia sindacale in fabbrica dopo le modificazioni operate con gli accordi della triade sindacale con Confindustria.

Un primo elemento da valutare è la rilevanza di tali accordi sul piano legislativo. In parole più semplici dobbiamo rispondere alla domanda: ma gli accordi tra le parti possono, comunque, violare il disposto legislativo? Ancora più semplicemente: possono gli accordi tra la triade e Confindustria violare norme  della Legge 300 del 1970 meglio conosciuta come "Statuto dei lavoratori o, persino, la Costituzione?

La risposta scolastica sarebbe molto semplice: NO. Nessun accordo tra le parti può violare la legge o modificarla in quanto essa è fonte primaria dell'ordinamento  soggetta soltanto alle norme costituzionali o a legge posteriore abrogatrice e quindi, tantomeno violare o contrastare norme Costituzionali. (il concetto è molto semplificato ma non distorce la sostanza).

Vi è, però, un pericoloso e tuttora vigente, precedente che andrebbe ben analizzato e portato davanti alla Corte Costituzionale per i suoi macroscopici profili di illegittimità. Stiamo parlando dell'articolo 8 del Decreto Legge 138 del 2011 (Ministro del lavoro  l'ineffabile Sacconi) convertito in Legge 148 del 2011 il quale recita:

“Art. 8. Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità

1. I contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale da associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale ovvero dalle loro rappresentanze sindacali operanti in azienda ai sensi della normativa di legge e degli accordi interconfederali vigenti, compreso l'accordo interconfederale del 28 giugno 2011, possono realizzare specifiche intese con efficacia nei confronti di tutti i lavoratori interessati a condizione di essere sottoscritte sulla base di un criterio maggioritario relativo alle predette rappresentanze sindacali, finalizzate alla maggiore occupazione, alla qualità dei contratti di lavoro, all'adozione di forme di partecipazione dei lavoratori, alla emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitività e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all'avvio di nuove attività.

2. le specifiche intese di cui al comma 1 possono riguardare la regolazione delle materie inerenti l'organizzazione del lavoro e della produzione con riferimento:

a) agli impianti audiovisivi e alla introduzione di nuove tecnologie;

b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale;

c) ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato o flessibile, al regime della solidarietà negli appalti e ai casi di ricorso alla somministrazione di lavoro;

d) alla disciplina dell'orario di lavoro;

e) alle modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese Le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite IVA, alla trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio, il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio, il licenziamento della lavoratrice dall'inizio del periodo di gravidanza fino al termine dei periodi di interdizione al lavoro, nonché fino ad un anno di età del bambino, il licenziamento causato dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale e per la malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore ed il licenziamento in caso di adozione o affidamento.

2 bis. Fermo restando il rispetto della Costituzione, nonché i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro, le specifiche intese di cui al comma 1 operano anche in deroga alle disposizioni di legge che disciplinano le materie richiamate dal comma 2 ed alle relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro.

3. Le disposizioni contenute in contratti collettivi aziendali vigenti, approvati e sottoscritti prima dell'accordo interconfederale del 28 giugno 2011 tra le parti sociali, sono efficaci nei confronti di tutto il personale delle unità produttive cui il contratto stesso si riferisce a condizione che sia stato approvato con votazione a maggioranza dei lavoratori. analizziamo comma per comma questo mostro giuridico che sta alla base di tutta la legislazione devastante del diritto del lavoro e, soprattutto delle garanzie costituzionali, che è seguita”.

Il primo comma recepisce senza pudore e, anzi, con malcelata enfasi, il primo accordo della triade con Confindustria, che, come già avevamo ben chiarito con il nostro commento all'accordo del 10 Gennaio 2014, reintroduceva, in modo smaccatamente surrettizio, il comma 1 dell'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori  sulla rappresentanza sindacale  abrogato dal referendum popolare del 1995.

Non solo! il primo comma dell'articolo 8 della Legge 148 del 2011 sancisce che gli accordi aziendali e territoriali firmati dalla triade avranno valore “erga omnes” e cioè dovranno essere applicati a tutti i lavoratori siano essi aderenti o meno ad altro sindacato.

Qui si porrebbe l'annoso problema posto dall'art. 39 della Costituzione, mai attuato soprattutto per volere di CISL e UIL, e per condiscendenza  dalla CGIL, che, al quarto comma prevederebbe che i sindacati registrati hanno personalità giuridica e possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

Ma i sindacati, come sopra specificato, non hanno  mai accettato la registrazione per cui i loro accordi non hanno valore “erga omnes”,  ma vengono normalmente applicati a tutti  i lavoratori perchè Confindustria li applica a tutte le aziende a essa aderenti che sono la stragrande maggioranza nelle varie categorie del privato.

Ora, la novità introdotta dall'articolo 8 sta proprio nell'estensione “ex lege” dell'efficacia contrattuale “erga omnes”. Può una legge, fonte secondaria rispetto   alla normativa costituzionale, derogare in mancanza di una specifica riserva di legge? No, ecco una prima violazione costituzionale.

Nella seconda parte del primo comma dell'articolo 8 della Legge 148 del 2011, si  precisano le funzioni delle cosiddette "specifiche intese" che saranno oggetto della contrattazione.

Nel secondo  comma dell'articolo 8 della Legge 148 del 2011 si attua un ulteriore strappo al sistema vigente a quella data, attribuendo alla contrattazione  di prossimità e aziendale, cioè di secondo livello, la disciplina di materie che, da sempre, sono appannaggio della contrattazione collettiva nazionale perchè regolano i meccanismi dell'intero rapporto di lavoro compresi i licenziamenti.

Questo secondo comma è un regalo particolarmente ambito e gradito alla Cisl che da almeno quindici anni chiede di portare la contrattazione di secondo livello a sostituire quella di primo livello che dovrebbe rimanere una semplice "cornice", distruggendone così la forza e minando l'unità dei lavoratori. Potremmo dire che questi concetti ci chiariscono la metamorfosi involutiva del concetto di sindacato in cui viene abbandonato il profilo della rappresentanza a favore di quello più anodino della mediazione che trasformerà, in un prossimo futuro,  le associazioni sindacali, unitariamente considerate, in organismi di certificazione più formale che sostanziale dei singoli rapporti di lavoro in un  sistema in cui si tornerà alla norma della contrattazione individuale sempre meno standardizzata e all'eccezione della contrattazione collettiva seppure di secondo livello.

Ma torniamo all'analisi dell'articolo 8. Rimaniamo nel secondo comma per rilevare la portata devastante di questa disposizione legislativa e cioè l'affidamento alla contrattazione delle "specifiche intese" la disciplina anche dei licenziamenti individuali che scardina l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e che permetterà alla “ministrina piangente” Fornero di procedere allo smantellamento  quasi definitivo dell'articolo 18.  Per fortuna dell'incauto legislatore perchè, comunque, non avrebbe potuto considerarsi legittima, per semplice pattuizione delle parti la modifica delle disposizioni dell'articolo 18 della Legge 300 del 1970 per le motivazioni sopra specificate.

Ma il capolavoro  da azzeccagarbugli operato nell'articolo 8 è costituito dal comma 2 bis laddove si tende a chiarire senza alcun pudore, remora o  dubbio che:

“2-bis. Fermo restando il rispetto della Costituzione, nonché i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro, le specifiche intese di cui al comma 1 operano anche in deroga alle disposizioni di legge che disciplinano le materie richiamate dal comma 2 ed alle relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”.

Il diavolo e l'acqua santa! probabilmente Sacconi o chi per esso pensava già alle "larghe intese" facendo convivere la Costituzione con le deroghe che l'avrebbero violata.

Il terzo comma non fa che ribadire la centralità dell'accordo del 28 giugno tra la triade e Confindustria stabilendo un prima e un dopo come se fosse un riferimento storico epocale come avanti Cristo e dopo Cristo prevedendo che il dopo accordo, per quanto riguardava l'efficacia “erga omnes” della contrattazione precedente, salvo approvazione della maggioranza dei lavoratori, avrebbe costituito il nuovo corso    del diritto del lavoro.

Ci si può chiedere, a questo punto, chi abbia partorito un simile mostro, quali competenze sul piano giuridico avesse costui,  se fosse stato il caso  di gridare come a Roma "levateje er vino!"  o consigliare all'ineffabile di cambiare pusher, ma la domanda più sensata è: perchè questa mostruosità è legge firmata e sottoscritta nonché promulgata da un presidente della Repubblica che della Costituzione  e del suo rispetto dovrebbe essere garante?

E perché nessuno è riuscito a costruire un ricorso   di illegittimità costituzionale? Ma soprattutto: perchè è stata accantonata da tutti l'idea di chiedere un referendum di abrogazione di tale norma? Questo ce lo si poteva aspettare dalla triade per la quale l'articolo era stato concepito ma il silenzio assordante del resto della galassia delle sigle di base e dei vari movimenti e partitini  che le sostengono o resti di antiche formazioni della sinistra è scandaloso.

Soprattutto perchè non hanno capito che questa disposizione era il pilastro portante di tutto ciò che sarebbe venuto dopo dalla Fornero a Renzi che su questo pilastro hanno costruito lo smantellamento totale dello Statuto  e dell'intero impianto del diritto del lavoro culminato nella controriforma del lavoro (che mi  rifiuto di chiamare Jobbs Act per rispetto alla lingua italiana e alla sostanza delle cose).

La mia analisi proseguirà con lo Statuto dei lavoratori e con approfondimento del rapporto tra Costituzione e lavoro. alla prossima puntata.

Saluti comunisti.

 

Gigliola Corradi

Scudo Legale Popolare

17/02/15

 

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From: Elio Defrani e.defrani <at> ilnovese.info

To:

Sent: Sunday, February 22, 2015 10:20 AM

Subject: TERZO VALICO, GLI AMBIENTALISTI: SULL'AMIANTO TIMORI FONDATI

 

"Il pericolo amianto per i cantieri del Terzo Valico di Voltaggio e Fraconalto c'è, e la parte del Protocollo Amianto dedicato alla gestione in sicurezza dello smarino attende da un anno l'approvazione". A sostenerlo l'associazione AFA, Amici delle Ferrovie e dell'Ambiente, a proposito dei dati resi noti dall'Arpa l'altro ieri, secondo cui solo in 4 campioni su 38 sono state rilevate fibre d'amianto (in quantità inferiore alla soglia d'attenzione di 1 fibra per litro d'aria).

"Apparentemente questo dato dovrebbe tranquillizzare le popolazioni rispetto ai rischi per la salute, ma questa invece è la dimostrazione che i nostri timori sono fondati", dice l'AFA. "Queste analisi dimostrano che l'amianto c'è e lo smarino [la terra di risulta degli scavi dei tunnel NDR] viene sparpagliato per tutta la provincia, nel mancato rispetto di piano del

traffico e piano cave", affermano ancora i rappresentanti dell'associazione ambientalista.

Intanto il terzo capitolo del Protocollo Amianto, chiamato dagli addetti ai lavori "Protocollo D'Angelo" in quanto redatto dal responsabile del Centro Amianto dell'ASL, Massimo D'Angelo, attende da un anno l'approvazione.

"Intanto COCIV continua a scavare senza che si sappia come dovrà comportarsi in caso di ritrovamenti effettivi con concentrazioni rilevanti che potrebbero verificarsi in qualunque momento", dicono da AFA.

Il Protocollo D'Angelo prevede che anche lo smarino contenente amianto con soglie inferiori a 1 fibra per litro venga gestito in modo differente dal comune smarino, poiché potrebbe essere comunque pericoloso per la salute della popolazione.

In particolare, partendo dall'accumulo all'interno del cantiere, al trasporto e al confinamento definitivo, dovrebbero essere attuate misure idonee a impedire la dispersione di fibre nell'ambiente circostante.

21/02/15

 

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From: Luigi Marino luigimarino2002 <at> yahoo.it

To:

Sent: Monday, February 23, 2015 5:40 PM

Subject: IL LAVORO GRATIS E’ ILLEGITTIMO

 

Ricevo e inoltro il comunicato di Giorgio Cremaschi e Carlo Gugliemi per il Forum Diritti/Lavoro, in cui si chiede l’intervento delle autorità ispettive sul lavoro gratis a Expo.

Luigi Marino

 

IL LAVORO GRATIS E’ ILLEGITTIMO: LE AUTORITA’ ISPETTIVE DEVONO INTERVENIRE

Parteciperemo alla manifestazione del 28 Febbraio a Milano contro il Jobs Act, contro  il lavoro gratis per Expo 2015 e per difendere il valore del Primo Maggio dalle minacce del governo Renzi.

Saremo in corteo e in piazza della Scala perché è il momento di far sentire la voce del lavoro che intende resistere al più grave attacco ai suoi diritti e a quelli sociali dal 1945 ad oggi.

Oggi sono in discussione anche le più elementari norme giuridiche e contrattuali, compresa quella che a una prestazione di lavoro deve corrispondere una retribuzione.

L'incredibile accordo sindacale sottoscritto da CGIL, CISL e UIL che autorizza il lavoro gratis non autorizza in alcun modo una pratica completamente illegittima.

EXPO 2015 è una fonte di affari e speculazioni, anche perseguite dalla Magistratura, è una gigantesca impresa commerciale nella quale gli unici a non ricevere nulla saranno le persone che la faranno funzionare.

Il lavoro gratis all'EXPO 2015 viola leggi e contratti sul piano salariale, normativo, contributivo, su quello della sicurezza del lavoro.

Tutte le autorità ispettive pubbliche devono intervenire essendo passibili in caso contrario di omissione di atti di ufficio. E in questo caso toccherà alla Magistratura sul piano civile e anche penale intervenire.

Preannunciamo quindi una vasta iniziativa legale a tutela del lavoro che di volontario non ha nulla e che pertanto deve essere retribuito e normativamente tutelato. Il modello EXPO 2015 di supersfruttamento del lavoro,esaltato da governo e Confindustria, non deve passare.

Giorgio Cremaschi e Carlo Guglielmi

NOTA TECNICA

Il lavoro volontario trova nella legge quadro del 11 agosto 1991, n. 266 il proprio punto di riferimento nel nostro ordinamento. In particolare la legge prevede all’articolo 2 che “per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l'organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà”.

All’articolo 3 la legge prevede che “è considerato organizzazione di volontariato ogni organismo liberamente costituito al fine di svolgere l'attività di cui all'articolo 2, che si avvalga in modo determinante e prevalente delle prestazioni personali, volontarie e gratuite dei propri aderenti”.

E la Giurisprudenza ha da sempre affermato che “nel nostro ordinamento, ogni attività oggettivamente configurabile come prestazione di lavoro si presume effettuata a titolo oneroso” (Sentenza n. 1833 del 2009 della Corte di Cassazione Civile Sezione Lavoro) e che “non è sufficiente il nomen iuris di volontario per escludere la sussistenza di un rapporto di lavoro” (Sentenza n. 12964 del 2008 della Corte di Cassazione Civile Sezione Lavoro e Sentenza n. 1833 del 2009 della Corte di Cassazione Civile Sezione Lavoro)

Da ciò si rileva come giammai la società EXPO 2015 potrà attivare direttamente rapporti di volontario non essendo certo essa un ente solidaristico, tanto meno avvalendosi la stessa “in modo determinante e prevalente delle prestazioni personali, volontarie e gratuite dei propri aderenti”.

Ma ugualmente non potrà ricorrere all’intermediazione di associazioni di volontariato, stante nel presente caso l’assoluta assenza dei necessari “fini di solidarietà” imposti dalla legge visto l’applicazione dei volontari a un evento esclusivamente orientato a fini di lucro.

Va altresì ricordato come secondo quanto indicato all’allegato 5 dell’Accordo sindacale del luglio 2013, le mansioni dei volontari saranno: “accogliere i visitatori all’ingresso, indirizzare verso le biglietterie e le aree di prenotazione, dare informazioni, distribuire materiali”. Si tratta all’evidenza di compiti afferenti alla tradizionale assistenza fieristica, disciplinari dal Contratto Collettivo di Lavoro e perfettamente sovrapponibili a quelle dei lavoratori subordinati. Al riguardo la già citata Sentenza di Cassazione n. 12964 del 2008, ha rilevato come quando i “volontari” formalmente inseriti in una cooperativa in realtà risultano “di fatto sostanzialmente prestanti la loro attività per il comune nell'ambito delle attività istituzionali del comune medesimo”, si configura l’interposizione illecita di mano d’opera. Qualunque attuazione che EXPO 2015, pertanto, vorrà dare alle previsioni di cui all’allegato 5 dell’Accordo sindacale del luglio 2013, essa condurrà in ogni caso alla costituzione di un rapporto di lavoro subordinato con il riconoscimento ai “volontari” della retribuzione e di tutte le altre indennità e tutele previste dalla legge e dalla contrattazione collettiva.

E, in ogni caso, condurrà all’accollo a EXPO 2015 di ogni ulteriore conseguenze sanzionatoria e risarcitoria prevista dalla legge da cui la responsabilità, anche personale, dei suoi dirigenti per danno erariale stante la natura comunque pubblicistica dello stesso.

 

Diritti Lavoro

e-mail: info <at> forumdirittilavoro.it

 

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From: Carlo  Marchi cama <at> libero.it

To:

Sent: Sunday, February 22, 2015 10:20 AM

Subject: UN REBUS A MIRAFIORI: L'ESERCITO DI TUTE BLU INIDONEE PER IL SUV

 

Sono 1.500 operai con "ridotte capacità lavorative". Difficile trovare un posto per loro sulle future linee Maserati.

Chiarle (FIM): "Avevo proposto la mobilità alle Carrozzerie proprio per evitare nodi come questi".

Bellono (FIOM): "Il recente accordo di SKF, con pensionamenti incentivati dal contributo dell'azienda, potrebbe essere un esempio da seguire"

Li chiamano "RCL", perché spesso, in tutti i luoghi di lavoro, i problemi diventano una sigla.

Sono i 1.500 dipendenti a "ridotte capacità lavorative" che fanno parte degli organici delle Carrozzerie di Mirafiori. Persone che decenni di linea di montaggio hanno reso inidonee a svolgere tutte o anche solo alcune attività.

Cinquecento di questi dipendenti sono talmente segnati dalla malattia che sarà difficile trovare loro un posto lungo le catene di montaggio che si stanno montando in questi mesi in corso Tazzoli.

La cassa integrazione ha nascosto per anni il problema. Ma oggi che si prevede la ripresa produttiva, la questione sta diventando urgente: come utilizzare gli "RCL"? E, se si riuscirà a non farli lavorare lungo la linea, quante persone dovranno essere assunte per riempire gli organici?

"Per i casi più difficili sarebbe necessario modificare la legge Fornero" - dice Federico Bellono, segretario della FIOM torinese.

"Avremmo forse dovuto agire prima del 31 dicembre scorso, perché dal 1 gennaio non è più possibile utilizzare scivoli verso la pensione" - spiega Claudio Chiarle, numero uno della FIM CISL.

Il problema degli organici e dell'alta percentuale di lavoratori inidonei si riassume in poche cifre. I dipendenti delle Carrozzerie sono poco più di 5.000. A questi vanno aggiunti 200 dipendenti dell'ex ITCA, l'azienda di stampaggio acquistata dalla FCA.

In tutto, un organico di circa 5.300 dipendenti. Una parte significativa, circa 1.800, è attualmente utilizzata a Grugliasco sulle linee della Maserati. "E noi contiamo che restino tutti a Grugliasco, perché in caso contrario saremmo di fronte a un calo produttivo della Maserati" -  dice Chiarle.

"É vero però” - aggiunge Bellono - “che dei 1.800 migrati da Mirafiori a Grugliasco, circa 700 sono rimasti nel libro matricola di Mirafiori".

In ogni caso, se tutti 1.800 rimanessero davvero in corso Allamano, l'organico di Mirafiori scenderebbe a 3.500 dipendenti. Di questi almeno 1.500 cominceranno a lavorare in autunno sulla linea del Levante, il nuovo SUV della Maserati.

Rimangono senza lavoro 2.000 dipendenti destinati alla casa integrazione fino a fine 2016. Il problema è che di quei 2.000 ben 1.500 hanno varie forme di inidoneità e 500 sono praticamente inutilizzabili su una linea di montaggio. Quando, a fine 2016, dovrebbe partire la linea delle ammiraglie e dei SUV Alfa Romeo, l'azienda avrà dunque problemi a occupare tutte le postazioni.

Questo spiega perché da tempo comincia a circolare l'ipotesi di nuove assunzioni anche a Mirafiori. Ma questo non risolve l'altro problema: come utilizzare i 1.500 inidonei?

Nei casi più gravi si tratta spesso di lavoratori che soffrono di malattie professionali come il tunnel carpale, una infiammazione ai nervi del polso che può arrivare a rendere inutilizzabili le dita della mano. Sono le malattie da sforzo ripetuto su cui anche la Magistratura torinese aveva aperto un'indagine negli anni scorsi. A Mirafiori l'inchiesta si era conclusa con il patteggiamento dei dirigenti e decine di risarcimenti ai dipendenti.

Ora si pone il problema del futuro degli inidonei.

"Nei mesi scorsi”  -  ricorda Chiarle  -  “avevo proposto di aprire la mobilità alle Carrozzerie. In quel caso si sarebbe potuto utilizzare il meccanismo dello scivolo verso la pensione per i molti che oltre ad essere inidonei sono anche in età avanzata. In questo modo si sarebbero potuti pensionare circa 200 dipendenti. Quella possibilità si è però chiusa il 31 dicembre scorso. Capisco che aprire la mobilità a Mirafiori avrebbe creato un problema di immagine ma ora rimangono irrisolte le questioni di sostanza".

"Non sarà facile risolvere il problema”  -  riconosce Bellono  -  “anche se si potrebbero studiare forme di pensionamento incentivato con il contributo dell'azienda, come è previsto, ad esempio, da recente accordo firmato all'SKF. Certo, in questo caso i numeri sono molto più alti".

Una ulteriore possibilità sarebbe quella di utilizzare una parte dei lavoratori inidonei in lavorazioni non direttamente legate al ritmo della linea. Ma quanti posti di quel tipo saranno disponibili nella Mirafiori che avrà ripreso a funzionare a pieno ritmo?

 

di Paolo Griseri

24 febbraio 2015

 

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From: Carlo Soricelli carlo.soricelli <at> gmail.com

To:

Sent: Wednesday, February 25, 2015 9:27 AM

Subject: GIA’ NOVE GLI AGRICOLTORI SCHACCIATI DAL TRATTORE DALL'INIZIO DELL'ANNO

 

Ai ministri interessati riproponiamo la stessa mail che abbiamo mandato loro il 28 febbraio 2014, sperando che quest'anno s'interessino di queste tragedie.

 

Agli spettabili Primo Ministro Renzi, Ministro del Lavoro Poletti, delle Politiche Agricole Martina e per conoscenza al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Un agricoltore di sessantasette anni è rimasto schiacciato dal trattore in Provincia di Ascoli Piceno. Sono già nove dall'inizio dell'anno gli agricoltori morti così atrocemente. La carneficina è cominciata prima del previsto. Ma tra poche settimane inizierà la strage che ogni anno si rivelerà puntuale senza che nessuno faccia niente. Ricordiamo ancora una volta che il Ministro dell'Agricoltura, il Ministro del lavoro e il Primo Ministro dovrebbero interessarsi di queste tragedie che hanno visto morire in modo così atroce 152 agricoltori nel 2014 e 142 da quando il 28 febbraio 2014 abbiamo mandato loro una mail per sensibilizzarli su queste tragedie e di fare una campagna informativa sulla pericolosità del mezzo, oltre che stanziare un po’ di soldi per la messa in sicurezza dei vecchi trattori.

Senza ottenere nessuna risposta.

Rispediamo alle segreterie di questi ministri la stessa mail del 28 febbraio 2014 sparando che questa volta s'interessino di queste tragedie.

All'EXPO si parlerà anche di questa eccellenza italiana? Noi faremo di tutto per sensibilizzare e quel giorno porteremo il lutto al braccio il giorno dell'inaugurazione che è anche la Festa dei lavoratori, invitando tutti a farlo anche all'EXPO.

Complessivamente dall'inizio dell'anno a oggi sono morti sui luoghi di lavoro 65 lavoratori e sono già stati superati i morti dei primi due mesi del 2014 che erano 63.

Ricordiamo che sui luoghi di lavoro nel 2014 abbiamo avuto  complessivamente +12,5% rispetto al 2013.

 

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From: Maria Nanni mariananni1 <at> gmail.com

To:

Sent: Wednesday, February 25, 2015 2:27 PM

Subject: SOLIDARIETÀ AI LAVORATORI PIAGGIO DI PONTEDERA E DELLE ALTRE AZIENDE IN LOTTA

 

Come ferrovieri del Coordinamento Autorganizzato dei Trasporti della Toscana esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori della Piaggio di Pontedera mobilitati contro il gravissimo atto intimidatorio della Direzione che nelle scorse settimane ha inviato a circa 40 lavoratori lettere per le assenze da malattia.

Dal comunicato Rsu Fiom Piaggio:

"A un quarantina di lavoratori la Piaggio ha inviato lettere che in pratica minacciano il licenziamento se non ridurranno il numero delle loro assenze per malattia. Ai lavoratori non viene imputata alcuna violazione contrattuale, né vengono contestate le motivazioni delle singole assenza. Semplicemente, la Piaggio dichiara la sua determinazione a licenziare chi non si adegui a criteri di produttività e a rapporti di affidabilità decisi dall’azienda. L’obiettivo della Piaggio non può certo essere quello di recuperare qualche giornata lavorativa da poche decine di dipendenti. Lo scopo reale delle minacce dell’azienda è di intimidire non quaranta, ma noi tutti tremila lavoratori Piaggio. Toglierci le certezze contrattuali, farci sentire alla mercé del potere dell’azienda, indebolire la capacità di resistenza e di contrasto che abbiamo mostrato in questi anni. In particolare viene contestato uno dei diritti contrattuali decisivi per la vita di tutti i giorni, e cioè quello relativo alle assenze per malattia, in un quadro di diffusione crescente, tra i lavoratori Piaggio, delle patologie generate dagli aumenti dei ritmi di lavoro negli ultimi anni".

Importante e immediata è stata la reazione dei lavoratori e di molte RSU, con uno sciopero nei giorni scorsi che si è esteso dalla Piaggio alla GKN, alla SAME, alla CSO e altre aziende.

A tutti loro va il nostro sostegno, consapevoli che la mobilitazione contro questo attacco rappresenta il vero ostacolo all'obiettivo padronale di estendere tali atti intimidatori ai lavoratori di ogni settore, in ogni azienda e luogo di lavoro.

 

18 febbraio 2015

Coordinamento Autorganizzato Trasporti Toscana

mail: toscana <at> associazionecat.it

web: www.associazionecat.it

via del Romito 2/B/rosso

50134 Firenze Tel./fax. 055/0502562

 

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From: Posta Resistenze posta <at> resistenze.org

To:

Sent: Thursday, February 26, 2015 1:21 AM

Subject: JOBS ACT: LA SCHIAVITU’ E’ SERVITA

 

Un governo nemmeno legittimato da elezioni ha finalmente legiferato l'editto che, un po' scherzando, forse non del tutto giusti, ma quasi niente sbagliati, potremmo denominare  "Misure attuative per l'intensificazione massima della condizione servile sul luogo di lavoro e per la definitiva primazia del solo potere economico sulla vita delle persone".

C'è poco da ridere, però.

A ben vedere, quella definizione non è uno scherzo.

A pensarci bene le cose stanno proprio così.

Qualche settimana fa ci eravamo espressi sulle prime bozze dei Decreti legislativi che fuoriuscivano dalla fucina governativa:

http://www.resistenze.org/sito/te/pr/la/prlafa26-015688.htm.

Tutti i rilievi appaiono confermati.

Anzi, è molto peggio. L'editto dello sceriffato renziano, preceduto dalla benedizione papale di centrali burocratiche capitaliste come l'OCSE, costituisce, come abbiamo detto il più grande paio di manette con guinzaglio messo ai piedi dei lavoratori italiani. Vedi:

http://www.resistenze.org/sito/os/ip/osipfb18-015831.htm.

Vale riassumere qui le principali perle del nuovo testo.

Sono del tutto confermati i rilievi che avevamo già compiuto nell'esame della prima bozza.  Alcuni li ripeteremo, perchè giova sempre aver di fronte la carta di identità del male.

Gli altri nuovi li serviamo così come ce li hanno portati dalla cucina dei padroni: freddi.

Una sola premessa: nello stile del sceriffato governativo, abbiamo usato anche noi dei simpatici slogan inglesi per riassumere i vari coltelli della macelleria sociale.

Va di moda farlo, ci dicono, e noi cominciamo ad adeguarci: se tu copri la verità con una bugia semplice, noi bruciamo la menzogna con una semplice verità.

FREE FIRING OVVERO LICENZIAMENTO LIBERO (ARTICOLO 3, COMMA 1)

Al di là dei rari casi di licenziamento nullo o discriminatorio (quasi nessun datore cascherà mai in questa trappola), se il giudice rileva l'assenza della giusta causa o del giustificato motivo oggettivo o  soggettivo di licenziamento, non potrà mai reintegrare il lavoratore nel proprio posto di lavoro, ma tutt'al più lo condannerà a un'indennità risarcitoria di due mensilità per ogni anno di servizio (mai inferiore a quatto e mai superiore a ventiquattro). Tale indennità non è nemmeno assoggettata alla contribuzione previdenziale! Insomma, il padrone si inventa una giusta causa o un giustificato motivo soggettivo e mal che gli vada vi caccia via con poche lire, al massimo per quelli più anziani, con due anni di stipendio sui quali nemmeno ci paga l'INPS. Per le piccole imprese l'obolo è dimezzato e comunque non può superare sei mensilità! Questa è la via più facile per silurare un lavoratore. Più facile, meno costoso, più veloce che in passato. Perchè inventarsi chissà quale motivazione quando questo è il rischio di capitale per liberarsi di manodopera scomoda, cosciente, non disponibile a portare le manette.

WEAK WORKER IN COURT OVVERO SENZ'ARMI NELL'ARENA, L'ONERE DELLA PROVA INCOMBE SUL LAVORATORE (ARTICOLO 3, COMMA 3)

Rimane confermata quella che definimmo la summa della macelleria sociale in tema di diritto del lavoro. L'onere della prova dell'assenza della giusta causa, giustificato motivo soggettivo (GMO) è oggi a carico del lavoratore, non applicandosi agli ordinari casi di “easy or free firing” l'articolo 7 della legge 604/66. Lì si stabiliva  l'inversione dell'onere della prova a favore del lavoratore in caso di licenziamento e ciò compensava la debolezza strutturale del lavoratore in giudizio; per lui è sempre difficile provare con i possibili testi colleghi di lavoro, ancora sotto lo stivale (sempre più chiodato con l'editto renziano) del padrone e sempre più resti a testimoniare contro di lui. L'articolo 7 della Legge 604/66 era un tampone all'abuso dominante della classe datoriale. Neutralizzava il sopruso. Oggi il sopruso è di nuovo servito.

NO JUDGE IN FIRM: EVERY SANCTION IS GOOD OVVERO IL GIUDICE NON PUO’ VALUTARE LA PROPORZIONALITA’ DELLA SANZIONE DISCIPLINARE

Come avevamo preannunciato, nei casi di licenziamento disciplinare per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo, la reintegra sarà concessa solo se sarà materialmente dimostrata in giudizio l'insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore. Se il fatto materiale sussiste, ma è di scarsa rilevanza (cinque minuti di ritardo) e poteva essere applicata una sanzione conservativa (il richiamo, la multa), al giudice viene proibito in ogni caso di valutare il reintegro. La situazione crea disparità con la disciplina ante Jobs Act: anche per la disciplina Fornero, in tal caso poteva essere previsto il reintegro. La possibilità di reintegro in caso di dimostrazione dell'insussistenza materiale del fatto posto alla base della motivazione di licenziamento è prevista con riferimento solo alla giusta causa e al giustificato motivo soggettivo, ma non con riferimento ad un fatto insussistente che sia posto alla base di un giustificato motivo oggettivo. Ad esempio una crisi aziendale che si riveli falsa o insussistente. In questo caso, diversamente dagli altri due, non è previsto il reintegro. Questo è un altro “commodus discessus” per il padrone, il quale ha oggi diversi tasti da schiacciare per espellere chi non gli aggrada, su alcuni nemmeno il giudice può più metter becco. dal Tribunale del lavoro il lavoratore diventa quindi soggetto alla corte del padrone.

NO TRADE UNION IN FIRM: EASY MASS FIRING OVVERO LICENZIAMENTO COLLETTIVO SENZA SINDACATI: L'ULTIMO SCHIAFFO AL SONNO SINDACALE (ARTICOLO 10)

Dice l'articolo 10: (Licenziamento collettivo) “In caso di licenziamento collettivo ai sensi degli articoli 4 e 24 della Legge 23 luglio 1991, n. 223, intimato senza l'osservanza della forma scritta, si applica il regime sanzionatorio di cui all'articolo 2 del presente Decreto. In caso di violazione delle procedure richiamate all'articolo 4, comma 12, o dei criteri di scelta di cui all'articolo 5, comma 1, della legge n. 223 del 1991, si applica il regime di cui all'articolo 3, comma 1."

In una parola: licenziamenti di massa facili come bere un bicchier d'acqua. Non sarà più possibile annullarli se non in un solo caso: che non siano intimati con la forma scritta. Almeno la carta! Raccomanda lo sceriffo. Diventa difficile ipotizzare un padrone che non faccia fatica a buttare giù due righe per liberarsi di duecento o trecento anime, ma tant'è! Se invece viola le procedure di cui all'articolo 4 comma 12 della Legge 223/91, il giudice potrà applicare solo una sanzione pecuniaria, quella per il licenziamento facile. Quali sono queste procedure? Quelle che prevedono la comunicazione degli esuberi ai sindacati e l'intervento della trattativa con questi ultimi nell'attuazione del licenziamento collettivo. (1)

L'imprenditore potrà evitarla corrispondendo la piccola somma di denaro di cui all'articolo 3 comma 1. Ridicola per le grandi imprese. Il Marchionne di turno potrà infischiarsene, dietro  pagamento dello stesso obolo, anche della gerarchia dei criteri legislativi di scelta degli esuberi (carichi di famiglia, anzianità, esigenze aziendali).

Questa è la vera chicca: il giusto regalo a tutte quei vertici di burocrazia sindacale che sino a oggi hanno tenuto nel sonno i lavoratori, e a quelle opposizioni del re che pretendono di superare la contraddizione capitale/lavoro nelle fanfaluche della "onestà" e della "legalità". Potremmo anche chiamarlo "raccogli ciò che semini": il risultato di non aver promosso sin dall'insediamento dello sceriffo confindustriale una dura stagione di scioperi e non aver scoperto ai lavoratori la faccia del vero nemico e responsabile della crisi: il capitalismo, l'anarchia produttiva assassina e sprecona della sua competizione drogata: un campionato con molti morti che alla fine lascia vincenti solo i più ricchi.

Anche il sindacato sonnolente e concertativo è messo in un angolo con lo sdoganamento dei licenziamenti di massa a basso costo. Cosa mai discuterà e scriverà la CGIL sul cofano dei suoi "camper della legalità"? La legge della nuova schiavitù? (2)

Chi, ancora oggi non si è reso conto dell'enorme colpo di coltello vibrato al fegato della classe operaia si svegli o si metta da parte. E' ora di smettere i panni del collaboratore aziendale e rispolverare l'unica arma che la classe lavoratrice ha mai avuto al suo servizio: la dura lotta di classe. E' ora di organizzarla domani, abbandonando chi pretende ancora di succhiare riforme incassando sconfitte. Faccio mie le parole di Dimitri Koutsoumpas, segretario del Partito Comunista di Grecia: "Non può esserci una linea politica a favore del popolo con i capitalisti al potere".

E' tempo di trovarci nei sindacati e nelle forze politiche più combattive per tracciare una linea di dura lotta, sull'esempio della lunga marcia intrapresa contro il TAV, anche per il Jobs Act possono valere le stesse parole: "fermarlo si può", ma non si può più perdere tempo con chi ha architettato e perseguito il disarmo ideologico e politico dei lavoratori, con chi ha sfrattato la contraddizione tra capitale e lavoro, con chi ha costruito un'alternativa politica completamente aliena dalle reali contraddizioni di classe, fondata sul complottismo della corruttela politica e degli sprechi, sulla mistica della legalità e della necessità di abolire le distinzioni persino tra destra e sinistra, figuriamoci tra capitale e lavoro.

Oggi, attraverso pochi tratti di "legalità", la schiavitù è servita. La nostra risposta non può più essere il silenzio o peggio il sonno, ma il famoso "brocardo": "sarà ancora più dura"! Nella lotta contro questa barbarie non abbiamo più nulla da perdere se non queste inumane catene.

 

21/02/14

Enzo Pellegrin

Fronte Unitario dei Lavoratori

Responsabile nazionale dello Scudo Legale Popolare

 

NOTE

(1)

Il licenziamento collettivo, può essere adottato dall'imprenditore in presenza delle due seguenti condizioni, previste dalla Legge 223/91: 

1) quando l' imprenditore, che ha già in atto sospensioni dal lavoro con intervento della Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria, ritenga di non poter attuare il risanamento o la ristrutturazione necessari al superamento della Cassa;

2) quando l'imprenditore, che occupi più di 15 dipendenti, intenda licenziare almeno 5 lavoratori, nell'arco di 120 giorni, in conseguenza di una riduzione o di una trasformazione di attività o di lavoro, o quando lo stesso intenda cessare l'attività.

In entrambi i casi è prevista una specifica procedura prevista dalla legge, informando preventivamente le Rappresentanze Sindacali Aziendali e i Sindacati maggiormente rappresentativi. L’imprenditore deve informarli sui motivi che impediscono l'adozione di strumenti alternativi al licenziamento e le misure eventualmente programmate per ridurne l'impatto sociale. A richiesta del sindacato, dovrà seguire un esame congiunto, all'esito del quale le parti possono raggiungere un accordo, che individui, tra l'altro, i criteri di scelta dei lavoratori da licenziare in maniera diversa da quelli indicati dalla legge (carichi di famiglia, anzianità, esigenze aziendali).

Le violazioni della procedura sindacale comportano l'inefficacia del licenziamento, con obbligo di reintegrare i lavoratori nei rispettivi posti di lavoro.

La giurisprudenza aveva anche definito ulteriori aspetti procedurali, quali la mancata segnalazione all'Ufficio Provinciale del Lavoro e Massima Occupazione dei criteri di scelta applicati, che generano la nullità dei licenziamenti.

Tale obbligo è stato poi confermato dalla Legge 92/12  che ha anche previsto che tale comunicazione debba essere inviata entro sette giorni dai licenziamenti. Peraltro, la stessa legge prevede  la possibilità di sanare a ogni effetto di legge nell'ambito di un accordo sindacale eventuali vizi di comunicazione.

Oggi tutto ciò è evitabile con una piccola somma di danaro.

(2)

Il testo emanato dal Consiglio dei Ministri “Schema di Decreto legislativo in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183 Recante disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti” è scaricabile all’indirizzo:

http://www.governo.it/governoinforma/documenti/cdm_20141224/JobsAct_20141224.pdf

 

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From: Sinistra Lavoro info <at> sinistralavoro.it

To:

Sent: Thursday, February 26, 2015 5:04 PM

Subject: LA FERITA ALLA DEMOCRAZIA INFERTA DAL JOBS ACT

 

Il duro colpo inferto alla democrazia è costituito dal fatto che con la Legge di riforma del mercato del lavoro n. 183 del 2014, il Jobs Act, e soprattutto con lo “Schema di Decreto legislativo recante disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti”, viene meno il senso più profondo della parola democrazia, intesa quale equilibrio tra i poteri che hanno a garanzia un contrappeso.

Equilibrio che passa dal rapporto tra poteri pubblici e cittadini, tra chi governa e chi è governato, e tra questi e il potere giudiziario.

Purtroppo la legge di riforma sembra invece essere dominata dalle “universali e naturali leggi del mercato”, che conducono a valutazioni e reazioni radicalmente diverse.

La nostra bellissima carta costituzionale ha posto proprio nel primo articolo un’equazione tanto semplice quanto rivoluzionaria: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Le comunità umane che non si fondano sul lavoro non possono che fondarsi su rendite e privilegi e quindi non possono essere democratiche.

Con la legge 300 del 20 maggio 1970 in poi abbiamo conosciuto il significato della dignità del lavoro e del lavoratore proprio grazie ai principi di democrazia che lo Statuto dei lavoratori e la coscienza collettiva costruita con decenni di lotte sindacali hanno portato dentro ai luoghi di lavoro, rendendo il lavoratore un cittadino libero e non asservito al potere esercitato dal datore di lavoro, stabilendo i fondamenti di una nuova “democrazia economica” arrivando a introdurre il concetto di “impresa responsabile.

Il lavoro in sé è democrazia perché si inserisce nella società, si impone quale principale mezzo di affrancamento dell’uomo dalla necessità e dal bisogno. Questa condizione consente al lavoratore di affrontare con dignità le esigenze via via più complesse che la vita presenta.

Tali valori sono affermati nella carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (avente piena efficacia giuridica in quanto recepita nel trattato di Lisbona), che nell’imporre solennemente in apertura l’inviolabilità della dignità umana (articolo 1), statuisce il divieto del lavoro in condizioni di schiavitù (articolo 5), il diritto dei lavoratori all’informazione e alla consultazione nell’ambito dell’impresa (articolo 27), il diritto alla contrattazione collettiva e allo sciopero (articolo 28), il diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato (articolo 30) e infine il diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose (articolo 31).

Il nesso inscindibile tra democrazia e lavoro è patrimonio acquisito dell’ordinamento giuridico italiano da oltre quarant’anni. Dal feudale obbligo di fedeltà e ubbidienza del lavoratore al proprio padrone prescritto di fatto dagli articoli 2104, 2105 e 2106 del Codice Civile si è passati con lo Statuto dei lavoratori al dovere di mutuo, reciproco e paritario rispetto.

Ma dall’articolo 7 dello Statuto (con precisi limiti all’esercizio del potere disciplinare) e dall’articolo 18 (con stringenti vincoli al potere del datore di lavoro di porre fine al rapporto licenziando, attraverso l’obbligo di reintegra) e quindi della possibilità di dequalificare in ogni momento il lavoratore adibendolo anche a mansioni produttive inferiori, si è arrivati alla irriducibilità del patrimonio professionale del lavoratore affermato dall’articolo 13 dello Statuto. Così come dalla libertà totale di vigilanza sul lavoratore con apparecchi audiovisivi, si è giunti a stringenti limiti nell’utilizzo della videosorveglianza così come prescritto dall’articolo 4 dello Statuto.

Con il Jobs act e in particolare con la Delega in materia di lavoro indeterminato a “tutele” crescenti il valore della democrazia fondata sul lavoro viene meno, così come viene meno il ruolo della Magistratura impedita a esercitare quel contrappeso nella regolazione dei rapporti tra due cittadini: lavoratore e datore di lavoro, a totale beneficio del secondo.

Nei provvedimenti traspare in modo evidente la sfiducia verso il lavoratore e si riconosce, sulla base delle mere esigenze dell’organizzazione produttiva, il vero e proprio “diritto di licenziare” da parte del datore di lavoro, depotenziando enormemente la possibilità da parte del lavoratore di riacquistare il proprio lavoro anche a fronte di licenziamenti illegittimi.

Infatti, la reintegra prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ha costituito l’elemento deterrente consentendo il valore della democrazia nei luoghi di lavoro. Oggi tale valore è venuto meno per i lavoratori nuovi assunti, creando una ulteriore frattura nel mondo del lavoro.

E così è venuta meno l’idea di sospendere l’articolo 18 per i primi tre anni per poi ripristinarlo successivamente. Nella stessa visione si colloca anche la decisione unilaterale del datore di lavoro di decidere il demansionamento del lavoratore e anche la revisione della disciplina dei controlli a distanza si colloca nello stesso solco.

La prospettiva che si apre con questa riforma è inquietante e indica l’eclissi del modello democratico nell’ambito economico e produttivo, sostituito dal ritorno di un modello autocratico e verticistico, connotato, da un lato dall’irresponsabilità e dall’immunità dell’organizzazione di impresa garantita dallo stesso ordinamento giuridico e, dall’altro, dall’introduzione di elementi

talmente destabilizzanti da ingenerare, nei rapporti lavorativi, il germe della sfiducia, della paura, del timore, dell’obbedienza e del bieco servilismo.

Qualche esempio?

Anche in caso di licenziamento dichiarato illegittimo dall’autorità giudiziaria, quindi di fronte a una condotta illegittima del datore di lavoro, lo stato stanzia un voucher, attraverso l’INPS, a favore dei lavoratori disoccupati involontari al fine di conseguire una ricollocazione lavorativa attraverso l’intervento di specifiche agenzie per il lavoro.

Siamo tornati al tipo classico dell’organizzazione autocratica, caratterizzata da immunità / irresponsabilità verso l’esterno e dalla riduzione / eliminazione dei diritti al proprio interno.

Per non parlare dell’estromissione del ruolo della magistratura nell’impossibilità di giudicare la sproporzionalità del licenziamento rispetto al fatto contestato, dalle difficoltà che incontrerà il lavoratore nel ricorrere in giudizio già oggi presenti nell’ordinamento e l’esiguità del sistema risarcitorio legato all’anzianità lavorativa, in presenza del diffuso precariato, ben al di sotto di quanto era precedentemente previsto.

Con la mistificazione dei provvedimenti a “tutele crescenti” i provvedimenti del Jobs Act continueranno.

A breve verrà presentato un “testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro” ovverosia il cosiddetto “codice del lavoro”.

Il legislatore, dunque, decide di passare dallo “Statuto dei lavoratori” al “Codice del lavoro”.

L’ideologia del “codice del lavoro” ha alla sua base l’idea dello scardinamento dei vecchi statuti lavorativi privilegiati e la realizzazione della totale e assoluta libertà contrattuale, che si sostanzierebbe nella “libertà di scelta” da parte dello stesso lavoratore.

Ma quale libertà di scelta è data al lavoratore nell’alternativa tra il destino di una disoccupazione priva di una vera protezione sociale (in assenza di meccanismi di reddito minimo garantito essendo gli unici in Europa insieme a grecia, Spagna e Portogallo) e un “lavoro povero”, non più solo di salario, ma ora anche di diritti?

E’ questa un’offensiva senza precedenti, e gli attacchi sono mirati verso i lavoratori e verso le organizzazioni sindacali che li rappresentano.

La storia ci imporrà un risveglio delle coscienze. dovremo decidere le forme più opportune per cercare di ritornare al diritto positivo dentro i luoghi di lavoro. con forme organizzative diverse dal passato, tuteleremo i bisogni materiali che le lavoratrici e i lavoratori ci porranno rispetto ai licenziamenti illegittimi e quelli mascherati da motivi economici, all’impoverimento dei salari e dei diritti cui saranno sottoposti.

Di fronte alla giungla che si è aperta, sarà necessario affrontare i casi che si presenteranno ricorrendo alla consulenza anzitutto degli uffici vertenze e legali per tutelare al meglio i lavoratori e le lavoratrici che si confronteranno con le nuove e differenti tra di loro condizioni del lavoro.

 

di Annalisa Radice

 

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From: Clash City Workers cityworkers <at> gmail.com

To:

Sent: Friday, February 27, 2015 2:18 PM

Subject: PROCESSO ETERNIT, CONDANNA ANNULLATA

 

Siamo stanchi di una società che chiede ai lavoratori di lavorare con sempre meno lentezza, a quando c'è da condannare i padroni si prende tutto il suo tempo, fino ad assolverli.

Siamo stanchi di chi ci impone una velocità a due marce: Veloci nel condannare manifestanti a decenni di carcere...Veloci ad approvare il Jobs Act e a sottrarre ai lavoratori i loro diritti...Veloci quando c'è da devastare la scuola pubblica...

Lenti, mostruosamente lenti, quando c'è da approvare una legge che sanzioni i reati ambientali (che poi non sono solo contro l'ambiente, ma sono anche contro la vita delle persone)...Lenti, incredibilmente lenti, quando devono mettere alla sbarra padroni responsabili di migliaia di morti...Lenti, così lenti, che permettono ai Riva, agli Schmidheiny di morire nel proprio letto, riveriti e omaggiati dai loro compari e dalla sempre "indipendente" stampa democratica...

Non finisce qui...

Finalmente dopo giorni di attesa sono arrivate le motivazioni della sentenza della Cassazione sul processo Eternit.

Sono 148 lunghe pagine colme di considerazioni giuridiche che i giornali stanno riassumendo con uno strano senso di stupore e meraviglia. Non vedo di che stupirsi. A quanto pare, un minuto dopo aver fatto un fallimento strategico la Eternit non aveva altri obblighi verso il territorio che aveva inquinato per anni. E quindici anni dopo esser scappata all’estero, la multinazionale dell’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny era ormai aldilà del bene e del male e quindi non giudicabile rispetto alla morte dei suoi lavoratori.

Mi sembra doveroso. Il processo non andava neanche fatto. A saperlo, i manager della Eternit potevano quasi rimanere in Italia. O almeno lasciare le valigie al deposito bagagli.

Una sentenza che farà testo. Ne tenga conto chi sta facendo start-up d’impresa. Gli imprenditori adesso possono ritornare. Tanto più che qui ora si licenzia a nastro, abbiamo asfaltato l’asfaltabile e il nuovo progetto di legge sui reati ambientali pare sia stato rottamato prima ancora di passare sulla Gazzetta ufficiale. Inoltre la responsabilità della presenza dell’amianto non è del capitale, ma del settore pubblico che non ha bonificato cinque minuti dopo che la Eternit era andata ai Caraibi dimenticando per la fretta le porte della fabbrica aperte. Dov’è lo scandalo? Il privato si arricchisce e poi giustamente si aspetta che lo stato pulisca. Sennò che ci sta a fare il pubblico? Così invece si crea sinergia: il privato incassa e sporca e il pubblico ripulisce. E’ la prima pagina del corso di ogni master di economia.

Il mondo gira così. Garantito al limone. Non fa una grinza. Perché, c’era da aspettarsi altro?

Se vi sembra una logica al rovescio, è perché ragionate come i contadini maremmani o i montanari o i vignaioli delle Langhe. Quelli che credono che  il diritto sia il contrario dello storto. Ma chi ha studiato, chi ha fatto l’università come noi, chi capisce le ragioni e gli impedimenti dirimenti e il latinorum dell’economia e del diritto, non può non considerare quella sentenza assolutamente garantista.

Io direi, volendo proprio cercare il pelo nell’uovo, che quella sentenza ha un unico difetto. E’ troppo lunga. 148 pagine sono troppe, per una cosa che riguarda solo 2.000 morti. Operai s’intende, non quattrinai. Duemila operai. Quando in fondo ne muoiono ogni giorno tre solo in Italia, di operai, sul lavoro. Ma tanto giustamente tutti dicono che gli operai non ci son più e quindi anche se muoiono in ogni caso il fatto non sussiste.

Pertanto sì, tornando ai miei dubbi sulla sentenza, si potrebbe individuare in quelle 148 pagine uno spreco di carta, di risorse e di tempi. E in anni di austerity è bene risparmiare. Che poi c’è anche da incollarci il bollo.

In conclusione, la sentenza andava scritta più semplicemente, nel rispetto dei principi economici e giuridici che ispirano il nostro ordinamento, con le seguenti tre parole: andare, camminare, lavorare.

Tutto qui. Andare camminare lavorare.

E poi, scusate, cos’è è questo mugugnare di operai che vengono qua sotto a chiedere giustizia? Al lavoro. Andare. E guai a chi si lamenta. Guai a chi tossisce. Il prossimo che tossisce lo denuncio per diffamazione d’imprenditore.

Anzi. Cominciamo a denunciare tutti quelli che hanno scritto del processo Eternit, banda di rancorosi, che c’hanno tutti qualche morto in famiglia per l’amianto e scrivono ad personam. Ovvio che sono tendenziosi. Anche quello che scrive queste righe, che fa satira. Perché se voi siete Charlie noi siamo Stephan. E forbice vince su carta, cari miei. Dovreste saperlo, voi che giocate sempre a morra, in quelle bettole che frequentate.

E poi insomma, bisogna anche saper stare al proprio posto. Che è tutta questa plebe che invade le aule dei tribunali? E mica dalla parte che le compete, che è quella dell’imputato. No, addirittura portare il padrone alla sbarra. E con quale diritto? Se il diritto sta dalla parte del padrone, la sbarra si alza e lo fa passare. Perché lui è il padrone e voi non siete nulla. E noi? Ripetiamolo: Nous sommes Stephan e voi non siete un cazzo

Pertanto, in nome del popolo italiano: andare, camminare, lavorare.

Post scriptum non satirico

Agli amici e ai compagni di Casale Monferrato dedico queste righe che, nella loro deformazione caricaturale e satirica di una tragedia umana, da un lato possono apparire ciniche, dall’altro fotografano forse una situazione in cui il paradosso è il tratto più veritiero. In conclusione per noi che non siamo Stephan, valgono altre considerazioni, forse retoriche, ma che possono scaldare il cuore e aiutare a continuare la lotta.

Primo: come dicevano le Madres de Plaza de Mayo, e come ha sottolineato di recente Giuliana, una signora di Casale, l’unica lotta che si perde è quella che si abbandona.

Secondo, ricorderete il mito di Sisifo, costretto a ripartire sempre da capo, ad arrampicarsi sulla montagna con un masso sulle spalle. Così si sente la gente di Casale adesso, come Sisifo. Ecco, uno che se ne intendeva, ha scritto che bisognava immaginare Sisifo felice. E io non ho mai visto nessuno più felice e più dignitoso della gente di Casale, che in un mondo ingiusto ha cercato la strada della giustizia senza usare la retorica del vittimismo. Nonostante tutto. Per questo aveva senso arrivare fin qui e ha senso oggi ripartire da capo.

Terzo, come cantano i Gang, non finisce qui [e qui non può finire NdR].

 

Di Alberto Prunetti

26 Febbraio 2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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clochard | 2 Mar 22:33 2015
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Marco Ferrando_LA LEZIONE GRECA + Grecia: cresce l'opposizione all'interno di Syriza

Al di là di vecchi scazzi e di scontate differenze/divergenze (in primis sul "salvataggio" del socialismo), mi sembra un documento stimolante, analogo a un altro uscito su Contropiano  http://contropiano.org/internazionale/item/29422-grecia-cresce-l-  , incollato sotto, che bene esprime valutazioni e sentimenti molto diffusi, con i quali occorre comunque fare i conti.

e



LA LEZIONE GRECA
 
 
                                                                                     

26 Febbraio 2015

L'evoluzione della situazione greca offre indicazioni di inestimabile valore a tutte le avanguardie di classe disponibili a ragionare e a battersi per una soluzione anticapitalistica.

L'astro nascente di Syriza si è trasformato in stella cadente in meno di un mese.
La grande illusione di un rilancio riformistico in Europa ha subito battuto la testa contro il muro. I gruppi dirigenti di una sinistra italiana allo sbando che cercavano in Syriza la propria resurrezione hanno sbagliato ancora una volta i propri calcoli. Lo sforzo imperturbabile del quotidiano “Il manifesto” di continuare a presentare Tsipras, contro ogni evidenza, come il condottiero della vittoria, dimostra l' ipocrisia imbarazzante di un riformismo che non vuole rassegnarsi alla verità. O al fallimento dei propri investimenti editoriali.

I fatti hanno parlato con un linguaggio crudo, che non lascia spazio ad equivoci.

Tsipras aveva sperato di potersi ritagliare uno spazio di manovra tra capitale e lavoro. Puntava da un lato alla ristrutturazione negoziata del debito pubblico con gli Stati strozzini, presso i quali da tempo aveva voluto accreditarsi. Dall'altro ad una riduzione concordata dell'avanzo primario capace di consentirgli misure sociali immediate e tangibili per confermare l'impressione della “svolta”.


LA RESA AI CREDITORI

L'operazione è fallita. I creditori strozzini, cioè gli Stati imperialisti dell'Unione non hanno concesso a Tsipras neppure la maschera. Il tradimento delle promesse sociali è apparso clamoroso . Di più. Al tavolo da gioco il dinamico ministro delle Finanze Varkufakis non ha potuto nemmeno avanzare le proposte di compromesso inizialmente propagandate ( riduzione del debito, conferenza europea sul debito, riduzione dell'avanzo primario dal 4,5% all'1,5%). Perchè persino quelle timide proposte negoziali erano irricevibili dagli Stati imperialisti. Al contrario sono stati gli Stati imperialisti a dettare le proprie richieste: continuità del Memorandum e del commissariamento della Grecia da parte della Troika; salvaguardia delle privatizzazioni rapina già realizzate o avviate; continuità della stretta sociale su sanità e pensioni; nessun innalzamento della soglia di esenzione fiscale per le famiglie più povere. Syriza salva l'”ambizione” a elevare il salario minimo, come eventualità futura, senza quantificazioni e indicazioni di data, e per di più solo se i creditori daranno via libera. La rinuncia codificata da parte del governo a qualsiasi “misura unilaterale” dà ai creditori strozzini un potere di veto totale. L'unica foglia di fico concessa a Tsipras è quella di chiamare il Memorandum “le misure in essere” e la Troika “le istituzioni”. La pretesa di Tsipras di aggrapparsi alla semantica per cantare vittoria è più penosa che il riconoscimento della sconfitta. La qualifica di “bertinottismo greco” si attaglia davvero alla perfezione, se non fosse che la tragedia greca lascia poco spazio al sorriso.

Ciò che è accaduto racchiude una formidabile lezione politica. Non c'è alcun reale spazio riformistico dentro la crisi capitalistica europea. L'illusione propagata a piene mani dai partiti della Sinistra Europea, Syriza in testa, circa un possibile compromesso dinamico progressivo dentro la camicia di forza dell'Unione Europea, si conferma come un volgare inganno per i lavoratori . Subordinare la loro volontà di cambiamento alle compatibilità del capitalismo europeo equivale al tradimento di quella volontà. Anche quando quella volontà ha dietro di sé la forza di una mobilitazione di anni, come nel caso greco. Anzi, quanto più la domanda popolare di svolta è radicale, perchè dettata dalla disperazione sociale e dalla generosità della lotta, tanto più la pretesa di subordinarla al capitale consuma un tradimento vergognoso. Tale è il tradimento compiuto da Syriza e Tsipras in Grecia. Senza alcuna attenuante.

Il cuore del tradimento non sta in un eccesso di arrendevolezza al tavolo negoziale con gli strozzini. Sta nell'aver accettato e perseguito quel tavolo. Sta nel fatto di aver perseguito l'accordo con gli Stati strozzini presentandolo come possibile canale di svolta per gli sfruttati. A quel tavolo negoziale il risultato era già scritto in partenza. E tutti i nuovi negoziati annunciati in primavera non faranno che confermarlo. La lezione è semplice: non si può “cambiare l'Europa” col consenso dei padroni d'Europa; non si può “cambiare la Grecia” col consenso dei banchieri e degli armatori greci. Solo una rottura radicale col capitalismo greco ed europeo può segnare una svolta vera. Solo un governo dei lavoratori può realizzare tale svolta. Fuori da questa prospettiva, contro questa prospettiva, c'è solo l'eterno ripetersi di una capitolazione obbligata. E un rischio enorme: quello di consegnare l'inevitabile disillusione popolare alle fauci naziste di Alba Dorata. Il fatto che i dirigenti di Alba Dorata abbiano detto dopo il 25 Gennaio “Syriza fallirà, poi arriveremo noi”, non rappresenta affatto un innocuo gesto provocatorio. Rappresenta un lucido disegno. I legami del nazismo greco coi corpi di polizia e le strutture militari già eredi della dittatura dei Colonnelli (1967), colorano quel disegno di tinte particolarmente inquietanti.

Il bivio di fondo è inequivocabile: o il movimento operaio greco darà la propria soluzione sul terreno rivoluzionario alla crisi del proprio paese oppure c'è il rischio drammatico che la soluzione, prima o poi, la dia la peggiore reazione contro il movimento operaio.


PER UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTICO DI EMERGENZA

La necessità di una soluzione rivoluzionaria è peraltro suggerita dall'emergenza economico sociale. Che detta in forma chiarissima le misure anticapitaliste da realizzare.

E' necessario innanzitutto annullare il debito pubblico greco verso tutti gli strozzini imperialisti (UE, BCE, FMI, banche private). Un debito di 320 miliardi è impagabile. Accettare di pagarlo significa condannare il futuro di generazioni. Puntare a negoziare coi creditori la sua ristrutturazione significa esporsi come si vede a odiosi ricatti e inaccettabili contropartite. La Grecia paga ogni anno più di 7 miliardi di soli interessi sul debito. Siamo al punto che persino la ventilata tassa patrimoniale sulle grandi fortune ( ad oggi rimossa) sarebbe chiamata a pagare il debito pubblico agli Stati imperialisti, invece che finanziare la redistribuzione sociale della ricchezza. Non c'è altra via che l' annullamento unilaterale del debito. La tesi diffusa dalla stampa borghese italiana secondo cui l'annullamento del debito greco significherebbe un colpo al portafoglio dei “cittadini italiani, tedeschi o francesi” è una volgare menzogna. I titoli greci nelle casse degli Stati strozzini sono solo il frutto della rapina da essi compiuta sulle tasche dei propri lavoratori ( italiani, tedeschi, francesi), che hanno di fatto pagato l'acquisto di quei titoli, e al tempo stesso un nodo scorsoio al collo dei lavoratori greci. Se i lavoratori greci tagliano il cappio del debito forniscono un esempio ai lavoratori italiani, francesi tedeschi, contro i banchieri di casa propria, normalmente detentori del debito pubblico nazionale. L'annullamento del debito pubblico greco sarebbe dunque un atto di solidarietà internazionale tra sfruttati dei diversi paesi contro i propri capitalisti e contro lo strozzinaggio imperialista.

In secondo luogo vanno nazionalizzate le banche greche ( e le banche in Grecia dei paesi imperialisti), senza indennizzo per i grandi azionisti. Ogni giorno le banche greche rappresentano il canale di fuga di 300 milioni. Non fuggono i risparmi dei poveracci. Fuggono i capitali degli armatori, dei costruttori, dei capitalisti greci, già grandi evasori fiscali e affossatori ordinari del bilancio pubblico. Il paradosso è che parte degli “aiuti” degli Stati strozzini alla Grecia- pagati dai lavoratori europei- servono a ricapitalizzare le banche greche, cioè a riempire i buchi provocati dalla fuga dei capitalisti greci. Naturalmente questi “aiuti” vengono fatti pagare a loro volta ai lavoratori greci, chiamati a “ringraziare” con nuovi sacrifici il salvataggio dei propri banchieri. C'è un solo modo di stroncare tutto questo: espropriare le banche greche unificandole in una unica banca di Stato. E' l'unico modo di bloccare la fuga dei capitali, e di costruire oltretutto una vera anagrafe patrimoniale.

In terzo luogo è necessario espropriare le cento grandi famiglie del capitalismo greco, a partire dagli armatori. Gli armatori greci detengono il 20% della marina mercantile mondiale. Eppure la Costituzione greca (art 96) regala l'esenzione fiscale agli armatori. I quali concentrano nelle proprie mani le redini del capitalismo greco e una ricchezza immensa. Gli armatori minacciano di “portare altrove la propria flotta” nel caso si chieda loro di pagare le tasse. C'è un solo modo di replicare al ricatto: sequestrare la loro flotta, acquisirla allo Stato. Senza indennizzo ovviamente, visto che l'indennizzo è già stato loro pagato da mezzo secolo di esenzioni fiscali. L'esproprio degli armatori, dei grandi costruttori, dei capitalisti dell'industria alimentare e farmaceutica- combinato con la nazionalizzazione delle banche- consentirebbe di riorganizzare da cima a fondo l'economia greca ponendola sotto controllo dei lavoratori. E rappresenterebbe oltretutto l'unica misura capace di stroncare alla radice la corruzione.


PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLA POPOLAZIONE POVERA

Queste tre misure fra loro collegate sono indispensabili e urgenti per salvare la società greca.
Possono essere imposte solamente dalla forza rivoluzionaria della mobilitazione operaia e popolare. Possono essere realizzate solamente da un governo dei lavoratori e della popolazione povera di Grecia, basato sulla loro organizzazione e la loro forza.

Se solo Syriza e KKE lo volessero potrebbero formare in pochi giorni tale governo e realizzare immediatamente queste misure con un semplice voto parlamentare: rompendo col partito reazionario di ANEL, raccogliendo la volontà e le esigenze popolari, appoggiandosi sulla mobilitazione del popolo. Ma non vogliono. Syriza come si è visto si è votata all'accordo con gli strozzini. Il KKE non vuole battersi per il potere dei lavoratori, ma si limita a salvaguardare il proprio spazio. Gli uni e gli altri vocati a coltivare le proprie rendite politiche dentro la società borghese, o nel ruolo di governo ( borghese) o nelle vesti di opposizione ( di sua maestà).

La costruzione del partito della rivoluzione è all'ordine del giorno in Grecia. Il Partito operaio rivoluzionario greco (EEK) è impegnato nella costruzione di questo partito. I fatti dimostrano, giorno dopo giorno, che solo un partito rivoluzionario, capace di unificare sul proprio programma tutte le avanguardie di classe e di movimento, può candidarsi a dirigere i lavoratori e la popolazione povera di Grecia verso l'unico sbocco coerente: la conquista proletaria del potere, il rovesciamento del potere borghese, l'instaurazione del potere dei lavoratori e dei loro organismi democratici e di massa. Di certo un governo dei lavoratori greci, con la sua stessa esistenza e con le proprie misure rivoluzionarie, costituirebbe un esempio per i lavoratori di tutta Europa, e un fattore eccezionale di mobilitazione per gli Stati Uniti socialisti d'Europa.

Il PCL è a fianco del partito fratello EEK, nella lotta comune per la rivoluzione socialista.

MARCO FERRANDO
 
 
 
 
 
 
 
Grecia: cresce l'opposizione all’interno di Syriza 
 
 
 
 
 
 
 
 
Lunedì, 02 Marzo  Marco Santopadre
Si sono conclusi dopo due giorni di aspro dibattito, ieri pomeriggio, i lavori del Comitato Centrale di Syriza. Al cui interno è cresciuta rispetto al passato la fronda nei confronti di una linea seguita dalla maggioranza valutata negativamente da una consistente componente del partito alla luce del raggiungimento di un accordo con l’eurogruppo che, a detta dei critici, non cancella la tutela e il ricatto della Troika sulla politica ellenica, prolunga gli effetti del Memorandum e dell’austerity e impedisce la realizzazione di molte delle misure economiche di emergenza promesse dallo stesso Tsipras all’indomani della vittoria elettorale del 25 gennaio.
Apprezzamento è stato espresso anche dalle componenti critiche nei confronti di alcuni provvedimenti annunciati dall’esecutivo – sostegno economico a centinaia di migliaia di famiglie in difficoltà sul fronte del cibo e dell'energia elettrica – anche se molti degli interventi hanno sottolineato la difficoltà di reperire le risorse economiche necessarie a implementare i piani di contrasto all’emergenza sociale visto il ferreo controllo che la Troika e i ‘creditori internazionali’ esercitano ancora sul bilancio del paese.
Alla fine della due giorni la linea della maggioranza raccolta intorno a Tsipras e ad alcuni dei suoi ministri - Flabouraris, Pappas, Dragasakis - è passata, ma di misura.
L'emendamento presentato dalla Piattaforma di Sinistra che respinge l'accordo raggiunto una decina di giorni fa tra il governo ellenico e l'Eurogruppo e la "lista di riforme" presentata dal governo Tsipras alla Troika ha ottenuto il voto favorevole del 41% dei membri del Comitato Centrale di Syriza, contro il 55% di voti contrari; da segnalare un 4% di astensioni. In totale i voti contrari alla linea fin qui seguita dalla direzione di Syriza sono stati 92 favorevoli, 68 contrari, 6 astenuti. Oltre alla Piattaforma di Sinistra, ad esprimersi in maniera fortemente critica nei confronti della linea perseguita dal premier Alexis Tsipras e dal ministro delle Finanze Yannis Varoufakis anche i rappresentanti di una delle componenti della maggioranza congressuale – l’Organizzazione Comunista di Grecia (KOE) – e quelli del gruppo di dirigenti che fanno riferimento a Yannis Milios, (ex?) capo del dipartimento economico del partito e finora molto vicino all’ex segretario.
Nei giorni precedenti addirittura un deputato di Syriza proveniente dal Partito Socialista ed esponente di spicco di Syriza, il pro­fes­sore del Diritto di lavoro, Ale­xis Mitro­pou­los, aveva fortemente criticato "l'inconsistenza" della vittoria vantata dalla direzione del partito al termine della trattativa con la Troika.
Anche il nuovo segretario di Syriza, in sostituzione di Alexis Tsipras, è stato eletto con una maggioranza molto risicata. A favore di Tassos Koronakis hanno votato solo 102 membri del Comitato Centrale su un totale di 199. A favore di Alekos Kalyvis, candidato della Piattaforma di Sinistra, hanno votato 64 componenti dell’organo di direzione mentre altri 32 si sono astenuti.
Nella votazione per eleggere gli 11 membri della segreteria politica la componente che fa capo a Tsipras ha ottenuto 110 voti (6 rappresentanti), la Piattaforma di Sinistra 63 (4 rappresentanti), l’area che fa riferimento al Koe 21 voti (1 rappresentante).
La nuova segreteria politica di Syriza è così composta: Nasos Iliopoulos, Alekos Kalyvis, Panos Lamprou, Stathis Leoutsakos, Yannis Bournous, Antonis Davanelos, Sofie Papadogianni, Christoforos Papadopoulos, Panagiotis Rigas, Rudi Rinaldi e Rania Svigou.
Ecco il testo integrale dell’emendamento presentato alla mozione della maggioranza del partito da parte della Piattaforma di sinistra:

"Esprimiamo il nostro disaccordo nei confronti dell’accordo e della lista delle riforme concordate con l'Eurogruppo. Entrambi i testi rappresentano un compromesso inaccettabile per il nostro Paese e si muovono in una direzione e sono basati su orientamenti che, nei loro punti essenziali, si allontanano o sono in contrasto con gli impegni programmatici di SYRIZA. Nel futuro immediato, SYRIZA, nonostante gli accordi con l'Eurogruppo, dovrebbe prendere l'iniziativa di attuare costantemente e in via prioritaria i suoi impegni e il contenuto della dichiarazione programmatica di governo. Per proseguire su questa strada, dobbiamo affidarci sulle lotte popolari e dei lavoratori, contribuire alla loro rivitalizzazione, perseguendo la continua espansione del sostegno popolare per resistere a qualsiasi forma di ricatto e per promuovere la prospettiva di un piano alternativo, per ottenere la piena realizzazione dei nostri obiettivi radicali. La principale conclusione degli ultimi sviluppi è la necessità, che è di importanza decisiva per il corso che seguiremo, che ogni decisione venga adottata in seguito a una discussione nelle istanze dirigenti del partito che devono, insieme a tutte le istanze di base, sviluppare a pieno le proprie funzioni e giocare un ruolo chiave nel nuovo corso progressista del nostro paese”.

I due componenti del Comitato Centrale di Syriza espressione della Tendenza Comunista hanno invece presentato questo breve testo:
“Come militanti di Syriza riaffermiamo il nostro appoggio agli impegni elettorali presi dal partito e ai principi programmatici e politici della sua fondazione. Chiediamo che il governo cancelli immediatamente l'accordo di estensione del Memorandum e che i deputati del nostro partito votino contro, quando venisse chiesta l'approvazione del parlamento. Il programma di Syriza che ha avuto l'appoggio di massa del popolo greco nelle elezioni deve essere realizzato immediatamente, senza cercare l'approvazione dei creditori”.
Di seguito invece alcune delle principali critiche espresse dalla sinistra interna di Syriza rispetto all’accordo raggiunto con l’Eurogruppo e il programma di ‘riforme’ proposto da Tsipras-Varoufakis:

1.     Per quello che riguarda le privatizzazioni che costituiscono il nocciolo della strategia neoliberale.
Il governo si impegna a non «sopprimere le privatizzazioni portate a termine» e a «rispettare il processo nel rispetto della legge» per le gare di vendita già lanciate, mentre la cosa peggiore riguarda i «nuovi casi» riguardanti gli affitti a lungo termine e i partenariati tra pubblico e privato». Tutto ciò rimanda dunque ad una accettazione generalizzata delle privatizzazioni che si colloca all’opposto della politica fissata da lunga data da Syriza.
2.     Per ciò che riguarda il «mercato del lavoro».
Le «riforme» proposte implicano l’annullamento dell’impegno elettorale chiaro di ristabilire il salario minimo (751 euro), indipendentemente dalle trattative con i creditori. Viene adottato un «cambiamento» (?) che sprofonda nella nebbia politica. Per il salario minimo, i cambiamenti vertono «sull’ampiezza e sul calendario» (!) che saranno sottoposti alla «consultazione con i partner sociali (!!) e le istituzioni europee e internazionali (!!!), (…) alla luce degli sviluppi della produzione e della competitività (!!!)».
Tutto ciò comporta il rinvio sine die del ristabilimento del salario minimo al livello del 2009. E, peggio ancora, si adottano un processo inaccettabile di negoziato sindacale e criteri che ricordano la più liberista delle socialdemocrazie.
Il problema cruciale di ristabilire il potere dei contratti collettivi: la proposta è minata dato che vuole associarsi ad alcune delle «migliori pratiche della UE» (?) e cerca di «mettere a frutto la consulenza dell’OCSE».
Ricordiamo che l’«esperienza» di queste organizzazioni internazionali – che sono rimaste immobili nel corso degli ultimi 20 anni di aggressione neoliberale capitalista – si è rivelata estremamente attiva nell’erosione progressiva dei diritti del lavoro con una serie di nuove idee definite intelligenti. Nel programma sarà compreso l’impegno «verso un nuovo approccio progressivo nei contratti che contempli l’equilibrio (!) tra la flessibilità (!!) e la giustizia». Nel corso degli ultimi 20 anni, molti hanno cercato l’equilibrio tra la flessibilità e la sicurezza (la flexsecurity), ma nessuno ha trovato altro che la marcia forzata verso la flessibilità o l’elasticità…
3.     Per ciò che riguarda la politica fiscale, gli impegni di Salonicco abrogavano l’ENFIA, la tassa sulla casa e sugli immobili, la xaratsi [un termine che rimanda ad una tassa ingiusta esistente durante l’occupazione ottomana] sul combustibile domestico e per il ristabilimento della soglia di esenzione fiscale sui redditi annuali inferiori a 12.000 euro [ora la soglia è fissata a 5.000 euro]. Ora tutto è svanito. Se il progetto assolutamente corretto della lotta contro l’evasione fiscale e contributiva – che deve essere chiaramente diretta contro il capitale – non è però in relazione stretta con misure di alleggerimento fiscale per i lavoratori, i pensionati e gli strati popolari, si tratta semplicemente del proseguimento delle politiche di austerità.
4.     Sulla questione delle banche, la conferenza di Syriza si era pronunciata perché venissero collocate sotto il controllo pubblico, anche se con modalità non precisate. Ora, si adotta una sorveglianza dei prestiti «secondo modalità che tengano pienamente conto della capitalizzazione (!) delle banche» e anche le confische delle “prime” case sono poste sotto la spada di Damocle della «cooperazione con la direzione delle banche e delle istituzioni bancarie (!)».
Questo programma di «riforme» costituisce la prova di una svolta brusca nella quale il rimborso del debito viene fatto proprio dal governo. Segna il passaggio ad una posizione in cui cerchiamo di resistere all’austerità ma obbligatoriamente nel quadro dell’accettazione delle regole della UE e dell’euro.

Contro l’accordo con l’Eurogruppo (sottoscritto dal ministro delle Finanze) e contro il programma di «réformes», proposto dal governo greco, le organizzazioni e i membri di Syriza, la sinistra, il movimento sindacale e i movimenti sociali di resistenza devono trovare la forza per rispondere NO!
E per mantenere un atteggiamento di indisciplina, potremmo dire un atteggiamento di lotta della classe operaia e degli strati popolari per spezzare lo spazio stretto imposto ad una politica antiausterità concreta.
Per i membri e le organizzazioni di Syriza, sono all’ordine del giorno dei compiti specifici. Il ritorno immediato alle politiche basate basate su tre pilastri principali:
l’eliminazione dei memorandum e delle misure di austerità che li accompagnano;
nessun sacrificio per l’euro;
una politica della sinistra radicale basata sulle decisioni della conferenza di Syriza (luglio 2013) e gli impegni di Salonicco (settembre 2014).
Sarà una lotta non contro ma per salvare il progetto politico di «governo della sinistra». Perché l’accordo con l’Eurogruppo e gli impegni presi oggi (25 febbraio) condurranno nel giro dei quattro mesi «ponte» a un indebolimento delle relazioni tra Syriza e la base sociale che l’ha condotta alla vittoria politica del 25 gennaio. E ciò farà crescere l’appetito dei nemici locali e internazionali della Grecia, per iniziare una battaglia con l’obiettivo di rovesciare il governo. Il tempo è poco…
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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angela greco | 2 Mar 21:20 2015
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Re/search Milano

Cari compagn*,

 

sto aiutando gli amici della casa editrice indipendente Agenzia X nella campagna di crowdfunding e nella redazione di "Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi", una guida alla Milano più vivace e ignorata dalla "segnaletica" ufficiale.

La realtà di Agenzia X – che di certo conoscete –  è davvero significativa e impegnata (pubblicano narrativa di ricerca, musica e cultura underground, saggi critici e impegnati, organizzano eventi di poesia contemporanea…),

...questa è la loro prima campagna di crowdfunding e questo è il link:

 

http://www.eppela.com/ita/projects/2640/research-milano

 

Per Re/search Milano sono state coinvolte molte intelligenze e sensibilità attorno a un progetto innovativo nei contenuti e negli obiettivi: dare visibilità alla Milano indipendente, che esiste e resiste nonostante gli stereotipi e i momenti di crisi. L'Expo si avvicina e far conoscere l'esistenza e la creatività dell'underground della metropoli a chi di Milano non è, serve a rafforzare le esperienze e a far nascere altre… magari anche in altre città. È una mappa che non fa il punto ma crea linee di fuga, evoluzioni, molteplicità…

 

In pratica vorrei chiedervi due piaceri, se volete e potete:

> sostenere la campagna, le ricompense che hanno predisposto sono davvero generose e divertenti (ci sarà anche una festa prima della distribuzione/lancio della Guida nelle librerie);

> aiutare la campagna di crowdfunding facendo girare la presentazione e la scheda del progetto ai vostri contatti.

> Vi ricordo infine che Re/Search Milano è un progetto aperto e in divenire che vuole avere un’evoluzione per future redazioni. Se hai idee, proposte, consigli per ampliare la nostra mappatura puoi scriverci a: press <at> agenziax.it

 

Grazie a nome mio, ma soprattutto di tutta la redazione!

Angela


Invio eseguito dallo smartphone BlackBerry 10.
Giuseppe Allegri | 2 Mar 10:48 2015
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Consigli cinematografari: Vizio di forma

car <at> ,
poiché merita il libro, non il migliore di Thomas Pynchon, ma pur sempre Pynchon (virato in finto noir!) e anche il film, seppure forse non il migliore Paul Thomas Anderson (Magnolia, Boogie nights, etc.), ma sicuramente film potente, lentamente avvolgente, politicamente sovversivo, sguaiatamente festoso e irriducibile, del post-bolla immobiliare nuova grande recessione, quindi mi spiacerebbe non consigliarvi di andarlo a vedere, anche senza leggere lo sproloquio forse un tantinello infantil/infatuato e autoreferenziale che vi attacco qui sotto:

http://furiacervelli.blogspot.it/2015/02/vizio-di-forma-sotto-il-pavet-del.html

Buona giornata e un abbraccio,
peppe
clochard | 1 Mar 17:56 2015
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Tom Walker_No, Syriza non si è arresa + Andrea Fumagalli_La tragedia greca: l'Europa a un bivio?

Due articoli che hanno quantomeno un po' stabilizzato la mia - e forse generalizzata nel nostro ambito - ciclotimia politica.

e



No, Syriza non si è arresa
 
 
 
                                                                                                              
 


di Tom Walker – 24 febbraio 2015

Resa! Capitolazione! Tradimento! Syriza non è ancora in carica da un mese ma già si scrivono i necrologi.
Parte della sinistra, naturalmente, li aveva già scritti ben prima delle elezioni di gennaio. Syriza, vedete, ha mancato di dichiarare la rivoluzione. Sin qui, nulla di nuovo. Ma negli ultimi pochi giorni alcune forze più sensate sembrano – come nel caso dell’accordo di coalizione dei primi giorni del governo di Syriza – essersi lasciate un po’ trasportare nel loro orrore per l’accordo di questa settimana sul debito, credendo alla gracchiante retorica del governo tedesco che Syriza ha subito un’umiliazione totale.
Questo è un accordo che è stato descritto in termini del tutto opposti dal primo ministro greco Alexis Tsipras: egli lo ha definito “un passo decisivo, di abbandono dell’austerità, dei salvataggi e della Troika”. A meno che egli non se ne sia inaspettatamente e improvvisamente andato via dal pianeta terra, in corso vi è più di quanto non si veda.
Per scoprire la verità dobbiamo guardare non solo all’accordo, o anche alle interpretazioni mediatiche dell’accordo, bensì esaminare in cosa si tradurrà nella pratica l’accordo che è stato firmato.
Nessun accordo sull’austerità
Gran parte degli articoli ha indotto alla conclusione che Syriza ha “sottoscritto l’austerità”, è ciò sarebbe un’inversione a U se fosse vero. Ma si basa su un certo giocare con la terminologia.
Ciò che il governo greco ha firmato è la prosecuzione del perseguimento di un avanzo di bilancio, anziché del deficit. Questa, di per sé, non è austerità. Austerità è la pratica di pareggiare i bilanci mediante tagli alla spesa pubblica.
Tuttavia l’accordo, come ha detto Tsipras, cancella i tagli alle pensioni pianificati dal precedente governo greco e cancella gli aumenti dell’IVA sugli alimentari e i medicinali. Le riforme che Syriza sottoporrà come parte della sua proposta di accordo appaiono incentrate sull’inclusione di un massiccio giro di vite sull’evasione fiscale e la corruzione, rappresentando una volta dai tagli alla spesa e in direzione di un aumento delle entrate mediante la tassazione.
La dichiarazione dell’Eurogruppo include anche una certa flessibilità riguardo al fatto che gli avanzi siano “appropriati”, considerate le condizioni dell’economia. In altri termini, fino a quando l’economia greca non ritornerà a crescere, gli obiettivi punitivi del precedente governo possono essere attenuati, cioè non si dovrebbe raccogliere tanto denaro quanto imposto in precedenza. Ciò dovrebbe liberare un po’ di liquidità per affrontare la crisi umanitaria greca mediante le misure promesse da Syriza, quali l’elettricità gratis e sussidi alimentari per i più poveri.
E il ministro greco delle finanze Yanis Varoufakis ha aggiunto una clausola condizionale molto importante e scarsamente pubblicizzata: “Nessuno ci chiederà di imporre alla nostra economia e alla nostra società misure sulle quali non siamo d’accordo … Se sulla lista delle riforme non ci sarà condivisione, questo accordo è defunto”.
Spazio per respirare
Questo, naturalmente, non sarebbe considerato da nessuno un programma di governo ideale. Anche se non è vero che è tornata l’odiata “Troika”, la Grecia deve comunque negoziare con “le istituzioni” (la Banca Centrale Europea, la Commissione Europea e il FMI); la distinzione è che oggi ha il potenziale di negoziare separatamente con le diverse istituzioni. La democrazia greca rimane parzialmente sospesa, almeno per i quattro mesi di durata dell’accordo, soggetto a negoziato e controllo.
Ma, prima di condannare,  si consideri la situazione in cui era Syriza in precedenza. Numerose fonti credibili affermano che, se non avesse accettato l’accordo, le banche greche sarebbero crollate nel giro di giorni e Syriza sarebbe stata incolpata di portare il paese in una nuova crisi. Come ha detto Varoufakis: “Ai greci era stato detto che se fossimo stati eletti e fossimo rimasti al potere per più che solo pochi giorni i bancomat avrebbero smesso di funzionare. La decisione di oggi mette fine a questo timore.”
Non pagare i debiti e uscire dall’euro potrebbe essere preferibile nel lungo termine – anche se il sostegno a tale scelta resta molto basso nella popolazione greca – ma significherebbe un enorme caos e sofferenza nel breve termine e i negoziati di Syriza sono riusciti a evitarli.
In ogni caso l’accordo non è firmato con il sangue. Può essere rescisso se le cose vanno male quanto alcuni commentatori stanno dicendo. L’opzione della ‘Grexit’ e dell’insolvenza non è svanita. E’ chiaro, tuttavia, che non fa parte attualmente del mandato di Syriza e quelli che hanno avanzato quell’alternativa alle elezioni hanno ricevuto solo una frazione dei voti di Syriza. L’insolvenza doveva sempre essere l’ultima risorsa, non una mossa d’apertura; sarà politicamente possibile solo se non resta alcuna altra scelta.
Una possibilità alla Grecia
Sinora il governo di Syriza ha dovuto ricercare un compromesso – e chiaramente accetta compromessi piuttosto che arrendersi – che rappresenta non tanto un suo fallimento quanto uno nostro. Syriza è sempre stata chiara sul fatto che non possiamo attenderci che la Grecia sconfigga l’austerità da sola.
I vari ministri europei dall’altra parte del tavolo nei continui negoziati con il governo greco devono avvertire una pressione. Abbiamo bisogno di un grande movimento in tutta Europa di solidarietà con la Grecia e dobbiamo gettarci nella costruzione di tale movimento, non adagiarci sulle nostre poltrone pronti a dire: “Ve l’avevo detto”.
Dobbiamo impegnare tutto ciò che riusciamo a raccogliere per operare una svolta nel rapporto politico di forze in tutta Europa. Abbiamo ora quattro mesi di tempo in cui farlo: dobbiamo sfruttarli bene.
Chiaramente c’è una divisione oggi nell’élite riguardo al tema dell’austerità, con il governo statunitense, l’Adam Smith Institute e vari economisti di spicco solitamente non associati alla sinistra, che sostengono le proposte della Grecia. La fenditura è in attesa di essere forzata a spalancarsi.
Questa battaglia è ben lungi dall’essere terminata. Ci sono altri momenti chiave questa settimana e indubbiamente ci sono settimane e mesi di momenti di crisi ancora da venire. L’ultima cosa che dovremmo fare è abbandonare Syriza perché non ha soddisfatto tutte le nostre speranze nelle prime poche settimane dopo le elezioni. E non serve a nulla altalenare tra entusiasmo e scoramento in base alle sessioni quotidiane dei negoziati.
Il futuro dell’austerità in tutta Europa oggi dipende da quello che accade in Grecia. Se li abbandoniamo, abbandoniamo anche la nostra stessa lotta.
“Date una possibilità alla Grecia” è stato uno degli slogan indirizzati alla Banca Centrale Europea & Co. Si applica altrettanto a noi della sinistra.
 
 
 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/no-syriza-has-not-surrendered/
Originale: redpepper.org  
 
 
 
 
 
 

La tragedia greca: l’Europa a un bivio?

 

 

 

 

 
 

 

di Andrea Fumagalli

In questi giorni si è concluso il primo round della trattativa tra governo greco ed Eurogruppo. Presentiamo qui una prima analisi dei risultati raggiunti, delle opportunità guadagnate e delle eventuali occasioni perse. L’intento è quello di problematizzare con lucidità l’attuale fase, importante e delicata, evitando di farsi cogliere dal disfattismo o viceversa dall’euforia. Il presente contributo si è avvalso di un fruttifero scambio di opinioni con Christian Marazzi.

* * * * *

Si è chiusa la prima fase della trattativa tra il governo Tsipras e la troika (ora chiamata “le istituzioni”) per la ristrutturazione del debito greco e il possibile superamento delle politiche di austerity. Non sappiamo ancora come il processo avviato nel mese di febbraio si concluderà e quindi è prematuro tracciare un bilancio definitivo. Ma alcune considerazioni possono essere avanzate già da ora.

La successione degi eventi

Cominciamo con i fatti. Perché un minimo di informazione è necessaria, per capire di che stiamo parlando.

Il 4 febbraio 2015 la Bce decide di non accettare più come garanzia “collaterale” i titoli di stato greci per fornire la liquidità necessaria al sistema creditizio greco al fine di far fronte alle normali operazioni bancarie. Di fatto, un drastico taglio alla liquidità greca che incentiva la fuga di capitali all’estero. Di fatto, un atto di terrorismo economico per condizionare la trattativa che si sarebbe aperta da lì a poco. Il governo greco inizia così la trattativa con una pistola puntata alla tempia.

L’11 febbraio si svolge la riunione straordinaria dell’Eurogruppo sulla Grecia. Il governo Tsipras presenta la proposta di rinegoziazione del debito greco. Le proposte del ministro delle Finanze greco Veroufakis si basano principalmente su due punti:
a. riesame delle scadenze delle rate del debito, allungandole e chiedendo per i primi anni (si parla sino al 2020) una moratoria al pagamento degli interessi per consentire che i soldi risparmiati possano essere finalizzati alla crescita economica, intervenendo così sul denominatore del rapporto debito/pil.
b. scambiare gli attuali titoli di stato con due tipi di nuovi bond (di fatto degli swap): il primo indicizzato alla effettiva crescita economica greca, da scambiare con i crediti erogati dai paesi e dalle istituzioni europee. In questo caso il pagamento delle cedole o del capitale viene subordinato alla crescita del Pil o al calo della disoccupazione. Il secondo è invece costituito da titoli di stato di durata perpetua che servirebbero a sostituire quelli detenuti dalla Bce, con il passato piano anticrisi SMP (Securities Markets Programme). Si tratta di titoli che pagano una cedola all’anno e non vengono mai rimborsati avendo scadenza infinita.

Il 16 febbraio, nuova riunione dell’Eurogruppo. I ministri europei chiedono ad Atene di estendere il programma di salvataggio, ponendo di fatto un ultimatum in linea con i diktat precedenti. La Grecia non solo rifiuta ma rilancia, chiedendo una “proroga di 4 mesi per discutere un nuovo accordo”. Il livello di scontro si alza e i paesi europei, nessuno escluso (compresi Italia e Francia), ripropongono la validità della politica di austerità. La possibilità che la Grecia possa essere indotta a uscire dall’Euro si fa concreta.

19-20 febbraio: i ministri delle finanze dell’Eurogruppo raggiungono un accordo di fondo su un testo di compromesso per l’estensione del programma di aiuti alla Grecia per quattro mesi, chiedendo in cambio che la Grecia proponga una serie di misure concrete che la troika dovrà approvare.

23 febbraio: rispettando i tempi concessi, poco prima di mezzanotte il governo greco presenta alla Commissione Europea e al Fmi le misure che intende adottare nei prossimi 4 mesi. La reazione sembra essere positiva, con parere positivo dell’Eurogruppo ma qualche perplessità della Bce e del FMI.

Qualcosa di nuovo sotto il sole europeo?

Questa la mera cronaca. Si ridiscuterà tra quattro mesi. Ciò significa che nulla è cambiato? Niente affatto:

1. Per la prima volta da quando le politiche di austerity sono diventate insindacabili in Europa (“there is no alternative”), un paese si conquista il diritto a trattare. Non è una questione solo formale, a prescindere poi dal risultato che potrà ottenere. Si è messo in discussione il “principio di autorità” dell’oligarchia finanziaria di commissariare un paese ed imporgli una politica economica neoliberista: principio fino ad oggi indiscutibile. Non è certo autodeterminazione, come la trattativa ha ben evidenziato, ma viene rotto un tabù. Sul piano simbolico, è un risultato importante e non è un caso che, per evitare questa eventualità, nel corso della trattativa, l’Eurogruppo abbia cercato di impedire che tale primo obiettivo venisseraggiunto, mettendo la Grecia di fronte all’aut-aut di uscire o rimanere nell’Euro. In questo caso chi ha bleffato è stato proprio l’Eurogruppo, che non poteva permettersi il default della Grecia, pena notevoli perdite non solo per le banche tedesche e francesi (che detengono buona parte del debito greco) ma anche per la BCE, che avrebbe visto ridursi le proprie riserve di liquidità.

2. Al riguardo non stupisce affatto la reazione negativa e stizzita di Spagna, Portogallo e Irlanda, i cui governi negli ultimi anni hanno accettato, senza colpo ferire, le misure draconiane imposte dalla troika con tutti gli effetti di miseria sociale che hanno comportato. Come poter giustificare oggi quella subalternità e passività ai diktat europei che, oltre ogni ragionevole dubbio, hanno evidenziato la complicità e la collusione che tali governi hanno intrapreso con gli interessi delle oligarchie finanziarie europee?

3. Il rischio di un “effetto domino” diventa così uno spettro che si aggira negli uffici di Bruxelles e Francoforte. Un effetto domino che non è quello orchestrato dalla speculazione finanziaria ma, all’inverso, dalla possibilità che sia possibile mettere una zeppa agli ingranaggi della governance neoliberista dell’Europa. A patto, tuttavia, che l’esempio greco, venga seguito da altri paesi europei. Sappiamo tutti che a ottobre si svolgeranno le elezioni politiche in Spagna, precedute dal test delle elezioni amministrative. Abbiamo già sottolineato che il peso specifico della Spagna è ben superiore di quello della Grecia e per questo da qui a ottobre ne vedremo delle belle. E’ facile prevedere che si svilupperà una canea mediatica e un gioco di ricatti per impedire a tutti i costi che la Spagna possa seguire l’esempio della Grecia.

4. In questo gioco simbolico, in Italia, senza che nessuno se ne sia accorto, tale canea ha già cominciato ad attivarsi. Nell’ultimo mese, con un ritmo alquanto sospetto, sono stati dati in pasto all’opinione pubblica una serie di dati economici che portano ad un’unica conclusione: grazie all’operato del governo Renzi e alle sue “riforme” (sarebbe meglio chiamarle “controriforme”), la recessione economica è improvvisamente terminata. Il Centro Studi Confindustria (maggior sponsor del governo) ha solennemente predetto che nel 2015 il PIl crescera del 2,1% nel 2015 e del 2,5% nel 2016! Una stima tre volte superiore a quella del Fmi! La Confcommercio afferma che, dopo 5 anni, gli occupati (non i posti di lavoro) sono aumentati nell’ultimo trimestre di 59.000 unità (di cui due terzi nel settore della vendita ambulante!). La stessa Banca Centrale Italiana, pur in modo più moderato, corregge al rialzo le stime di crescita, un misero + 0,5% nel 2015 rispetto al + 0,4% di novembre 2014, ma un più rassicurante + 1,1% nel 2016. Viene spiegato che è la conseguenza degli effetti benefici del Job Act e del decreto sulla liberalizzazione dell’energia. Sulla base di queste previsioni euforiche (del tutto in contrasto con quelle dell’Eurostat e del Fmi – ma nessuno ne parla), proprio pochi giorni fa, l’Ocse ha affermato, per bocca del suo segretario generale Angel Gurrìa, che la riduzione della rigidità del lavoro, grazie al Job Act, può “determinare un incremento del Pil pari al 6% nei prossimi 10 anni”. Insomma, la situazione economica volge al bello, senza dover mettere in discussione le politiche d’austerity, anzi confermandone le validità. Le riforme attuate in questi mesi dal governo Renzi – occorre ricordarlo – ricalcano perfettamente quelle auspicate dalla famosa lettera segreta del 5 agosto 2011 di Trichet e Draghi al fu governo Berlusconi come condizione per la riduzione del debito pubblico. In altre parole: a parole, Renzi e Padoan si dicono solidali con la Grecia ma nei fatti sono i più fedeli alleati della Merkel e di Schauble.

L’importanza del tempo

Sul piano sostanziale, possiamo aggiungere altre osservazioni:

a. Le misure che la Grecia, in piena autonomia e non sotto dettatura del memorandum, intende adottare nei prossimi 4 mesi per poter usufruire dell’allungamento dei tempi per ridiscutere il piano di risanamento del debito dovrebbero recuperare circa 7 miliardi di euro, così suddivisi : 2,5 miliardi dall’introduzione di una tassa patrimoniale per i ricchi; 2,3 miliardi dalla lotta all’evasione fiscale e alla corruzione, 2,2 miliardi dalla riduzione della burocrazia statale, dal contrabbando di benzina e sigarette e dal recupero crediti da parte dell’amministrazione pubblica. Le principali richieste dell’Eurogruppo, già precedentemente inserite nel memorandum, vengono rigettate: aumento dell’Iva, licenziamenti pubblici, riduzione delle pensioni. Seppur in modo limitato, alcuni punti del programma di Salonicco (il programma su cui Syriza aveva imbastito la vincente campagna elettorale) vengono confermati: tredicesima sulle pensione sotto i 700 euro, graduale introduzione di un salario minimo (invece che immediata), blocco dei licenziamenti, accesso gratuito per e famiglie povere a servizi di pubblica utilità, come luce e gas, l’introduzione di un voucher alimentare per chi è nullatenente. Riguardo il tema delle privatizzazioni – forse il più spinoso per gli interessi della troika -, ci si avvia a un compromesso: i piani di privatizzazione, già avviati (tramite bandi di vendita e di acquisizioni) non vengono toccati, quelli annunciati dal precedente governo ma non ancora avviati sono soggetti a ridiscussione.

b. Considerando gli stretti margini di manovra e il poco tempo a disposizione, si tratta di un compromesso che possiamo realisticamente definire ragionevole. E’ comprensibile che esso abbia lasciato l’amaro in bozza ad alcuni componenti della dirigenza di Syriza, a partire dalla presa di posizione di Manolis Glezos, icona della resistenza greca nonché, appunto, membro del comitato centrale del partito di Tsipras. Ma sappiamo anche che la politica è la scienza del possibile, non dei desiderata. Tuttavia, riteniamo che discutere esclusivamente il merito di questo compromesso sia fuorviante. Per due motivi. Il primo è che le misure proposte sono assai aleatorie. Occorrerà effettivamente verificare se il gettito ipotizzato si realizzerà effettivamente. Ma ciò conta poco. Ciò che conta – e questo è il secondo motivo – è che, come giustamente sottolineato da Sandro Mezzadra da un punto di vista politico, si guadagna “tempo”. Ed è proprio il “tempo” che finora è mancato alla Grecia. Si tratta di un aspetto nevralgico e allo stesso tempo sostanziale. Nel capitalismo biocognitivo, l’unità temporale che viene imposta dalla logica della valorizzazione finanziaria, anche quando ha a che fare con decisioni di politica economica, è quella del brevissimo termine: sono i tempi dettati della speculazione finanziaria e del divenire rendita del profitto. Riuscire a scardinare questa logica è condizione necessaria (anche se può non essere sufficiente) per imporre un’altra logica di azione economica, non supina alle esigenze delle oligarchie finanziarie. E’ un passaggio assai fastidioso, come implicitamente conferma l’infame titolo di La Repubblica del 23 febbraio scorso, non a caso fotocopia di quello de Il Giornale. Si vuole confermare, a tutti i costi, che non c’è alternativa all’austerity, come viene ribadito anche il 25 febbraio dal quotidiano “renziano” .

Le difficoltà geopolitiche dell’Europa

Ma c’è dell’altro, a dimostrazione di come la situazione sia allo stesso tempo complessa, delicata e in movimento, al punto da sconsigliare di prendere posizioni drastiche. Ci riferiamo, soprattutto, a due aspetti. Il primo ha che fare con i contatti che il nuovo ministro degli esteri greco ha avviato con la Russia e con la Cina. I viaggi fatti a Mosca e a Pechino– anche se poco sottolineati dalla servizievole stampa nostrana – hanno avuto a che fare con la possibilità di accedere a fonti di finanziamento extra-europei e extra-Fmi per evitare il default greco: una sorta di possibile piano B nel caso la trattativa con l’Eurogruppo fosse naufragata o possa fallire in futuro. Non sappiamo quale sia la possibile contropartita. Ma considerando le problematiche che sta vivendola Russia in seguito al calo del prezzo dei prodotti energetici, alle sanzioni europee per la questione ucraina e alla fuga di capitali verso gli Usa in seguito alla svalutazione del rublo e sapendo degli interessi cinesi per garantirsi una supremazia della logistica del trasporto marittimo nel Mediterraneo (la via meridionale della seta), possiamo ben immaginare quale sia la posta in gioco. E’ quindi sicuro che l’oligarchia europea (e men che meno quella Usa) non veda di buon occhio una possibile ingerenza di tal fatta nei propri affari interni.

Il secondo aspetto, correlato al primo, riguarda la definizione degli assetti geopolitici dell’Europa: da un lato, impegnata nelle trattive per definire l’accordo Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), agognato dagli Usa per ricostituire un’area di egemonia economica “occidentale” in grado di sottrarre l’Europa (ed in primis la Germania) alle chimere orientali (Russia, ma soprattutto Cina) , dall’altro, la necessità di ribadire , tramite il ruolo della Nato, una coesione interna in funzione di controllo dell’espansionismo del fondamentalismo islamico, non tanto dal punto religioso ma piuttosto come elemento di destabilizzazione nel medio-oriente, già fortemente minato dalle primavere arabe (seppur con gli esiti che conosciamo).

Non è un caso che nella prima fase della trattativa dell’Eurogruppo con la Grecia (l’ultimatum posto nella riunione del 16 febbraio) si sanciva come punto centrale il divieto per la Grecia di intraprendere “iniziative unilaterali”, Avvertimento rientrato – almeno finora – in seguito alle assicurazioni della Grecia di non uscire dalla Nato, ma in futuro non del tutto scongiurato.

E allora?

Stiamo vivendo – lo ripetiamo – un momento molto delicato per i futuri assetti europei. L’oligarchia europea conferma ancora una volta di avere il fiato corto. La decisione della Bce di “istituzionalizzare” il Quantitive Easing rischia di essere il classico “pannicello caldo”, incapace di risolvere le questioni aperte.

E’ doveroso quindi porsi la domanda se le oligarchie europee oggi dominanti siano più un elemento di destabilizzazione che di equilibrio, seppur di stampo neoliberista. E’ evidente che una simile situazione non può continuare. Le politiche di austerity hanno mostrato tutta la loro inefficacia nel ridurre “ufficialmente” i debiti pubblici. Hanno avuto, invece, pieno successo, nel favorire un enorme trasferimento di reddito e di ricchezza dalle fasce più povere a un élite di poco più dell’1% della popolazione.

Paradossalmente, è la stessa speculazione finanziaria a indicarlo. Nelle ultime settimane, nonostante la fuga di capitali dalla Grecia ma grazie all’incremento dei tassi d’interesse a valori oltre il 20%, gli hedge fund hanno compiuto massicci investimenti sui titoli greci e non a caso gli indici di borsa principali sono saliti dopo l’accordo con l’Eurogruppo. A nessuno conviene il default greco, perché non ha senso strozzare la gallina dalla uova d’oro. Varoufakis lo sa.

Oltre a ciò occorre considerare la possibilità concreta di sperimentare una moneta complementare in Grecia, in grado di attutire la possibile crisi di liquidità, anche se la Bce, dopo aver aumentato le risorse del fondo di ultima istanza: Emergency Liquidity Assistance (ELA), ha anche dichiarato che se le trattative con l’Eurogruppo vanno in porto, è disposta a ritornare sui suoi passi e a accettare come garanzia “collaterale” i titoli di stato greci per fornire la liquidità necessaria al sistema creditizio greco. E sono proprio queste considerazione che stimolano l’idea di immaginare l’istituzione di un circuito finanziario alternativo, in grado di essere autonomo dai diktat dell’oligarchia finanziaria: una sorta di istituzione finanziaria del comune. Ma questa è un’altra storia, su cui ritorneremo a partire dalla prossima pubblicazione degli atti del convegno sulla “Moneta del comune”, che si è svolto nello scorso giugno a Milano.

Finito il primo round, vi è ora il tempo per provare ad attuare la “rottamazione” dell’attuale governance europea e la destrutturazione dei governi nazionali neoliberisti (a partire da quello italiano). Compito sicuramente arduo ma non emendabile ma soprattutto ineludibile se vogliamo ancora sperare in un futuro umano, a partire dal prossimo appuntamento del 18 marzo a Francoforte sotto le finestre della nuova Eurotower. Un primo punto di partenza a cui ne devono seguire altri. Abbiamo tempo, stavolta!

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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clochard | 1 Mar 09:33 2015
Picon

Matteo Tassinari_Il pescatore De Andrè

È «una delle suonate più allegoriche e spirituali» di Matteo!
 
 
 


sabato 28 febbraio 2015
 
 
 

Il pescatore De Andrè
 
 
 
 
 
                                                                                                                          


[...] Poco prima dell'uscita de La Buona Novella, nel 1970, De André realizzò un 45 giri abbandonando la strada dei concept album. Una delle novelle più famose, Il Pescatore, è certamente quella meglio riuscita, forse perché arrangiata dalla PFM nel 1979 dandogli quel tocco di rock ch non ha guastato lo stile francese di Fabrizio, nel famoso tour con Fabrizio De André con un assolo di violino che è sempre rimasto nelle interpretazioni. Ci troviamo di fronte quasi a una parabola sospesa a mezz'aria, senza una morale esplicita. Un pescatore si è assopito al sole. Arriva un uomo solo che chiede conforto, un po' di pane e un po' di vino, è un assassino, dice. Il pescatore coglie nel suo volto un'infinito affanno e, al di là di qualsiasi criterio morale, sceglie di essergli da rifugio. L’appuntamento casuale fra i due, è laconico e fuggente, ma tra i due si instaura un rapporto leale e sincero, lasciando nostalgia e speranza a ciascuno dei due. [...]
 
 
 
                                                                                                                     


[...] Il pescatore si alza senza timore e, silenziosamente, "non si guardò neppure intorno" ma versa il vino e spezza il pane (da qui l'immagine della parabola di Cristo) per offrirli all'assassino. Al pescatore non interessa nulla del passato di quel ragazzo, davanti a se c'è un uomo solo e disperato, affamato e assetato, e il Pescatore pensa solo a soddisfare i bisogni di quel giovane spaventato. Il pescatore è una'anziano vissuto, accorto e illuminato, e un volto su cui l'esistenza ha depositato tutto il suo passare. [...]


 
     
                                                                          
 
 
 

[...] "Si pensi - disse De André a 'Ciao 2001', rivista settimanale degli anni '70 e '80 - all'episodio della Maddalena, quando se ne sta tranquillo a disegnare figure per terra in mezzo al baccano e ai bruciori integralisti dei 'custodi della vera fede', per poi alzare solo lievemente lo sguardo e freddare tutti con il celebre:"chi è senza peccato scagli la prima pietra". Espressione, fra l'altro, che sembra identica al gesto del Pescatore che 'dischiude gli occhi al giorno' e'non si guardò neppure intorno, ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete ho fame'". [...]
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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clochard | 28 Feb 21:05 2015
Picon

PER NON DIMENTICARE SPARTACO LAVAGNINI

----- Original Message -----
 
 
 

PER NON DIMENTICARE SPARTACO LAVAGNINI:
la sera di domenica 27 febbraio 1921

Dal WEB anche in PDF link:  

    Il settimanale L’Azione Comunista del 1921-22

 

 

 

Spartaco Lavagnini e la rivolta del proletariato toscano

 
 



Tra le varie pubblicazioni del Partito Comunista d’Italia che abbiamo riportato alla luce non poteva mancare il settimanale fiorentino L’Azione Comunista. La collezione che abbiamo ricostruito può dirsi completa dal febbraio 1921 al giugno 1922: solo mancano i primi due numeri e alcuni altri sono rovinati e parzialmente leggibili.
* * *
Subito dopo il congresso di Livorno Spartaco Lavagnini fondava, a Firenze, il settimanale “L’Azione Comunista”. Giornale di battaglia e di dottrina: accanto agli articoli di lucidissima impostazione teorica e programmatica troviamo le cronache delle lotte del proletariato toscano presentate con quell’entusiasmo e quella fede che caratterizza solo i partiti rivoluzionari.

Non il minimo lamento per i colpi subiti dal proletariato, ma la preparazione alla difesa ed all’offesa, senza mai nascondere le difficoltà. «Prospettiamo tutte le difficoltà che ci separano dalla realizzazione del comunismo e diciamo anche francamente che nel periodo di guerra civile che segnerà l’ascesa del proletariato al governo della cosa pubblica, trascorreremo giorni di lutti, di dolore e di miseria, accidentalità queste ultime gravi, ma inevitabili al raggiungimento del nostro massimo fine».

Presentando qui la riproduzione in Dvd de L’Azione Comunista non possiamo esimerci dal ricordare l’assassinio vigliacco del nostro Spartaco, ma soprattutto vogliamo richiamare alla memoria la virile risposta di Firenze e della Toscana proletaria. Quella borghesia che aveva temuto Spartaco vivo dovette tremare di fronte a Spartaco morto.

«Il partito comunista non ha fatto rosee promesse, né socchiuso gli occhi dei lavoratori alla visione di sogni dorati: esso ha parlato della necessità della lotta. L’azione rivoluzionaria, necessariamente violenta, necessariamente sanguinosa è azione che può rendere sublime il sacrificio, ma che il sacrificio esige, vuole, impone». Queste parole, scritte da Spartaco Lavagnini il giorno prima del suo assassinio, rappresentano il testamento politico di questa grande figura di comunista.

Sembrava cosciente della sua imminente fine. Infatti, se immenso era l’affetto che il proletariato toscano e fiorentino riversava verso di lui, altrettanto era l’odio forsennato della borghesia. Si era in piena offensiva fascista, ma nella Toscana rossa le bande mussoliniane, sia nelle città sia nelle campagne trovavano valida resistenza che, in molte occasioni, si volgeva in offensiva. Le forze del neonato Partito Comunista erano sempre le animatrici di questa guerra di classe, ed ovunque si scorgeva la capacità organizzativa di Spartaco. Per questo la borghesia decretò il suo assassinio.

La sera di domenica 27 febbraio 1921, una trentina di squadristi, che probabilmente si erano accorti della presenza del solo Spartaco all’interno del Sindacato Ferrovieri, vi fecero irruzione trivellandolo di colpi e devastando la sede sindacale. Erano circa le 6 del pomeriggio quando il proletariato toscano perdeva il suo massimo animatore, ucciso a tradimento mentre era intento al lavoro sindacale e di partito. Il Partito Comunista d’Italia era sorto da appena un mese e già riceveva il suo battesimo di sangue.

La notizia dell’assassinio corse in maniera fulminea in tutta Firenze, enorme fu la commozione, il proletariato insorse, e Spartaco ancora una volta fece tremare la borghesia. Immediatamente ferrovieri, tranvieri, elettricisti interruppero spontaneamente il lavoro. Nella stessa sera i dirigenti del Partito Comunista assunsero la direzione dello sciopero estendendolo a tutte le categorie.

Durante la notte furono tagliati i fili delle linee telefoniche e telegrafiche e lunedì Firenze proletaria era in rivolta. Gli operai «scesero in piazza e nelle vie e non inermi. Fu una lotta impari, ma combattuta con quello spirito di eroico sacrificio che solo anima le folle oppresse e provocate» (L’Azione Comunista, 5 marzo). Dall’azione di protesta si passò alla lotta armata. Ovunque sorgevano barricate, il proletariato respingeva gli attacchi nemici e contrattaccava.

I fascisti che, guidati da «Giovanni Berta, figlio di pescecani», così dice la canzone, avevano tentato una incursione dentro il quartiere proletario di San Frediano, vennero immediatamente messi in fuga. Entrarono allora in azione le forze dell’ordine facendo uso di autoblindo. Nel corso della battaglia si distinsero le donne proletarie impegnando il nemico con lancio dai tetti di tegole e d’acqua bollente. Con un lavandino di marmo lanciato da una finestra misero fuori uso una autoblindo che tentava di forzare una barricata.

Il 1° marzo lo sciopero continuava compatto, sia in città sia nella provincia, gli sconti armati si susseguivano e dai quartieri cittadini si allargavano alle periferie ed ai comuni limitrofi.

Quando le autoblindo non furono più sufficienti lo Stato, allora democratico, fece ricorso al cannone ed alla mitragliatrice. «Per alcuni giorni la battaglia fu indecisa, l’artiglieria fu messa in funzione e quando la forza poté conquistare le prime posizioni innumerevoli furono gli atti di coraggio [...] Firenze era caduta. La provincia resisteva ed a Siena, Scandicci, Empoli furono nuovi atti di coraggio e di sacrificio, ma la borghesia ebbe il sopravvento perché la Toscana restò isolata ed il giovane Partito Comunista non poteva determinare l’azione generale del proletariato italiano. Il proletariato toscano abbassò momentaneamente le armi senza cederle» (Prometeo, n.14, 15 marzo 1929).

Come al solito, anche a Firenze e nella Toscana in rivolta, i fascisti, ricevute le prime legnate, si ritirarono fino a che lo Stato non fosse riuscito ad imporre l’ordine; solo allora irruppero nelle sedi proletarie, precedentemente espugnate con il cannone e svuotate, per decorare l’opera con la loro estetica di saccheggio e di fuoco.

 

 

 

fonte "Il Partito Comunista" giornale degli internazionalisti fiorentini n° 337 - settembre-ottobre 2009 
...
Foto: Spartaco Lavagnini (al centro)

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



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