mcsilvan_@libero.it | 11 Feb 10:11 2016
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R: Fuga capitali da banche italiane. Gigantesco schema Ponzi sul debito

Mike Shedlock ha all'attivo analisi nel periodo 2005-6 che anticipavano con 
chiarezza l'esplosione delle bolle nel periodo 2007-8. Per il resto Varoufakis 
mi pare in sincera e
creativa confusione politica. Finirà per animare tante conferenze interessanti 
:) s'è visto tanto di peggio solo che politicamente è nel binario morto.

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Rossana | 11 Feb 09:24 2016
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Fuga capitali da banche italiane. Gigantesco schema Ponzi sul debito

Letto quanto afferma Varoufakis sulla disintegrazione UE, sulle sue divisioni e i  muri che si stanno erigendo lungo i confini delle nazioni (ma anche nelle e nei cuori delle persone) ... “se non facciamo nulla, la decostruzione della UE porterà ad una  versione del 1930. Il mio appello serve a impedire questo”, quello di Diem non è l'unico tentativo in corso per svegliare sinistra della UE. Il 19-21 febbraio Podemos organizzerà un workshop a Madrid per preparare un "piano B per l'Europa", descritto come un approccio olistico alla crisi dell'UE.

 

Intanto  in Italia prosegue la fuga di capitali …….e nel mondo cresce il debito globale

 

ROMA (WSI) – Prosegue la fuga di capitali dalle banche italiane e spagnole, con un effetto molto curioso, stando a quanto si legge nell’articolo di Mish Talk: i capitali non fuggono verso le banche tedesche, ma verso quelle francesi.

L’autore del report, Mike Shedlock noto anche come Mish (consulente di investimenti presso Sitka Pacific, il cui sito è considerato tra i migliori 25 blog finanziari al mondo dal Time Magazine, con importanti riconoscimenti anche dal New York Times, da CNBC e da Bloomberg) ha creato la tabella di cui sopra attingendo ai dati della BCE.

http://www.wallstreetitalia.com/wp-content/uploads/2016/02/Untitled-635x450.png

 

La tabella considera i flussi di capitali prendendo come parametro di riferimento il Target 2, in quanto “misura eccellente per monitorare la fuga di capitali da un paese dell’Eurozona a un altro della stessa area”. Target 2 sta per, come spiega anche PIMCO, Trans-European Automated Real-time Gross Settlement Systems e indica il sistema di pagamenti interbancario che elabora i bonifici inviati da un paese all’altro in tempo reale.

 

Mish spiega il trend affermando che l’Europa è attanagliata dalla paura del bail in.

 

    “Tornando indietro, ecco un interrogativo chiave: Cosa ha provocato la corsa agli sportelli da parte dei depositanti, in primo luogo? La risposta è il timore dei bail in, delle confische, dei controlli di capitali e dei fallimenti bancari simili a quelli che si sono verificati in Grecia e a Cipro”. Un altro motivo è l’assenza di fiducia. Chiaramente, scrive Mish, il tentativo della BCE  di Mario Draghi di incoraggiare maggiori prestiti attraverso il taglio dei tassi sui depositi, lo scorso 3 dicembre, da -0,2% a -0,3%, “non ha funzionato”.

 

Un’analisi che avalla i timori sulle banche arriva da un articolo di Naked Capitalism.

 

Il crollo dei titoli bancari in Europa viene spiegato con l’esposizione da parte degli istituti verso il settore energetico, messo in ginocchio dal continuo crollo dei prezzi del petrolio. Tale esposizione potrebbe tradursi in ulteriori perdite, per le banche, del valore di $100 miliardi.

 

Diverse banche hanno infatti erogato prestiti ad aziende operative nel settore energetico. Con le aziende che annaspano, qual è la probabilità che la banca riveda i propri soldi?

L’articolo fa notare come molte banche avessero già “crediti verso aziende che non erano stati svalutati in modo sufficiente e ora i conti potrebbero solo peggiorare, se si considera la bassa crescita e la deflazione bordeline in Europa. In più, le banche europee hanno erogato finanziamenti ad altre aziende attive nel settore delle materie prime, non solo in quello energetico,  e molte hanno anche prestato denaro ai mercati emergenti, (e qui viene citato il caso di Deutsche Bank, considerata la mega-banca più sottocapitalizzata).

 

Esiste poi la questione del contesto di tassi negativi, che ha zavorrato fonti vitali per gli utili delle banche, come i margini netti di interessi (NIM-net interest margin). Tanto che Naked Capitalism fa riferimento a un articolo che è stato scritto da Izabella Kaminska nella sezione di FT Alphaville.

 

    “Senza i NIM, non esiste l’attività bancaria. E i tassi negativi divorano i NIM”.

 

Insomma, i crediti deteriorati non sono l’unica ragione di preoccuparsi per le banche. I tassi di interesse negativi stanno mettendo in ginocchio la loro redditività, e il risultato è che le banche dell’area euro rischiano davvero una escalation della corsa agli sportelli, che di fatto si sta già verificando. Lo stesso articolo cita il caso dell’Italia, riferendosi anch’esso al trend del Target 2.

    “I lettori ricorderanno che i prestiti Target2 sono prestiti di breve termine che vanno dalla Bce alle banche in buone condizioni di salute, per soddisfare esigenze di liquidità di breve periodo. Ma, così come abbiamo visto con la Grecia, spesso (i prestiti) sono un modo attraverso cui la Bce sostiene sistemi bancari e banche malati. Detto questo la Bce comunque richiede garanzie a fronte di questi prestiti. Il noto analista dei mercati finanziari Pater Tenebrarum descrive come queste garanzie vengono costituire per le banche italiane:

 

    Per fare un esempio su come le banche italiane e il governo italiano si stanno aiutando facendo finta di essere più solvibili rispetto a quanto lo siano davvero: le banche acquistano proprietà dello stato (tutto, a partire da edifici fino a caserme militari) dallo stato, pagando tali acquisizioni con i bond governativi. Il governo riprende poi in leasing gli edifici dalle banche, e le banche trasformano le proprietà in ABS (asset-backed securities). Lo stato poi crea una “garanzia” su queste ABS, che le rende idonee alle operazioni di repo con la Bce. Le banche successivamente siglano un repo (pronti contro termine, ovvero vendita di titoli contro contanti con impegno a riacquistare il titolo stesso alla scadenza) con la Bce che hanno come oggetto queste ABS e utilizzano i proventi per acquistare altri bond governativi italiani, per poi riiniziare. Per dirla semplicemente, questo è uno schema Ponzi di proporzioni gigantesche“.

 

L’articolo di Naked Capitalism avverte infine sugli effetti nefasti del bail in.  “Tenete presente che ci sono alcuni depositanti che semplicemente non possono evitare di tenere in una banca più di 100.000 euro. Si tratta nella maggior parte dei casi di piccole e medie imprese, che rappresentano il cuore dell’economia italiana. Dunque, qualsiasi uomo d’affari italiano con un cervello che funziona inizierà a trasferire le proprie attività in una banca non italiana che appaia solvibile”. E il risultato sarà una nuova e continua fuga di capitali.

 

Debito globale continua a crescere: “default inevitabili”

 

Secondo i dati del McKinsey Global Institute fra il 2007 e il 2014 il debito globale, pubblico e privato, è passato da 142 a 199 milioni di miliardi così come dal 269% del Pil al 286%. Per quanto suoni come una Cassandra assai sgradevole, uno dei problemi dell’economia subentrata alla crisi del 2008 è che tale crisi, generata da debiti eccessivi, è stata tamponata con ulteriori debiti. Ultimo ad affrontare questo problema è Jeremy Warner sul Telegraph, che prefigura uno scenario poco lusinghiero soprattutto per i debiti pubblici:

 

    Circa il 40% dei titoli di stato dell’Eurozona vengono scambiati con un rendimento inferiore a zero. Chiunque compri  avrà una perdita garantita alla scadenza. Questo bizzarro stato di cose, chiamato bolla del debito sovrano […] parla di una mondo talmente avverso al rischio e privo di opportunità d’investimento decenti che, per default, finisce tutto nel debito pubblico. Ed è in default che senza dubbio andrà finire.

 

Gli stati d’insolvenza in altre parole sono virtualmente inevitabili, anche se è impossibile prevedere esattamente quando la percezione del mercato sarà diffidente a tal punto da reclamare indietro i soldi, innescando così la crisi. Dall’inizio del secolo sono già stati 16 i default sovrani; in maggioranza si è trattato di ristrutturazioni negoziate: “non si può che pensare che saranno, in futuro, molti di più”, scrive Warner.

 

Un tempo, in seguito agli enormi indebitamenti per finanziare le guerre, si ricorreva a politiche fortemente inflazionistiche, che avevano l’effetto concreto di alleggerire l’onere del debitore polverizzando il valore reale della moneta. Sembra che il mondo di oggi corra nella direzione completamente opposta: per onorare i debiti a prezzi costanti le alternative sono contate. Una è ottenere un’adeguata crescita reale del Pil; un’altra è, per alcuni, la stretta fiscale. Rimangono, a parte, le opzioni inflazionistiche come la monetizzazione del debito (il pagamento con denaro di nuova emissione del deficit pubblico); e, infine, il default, che tuttavia lascia conseguenze molto dure e persistenti sulla fiducia del mercato per anni. Eppure, secondo Warner, è a questo che ci si dovrebbe preparare: alla ristrutturazione dei debiti, che “sono molti di più di quelli che potranno mai essere ripagati”.


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Rattus Norvegicus | 11 Feb 08:03 2016
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articoli sulla costituente di Varoufakis

Intervista de "La Repubblica" a Varoufakis. (Buona)

http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/09/news/yanis_varoufakis_la_mia_battaglia_parte_dal_basso_cambiamo_le_regole_per_salvare_l_europa_-133025719/

Corriere della sera. (Molto schematico)

http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_09/ritorno-varoufakis-movimento-europa-berlino-8dc1bb2e-cf4c-11e5-a78b-52d074ea1480.shtml

E qui il già passato in lista articolo di Bascetta e Mezzadra uscito 
ieri sul manfo

http://ilmanifesto.info/la-costituente-di-varoufakis-sociale-e-non-sovranista/

ciao

rat

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Rossana | 10 Feb 13:14 2016
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La costituente di Varoufakis sociale e non sovranista

DiEM and the movements

http://yanisvaroufakis.eu/2016/01/17/diem-and-the-movements-reply-to-open-letter-by-john-malamatinas/

 

Grecia, Varoufakis: Avevamo ottenuto linea di credito dalla Cina, ma Berlino ci ha boicottato

L’ex ministro: Dragasakis aveva raggiunto un accordo informale sugli investimenti diretti in specifici settori e ottenuto linea di credito per il governo. Una telefonata della Germania ha fatto saltare tutto

http://www.ilvelino.it/it/article/2016/01/20/grecia-varoufakis-avevamo-ottenuto-linea-di-credito-dalla-cina-ma-berl/47a2c0a8-9a56-4d10-ac68-daa64fc7b6ff/

 

Pro & Contra Varoufakis’ neue Bewegung

DiEM farà 'tremare l'Europa - con delicatezza, con compassione, ma con fermezza'

http://www.theguardian.com/world/2016/feb/10/yanis-varoufakis-launches-pan-european-leftwing-movement-diem25

 

Marco Bascetta e Sandro Mezzadra

Berlino. Presentato alla Volksbühne il movimento «Democracy in Europe Movement 2025» (DiEM). Lo stile post-ideologico dell’economista greco: il suo appello rivolto ai radicali, democratici, verdi, alla sinistra

 

L’attenzione mediatica per l’avventura di Yanis Varoufakis a Berlino non è certo mancata. Sala strapiena, giornalisti in coda, domande a raffica: così la conferenza stampa che ha aperto il meeting organizzato alla Volksbühne di Berlino per la presentazione del manifesto di DiEM 2025 («Democracy in Europe Movement 2025»). È un testo che ha l’ambizione di aggregare intorno a un programma pluriennale di democratizzazione dell’Unione Europea movimenti sociali, forze politiche, circoli intellettuali, associazioni, lavoratori della conoscenza, e artisti attivi sulla scena continentale.

 

Le risposte di Varoufakis sono state di estrema chiarezza ed efficacia soprattutto su un punto che figurava tra i più delicati: ovvero il rapporto tra la sua iniziativa e le posizioni che in diversi Paesi europei di fronte alla gestione neoliberale della crisi puntano a un recupero della sovranità e della moneta nazionale. Si tratta di posizioni condivise anche da diverse forze della sinistra, tradizionale e non. Per fare i nomi più noti che sostengono simili punti di vista si possono ricordare Oskar Lafontaine in Germania e Jean-Luc Mélenchon in Francia. La posizione dell’ex ministro delle finanze greco su questo punto è stata di inequivocabile rifiuto. Al centro della sua iniziativa c’è l’obiettivo di una ripoliticizzazione dello spazio e delle istituzioni europee, come antidoto alle tendenze alla frammentazione, alla chiusura e alla competizione. In poche parole come antidoto alla deriva verso una riedizione “post-moderna” degli scenari degli anni Trenta, un rischio su cui ha spesso insistito. Del discorso nazionale non possono che avvantaggiarsi le destre più o meno estreme, come del resto gli orientamenti elettorali in Europa ci stanno ripetutamente dimostrando.

 

La giornata di presentazione di DiEM alla Volksbühne si è articolata in lunghe conversazioni tematiche, secondo il modello di una jam session a cui hanno partecipato attivisti e intellettuali, operatori dei media, sindacalisti ed esponenti di innovative esperienze municipali, a partire da quella di Barcellona. Nessuno in rappresentanza di organizzazioni o gruppi, ma tutti provenienti da una pluralità di esperienze collettive. La discussione ha preso le mosse da una «mappatura cognitiva» della crisi europea, per poi concentrarsi su un’analisi più specifica della situazione economica e su quello che potrà essere nei prossimi mesi il ruolo di DiEM. La giornata si è conclusa con l’effettivo lancio del manifesto, in una sala affollata da centinaia di persone, con schermi allestiti all’esterno per coloro che non hanno trovato posto. Ne parleremo domani.

 

Durante la conferenza stampa, così come durante «talk real» (il talk show organizzato da Europan Alternatives, a cui ha partecipato lunedì sera), Varoufakis ha adottato uno stile marcatamente «post-ideologico», quasi da liberal di oltre Oceano. Non ha certo taciuto la sua militanza nella sinistra, ma si è rivolto a «tutti i democratici, liberali, verdi o radicali che siano». Poiché la questione al centro della governance europea, ha insistito Varoufakis, è un plateale svuotamento della democrazia, con la totale esclusione dei cittadini – del demos – dai processi decisionali. In quest’ottica l’esperienza dell’anno 2015 in Europa è stata illuminante, tanto per lo scontro tra il governo greco e la troika dei creditori quanto per la cosiddetta «crisi dei migranti» e i suoi riflessi sui rapporti tra i Paesi membri dell’Unione: l’acuirsi della frattura tra Est e Ovest, che si aggiunge a quella tra Nord e Sud, le crepe sempre più vistose all’interno dello spazio di Schengen. Quanto ai movimenti di profughi e migranti verso l’Europa, Varoufakis ha espresso ancora una volta posizioni molto chiare: di fronte a chi fugge dalla guerra e dalla povertà «non si possono fare calcoli costi-benefici» e l’Europa non può sottrarsi al dovere di fare i conti con la propria storia. Una storia che attraverso il colonialismo ha cambiato irreversibilmente gli equilibri mondiali.

 

L’ambizione che caratterizza il progetto di DiEM non è affatto modesta. Non si tratta infatti di un semplice appello alla difesa delle forme e delle procedure democratiche. Al contrario, è il contenuto sociale del processo quello che sostanzia politicamente la democrazia europea di cui qui si parla. A questo scopo la sinistra, così come la conosciamo e a maggior ragione dopo le numerose sconfitte subite in questi anni, non ha forza sufficiente. Ciò di cui c’è bisogno è una radicale innovazione politica, capace di costruire materialmente una democrazia che non esiste su scala continentale e appare radicalmente svuotata di legittimità e contenuti su scala nazionale.

 

Da questo punto di vista, Varoufakis ha sottolineato la rilevanza essenziale – all’interno di un processo che si qualifica come «costituente» – dell’azione autonoma dei movimenti e delle lotte sociali. Non a caso, il suo soggiorno a Berlino è cominciato domenica, con un intervento all’assemblea di Blockupy, la coalizione che ha organizzato l’assedio dell’Eurotower a Francoforte lo scorso 18 marzo.

Un movimento per la democrazia in Europa continua ad avere numerosi ostacoli sulla sua strada sebbene se ne colga appieno l’urgenza. Ed è inevitabile che questo stato embrionale del movimento si rispecchi nel carattere ancora generico e indefinito della stessa rivendicazione di democrazia su scala europea. Di questo risente naturalmente allo stato attuale anche il progetto DiEM. E tuttavia la ricchezza della discussione che si è aperta a Berlino, l’eterogeneità dei partecipanti e dei linguaggi, la tensione e perfino l’entusiasmo che l’hanno caratterizzata indicano chiaramente l’apertura di una possibilità politica realmente nuova. Saranno i prossimi mesi a dirci quanto efficace.


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lorenzo es | 8 Feb 20:50 2016

I: Il Covile N° 886. L’ultimo libro di Toni Negri (di Stefano Borselli e Riccardo De Benedetti)




 Questo numero.
INDICE
1 Affascinati dal nemico (Riccardo De Benedetti)
5 E se fossero supercazzole? (Stefano Borselli)
7 Chi s’assomiglia si piglia (Alan Sokal e Jean Bricmont)

*** Il testo è in allegato

N.B. L'edizione inviata per email è sempre da considerarsi una bozza che gli iscritti sono invitati a controllare, segnalando qualsiasi errore. Il numero viene rinviato solo in caso di errori macroscopici. La versione stabile, insieme a tutti gli arretrati è disponibile, dopo alcuni giorni, sul sito www.ilcovile.it.
www.ilcovile.it
Dicembre 2015 882 Il Covile dei piccoli. Un racconto natalizio. Il re Schiaccianoci. 881 La Carta di Vicenza. 880 Quadrelliana 4 (a cura di Andrea G. Sciffo).

Questa rivista viene inviata di tanto in tanto alle persone che si sono volontariamente iscritte e che liberamente sono state accettate. Chi, per qualsiasi motivo, non volesse più riceverla non esiti a scrivere a il.covile <at> gmail.com: sarà prontamente cancellato dall’indirizzario. Let him depart; his passport shall be made, and crowns for convoy put into his purse. ❦
Rossana | 8 Feb 10:52 2016
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Slump

Bifo su Alfabeta2

 

Stanno suonando le trombe del giudizio? L’orizzonte economico che si presenta nel primo scorcio dell’anno 2016 suscita vivo sgomento negli osservatori. Mario Draghi ripete l’esorcismo estremo: «Whatever it takes». Ma il pericolo attuale non è più quello di un collasso finanziario come nel 2008. Il pericolo è quello di una crisi di sovrapproduzione globale, e di una stagnazione di lungo periodo. Il crollo delle borse non è che un segnale. Da sei anni le banche centrali prestano denaro a costo zero, e da un paio di anni il petrolio scende ininterrottamente. Cionostante la domanda cala, e la stagnazione persiste, si aggrava, tende a divenire recessione.

 

Il 10 gennaio il «New York Times» ha pubblicato un articolo di Clifford Kraus dedicato agli effetti che il calo della domanda cinese produce sull’economia globale:

 

«Per anni la Cina s’è ingozzata di ogni tipo di metalli e di energia perché la sua economia si espandeva rapidamente; le grandi aziende hanno ampliato aggressivamente le loro operazioni di estrazione e produzione, scommettendo sulla prospettiva che l’appetito cinese sarebbe continuato per sempre. Adesso tutto è cambiato. L’economia cinese si contrae. Le compagnie americane, che tentano disperatamente di pagare i loro debiti mentre aumentano i tassi di interesse, debbono continuare a produrre. Questo eccesso spinge i prezzi verso il basso, e colpisce le economie dipendenti dalla produzione di merci di consumo come il Brasile e il Venezuela, ma anche i paesi sviluppati come l’Australia e il Canada» (Clifford Kraus, «New York Times»: China ’s Hunger for Commodities Wanes, and Pain Spreads Among Producers).

 

Negli anni passati le grandi corporation hanno investito somme enormi nell’estrazione di petrolio, nella raffinazione dello shale gas, nelle tecnologie necessarie per il cracking, e così via. Il sistema bancario globale ha finanziato queste operazioni. Tutti pensavano che la domanda sarebbe cresciuta indefinitamente. Ma ora il rallentamento dell’economia cinese non significa solo che l’incremento annuo del prodotto cinese, pur continuando ad essere elevato (6.9%, secondo le opinabili stime cinesi), tende a diminuire. Significa soprattutto che la domanda di energia si è ridotta considerevolmente e tende a ridursi di più. Siamo di fronte alla più classica delle crisi di sovrapproduzione.

 

Scrive ancora Kraus:

 

«I bassi tassi di interesse hanno alimentato il boom produttivo. La compagnia brasiliana Petrobras ha accumulato 128 miliardi di dollari di debito, raddoppiando i costi annuali di indebitamento durante gli ultimi tre anni per produrre sempre più petroli. Poi la storia è cambiata quando la crescita cinese ha iniziato a recedere. Nel 2015 i prezzi hanno avuto un rallentamento continuo. Il nickel, il ferro il palladio, il platino e il rame sono scesi del 25% o più. I prezzi del petrolio sono scesi di più del 60% negli ultimi 18 mesi. Anche i prezzi del grano e del frumento sono precipitati».

 

D’altra parte le aziende si sono indebitate con le banche per poter avviare i loro investimenti, e non si possono fermare. Le banche hanno prestato somme colossali, e non possono riaverle indietro.

 

«Decisioni di Investimento multimiliardarie prese anni fa, come lo sfruttamento delle sabbie oleose in Canada o le miniere di ferro in Africa occidentale, debbono necessariamente continuare. Non si possono semplicemente chiudere progetti di quell’entità. L’eccesso potrebbe continuare per anni» (ancora Kraus).

 

Può durare per anni, dice sempre Kraus, sull’autorevole quotidiano. Ma forse dovremmo fare un’ipotesi più radicale, e insieme più realistica: durerà per sempre, perché la crescita è divenuta impossibile, e non tornerà mai più. L’ossessione capitalistica impedisce di vedere la realtà: siamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione di dimensioni inimmaginabili. Nessuna delle tendenze oggi leggibili nel sistema-mondo permette di prevedere che se ne possa venire fuori nel corso del prossimo decennio.

 

Il 17 gennaio «Le Monde» ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente: Le grand vertige des marchés: «Nel 2015 il barile di petrolio potrà costare 380 dollari, avevano preconizzato gli economisti Patrick Artus e Mocef Kaabi nel 2005, tenendo conto dell’aumento del consumo mondiale e della scarsità di riserve… Invece il barile di petrolio è costato mediamente 40 dollari nel 2015. Il 15 gennaio 2016 è sceso a 29 dollari» (Charrel, Cosnard, Gueland, Lauer).

 

Il fatto che gli economisti Artus e Kaabiu prevedessero dieci anni fa che il petrolio sarebbe cresciuto fino a 380 dollari dimostra in primo luogo che gli economisti sono scienziati allo stesso titolo della Sibilla Cumana e del Mago Otelma, e che la scienza economica è soltanto una forma di legittimazione ideologica di una tecnica rivolta al massimo sfruttamento della vita umana. In secondo luogo, che la sovrapproduzione non poteva essere prevista entro le categorie del sapere capitalistico, ma solo a partire da un altro punto di vista: quello del valore d’uso sottratto alla logica dell’accumulazione, dei bisogni sociali effettivi sottratti alla codificazione finanziaria. Non c’é più bisogno di crescita né di lavoro – questa è la verità inammissibile nel contesto della codificazione capitalistica.

 

L’occupazione è destinata a calare ovunque, nonostante i patetici sforzi rivolti a dare lavoro; aumentare l’occupazione significa poi soltanto costringere la gente a lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno. La forma del lavoro salariato non ha più nessun fondamento di necessità e solo un reddito scollegato dall’erogazione di inutile lavoro permetterebbe di garantire la sopravvivenza, e anche di rilanciare la domanda.

 

«Il flusso di materie prime mette i prezzi sotto pressione, e provoca dolorose conseguenze. Le compagnie petrolifere hanno lasciato senza lavoro 250.000 operai nel mondo. Alcune aziende cominciano a dichiarare bancarotta» (Kraus, citato).

 

D’altra parte le nuove prospettive di produzione sono generalmente caratterizzate da un’altissima intensità di tecnologia e da una bassa necessità di lavoro. Per rilanciare la crescita e sostenere l’occupazione le banche centrali hanno investito somme immense, negli ultimi cinque anni. Invano.

 

«Le banche centrali sorreggono l’economia con una quantità incredibile di liquidità che la FED, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone e infine la Banca centrale europea hanno iniettato sui mercati per evitare lo sprofondamento dei mercati […]. Oggi queste liquidità costituiscono il 30% del prodotto lordo mondiale, mentre erano il 6% alla fine degli anni Novanta. Un aumento fenomenale che ha la conseguenza che i mercati sono diventati dipendenti da questo denaro facile, angosciati dal timore che il rubinetto si chiuda» («Le Monde», citato).

 

Fiumi di denaro pubblico vengono sottratti alla società per destinarli a imprese che producono quantità crescenti di beni per i quali la domanda è calante, nonostante la riduzione del costo del petrolio che favorisce una diminuzione dei prezzi.

 

«Gli americani comprano meno apparecchi elettronici (– 0,2%), meno alimentari e bevande (– 0,3%) meno vestiti (– 0.9%). L’annuncio che Wal Mart chiude 154 magazzini in tutto il paese e licenzia 10.000 dipendenti non ha certo rassicurato. D’altra parte le vendite di Macy’s sono diminuite del 4.7% e quelle di Gap del 5%, durante i due ultimi mesi del 2015» («Le Monde»).

 

Perché la domanda crolla? Prima di tutto perché non abbiamo più bisogno di comprare, e questa dovrebbe essere una buona notizia. Abbiamo un numero sufficiente di pantaloni e abbiamo mangiato troppi hamburger. Buone notizie per l’ambiente e per la nostra salute, e sarebbe una buona notizia anche per i lavoratori che potrebbero lavorare meno. Ma no. Il capitalismo non può concepire una riduzione della domanda, né una riduzione del tempo di lavoro, senza considerare questi eventi come segno di una crisi che va affrontata nella solita maniera: riducendo il salario, aumentando lo sfruttamento.

 

La crescita si ferma, rincula, crolla. Il tempo di lavoro necessario è precipitato dovunque, e non riprenderà mai a salire, grazie alle tecnologie che riducono lavoro. Ma il capitalismo è incapace di organizzare queste due tendenze (che il marxismo ha previsto da centocinquant’anni). Il capitalismo è incapace di semiotizzare l’innovazione, perché le categorie di cui dispone sono quelle di lavoro salariato e di accumulazione.

 

Il tempo di lavoro necessario si riduce. E questo potrebbe aprire le porte a una liberazione di tempo sociale. Ma siccome il capitalismo si fonda sulla superstiziosa identificazione della sopravvivenza con il salario, la benedizione delle tecnologie labor-saving, anziché tradursi in liberazione di tempo sociale, si traduce in disoccupazione di massa, miseria. E guerra.

 

Sezioni crescenti della popolazione non hanno più un salario perché il lavoro è diventato inutile, perciò si organizzano in forma criminale. Cos’è in ultima analisi lo Stato Islamico se non una possibilità di occupazione e reddito per milioni di lavoratori giovani delle periferie del mondo arabo e d’Europa? Cosa sono le organizzazioni narcos, che straziano distruggono terrorizzano aree del territorio messicano, se non una possibilità di occupazione e reddito per centinaia di migliaia di disoccupati delle aree più povere del Messico?

 

È sempre stato vero che il capitalismo porta la guerra come la nube porta la tempesta, ma oggi il processo presenta caratteri originali, rispetto a un passato in cui la guerra aveva un carattere riconoscibile, dichiarato, e cominciava in un certo giorno per finire quando si firmava la tregua. Non c’è più inizio, non c’è più tregua, non c’è più territorio né confine. La guerra è ovunque.

 

Non soltanto gli stati organizzano la guerra come investimento di capitali che non trovano sbocco. È la società medesima a produrre la guerra: masse di giovani privi di futuro si organizzano in forma criminale per garantirsi un reddito dato che il capitalismo non è più in grado di fornirgli un salario, mentre il ricatto del lavoro persiste, anche se il lavoro è divenuto inutile.

 

Cosa accadrà nel sistema finanziario quando lo shock raggiungerà le grandi banche che hanno investito sulle aziende che producono petrolio che nessuno vuole più comprare? Il 2016 è cominciato con una generale caduta delle Borse. Siamo solo all’inizio. Le conseguenze posso rivelarsi estremamente dolorose per la società.

 

Solo l’autonomia della sfera sociale dall’economia di accumulazione potrebbe permetterci di trovare una via d’uscita da questo labirinto. Solo la ricomposizione sociale può imporre un quantitative easing for the people, come lo chiama Christian Marazzi. Mario Draghi è l’eroe delle Banche e delle Borse, ma i soldi che lui regala alla finanza sono sottratti alla società. La liquidità, con cui l’autorità monetaria ha alimentato finora l’ingordigia del sistema finanziario, dovrebbe semplicemente essere diretta in un’altra direzione: reddito di cittadinanza, soldi per rilassare l’aggressività e permettere all’attività collettiva di rimediare alla devastazione psichica culturale ambientale prodotta dal ricatto del salario.


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Rattus Norvegicus | 8 Feb 08:24 2016
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R: Re: R: Re: La (mala)distribuzione del lavoro in Italia

Caro Michele, sono io ad esortarti a mandare cose e quindi non devo 
lamentarmi se poi ho l'impressione che a volte corri troppo. Ma a mio 
modo di vedere non ha molto senso lasciarsi sommergere da dati e teorie 
senza riflettere. I 18 minuti di Ricolfi sono un campionario di spunti 
su cui si potrebbe stare una settimana. 

https://www.youtube.com/watch?v=y6qAgRwLtkA
Penso, per esempio a 
quella che lui ha chiamato relazione bufago/ippopotamo. Come bufago, 
inizialmente mi sono sentito piuttosto lusingato (meglio essere un 
colorato bufago libero e canterino che un grigio ippopotamo). Ma, 
quando Ricolfi, nei suoi disegnini, ha sostituito il sovrano di un 
tempo, mettendo al suo posto i bufaghi con la corona in testa, beh ho 
provato un forte senso di fastidio. Ovviamente c'è gente che vive di 
rendita. Ma in Italia cresce di anno in anno il numero delle persone 
sotto la soglia di povertà, altro che "Re Bufaghi !" Credo poi che le 
persone che hanno letto alcuni lavori di Afuma non accetterebbero tanto 
facilmente l'idea di "consumatore puro" che propone Ricolfi. Ma anche 
se tralasciamo quella che si potrebbe definire la "produttività 
passiva" del consumatore (ma Andrea non la chiamerebbe così), rimane 
una "passività produttiva" del disoccupato, del matto e, insomma, 
dell'escluso: pensa a Mafia Capitale: "si fanno più soldi con gli 
zingari che con la cocaina" (Buzzi).

Per altro, l'espressione "doppio 
legame" viene utilizzata impropriamente da Ricolfi. Il doppio legame, 
per Bateson, non è un rapporto di parassitismo (e comunque non è senza 
importanti conseguenze che l'ippopotamo sia o meno "contento" del 
lavoro del bufago. In questo secondo caso si potrebbe parlare di 
simbiosi). Comunque, il doppio legame è un grave disturbo nella 
comunicazione, che secondo Bateson produce disagio e malattia mentale.

Lasciami dire che secondo me oggi c'è vero doppio legame nei rapporti 
sociali, per esempio, quando diseguaglianze clamorose costringono i 
locutori a interpretare la realtà con modalità del tutto opposte. Così, 
uno che si sente obbligato a mandare il proprio rampollo (bufago) al 
college da trentamila dollari l'anno, per non  peredere blasone e 
prestigio, si ritrova obbligato a raccontare alla gente del suo paese 
cose improbabili come, per esempio quella che in Italia le 
diseguaglianze sono diminuite. (magari aggiungendo "diseguaglianze di 
reddito" fidando nella distrazione del pubblico). Ecco, questo è vero 
doppio legame. 

Oh, prima che mi mandi un altro video te ne suggerisco 
uno io: 

https://www.youtube.com/watch?v=zRkPU1fKchI
(forza bufaghi !)

rat

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Rattus Norvegicus | 6 Feb 15:18 2016
Picon

Morozov e altro


Ciao,

intanto, ringrazio Fuma per le illuminanti spiegazioni sulla 
misurazione della distribuzioni del reddito pianetario. Suggerirei che 
il video di Ricolfi possa essere molto utile e stimolante anche su 
altre questioni, come quella della distribuzione del tempo di lavoro.

Qui di seguito, invece, l'ultimo testo di Morozov uscito su 
Internazionale in settimana. Assolutamente interessante anche se, come 
al solito, discutibile in alcuni punti. Commenterei che, presi nel 
cappio tra stato e corporation bisognerebbe far ripartire il concetto 
di sfera pubblica non statale.

Mi unisco a quanti hanno ricordato in 
lista il terribile lutto per la morte Giulio Regeni. 

rat

______________________________________________________________________

L'innovazione è ostaggio del grande capitale

Eugeny Morozov

Perché 
ci sono così poche alternative alle grandi aziende tecnologiche 
statunitensi ? È interessante confrontare il percorso di una compagnia 
come Uber (che oggi vale più di 62,5 miliardi di dollari) con quello di 
Kutsuplus, una startup finlandese che ha chiuso i battenti alla fine 
del 2015. Kutsuplus puntava a diventare l'equivalente di Uber nel 
trasporto pubblico, tramite una rete di minibus che caricavano e 
scaricavano i passeggeri in qualsiasi punto della città. Nata 
all'interno di un'università locale, Kutsuplus non era sostenuta dal 
grande capitale, e probabilmente questo è stato uno dei motivi del suo 
fallimento: l'autorità che gestisce i trasporti locali l'ha ritenuta 
troppo costosa.

"Costosa" non è certo un aggettivo che si può 
applicare a Uber. Qualcuno potrebbe pensare che il servizio costi poco 
perché è ben congegnato e opera su scala globale. Ma il motivo è molto 
più banale: grazie agli investimenti colossali che la sostengono, Uber 
può investire miliardi di dollari per distruggere la concorrenza, che 
siano vecchi taxi o le startup innovative come Kutsuplus. Il sito the 
Information ha ipotizzato che durante i primi nove mesi del 2015 Uber 
abbia perso 1,7 miliardi di dollari, registrando incassi per 1,2 
miliardi. L'azienda dispone di così tanto denaro che in alcune aree del 
Nordamerica offre tariffe talmente basse da non coprire nemmeno i costi 
per la benzina e l'usura del veicolo.

Da dove viene questo denaro ? 
Con investitori come Google, Jeff Bezos e Goldman Sachs, Uber è 
l'esempio perfetto di un'azienda che ha potuto espandersi a livello 
globale grazie all'incapacità dei governi di tassare le aziende 
tecnologiche e i giganti della finanza. Uber ha così tanti soldi perché 
i governi non ne hanno più. Invece che finire nelle casse pubbliche, il 
denaro viene parcheggiato nei conti offshore della Silicon Valley e di 
Wall Street. Prendiamo la Apple, che ha ammesso di aver nascosto 
all'estero 200 miliardi di dollari potenzialmente tassabili, o 
Facebook, che ha registrato 3,69 miliardi profitti nel 2015. Ogni tanto 
qualcuna di queste aziende si mostra generosa con i governi (Apple e 
Google hanno accettato di pagare cifre largamente inferiori a quelle 
dovute rispettivamente in Italia e nel Regno Unito), ma in realtà 
cercano soltanto di legittimare  i loro discutibili accordi fiscali.

Nel frattempo i governi e le amministrazioni locali vivono un periodo 
di enorme difficoltà economica. Alla ricerca disperata di entrate, 
spesso peggiorano la situazione esagerando con l'austerità o tagliando 
la spesa per le infrastrutture e l'innovazione. Non è certo una 
coincidenza che la Finlandia sia uno dei più zelanti sostenitori 
dell'austerità in Europa. Dopo aver lasciato fallire la Nokia, il paese 
ha perso un'altra occasione con Kutsuplus.

Ma la Silicon valley e 
Wall Street non sovvenzioneranno in eterno i trasporti. Gli 
ivnestimenti possono essere recuperati solo spremendo gli autisti 
oppure, una volta cancellata la concorrenza, aumentando le tariffe.

L'unica scelta è tra una maggiore precarietà per gli autisti o una 
maggiore precarietà per i passeggeri, che dovrebbero accettare tariffe 
più alte e calcolate con sistemi discutibili. Uber sta cercando di 
consolidare la sua posizione dominante nei trasporti. Quando i tassisti 
francesi sono scesi in piazza, Uber ha proposto di includere nella sua 
piattaforma tutti i tassisti professionisti che volevano un secondo 
lavoro. Piattaforme simili, ma con isstemi trasparenti di pagamento, 
calcolo e gestione dei feedback - avrebbero dovuto essere create molto 
tempo fa dalle amministrazioni locali. IN questo modo, e sostenendo le 
startup come Kutsuplus, avrebbero potuto dare una risposta normativa a 
Uber. La politica tecnologica di un paese dipende dalla sua politica 
economica: la prima non può funzionare senza l'appoggio delle seconda. 
Il problema è che decenni di lassismo fiscale e austerità hanno ridotto 
le risorse necessarie a sperimentare soluzioni alternative per servizi 
come quello dei trasporti.  Di conseguenza il grande capitale (che 
considera la vita quotidiana il terreno ideale per le sue attività 
predatorie) è ormai l'unica fonte di finanziamento per questi 
progetti. 

Non c'è da stupirsi se così tante aziende cominciano come 
Kutsuplus ma poi fanno la fine di Uber: è la conseguenza strutturale 
del fatto di dipendere da investitori che pretendono ritorni enormi. In 
teoria trovare e finanziare progetti liberandoli da questi vincoli non 
sarebbe difficile. Il problema, soprattutto considerando l'attuale 
clima economico, è trovare i fondi per silupparle. La tassazione sembra 
l'unico strumento rimasto, ma molti governi non hanno nemmeno il 
coraggio di pretendere che le grandi aziende paghino quello che devono.

Tutto questo avrà un prezzo: le proteste contro Uber a Parigi sono solo 
un assaggio di quello che accadrà quando le grandi aziende otterranno 
ancora più potere senza che i governi prendano le necessarie 
contromisure a livello economico.

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rossana@comodinoposta.org | 6 Feb 09:43 2016
Picon

In Egitto, la seconda vita dei sindacati indipendenti

Oltre i commenti sterili riportati dai giornali italiani, l'ultimo articolo dell
o studente torturato sino a provocarne la morte al Manifesto:

http://www.cambridge-news.co.uk/Cambridge-Italian-student-confirmed-dead/story-2
8672069-detail/story.html

Your Excellencies President al-Sisi, Major-General Abdul Ghaffar, and Mr. Shoukr
y:
We write to you on behalf of the Committee on Academic Freedom of the Middle Eas
t Studies Association (MESA) to express our outrage regarding the news of the ap
parent torture and murder of Giulio Regeni, an Italian student from Cambridge Un
iversity, who disappeared in Cairo on 25 January and whose body was found on a r
oad outside Cairo on 3 February.
http://mesana.org/committees/academic-freedom/intervention/letters-egypt.html#Eg
ypt20160204

In Egitto, la seconda vita dei sindacati indipendenti 
L’ultimo reportage di Giulio Regeni, su un’affollata assemblea di uomini e donne
 per la libertà. Iniziative popolari e spontanee rompono il muro della paura nat
o dopo la speranza della primavera araba
Pubblichiamo qui l’articolo inviatoci da Giulio Regeni, e sollecitato via e-mail
 a metà gennaio, sui sindacati indipendenti in Egitto. Ci aveva chiesto di pubbl
icarlo con uno pseudonimo così come accaduto altre volte in passato. Dopo la sua
 scomparsa, rispettando prudenza e opportunità, l’abbiamo tenuto nel cassetto sp
erando in un esito positivo della vicenda. Dopo il barbaro omicidio al Cairo del
 ricercatore friuliano abbiamo deciso di offrirlo ai lettori come testimonianza,
 con il vero nome del suo autore, adesso che quella cautela è stata tragicamente
 superata dai fatti.
Al-Sisi ha ottenuto il controllo del parlamento con il più alto numero di polizi
otti e militari della storia del paese mentre l’Egitto è in coda a tutta le clas
sifiche mondiali per rispetto della libertà di stampa. Eppure i sindacati indipe
ndenti non demordono. Si è appena svolto un vibrante incontro presso il Centro S
ervizi per i Lavoratori e i Sindacati (Ctuws), tra i punti di riferimento del si
ndacalismo indipendente egiziano.
Sebbene la sala più grande del Centro abbia un centinaio di posti a sedere, la s
era dell’incontro non riusciva a contenere il numero di attiviste e attivisti si
ndacali giunti da tutto l’Egitto per un’assemblea che ha dello straordinario nel
 contesto attuale del paese. L’occasione è una circolare del consiglio dei minis
tri che raccomanda una stretta collaborazione tra il governo e il sindacato uffi
ciale Etuf (unica formazione ammessa fino al 2008), con il fine esplicito di con
trastare il ruolo dei sindacati indipendenti e marginalizzarli tra i lavoratori.
Sebbene oggi Ctuws non sia rappresentativo della complessa costellazione del sin
dacalismo indipendente egiziano, il suo appello è stato raccolto, forse anche in
aspettatamente, da un numero molto significativo di sindacati.
Alla fine, saranno una cinquantina circa le sigle che sottoscriveranno la dichia
razione di chiusura, rappresentanti dei più svariati settori economici, e dalle 
più svariate regioni del paese: dai trasporti alla scuola, dall’agricoltura all’
ampio settore informale, dal Sinai all’Alto Egitto, passando per il Delta, Aless
andria e il Cairo.
La circolare del governo rappresenta un ulteriore attacco ai diritti dei lavorat
ori e alle libertà sindacali, fortemente ristrette dopo il colpo di stato milita
re del 3 luglio 2013, e ha così fatto da catalizzatore di un malcontento molto d
iffuso tra i lavoratori, ma che stentava fino ad oggi a prendere forma in inizia
tive concrete.
Movimento in crisi
Dopo la rivoluzione del 2011 l’Egitto ha vissuto una sorprendente espansione del
lo spazio di libertà politiche. Si è assistito alla nascita di centinaia di nuov
i sindacati, un vero e proprio movimento, di cui il Ctuws è stato tra i protagon
isti, attraverso le sue attività di supporto e formazione.
Tuttavia, negli ultimi due anni, repressione e cooptazione da parte del regime h
anno seriamente indebolito queste iniziative, al punto che le due maggiori feder
azioni (la Edlc ed Efitu) non riuniscono la loro assemblea generale dal 2013.
Di fatto ogni sindacato agisce ormai per conto proprio a livello locale o di set
tore. L’esigenza di unirsi e coordinare gli sforzi però è molto sentita, e lo te
stimonia la grande partecipazione all’assemblea, oltre ai tanti interventi che h
anno puntato il dito contro la frammentazione del movimento, e invocato la neces
sità di lavorare insieme, al di là delle correnti di appartenenza.
Gli interventi si sono succeduti a decine, concisi, spesso appassionati, e con u
n taglio molto operativo: si trattava di proporre e decidere insieme il «cosa fa
re da domani mattina», un appello ripetuto come un mantra durante l’incontro, da
ta l’urgenza del momento e la necessità di delineare un piano d’azione a breve e
 medio termine.
Da notare la presenza di una nutrita minoranza di donne, i cui interventi sono s
tati in alcuni casi tra i più apprezzati e applauditi dalla platea a maggioranza
 maschile. La grande assemblea si è poi conclusa con la decisione di formare un 
comitato il più possibile rappresentativo, che si incarichi di gettare le basi p
er una campagna nazionale sui temi del lavoro e delle libertà sindacali.
Conferenze regionali
L’idea è quella di organizzare una serie di conferenze regionali che portino nel
 giro di pochi mesi ad una grande assemblea nazionale e possibilmente ad una man
ifestazione unitaria di protesta («a Tahrir!» diceva anche qualcuno tra i presen
ti, invocando la piazza che è stata teatro della stagione rivoluzionaria del per
iodo 2011-2013, e che da più di due anni è vietata a qualsiasi forma di protesta
).
L’agenda sembra decisamente ampia, e include tra gli obiettivi fondamentali quel
lo di contrastare la legge 18 del 2015, che ha recentemente preso di mira i lavo
ratori del settore pubblico, ed è stata duramente contestata nei mesi passati.
Nel frattempo, proprio in questi giorni, in diverse regioni del paese, da Assiut
 a Suez, al Delta, lavoratori di società nei settori del tessile, del cemento, d
elle costruzioni, sono entrati in sciopero a oltranza: per lo più le loro rivend
icazioni riguardano l’estensione di diritti salariali e indennità riservate alle
 società pubbliche.
Nuova ondata di scioperi
Si tratta di benefici di cui questi lavoratori hanno smesso di godere in seguito
 alla massiccia ondata di privatizzazioni dell’ultimo periodo dell’era Mubarak.
Molte di queste privatizzazioni dopo la rivoluzione del 2011 sono state portate 
davanti ai giudici, i quali ne hanno spesso decretato la nullità, rilevando dive
rsi casi di irregolarità e corruzione.
Tali scioperi sono per lo più scollegati tra di loro, e in gran parte slegati da
l mondo del sindacalismo indipendente che si è riunito al Cairo.
Ma rappresentano comunque una realtà molto significativa, per almeno due motivi.
 Da un lato, pur se in maniera non del tutto esplicita, contestano il cuore dell
a trasformazione neoliberista del paese, che ha subito una profonda accelerazion
e dal 2004 in poi, e che le rivolte popolari esplose nel gennaio 2011 con lo slo
gan «Pane, Libertà, Giustizia Sociale» non sono riuscite sostanzialmente a intac
care.
L’altro aspetto è che in un contesto autoritario e repressivo come quello dell’E
gitto dell’ex-generale al-Sisi, il semplice fatto che vi siano iniziative popola
ri e spontanee che rompono il muro della paura rappresenta di per sé una spinta 
importante per il cambiamento.
Sfidare lo stato di emergenza e gli appelli alla stabilità e alla pace sociale g
iustificati dalla «guerra al terrorismo», significa oggi, pur se indirettamente,
 mettere in discussione alla base la retorica su cui il regime giustifica la sua
 stessa esistenza e la repressione della società civile.

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Rattus Norvegicus | 5 Feb 14:55 2016
Picon

R: Re: La (mala)distribuzione del lavoro in Italia

Benedetto figliolo, non è che tutto sia così semplice. 

Se ti vedi il 
rapporto oxfam qui sotto indicato trovi una tabellina che dice 
esattamente il contrario di quel che dice Ricolfi. Cito dal testo di 
Oxfam:

"Il livello di disuguaglianza di reddito disponibile 
equivalente in Italia è leggermente al di sopra della media OCSE ed è 
cresciuto fin dalla metà degli anni '80"

http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2015/09/MODIFICATO_Scheda-Italia_dati-disuguaglianza_finale.pdf

Ora non ho voglia di entrare nel dettaglio. Ma Ricolfi dice che in 
Italia  "negli ultimi vent'anni, dall'inizio della seconda Repubblica, 
abbiamo un trend di diseguaglianza decrescente". 

Qui trovi il punto 
esatto.

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=y6qAgRwLtkA#t=130

Ascolta attentamente anche il passo successivo: lui non è che afferma 
l'ovvietà che la gente comune può leggere dati da fonti diverse dalle 
sue. No. Lui dice che abbiamo "la sensazione" che la diseguaglianza sia 
aumentata. Noi abbiamo "sensazioni" (sbagliate) Ricolfi detiene la 
verità.

Ora, non intendo dare l'impressione di essere un tipo un po' 
vetero, ma a me non sorprende che una persona che lavora per il 
Sole24ore sostenga tesi veramente improbabili come quella che la 
diseguaglianza in Italia è diminuita. Al "sole" lavorano bravissime 
persone, intelligentissime di sinistra e e tutto quel che vuoi, ma è, e 
rimane, il giornale di confindustria.

Del resto, c'è gente che nega 
pure che esiste il global worming.  
Non è che bisogna stupirsi del 
fatto che ci sia gente che la pensa diversamente da noi, è che bisogna 
verificare cosa li muove a fare certe asserzioni. I negazionisti del 
riscaldamento globale prendono i soldi dalle lobby dei carburanti 
fossili, per esempio.

Ma l'argomento è succulento per affrontare anche 
altre tematiche. Per esempio quello della facilità con cui si cade 
nella mani dei meccanismi di propaganda delle lobby economiche e 
politiche.

Ciao Michele,

continua a mandare roba, come vedi ci auiti 
a pensare !

rattus

>----Messaggio originale----
>Da: 
gianella.michele <at> gmail.com
>Data: 5-feb-2016 11.31
>A: 
<neurogreen <at> liste.comodino.org>
>Ogg: Re: [neurogreen] La (mala)
distribuzione del lavoro in Italia
>
>*> È un periodo che che non si 
vede altro che gente che ci impone qualche
>curva di trend clamorosa 
senza dirci come ha preso i dati, che criteri ha
>utilizzato e così via.
*
>
>Quello è in parte un problema del format. Chi sale sul palco ha 18 
minuti
>di tempo al massimo, è una regola ferrea di TED. E 18 minuti 
non bastano a
>citare a voce tutte le fonti e le impostazioni. Ma se 
scrivi
><http://www.psicologia.unito.it/do/docenti.pl/Show?_id=lricolfi;sort=DEFAULT;search=%20
posizione}%20!~%20m%2FPersonale%20Tecnico%2Fi%20;hits=218>
>a Ricolfi, 
penso che te le dia :-)
>
>*> Naturalmente, anche i dati presentati qui 
di seguito sulle
>diseguaglianze sono gonfi di retorica. Però è una 
retorica che va nella
>direzione contraria rispetto a quella indicata 
da Ricolfi. A chi dobbiamo
>dare retta?*
>
>Be'... a tutti e due. A 
parte che proprio Ricolfi sottolinea la differenza
>tra Italia e Stati 
Uniti, nei due filmati i problemi messi in luce sono
>diversi: Ricolfi 
sottolinea che l'Italia ha un problema (per ora) tutto suo
>di accesso 
al lavoro,
>oltre a quello, mondiale, della maladistribuzione del 
reddito. L'altro
>filmato mostra che il problema, comune a tutto il 
mondo, della
>maladistribuzione del reddito negli USA raggiunge vette 
(o abissi, fai tu)
>inaudite e soprattutto non percepite dalla 
popolazione.
>
>Ciao!
>Michele
>[][][][]][
>NEUROGREEN - 
neurogreen <at> liste.comodino.org
>ecologie sociali, strategie radicali 
negli anni zerozero della catastrofe
>http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen>
>

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Giuseppe Allegri | 5 Feb 12:13 2016
Picon

Sabato 6 febbraio, ore 18 presso Zero81, Via Banchi Nuovi, 10, Napoli

Car ngs,
giro un invito per domani pomeriggio a Napoli.
Un abbraccio,
peppe


CLAP Napoli |
presso Zero81, Via Banchi Nuovi, 10, Napoli
sabato 6 febbraio, ore 17,30

Siamo lieti di presentare l’ultimo lavoro
di Giuseppe Allegri e Giuseppe Bronzini

Libertà e lavoro dopo il Jobs Act.
Per un garantismo sociale oltre la subordinazione


e la Carta dei diritti e dei principi del lavoro autonomo e indipendente (Coalizione 27F).

http://www.clap-info.net/napoli-6-02-libera-carta/
https://www.facebook.com/events/528460200647005/

Introducono e moderano:

Roberta Russo e Carmine Esposito (CLAP – Napoli)

Ne discutono:

Giuseppe Allegri (La furia dei cervelli)

Roberto Ciccarelli (Il Manifesto)

Cosimo D. Matteucci (MGA e Coalizione 27F)

Francesco Raparelli (CLAP Roma e Coalizione 27F)

«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», esordisce l’articolo 1 della nostra Costituzione. Ma di quale «lavoro»? E cosa significa questo principio, che avrebbe voluto essere di emancipazione, quando il lavoro diventa una chimera per i giovani inoccupati, come per i quarantenni e cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro e che non ritroveranno un’occupazione? E per le giovani donne che continuano a firmare «dimissioni in bianco» in caso di gravidanza? Allora: cosa significa «lavoro» nella fine della società salariale e con l’avvento delle nuove tecnologie? E al tempo del Jobs Act? Come si è trasformato in Italia quel «diritto del lavoro» o «al lavoro» negli ultimi trent’anni di flessibilità che è stata sempre e solo precarietà, senza diritti e garanzie? Soprattutto ora che tutti sono definitivamente precari? A partire dalle figure del «lavoro indipendente», di free lance, partite Iva, ancora escluse dai diritti sociali, come affermare un sistema di Welfare universale, che garantisca il benessere collettivo e tuteli la persona lungo tutto l’arco della vita?




Gmane