mcsilvan_@libero.it | 29 May 23:07 2015
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R: sul TTIP

messo anche sulla pagina feisbuc di senza soste. Utilissimo per i lettori

mcs

>----Messaggio originale----
>Da: afuma <at> eco.unipv.it
>Data: 28/05/2015 17.13
>A: "Neurogreen"<neurogreen <at> liste.comodino.org>
>Ogg: [neurogreen] sul TTIP
>
>http://effimera.org/tutto-quello-che-avreste-voluto-sapere-sul-trattato-
transatlantico-sul-commercio-e-gli-investimenti-ttip-di-grateful-dead/
>
>[][][][]][
>NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
>ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
>http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen
>
>

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NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

mcsilvan_@libero.it | 29 May 23:03 2015
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R: Fwd: Due parole su Expo e il 1° Maggio milanese

Marinus, la risposta è nuda, tragica, priva di retorica: datevi ai wild party, 
e di brutto, meglio mettere tra parentesi la politica. Almeno per voi.
Non so quanti siete ma anche in una dozzina viene bene

mcs

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Marinus Van der Lubbe | 29 May 19:33 2015
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Fwd: Due parole su Expo e il 1° Maggio milanese

IL LATO CATTIVO
Aggiornamento del blog

Due parole su Expo e il 1° Maggio milanese


Il Lato Cattivo


Il rapido sgonfiarsi delle velleità di Syriza e un timido accenno di ripresa economica in USA ed Unione Europea – ripresa ben reale, ma dettata soprattutto dall'abbassamento del prezzo del petrolio e dalla svalutazione dell'Euro – permettono ai buffoni di corte di gridare nuovamente al miracolo: l'uscita dalla crisi sarebbe dietro l'angolo. In verità, il break non è che momentaneo: il buon Michael Roberts, nelle sue Predictions for 2015, preconizza un'ultima altalena (ripresa-recessione-ripresa) prima che il ciclo di Kondrat'ev tocchi il suo punto più basso verosimilmente nel 2018. Ciò che è perfettamente plausibile. Intanto, nell'immediato, i tempi restano movimentati da improvvise fiammate: in primis, le rivolte del proletariato nero negli Stati Uniti (Ferguson e Baltimora) e di quello ebraico-etiopico in Israele. Qui ci occuperemo però del corteo del 1° Maggio a Milano, non fosse che per evidenti ragioni di prossimità geografica. Le letture fatte a caldo da protagonisti e osservatori partecipi della manifestazione milanese, sono state numerose e variegate (cfr. l'Appendice): abbiamo tentato di effettuarne una sintesi... di parte.


http://illatocattivo.blogspot.it/


https://www.facebook.com/illato.cattivo






--
«L'abolizione dello scambio, della divisione del lavoro, della merce, della proprietà, dello Stato, delle classi non sono misure da prendersi dopo la vittoria della rivoluzione, ma le sole misure attraverso le quali la rivoluzione possa trionfare» (Théorie Communiste)
afuma | 28 May 17:13 2015
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sul TTIP

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rossana123@libero.it | 28 May 16:11 2015
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Uscite di sicurezza dalla catastrofe

Di Mauro Trotta

Saggi.
«Heroes, Suicidio e omicidi di massa» di Franco «Bifo» Berardi. Il nichilismo è il tratto che contraddistingue le relazioni sociali nell’era dell’attuale capitalismo finanziario

È dav­vero incon­sueto che un autore defi­ni­sca orri­bile un pro­prio libro e si chieda: «Ma per­ché l’ho scritto?». Eppure è pro­prio quanto suc­cede nell’ultimo lavoro di Franco Berardi, cono­sciuto anche come Bifo, all’inizio dell’ultimo capi­tolo del suo Heroes. Sui­ci­dio e omi­cidi di massa (Baldini&Castoldi, pp. 242, euro 16). Il libro, in realtà, è molto bello, inte­res­sante e sti­mo­lante. La domanda, però, non è asso­lu­ta­mente infon­data per­ché – come d’altronde indica chia­ra­mente il sot­to­ti­tolo – l’argomento trat­tato è vera­mente orri­bile. In una sorta di discesa agli inferi, Bifo esa­mina innanzi tutto una serie di omi­cidi di massa più o meno famosi, par­tendo dalla strage a Den­ver alla prima dell’ultimo film di Bat­man Il cava­liere oscuro– Il ritorno, com­piuta dal ven­ti­quat­trenne James Hol­mes nel 2012, per poi arri­vare a foca­liz­zare la pro­pria atten­zione su quelle che potremo defi­nire epi­de­mie di sui­cidi, come avvenne tra i lavo­ra­tori di France Tele­com qual­che anno fa o tra i con­ta­dini indiani, ammaz­za­tisi in 250.000 tra il 1995 e il 2010.

Ma per­ché l’autore ha deciso di occu­parsi di tali argo­menti? Per­ché Bifo si sof­ferma su gente come Seng-Hui Cho, Eric Har­ris, Dylan Kle­bold, Pekka-Eric Auvi­nen, che si sono sui­ci­dati dopo aver com­piuto stragi di gente inno­cente? Per­ché que­sti, insieme agli altri per­so­naggi le cui sto­rie costel­lano il libro, non sono sol­tanto un’estrema mani­fe­sta­zione di una delle prin­ci­pali ten­denze della nostra epoca, sono in realtà gli «eroi» – come recita il titolo del libro – di un’era di nichi­li­smo e di stu­pi­dità spet­ta­co­lare, i nuovi «eroi» dell’era del capi­ta­li­smo finanziario.

C’è una data, for­te­mente sim­bo­lica, che annun­cia da un lato il tra­monto della figura clas­sica dell’eroe e l’avvento del nuovo eroe, è il 1977. In quell’anno esce una bel­lis­sima can­zone di David Bowie, Heroes. Al di là del testo che sot­to­li­nea come tutti pos­sano essere eroi, ma solo per un giorno, è il video, come ha notato Hito Steyerl che dà la misura del nuovo eroe.

Il mondo delle astrazioni

La clip mostra un Bowie sdop­piato, o meglio tri­pli­cato, che canta a se stesso. Ecco il nuovo eroe, non più un essere sovran­na­tu­rale, e nean­che un’icona, ma nient’altro che una sem­plice imma­gine. La sua immor­ta­lità non è più legata alla capa­cità di soprav­vi­vere a prove quasi impos­si­bili, ma alla pos­si­bi­lità di essere con­ti­nua­mente foto­co­piato, rici­clato, rein­car­nato. Come chiosa Bifo: «Quando il caos ha pre­valso, l’eroismo epico è stato rim­piaz­zato da gigan­te­sche mac­chine di simu­la­zione». E il caos in cui tutti ci tro­viamo è la diretta con­se­guenza del nuovo modo di pro­du­zione, del «semio­ca­pi­ta­li­smo» – come pre­fe­ri­sce chia­marlo l’autore – che ha tra­sfor­mato la realtà con­creta in astra­zione, distrug­gendo l’intelligenza col­let­tiva, o meglio parassitandola.

Tutto è diven­tato «imma­gini, algo­ritmi, fero­cia mate­ma­tica e accu­mu­la­zione del nulla nella forma del denaro». Tutto è stato risuc­chiato in buco nero finan­zia­rio. Così l’umanità sem­bra sem­pre più inca­pace di empa­tia e soli­da­rietà. La sto­ria appare ormai come un flusso infi­nito in cui si ricom­bi­nano imma­gini fram­men­ta­rie. La poli­tica una fre­ne­tica e pre­ca­ria atti­vità senza alcuna visione stra­te­gica. Ma se è vero che, come afferma Höl­der­lin, pro­prio dove c’è peri­colo si ori­gina la sal­vezza, occorre appunto immer­gersi nell’orrore. Biso­gna dun­que car­to­gra­fare la «terra deso­lata» dove l’immagimazione sociale giace come con­ge­lata e sot­to­messa all’immaginario ricom­bi­nante azien­da­li­sta. E da qui ripar­tire per pro­vare a riat­ti­vare la sen­si­bi­lità delle per­sone affin­ché l’umanità possa di nuovo rico­no­scere se stessa, le pro­prie capa­cità desi­de­ranti, empa­ti­che, vitali.

Ini­zia così un viag­gio tra gli omi­cidi di massa prima, tra i sui­cidi poi, in cui, uti­liz­zando i più diversi stru­menti di ana­lisi – filo­so­fici, socio­lo­gici, psi­co­lo­gici, eco­no­mici, poli­tici – l’autore tenta da un lato di far emer­gere que­gli ele­menti fon­da­men­tali che sono alla base di tali azioni, dall’altro di mostrare come tali mec­ca­ni­smi siano pro­fon­da­mente con­na­tu­rati e fun­zio­nali all’attuale sistema sociale. Tante sono le sug­ge­stioni, gli spunti di rifles­sione offerti dal volume. Così come tanti sono i rife­ri­menti cul­tu­rali uti­liz­zati per spie­gare tali realtà, anche se su tutti sem­bra emer­gere soprat­tutto il pen­siero desi­de­rante di Gil­les Deleuze e, in par­ti­co­lare, Felix Guat­tari. Il tutto poi si com­bina in un affre­sco dav­vero con­vin­cente della situa­zione attuale che, oltre tutto, non pre­tende di essere esau­stivo ma quasi richiede la rifles­sione e il coin­vol­gi­mento di chi legge per inte­grare il qua­dro presentato.

La mappa che viene fuori, inol­tre – e l’autore lo spe­ci­fica espli­ci­ta­mente – non con­sente per­corsi all’indietro. Non è pos­si­bile ten­tare sem­pli­ce­mente di annul­lare quanto avve­nuto per ritor­nare ad una realtà pre­ce­dente. L’unica via pos­si­bile è in avanti, in una sorta di «ritorno al futuro» in grado di inven­tare nuove forme di socia­lità, di empa­tia, di soli­da­rietà tra le persone.

Alcuni ele­menti acqui­stano par­ti­co­lare rile­vanza all’interno del discorso. È il caso, ad esem­pio, della rifles­sione che Bifo svi­luppa sul fatto che ci tro­viamo in una situa­zione in cui gene­ra­zioni di esseri umani hanno appreso più parole dalle mac­chine che da altri esseri umani. Inol­tre ormai gli anni più for­ma­tivi ven­gono tra­scorsi in con­tatto con­ti­nuo con le «info­mac­chine» piut­to­sto che in con­tatto fac­cia a fac­cia con altre per­sone. Que­sto pro­voca una defi­cienza nel com­pren­dere il lin­guag­gio non ver­bale e causa l’incapacità di sen­tire il pia­cere e il dolore degli altri come proprio.

Derive iden­ti­ta­rie

Fram­men­ta­zione dei rap­porti, dun­que, che non inve­ste solo la sfera sociale ed eco­no­mica gra­zie alle delo­ca­liz­za­zioni e alle ester­na­liz­za­zioni ma anche e, soprat­tutto, la sfera psi­chica. E che diventa fun­zio­nale anche a quella iper­com­pe­ti­ti­vità dive­nuta dogma all’interno del pen­siero domi­nante. Se a que­sto si aggiun­gono poi le rifles­sioni sulle derive iden­ti­ta­rie sem­pre più risor­genti – illu­mi­nante a tale pro­po­sito la distin­zione tra iden­tità e stile, visto, quest’ultimo, come coscienza della pro­pria sin­go­la­rità, fles­si­bile e aperta al cam­bia­mento – oppure sulla nuova classe vir­tuale post-borghese o, ancora, sul ritorno di un’etica barocca e sulla distru­zione della tra­di­zione uma­ni­sta, basata sull’idea che il destino umano non è sog­getto ad alcuna neces­sità o legge teo­lo­gica, da parte del nuovo capi­ta­li­smo si può avere un’idea della com­ples­sità e della ric­chezza del libro. Un libro che si chiude con la più assurda e dif­fi­cile delle domande ovvero: «Cosa si può fare quando niente può essere fatto?». E Bifo non si sot­trae dal pro­vare a dare una rispo­sta e afferma che per lui l’unica pos­si­bi­lità si può ritro­vare in quella che chiama iro­nia disto­pica e che con­si­ste in un ulte­riore decli­na­zione della cate­go­ria di esodo, comune a gran parte del pen­siero cri­tico con­tem­po­ra­neo. Si tratta, in pra­tica, del sot­trarsi al gioco domi­nante, all’abbraccio mor­tale del capi­ta­li­smo asso­luto non accet­tando di par­te­ci­pare ai suoi riti poli­tici, sociali, eco­no­mici, nell’essere scet­tici dif­fi­dando anche di Franco Berardi stesso, e di non rinun­ciare alla rivo­lu­zione, per­ché «la rivolta con­tro il potere è neces­sa­ria anche se non sap­piamo come vincere».


rossana123@libero.it | 27 May 19:07 2015
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R: Re: Re: Re: Re: Podemos

"Non vi è chi non veda che, a parte qualche bancomat sfasciato e qualche 
cassonetto a fuoco, non esiste POTENZA antisistemica in azione...e sottostiamo 
sottostiamo sottostiamo..."

Non vi è stato in Italia un vero e proprio evento politico di prima grandezza, 
un punto di rottura che faccia evolvere la situazione. Non con il 1 maggio, non 
con lo sciopero contro la "buona scuola", non con i cortei degli operai di 
questa o quella azienda (ultimamente si sono sentiti vecchi slogan tipo "il 
potere deve essere operaio", roba da rabbrividire), o altre mobilitazioni come 
quella di Lanciano contro le trivellazioni. Manca qualcosa. Cos'è quel 
qualcosa?
Ci sono delle cose buone, vedi le occupazioni e le azioni contro gli sfratti 
(a proposito, a Bologna durante uno sgombero, un prof ha portato i suoi 
studenti a guardare per capire cosa succede chiamandola "lezione di realtà". A 
"Mi sembra un messaggio molto forte, vuol dire che c'è un problema da 
risolvere, detto da una ragazza che guarda la scena che ha di fronte, il prof 
risponde con "Penso che lo sgombero di oggi sia un errore. Occupare edifici 
colpevolmente vuoti da anni può offrire una soluzione temporanea al disagio 
abitativo di queste persone, che è tanto"), ma tutto rimane in quel ruolo che 
assume lo spettatore, e in quel gioco del "fare e disfare". Una occupazione, 
uno sgombero, e via così di seguito, poi magari diviene lo scenario per qualche 
studente o curioso che si accorge come è cattivo e assurdo il mondo (c'è chi 
applaude la polizia, ma queste nullità ci sono sempre state).

A proposito di migranti, il 13 giugno ci sarà una manifestazione per e con, 
fra l'altro, "tanti/e rifugiati e richiedenti asilo. Faremo sentire la nostra 
voce contro gli accordi di Dublino e la discrezionalità delle commissioni 
territoriali, per la libertà di attraversare i confini senza morire, di 
muoversi e di restare e una gestione partecipata da parte dei migranti dei 
fondi destinati all’accoglienza. Vogliamo permessi di soggiorno validi per 
tutti/e: basta ricatti, basta profitti sulla nostra pelle!"

Di fatto l'Europa è in guerra contro i migranti. L'Italia già mesi fa ha 
mandato 1 nave, 1 cacciatorpediniere e 1 fregata con a bordo forze speciali 
costituite ad hoc per preservare le zone dove opera l'ENI, e costruire una rete 
di intelligence per permettere all'Europa di entrare in azione (c'è di più ma 
l'Italia non è da meno). Di fronte a questo è chiaro che bisogna manifestare, 
stare con i facchini che lottano e altro ancora, ma tutto ciò è davvero poco se 
non si comprende la complessità della situazione e cosa c'è in ballo. Giusto 
essere contro la propaganda leghista o di casapound. Ma fatto questo, come 
delegittimare questi nazionalfascisti che si nutrono di problemi e 
contraddizioni?

Sino ad ora non è esistito un evento politico, anche solo simbolico, capace di 
esprimere una potenza che riesca ad affermare, e far assumere in linea 
generale, che esiste un impegno tale, tale da rendere favorevole il rapporto di 
forza.
Non c'è solidarietà verso chi si muove in contro tendenza.
Cosa può venir fuori dalla "coalizione sociale" di Landini o "Possiamo" di 
Civati? Al massimo una scenetta buona per Crozza o poco di più.
Si parla tanto di comunicazione, ma mi pare che Renzi sia più bravo nel 
comunicare una guerra che avanza misurandola  in termini di percezione e 
intuizione, e non in termini di fuoco e sangue. Che pure ci sono.

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rossana123@libero.it | 27 May 08:37 2015
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Do you remember Revolution?

Interessante scambio di idee fra Mimmo Sersante e Sergio Bologna in particolare sul fatto che spesso il proprio interesse, (o piccola realtà) venga eletto a rappresentante ultimo del tutto.

Do you remember Revolution? di  MIMMO SERSANTE.

 «Gli scritti della tradizione operaista non sono destinati alla mera lettura o alla mera propaganda, il loro rigore scientifico non è destinato alla valutazione accademica, il loro messaggio è un messaggio puramente politico, esso deve produrre azione, mobilitazione, conflitto, confronto»1.

Giusto. Sergio fa parte a pieno titolo di questa tradizione, e fin dai suoi primissimi anni. Ed era vero allora che i suoi saggi e i suoi interventi alimentavano il conflitto, producevano azione. In particolare durante gli anni settanta, fu il suo progetto di una storiografia militante a colpire nel segno e ad aprirci nuovi orizzonti. I primi numeri di «Primo Maggio» restano un autentico fiore all’occhiello del nostro marxismo operaista. Oggi non possiamo nascondere la delusione leggendo questo suo articolo sul post operaismo italiano. Forse che il lettore inglese ha una soglia di tollerabilità più bassa del lettore italiano sì da doverlo proteggere da quel tipo di contagio? In questa sua ricostruzione c’è lo storico delle idee ma è scomparso il militante e con lui anche la talpa operaista che in verità sembra, scorrendo queste sue pagine, che non abbia mai scavato, neppure durante gli anni settanta. Ma se di Italian Theory è lecito parlare oggi, è perché essa è stata una ben precisa pratica teorica che non ha mai prescisso dalle lotte. Come altrimenti spiegarci la capacità dei nostri operaisti di stare al passo coi tempi fino ad anticipare sul terreno delle analisi il post fordismo?  Certo, quella cassetta d’attrezzi è tornata utile per cogliere tutta intera la portata della sconfitta operaia e decifrare il cambiamento di paradigma del capitale lungo gli anni Ottanta evitando a quanti ad essa attingevano  l’onta della deriva neoliberista. È proprio Sergio a ricordarcelo con un lungo rosario di nomi di resistenti di ieri e di oggi, tanto più cari alla nostra memoria se defunti. L’affetto di Sergio è riservato ovviamente ai pochissimi intimi, in particolare a Primo Moroni, «grandissimo affabulatore, [che] non ha scritto molto ma ha rilasciato molte interviste e testimonianze [e senza il quale] l’operaismo non avrebbe mai raggiunto le giovani generazioni dell’èra digitale». Dall’elenco mancano moltissimi altri, che pur di Sergio sono stati e sono intimi e pur grandissimi affabulatori. E che furono promotori  del movimento di Autonomia e teorici dell’emergente “operaio sociale”. Ora, da questi compagni Bologna prende le distanze. Lo fa insistendo sul fatto che la sua storia dell’operaismo è condotta da un punto di vista soggettivo. Riconoscimento apprezzabile. Non crediamo tuttavia che ciò dipenda da una particolare acribia storica (è già nella «Tribù delle talpe» del ’78 la rivendicazione di una «mappa dell’ultrasinistra» diversa da quella descritta dai giudici e dai repressori dell’Autonomia) e tantomeno crediamo che si tratti di opportunismo politico (a che scopo, oggi?): si tratta piuttosto di una diversa posizione rispetto al ruolo che l’operaismo riserverebbe all’intellettuale.  Per Bologna sarebbe quello di imparare dagli operai, saperli ascoltare, trasmettere loro strumenti di pensiero e di analisi, sempre rispettando il suo proprio ruolo; insomma «concepire se medesimo come una cellula di una struttura di servizio».  Di contro, l’intellettuale autonomo, impegnato in un’ “attività continua di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, etc, etc. La discriminante è tutta qui, in questa diversa idea di militanza di cui l’intellettuale deve farsi carico. Non stupisce allora che Bologna assegni al suo intellettuale l’onore e l’onere dell’attraversamento del lungo inverno neoliberista. Se «Primo Maggio» fa da apripista, altre riviste la seguono a ruota, da «Decoder» a «Altreragioni», tutte riconducibili allo zoccolo duro di questa intellighenzia capace di fomentare negli ultimi vent’anni i movimenti e di ascoltare, lei e lei sola, i precari e i lavoratori del cognitariato scoperti, fotografati e catalogati non a caso da Sergio e da pochi suoi intimi. E va ancor bene! Ma poi si esagera, quando con la presentazione della figura del lavoratore indipendente, vale a dire del freelance e del self employed, la ricostruzione si provincializza restringendosi a uno spazio locale. Tutto si concentra attorno a Milano, il tono, mi fa notare qualcuno, si fa milanista. ACTA con i suoi 2000 soci diventa l’erede designata avendo recepito il meglio  delle analisi post operaiste e occupato lo spazio lasciato vuoto dai sindacati e dai partiti di sinistra. Una struttura se non propriamente sindacale, certamente parasindacale, apolitica per via delle caratteristiche dei self employed, modellata sulla composizione tecnica di questo referente, insomma una specie di sindacato di mestiere  organizzato su base regionale per sostenere un particolare lavoro professionale nelle grandi questioni del welfare, del fisco e dei diritti. Di nuovo l’idea di struttura di servizio per rendere consapevoli della loro identità di lavoratori i professionisti indipendenti! Si permetta anche a noi qui un «punto di vista soggettivo», scilicet di ironia. C’è infatti da stupire che Aldo Bonomi non sia ricordato come cellula realizzata di questo progetto. Ma ritorniamo all’oggetto: è possibile che la storia dell’operaismo, e in particolare del post operaismo, sia tutta qui, che questa sia la sua trama? Trama tessuta col filo della sola memoria personale mentre le forme di lotta e di organizzazione – vecchie e nuove – messe in campo dall’operaismo stanno a dimostrare che davvero non è andata così.  Da Genova in poi l’esperienza e la storia di almeno un paio di generazioni stanno a mostrarlo. Ma già prima, molto prima. La storia della galera e dell’esilio (esilio al quale Sergio Bologna non s’è sottratto) è troppo importante perché possa esser dimenticata. La biforcazione fra tesi piattamente sociologiche e sindacali dell’«intellettualità di massa» e ipotesi politiche ancora tutte aperte (ma altre non ce ne sono) sul protagonismo e l’egemonia di quella figura si è costruita in quella fase. Do you remember revolution?

Come il patrimonio teorico dell’operaismo italiano è servito a comprendere la realtà del lavoro postfordista

di SERGIO BOLOGNA.

Il sistema di pensiero che viene riassunto con il nome di “operaismo italiano” non è un sistema organico, racchiuso in un testo fondamentale, in una qualche Bibbia, ma è la somma di diversi contributi teorici provenienti da alcuni intellettuali militanti che hanno fondato le riviste “Quaderni Rossi” e “Classe Operaia”1. Raniero Panzieri, Mario Tronti, Toni Negri e Romano Alquati sono quelli che hanno posto le fondamenta del sistema, altri, come Gaspare De Caro, Guido Bianchini, Ferruccio Gambino, Alberto Magnaghi, hanno portato dei contributi essenziali su tematiche specifiche che completavano l’orizzonte del pensiero operaista e gli davano l’impronta di un “sistema” coerente al suo interno, come la storiografia, l’agricoltura, le migrazioni, il territorio.

 

Operaismo e fordismo

L’esperienza dei gruppi operaisti si è sviluppata in un periodo storico nel quale sembrava che nelle società capitaliste non ci fosse un’alternativa alla produzione di massa caratterizzata da grandi imprese in grado di ottenere forti economie di scala. La grande fabbrica nella quale migliaia di lavoratori svolgevano operazioni sempre più semplificate – mentre le macchine svolgevano operazioni sempre più complesse – sembrava il punto d’arrivo di un processo storico che aveva origine nella nascita dell’industrialismo. La produzione di massa era il modo migliore per produrre beni che costavano poco sul mercato e potevano essere acquistati da tutti, in primo luogo dagli stessi lavoratori che li producevano, anche se si trattava di beni complessi come l’automobile. Così si creavano le premesse per realizzare l’insostituibile integrazione alla produzione di massa, cioè il consumo di massa. Un sistema tanto perfetto e ben funzionante che era stato adottato anche dai paesi dove aveva trionfato la rivoluzione comunista. Anzi, la rivoluzione comunista aveva trionfato in paesi nei quali questo sistema era ancora molto imperfetto, poco sviluppato o addirittura inesistente, sono stati i governi usciti dalla rivoluzione a portare a compimento lo sviluppo del sistema della produzione di massa organizzandola in grandi Kombinat, in complessi industriali con migliaia di lavoratori, estendendola anche all’agricoltura. In Occidente questo sistema veniva chiamato per comodità “fordismo” perché aveva trovato la sua applicazione pratica e teorica più compiuta nell’organizzazione delle fabbriche dell’automobile di Henry Ford. L’idea di base dell’operaismo, mutuata ovviamente dalla teoria marxiana, era che la grande fabbrica con le sue migliaia di operai potesse trasformarsi in un grande terreno fertile per un progetto rivoluzionario e diventare da sede della produzione di massa a spazio liberato dall’oppressione capitalistica. Il capitalismo doveva essere imprigionato nella sua stessa dimora, le mura della sua casa dovevano diventare le sbarre della sua prigione. Il lavoro fordista alla catena di montaggio doveva diventare il terreno di formazione del soggetto rivoluzionario, dell’operaio massa. Come si vede, l’idea primordiale dell’operaismo era il calco, l’impronta rovesciata del fordismo. Senza un’organizzazione sociale come quella della fabbrica fordista l’operaismo avrebbe avuto difficoltà a elaborare il suo progetto rivoluzionario, l’operaio massa si formava come classe dentro un sistema produttivo con particolari caratteristiche tecnologiche, era tutt’uno con questo sistema, che gli forniva i mezzi di sussistenza. L’operaio massa era innanzitutto un salariato, la struttura della sua busta paga era composta da una parte fissa, il salario base, da un parte variabile, collegata alla produttività e da altre voci che corrispondevano ad altrettante conquiste contrattuali come il recupero dell’inflazione, gli assegni familiari, le ore straordinarie, i premi di produzione, le indennità per lavori notturni o nocivi ecc.. L’organizzazione produttiva fordista non era il sistema dominante solo all’interno della fabbrica ma proiettava i suoi rigidi schemi anche sulla società, sulla mobilità urbana ed extraurbana, sugli insediamenti abitativi, sugli orari dei negozi. Migliaia di operai uscivano al mattino presto dalle fabbriche dopo aver fatto il turno di notte ed altrettante migliaia erano in attesa fuori dai cancelli per entrare al primo turno del mattino. Era questo il momento migliore per distribuire e diffondere i volantini di “Classe Operaia” e di “Potere Operaio”, volantini che quasi sempre erano stati scritti su indicazioni fornite da operai delle stesse fabbriche, dopo un lungo lavoro di “conricerca”, di dialogo e di scambio di opinioni e informazioni tra militanti operaisti e operai di fabbrica. L’operaismo quindi è stato in tutto e per tutto l’immagine rovesciata del fordismo, era tutt’uno con il fordismo, viveva in simbiosi con esso, non sembrava immaginabile un operaismo senza una società fordista, senza una produzione di massa, senza l’operaio massa. Con la morte del fordismo avrebbe dovuto morire anche l’operaismo. La società postfordista, la società dell’informazione, la società della prevalenza del terziario e della finanza, del lavoro precario e del lavoro indipendente, avrebbero dovuto essere incomprensibili a chi si era formato sul fordismo. L’operaismo avrebbe dovuto estinguersi lentamente man mano che la figura dell’operaio massa diventava sempre più marginale nelle società occidentali. Invece ciò non è avvenuto, i militanti, gli attivisti, gli intellettuali che avevano condiviso l’esperienza operaista sono stati in grado meglio di altri di cogliere le caratteristiche della nuova formazione capitalistica – che per comodità abbiamo chiamato “postfordista”. Anzi, di tutte le organizzazioni ed i gruppi extraparlamentari degli Anni 70 operanti in Italia, gli eredi dell’operaismo sono rimasti gli unici a tentare, a volte con successo, di elaborare una nuova teoria della liberazione praticabile nella società postfordista, sono gli unici che sono riusciti a tallonare l’evoluzione del capitalismo da Henry Ford a Steve Jobs, producendo analisi convincenti e pratica politica sia con il lavoro salariato sia con il lavoro non salariato. Com’è stato possibile?

 

Il ruolo dell’intellettuale

Innanzitutto occorre ricordare che l’operaismo non è stato una semplice riproposizione dell’anarcosindacalismo o del Linkskommunismus, gli operaisti non hanno mai creduto che il sistema capitalista, assediato da  conflitti industriali sempre più estesi, con una classe operaia sempre più aggressiva, disposta a praticare il blocco della produzione e di qualunque attività propria del lavoro subordinato, sarebbe crollato in seguito a uno sciopero generale prolungato e irreversibile. Queste utopie non appartengono alla tradizione operaista, anche se le tecniche del conflitto industriale che l’operaismo ha cercato di promuovere erano le stesse dell’anarcosindacalismo. L’operaismo non è mai stato indulgente con le semplificazioni, con le facili parole d’ordine, a costo di apparire esercizio di intellettualismo, a costo di essere accusato di eccesso di pensiero astratto. Prima di tutto l’operaismo non ha mai preteso di poter “insegnare” agli operai la via della rivolta o della rivoluzione, al contrario, la pratica operaista della “conricerca” vuol dire semplicemente che il militante deve “imparare” dagli operai, deve saperli ascoltare, mantenendo però sempre il suo ruolo d’intellettuale, che gli consente di trasmettere strumenti di pensiero e di analisi che possono essere utili all’operaio che intende affrontare un percorso collettivo di liberazione. L’operaismo ha sempre rifiutato l’atteggiamento populista, che era molto comune tra i militanti dei gruppi extraparlamentari degli anni 70 in Italia, di camuffarsi da operai, di vestire la tuta blu per assomigliare agli operai, di nascondere con vergogna le proprie origini borghesi. Al contrario, chi ha avuto la fortuna di poter studiare, di frequentare l’Università, di avere a disposizione strumenti per arricchire le proprie conoscenze, per sviluppare uno spirito critico, chi ha avuto la fortuna di poter studiare all’estero, di imparare le lingue, di conoscere meglio e da vicino il pensiero del capitale, chi ha avuto la fortuna di conoscere la storia del movimento operaio, il pensiero marxista, ha il dovere di perfezionare al massimo questi strumenti di conoscenza, di raggiungere con i suoi lavori i livelli più alti di produzione scientifica e di mettere a disposizione di tutti ma in particolare dei lavoratori il suo sapere, le sue conoscenze. Deve concepire se medesimo come una cellula di una struttura di servizio. Questo atteggiamento degli operaisti veniva trattato con disprezzo, venivano chiamati spregiativamente “i professori”, in realtà anche quando i loro principali esponenti si sono trovati a ricoprire ruoli accademici (da Negri a Tronti, da Alquati a Gambino, da Bianchini a Magnaghi) hanno sempre svolto il loro insegnamento come una missione politica, hanno sempre fatto ricerca come fosse una “conricerca”, hanno sempre parlato e scritto lo stesso linguaggio nelle loro pubblicazioni scientifiche e nel materiale di propaganda politica. Il principio regolatore della loro vita d’intellettuali è stato quello di essere sempre se stessi, non di sdoppiarsi in un ruolo di professori ed uno di militanti, facendo gli accademici di giorno e gli operaisti di sera o nei week end. Ed infatti sono stati gli unici professori universitari ad essere messi in galera o ad essere espulsi dall’Università. La repressione si è abbattuta in maniera selettiva su di loro.

 

La classe operaia come organismo complesso

Da quanto si è detto è facile intuire che il sistema di pensiero operaista non ama gli schematismi e le semplificazioni, al contrario, consapevole dell’estrema complessità della realtà capitalistica, cerca di scandagliare a fondo questa realtà, di rendersi conto dei suoi aspetti palesi e meno palesi. Potremmo dire che ha una grande considerazione dell’avversario, sa che deve combattere una potenza raffinata, brutale e seducente al tempo stesso. Sottovalutare l’avversario è proprio degli stupidi, destinati a sicura sconfitta. Il primo aspetto del sistema capitalistico al quale  l’operaismo ha prestato la sua attenzione è stato quello della tecnologia. L’impulso decisivo lo ha dato Raniero Panzieri con la sua lettura innovativa del “Frammento sulle macchine” di Marx pubblicato sul n. 1 dei “Quaderni Rossi”2. La tecnologia è lavoro incorporato, essa svolge un ruolo ambivalente, perché “libera” l’operaio da una certa fatica ma al tempo stesso “sottopone” l’operaio ad un maggiore e più rigido controllo. La tecnologia ha il potere di plasmare un certo tipo di forza lavoro, di determinare certe sue caratteristiche professionali, che possono avere dei risvolti specifici anche nella sua mentalità, nella sua cultura e quindi nel suo agire politico. L’operaismo dice che la tecnologia ha il potere di determinare “la composizione tecnica della classe operaia”. Facciamo un esempio. Nelle fabbriche dell’auto degli anni 70 c’erano dei reparti nei quali l’operaio aveva un rapporto individuale con la macchina, ne conosceva tutti i segreti, era in grado di “prepararla”, di attrezzarla ed era molto orgoglioso di questa sua conoscenza che era anche la fonte del suo piccolo potere. Si trattava di operai specializzati con una forte coscienza del proprio ruolo, che venivano considerati la cosiddetta “aristocrazia operaia” ed in genere erano anche i più combattivi, moltissimi erano comunisti e consideravano il loro essere comunisti come una naturale conseguenza del loro essere i più specializzati, i più qualificati, non solo per quanto riguardava la macchina loro affidata, una pressa, un tornio, una fresa, una saldatrice, ma per quanto riguardava l’intero ciclo produttivo; conoscevano la fabbrica in ogni suo angolo, erano in grado quindi di organizzare scioperi improvvisi, blocchi della produzione, fermando i punti nevralgici del ciclo. Trasmettevano  il loro sapere ai più giovani ma al tempo stesso avevano un forte senso della gerarchia, ritenevano giusto un sistema salariale fortemente differenziato, il giovane doveva salire gradino dopo gradino la scala della specializzazione. In altri reparti della fabbrica invece c’erano le catene di montaggio, cioè un tipo di tecnologia che non permette un approccio individuale, dove potevano essere inseriti operai e operaie senza nessuna qualificazione. A Milano agli inizi degli Anni 60 nelle fabbriche elettromeccaniche, dove il lavoro alla catena non era spesso pesante come nell’auto, nei reparti del montaggio venivano impiegate le donne, operaie generiche, pagate ovviamente molto meno degli operai addetti alle macchine. Questa classe operaia era quella che l’operaismo definì “operaio massa”, con una mentalità molto diversa dall’operaio specializzato dell’aristocrazia operaia e quindi con delle rivendicazioni opposte: aumenti salariali uguali per tutti, abolizione del cottimo individuale. Rivendicazioni che dovevano suonare come una bestemmia alle orecchie del vecchio operaio comunista che lavorava come attrezzista sulle macchine individuali.

Cosa succede quando negli Anni 80 la fabbrica si disintegra e poco alla volta si diffonde e poi dilaga la tecnologia dell’informazione? Cosa succede quando gli operai di fabbrica, specializzati o meno, operai massa o meno, vengono in parte sostituiti dai robot, in parte vengono licenziati perché la produzione si delocalizza verso i paesi emergenti, perdono la loro forza sociale, la tradizione comunista viene buttata a mare dai partiti di sinistra e la classe operaia non è più un soggetto politico? Succede che il mondo del lavoro si adatta alle nuove tecnologie, viene plasmato dalle nuove tecnologie. Chi proviene dall’esperienza operaista si trova ad avere degli strumenti intellettuali in grado di capire cosa sta succedendo. Come prima aveva osservato il rapporto tra operaio specializzato e macchina individuale o tra operaio massa e catena di montaggio ora osserva il rapporto tra personal computer e soggetto che lo sta utilizzando, mette a confronto due modi di lavorare totalmente differenti, un modo di lavorare fordista, inquadrati in una rigida organizzazione che comprende migliaia di persone in spazi dedicati, ed un modo di lavorare solitario, senza spazi dedicati, capace di determinare i propri ritmi e di accedere in permanenza ad un universo d’informazioni potenzialmente infinito. Al primo momento l’uomo che lavora al personal computer gli appare come un puzzle. E’ un uomo libero? Ha un grado di libertà maggiore dell’operaio schiavo della catena di montaggio? Apparentemente sì. E’ un uomo che ha potere? Potere di negoziazione nei confronti del suo datore di lavoro, quanto ne avevano gli operai che collettivamente fermavano la produzione e trattavano con la direzione? Apparentemente no, anzi sicuramente no, il potere sociale lo si ottiene solo con la coalizione, l’individuo da solo è sempre subalterno. Come dice Michel Serres, “la connettività ha sostituito la collettività”, il lavoratore non vive insieme ad altri lavoratori come lui, a tu per tu, è connesso con altri lavoratori dei quali non conosce né il volto né la voce ma solo l’indirizzo mail. La massa d’informazioni che può procurarsi tramite Internet gli conferisce maggiore potere, maggiore capacità di negoziazione rispetto all’operaio che, schiavo della macchina, non aveva la possibilità di accedere al mondo dell’informazione? No, non ha maggior potere, il solo vantaggio che può avere nei confronti del lavoratore subordinato, operaio o impiegato che sia, è quello di potere usare quelle informazioni per vivere come lavoratore indipendente, come non salariato. Sono bastate quindi poche domande che il vecchio operaista ha rivolto a se stesso sulla natura del lavoro postfordista per capire che il capitalismo aveva fatto un enorme salto in avanti nella capacità di controllare la forza lavoro; il nuovo soggetto, al quale mancava ancora un nome, non aveva soprattutto la possibilità immediata di coalizzarsi, di porsi in maniera negoziale con il datore di lavoro, anzi non sapeva chi fosse il suo datore di lavoro, se medesimo o una terza persona? Per immaginare un percorso di liberazione era necessario ricominciare daccapo, mantenendo fermo però il punto di partenza, quello che tutti ritenevano ormai superato: il problema del lavoro. Era ancora possibile immaginare un percorso di liberazione partendo dal lavoro? Era ancora possibile vedere nell’uomo del personal computer un lavoratore o questa parola “lavoratore”, worker, Arbeiter, travailleur, trabajador, doveva essere cancellata dal vocabolario, perché appartenente ad un’epoca ormai tramontata, cioè all’epoca fordista?

 

L’idea di lavoro nel postfordismo

La forza dell’elaborazione teorica operaista consiste, come si è detto, nell’affrontare la complessità dei problemi, nell’andare a fondo delle cose, evitando le semplificazioni, le scorciatoie. L’esempio più illuminante lo si può vedere osservando come gli operaisti trattavano il concetto di classe operaia. Per la maggior parte dei militanti politici degli anni 60 e 70 il termine “classe operaia” era una specie di mantra, una parola magica onnicomprensiva. Bastava richiamarsi alla classe operaia per essere considerato una persona appartenente alla “Sinistra”, al movimento operaio, per essere considerato un comunista. Per gli operaisti invece la classe operaia era un universo inesplorato, estremamente differenziato e complesso o, meglio, era il punto di arrivo di un processo lunghissimo, irto di ostacoli, nel corso del quale la forza lavoro prendeva coscienza del proprio ruolo e della propria forza e si presentava sulla scena della società come un protagonista, non come l’appendice del sistema di produzione capitalista. Come ho avuto modo di scrivere in un mio saggio sull’operaismo, “il lavoro collettivo che la pattuglia operaista stava conducendo a contatto diretto con il mondo della produzione di fabbrica cercava di andare a fondo dei diversi piani che compongono il sistema dei rapporti di produzione: l’organizzazione sequenziale del ciclo produttivo, i meccanismi gerarchici che esso produce spontaneamente, le tecniche di disciplinamento e di integrazione che vengono elaborate, l’evoluzione delle tecnologie e dei sistemi di lavorazione, le reazioni ai comportamenti spontanei della forza lavoro, le dinamiche interpersonali all’interno del reparto, i sistemi di comunicazione degli operai durante l’orario di lavoro, la trasmissione dei saperi dagli operai più anziani a quelli più giovani, la formazione di una cultura del conflitto, le divisioni interne alla forza lavoro, l’uso delle pause e dell’orario di mensa, i sistemi retributivi e la loro applicazione differenziata, la presenza del sindacato e le forme di propaganda politica, la coscienza del rischio e i metodi per tutelare la propria integrità fisica e la propria salute, il rapporto con i militanti esterni, il controllo dei tempi e il rapporto con il cottimo, l’ambiente di lavoro e via dicendo”3. L’uomo con il personal computer, in quanto lavoratore, cioè persona che cede un determinato prodotto intellettuale a terzi in cambio di una retribuzione per poter sopravvivere, doveva presentare la stessa, se non maggiore, complessità. Cominciamo dalle cose più semplici. Per esempio: quale forma assume la sua retribuzione? La vecchia forma del salario oppure la forma dell’onorario? Viene pagato a ore o a prestazione professionale? Ha un orario di lavoro? I parametri fondamentali per definire un lavoratore sono il salario e l’orario, la sua vita privata, la sua esistenza personale, la sua quotidianità, i suoi consumi, i suoi rapporti di coppia, il suo standard di vita sono determinati in tutto o in parte da questi due parametri. E’ una visione molto materialista, rozzamente materialista, alla quale l’ideologia della modernità oppone la teoria che ciò che conta nell’individuo non è la sua condizione materiale ma è la sua personalità, il suo carattere, se è ottimista o pessimista, socievole o scontroso, seducente o scostante, portato alla leadership o sottomesso, espansivo o silenzioso, disinvolto o timido, che ha “carattere” o non ne ha. Ma, a ben vedere, il più rozzo materialismo è meno ingannevole del soggettivismo esasperato, dell’individualismo sterile e illusorio, che sono, a ben vedere, dispositivi ideologici che hanno lo scopo di dissolvere la nozione di “lavoro”. La concezione moderna di lavoro contenuta nell’ideologia della modernità è che esso non è più un’attività umana conto terzi in cambio di mezzi di sussistenza ma attività in cui l’individuo estrinseca la propria personalità, conosce meglio se stesso, è quasi un incontro mistico. “Il lavoro è un dono di Dio” ho sentito un  giorno dire da un dirigente sindacale cattolico, il lavoro non rientra nel mondo delle merci ma in quello della psicologia umana. Da questa ideologia nasce l’idea del lavoro come “dono” dell’individuo alla collettività, nasce la giustificazione del lavoro gratuito, del lavoro malpagato. Il principio marxista che considera il lavoro il terreno primordiale sia dell’antagonismo sociale che della cooperazione tra individui, il terreno sia del conflitto che della solidarietà, viene completamente cancellato.

 

White collar e knowledge worker

Che nome diamo all’uomo con il personal computer? Abbiamo accettato il nome che gli aveva affibbiato l’ideologia dominante, knowledge worker, ci sembrava utile perché conteneva la parola “worker” e quindi nessuno poteva negare che si trattasse di una persona la cui essenza viene definita dal lavoro. Abbiamo cominciato a ragionare su questa definizione. Poteva assomigliare al white collar del fordismo? La risorsa analitica che potevamo mettere in campo era quella delle inchieste sui tecnici di produzione apparse sin dai primi numeri di “Classe Operaia” e poi divenute una costante della teoria e della pratica operaista. Quanto più complessa diventava la tecnologia, quanto più sofisticate diventavano le macchine, tanto maggiore era l’importanza della forza lavoro dotata di conoscenze tecniche. Il capitalismo incorporava dentro i suoi processi produttivi sempre maggiori contenuti scientifici, la produzione industriale di massa aveva alle spalle i laboratori di ricerca delle università e dei reparti specializzati delle aziende. I tecnici potevano essere rappresentati come una nuova classe, che avrebbe potuto avere uno sviluppo analogo a quello della classe operaia. Già nella storia del movimento operaio, durante i movimenti rivoluzionari  dei consigli alla fine della prima guerra mondiale, i brain worker avevano svolto un ruolo positivo ed erano stati considerati dal comunismo delle origini una componente essenziale della classe rivoluzionaria. Non è un caso che l’operaismo, durante le rivolte studentesche del ’68, era più diffuso nella facoltà scientifiche che in quelle umanistiche. Ma l’uomo con il personal computer non poteva esser definito banalmente un white collar perché il mondo del lavoro non era costituito soltanto da lavoro subordinato, da lavoro salariato, bensì da tanti lavoratori indipendenti che fornivano le loro prestazioni, anche se avevano un solo committente, lavorando a casa o in spazi di coworking o in un caffé Starbuck. Il white collar condivideva con gli operai gli spazi dell’azienda, aveva orari di lavoro simili, era a contatto quotidiano con i problemi della produzione. Ci trovavamo di fronte ad un mutamento antropologico, non solo a un mutamento sociologico. Se avessimo dovuto ragionare ancora in  termini sociologici avremmo dovuto dire che la divisione chiara tra classi che il sistema fordista aveva determinato non era più riconoscibile nella società dell’informazione e quindi i nostri parametri dovevano cambiare. Restava fermo invece il punto di partenza, cioè la convinzione che la tecnologia ha un effetto fortissimo sulla vita e la mentalità del soggetto che usa questa tecnologia per stare nel mondo, per lavorare, per guadagnarsi da vivere, per comunicare. Il nostro interesse, la nostra analisi, dovevano concentrarsi sulla figura del knowledge worker e scandagliare le caratteristiche intrinseche a quella moltitudine che formava la nuova middle class, un aggregato sociale che ormai non aveva più i valori della vecchia borghesia, che non era più capace di sfruttare il lavoro altrui perché ancora non capiva come faceva a non sfruttare se stesso. L’estrazione di plusvalore ormai si trasferiva sempre più dalla sfera produttiva alla sfera finanziaria, le enormi disuguaglianze di reddito che sempre più si accumulavano nelle società capitaliste, l’impoverimento progressivo della middle class, si spiegavano meglio analizzando le dinamiche finanziarie che quelle della produzione di massa. Anche su questo terreno l’operaismo poteva mostrare una sua superiorità, perché, unico tra le componenti dei movimenti di protesta degli Anni 70, aveva affrontato le problematiche della politica monetaria e dei grandi flussi finanziari internazionali, soprattutto con il lavoro svolto dalla redazione della rivista “Primo maggio”.

 

Il caso italiano

Infine, la ragione forse decisiva per la quale l’operaismo ha avuto gioco facile nel comprendere la natura del postfordismo è stata la sua origine italiana. Tra tutti gli stati del capitalismo avanzato l’Italia è stata il paese che ha portato avanti la disgregazione della grande fabbrica in maniera più radicale. L’Italia è stata all’avanguardia nel cosiddetto “decentramento produttivo”, nella frammentazione dell’impresa in tante piccole e minuscole aziende artigiane. Nel giro di un decennio, dal 1980 al 1990, l’Italia diventa il paese dei “distretti industriali”, aree specializzate in determinate produzioni, soprattutto in produzioni a basso valore aggiunto (tessile-abbigliamento, cuoio e calzature, arredo per la casa), caratterizzate dalla presenza di piccole e medie imprese. Il sistema del decentramento produttivo comporta due vantaggi rispetto alla fabbrica fordista: diminuisce i costi di produzione e riduce il rischio di conflitti industriali. Una parte delle lavorazioni vengono date in outsourcing, spesso agli stessi operai che vengono trasformati in artigiani fornitori, il numero dei dipendenti diminuisce drasticamente e si riduce la massa salariale e l’effetto di rivendicazioni sindacali. Siamo a metà tra fordismo e postfordismo o, se vogliamo, siamo in presenza di un postfordismo “dall’alto”. I vantaggi di questo sistema consentono la formazione anche di grandi imprese multinazionali, come Benetton e Luxottica. I distretti industriali si diffondono in particolare nelle regioni a forte controllo sociale, nel Veneto cattolico e nell’Emilia Romagna comunista. Il Partito Comunista Italiano sposa l’ideologia del decentramento produttivo come un “capitalismo dal volto umano” sostenibile perché privo di conflitti, il fine principale di una comunità civile sembra quello, dopo il decennio di forti conflitti e scontri di classe, della pace sociale. Gli intellettuali che provengono dall’esperienza operaista colgono immediatamente questa trasformazione, che viene accentuata e resa più radicale anche dai movimenti di protesta del ’77, i quali rappresentano con le tematiche della soggettività, dell’ambiente, del rifiuto del lavoro normato, disciplinato, irreggimentato, una specie di postfordismo “dal basso”, un desiderio di liberazione che non teme di contrapporsi alla stessa classe operaia. Sin dalle prime grandi ristrutturazioni di aziende dell’auto (Innocenti di Milano, anni 1974-75) con l’uso massiccio della Cassa Integrazione, gli operaisti seguono da vicino queste trasformazioni, l’analisi del decentramento produttivo è uno dei temi centrali sia di riviste come “Primo Maggio” che di gruppi universitari di ricerca, in particolare a Milano alla Facoltà di Architettura dove insegna Alberto Magnaghi4. Non sono gli unici, anzi molti laboratori universitari, nel Veneto, in Emilia Romagna, in Toscana, nel Mezzogiorno, seguono con interesse la trasformazione del modello fordista, la differenza sta che nell’analisi dei gruppi che mantengono il retaggio dell’operaismo il decentramento produttivo viene visto come un attacco all’unità della classe operaia, come una rivincita del capitalismo dalle sconfitte dell’”autunno caldo”, mentre gli altri gruppi di ricercatori vedono nel decentramento produttivo solo una nuova frontiera del capitalismo, con molti risvolti positivi. E’ il periodo in cui Toni Negri promuove il movimento di Autonomia e teorizza l’emergere dell’”operaio sociale”. Quindi la percezione del cambiamento e di un cambiamento epocale è, si può dire, immediata. Il movimento del ’77 sembra per un momento intravedere uno sbocco libertario del postfordismo, ma è solo una fiammata, l’anno successivo i gruppi della lotta armata alzano il tiro e raggiungono l’apice della loro azione con il rapimento Moro (marzo 1978). Un anno dopo, il 7 aprile 1979, parte l’ondata di arresti di tutti i militanti del disciolto “Potere Operaio”. Non ci sarà più nessuna “via libertaria al postfordismo”, il cambiamento di paradigma del capitale porterà solo ed unicamente il segno della rivincita di classe.

 

L’operaismo e le nuove generazioni degli Anni 90

Per un decennio la talpa operaista smette di scavare. In realtà “il periodo d’oro” dell’operaismo si era chiuso già da un pezzo. Per Tronti, Asor Rosa, Cacciari ed altri si era chiuso già prima del ’68 con il loro ingresso nel PCI, per Negri ed altri compagni si era chiuso probabilmente con lo scioglimento di “Potere Operaio”5). Non c’è mai stata una discussione sulla periodizzazione storica dell’operaismo, non ci sono dubbi sulla sua data di nascita ma non c’è nessun accordo sulla sua data di morte, anche perché una teoria politica che è anche una metodologia conoscitiva non muore mai finché c’è qualcuno che ritiene utilizzabili i suoi strumenti analitici e le sue conseguenze pratiche. Sicché possiamo ben parlare di un “post-operaismo” intendendo con questo il riaffiorare di un interesse per i suoi paradigmi presso una nuova generazione di militanti e di ricercatori nati alla fine degli Anni Sessanta e che all’inizio degli Anni Novanta avevano vent’anni. La rivista “Primo Maggio” è stata senza dubbio un’iniziativa culturale che esplicitamente si richiamava all’operaismo, le sue pubblicazioni cessano nell’autunno 1988 con il numero 29, ma proprio negli ultimi anni, quando a dirigerla erano Cesare Bermani e Bruno Cartosio, s’erano avvicinati alla redazione alcuni giovani che in seguito avrebbero avuto un ruolo nella critica al postfordismo e nei tentativi di organizzare il precariato, il lavoro cognitivo, all’interno dei centri sociali6. Altri si erano buttati a capofitto nell’informatica e nella cultura digitale contribuendo a creare l’area italiana del movimento cyberpunk e del movimento hacker, avendo come punto di riferimento iniziale la Libreria Calusca di Primo Moroni a Milano, che era stata anche il centro propulsore della distribuzione di “Primo maggio”. Raffaele “Valvola” Scelsi e Ermanno “Gomma” Guarneri7 saranno tra i fondatori della rivista “Decoder” e poi della casa editrice Shake, che ha svolto un ruolo fondamentale nella diffusione della “civiltà del computer” e della cultura digitale. Essi, assieme a Rosie Ficocelli, Paola Mezza e Marco Philopat (il quale fonderà poi una propria casa editrice), appartengono alle nuove generazioni fortemente influenzate dall’operaismo, che intraprenderanno dei percorsi politici originali e innovativi. Altri ancora avevano avuto come maestri e docenti universitari i fondatori dell’operaismo e quindi facevano tesoro del loro insegnamento, come Devi Sacchetto, allievo di Ferruccio Gambino, o Emiliana Armano, allieva di Romano Alquati, che oggi è tra le ricercatrici più attive a livello internazionale sulle tematiche del precariato8. Questa nuova generazione, nata e cresciuta nel postfordismo, si serve per la sua crescita teorica e per le sue prime produzioni di saggi e di riflessioni della rivista “Altreragioni”, nata nel 1991 nel clima di tensione politica creato dalla guerra del Golfo, per iniziativa di alcuni tra i primi collaboratori di “Classe Operaia”, di “Quaderni Piacentini” e dell’Istituto Ernesto de Martino. Michele Ranchetti, uno dei più importanti intellettuali italiani del dopoguerra, storico, saggista, direttore editoriale, pittore, poeta, musicista, Franco Fortini, poeta, scrittore, critico letterario, già vicino ai “Quaderni Rossi”, Edoarda Masi, sinologa, bibliotecaria, saggista, collaboratrice di “Quaderni piacentini” assieme a Sergio Bologna, Ferruccio Gambino, Pier Paolo Poggio,Lapo Berti, Guido De Masi, Cesare Bermani, Bruno Cartosio, Primo Moroni, Giovanna Procacci (tutti nomi che troviamo anche tra i collaboratori di “Primo Maggio”) ed altri lanciano l’iniziativa della rivista “Altreragioni” alla quale si avvicinano immediatamente i giovani della nuova generazione che aveva subìto l’influsso dell’operaismo. Uno di questi è Andrea Fumagalli, che negli anni successivi, assieme alla compagna Cristina Morini, rappresenterà un punto di riferimento teorico e politico dei movimenti del precariato e del “cognitariato”. Dopo i primi numeri la rivista sarà diretta da Ferruccio Gambino e Giovanna Procacci, mentre Sergio Bologna, Primo Moroni, Lapo Berti, Christian Marazzi, Pier Paolo Poggio, Mavì Defilippi, Marco Cabassi ed altri daranno vita ad un’altra iniziativa che ha avuto una certa importanza nel raccogliere l’eredità operaista, la “Libera Università di Milano e del suo Hinterland (LUMHI)”. Due i temi centrali della sua attività culturale: la battaglia contro il revisionismo storico e la definizione dei soggetti sociali del postfordismo. Dall’attività della LUMHI nasce in co-edizione Shake-Feltrinelli l’opera collettiva che rappresenta una svolta nell’analisi di classe post-operaista: “Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia” a cura di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli9. E’ il 1997, vecchia e nuova generazione hanno trovato qui un terreno comune di dialogo e di produzione analitica.

Le tesi e le ricerche di alcuni ex militanti dei gruppi operaisti riguardanti la condizione dell’uomo moderno nel postfordismo e nell’economia del debito hanno trovato largo riscontro anche sul piano internazionale, è il caso per esempio di Maurizio Lazzarato, che si era laureato a Padova ed aveva avuto come insegnanti Toni Negri, Ferruccio Gambino, Ferrari Bravo e Sergio Bologna. La nuova generazione affronta anche la storia dell’operaismo, comincia a scriverla a partire dalle testimonianze dei principali protagonisti10. Dall’estero, non soltanto dall’Italia, arrivano altri contributi che, riflettendo sulla storia dell’operaismo, ne vogliono trarre, come “Storming Heaven” di Steve Wright11, un bilancio culturale e politico. Oggi la fonte principale per i documenti originali dell’operaismo è la collana “Biblioteca dell’operaismo” della casa editrice Derive&Approdi di Roma, fondata da un compagno di “Potere Operaio”, Sergio Bianchi.

Uno studio di caso sul passaggio da una società industriale fordista a una società del terziario avanzato in un quartiere di Milano è stato analizzato nel documentario di Sabina Bologna “Oltre il ponte. Storie di lavoro”12.

 

Il ruolo della Libreria Calusca di Milano

A questo punto è necessario mettere a fuoco il ruolo molto importante che ha avuto Primo Moroni e la sua Libreria Calusca nel creare un ponte tra la cultura operaista e le nuove generazioni13. La Libreria, durante gli anni 70 e 80, ha svolto una funzione difficilmente classificabile con i parametri tradizionali delle organizzazioni culturali. E’ stata un luogo d’incontro, di convergenza, di dialogo tra tendenze politiche le più diverse, ma con un’accentuata simpatia per il filone operaista, per i diversi filoni anarchici, per le tendenze situazioniste e internazionaliste. Tradizioni e tendenze, come si vede, fortemente diverse tra di loro o anche conflittuali ma che trovavano accoglienza e rifugio (nei tempi duri) in un luogo che era straordinario perché eccezionale era la personalità del suo titolare, Primo Moroni, uomo di grande cultura e di ancora maggiore sensibilità per l’innovazione culturale, pur non avendo nessuna formazione universitaria. Ex ballerino del varietà, ex rappresentante librario, figlio di ristoratori toscani immigrati a Milano, cresciuto in quartieri popolari dove la piccola malavita locale aveva modi e codici di onore molto diversi da quelli della mafia, dove magari si rubava ai ricchi per dare ai poveri, ultima propaggine di quella “mala” milanese che agli inizi del ‘900 popolava i quartieri del Ticinese e viveva in simbiosi nelle “case di ringhiera” con il proletariato industriale e l’artigianato tradizionale fortemente influenzati dal socialismo. Ladri, rapinatori, ricettatori, prostitute indipendenti, scassinatori, falsari vivevano accanto alla pellicciaia, al tipografo, all’operaio elettromeccanico, al bottaio, al falegname e formavano un amalgama molto resistente alla mentalità della società borghese. Erano i componenti di un’unica cultura proletaria che difendeva le sue prerogative ed ammetteva al suo interno le pratiche di illegalità e di esproprio. Attorno a questo mondo sono sorti miti e leggende, è nato un vero e proprio Canzoniere che negli anni 60 e 70 è tornato di moda, soprattutto tra i movimenti di protesta che esaltavano molte forme di illegalità. Primo Moroni era capace di dialogare sia con le ultime tracce di questo mondo sia con gli intellettuali di “Classe Operaia”. Egli riconosceva nell’operaismo il sistema di pensiero politico più innovativo, ne era affascinato, così come era attratto dal pensiero situazionista. Quando nel 1973 gli presentammo il nostro progetto di “Primo maggio” ne colse immediatamente la ricchezza d’idee ed il rigore scientifico e divenne l’editore e il distributore della rivista. Quando, dopo il 1971/72, iniziarono le prime azioni di guerriglia urbana e fecero la loro comparsa le Brigate Rosse e altri gruppi armati, Primo Moroni non esitò a tenere in libreria e a diffondere le loro pubblicazioni e i loro scritti; quando le carceri cominciarono a riempirsi di compagni che militavano nei gruppi extraparlamentari la Libreria di Moroni divenne un punto di riferimento per l’invio di materiali di lettura nelle carceri. Fu così che la rivista “Primo Maggio” ebbe una diffusione ampia nelle prigioni (circa 500 copie per numero venivano inviate in carcere su richiesta dei detenuti). Questa attività naturalmente portò gli inquirenti e la polizia a considerare “Primo maggio” una rivista vicina al terrorismo e solo grazie a delle prese di posizione decise di alcuni membri della redazione, anche nei confronti di Toni Negri, fu possibile evitare l’identificazione tra la nostra rivista e i gruppi dell’Autonomia o i gruppi armati. Negli Anni 80 e 90 tutta la controcultura giovanile delle nuove generazioni che entravano nell’èra digitale faceva riferimento alla Calusca, la quale nel frattempo era diventata anche una struttura di soccorso ai vecchi militanti che scontavano molti anni di carcere, soprattutto a quelli privi di ogni sostegno, senza organizzazioni di riferimento, che avevano perduto tutto, casa, famiglia, lavoro. Abbiamo visto spesso queste persone, sempre ex operai o comunque gente di origine proletaria, uscire dal carcere a Milano, magari dopo vent’anni trascorsi nelle prigioni di alta sicurezza di tutta Italia e, non sapendo dove rivolgersi per un aiuto, arrivare in Libreria Calusca a chiedere un prestito per un biglietto del treno, in modo da andare sulla tomba dei genitori morti nel frattempo in qualche paesino del Sud. In Primo Moroni trovavano sempre solidarietà proletaria. La sua Libreria dunque metteva insieme i superstiti della cultura operaista, i giovani dei centri sociali e dei movimenti cyberpunk, i reduci della lotta armata ma anche moltissime persone di autentici sentimenti democratici, docenti universitari, professionisti, insegnanti. La Calusca era una specie di “zona franca” dove persone diversissime e ambienti che non avevano alcun contatto tra di loro s’incontravano e si rispettavano. Primo Moroni era un grandissimo affabulatore, non ha scritto molto ma ha rilasciato molte interviste e testimonianze. Senza Primo Moroni l’operaismo non avrebbe mai raggiunto le giovani generazioni dell’èra digitale.

 

Il post-operaismo e la sindacalizzazione dei self employed

La caratteristica specifica del pensiero dell’operaismo è la sua stretta aderenza alla realtà, è il suo rapporto costante con l’azione, con la pratica militante. Gli scritti della tradizione operaista non sono destinati alla mera lettura o alla mera propaganda, il loro rigore scientifico non è destinato alla valutazione accademica, il loro messaggio è un messaggio puramente politico, esso deve produrre azione, mobilitazione, conflitto, confronto. L’analisi non deve restare pura analisi, non avrebbe alcun senso se restasse allo stadio di analisi, anche la più sofisticata. L’analisi può essere anche parziale, insufficiente, ma deve produrre mobilitazione, deve risvegliare le coscienze, deve mettere in moto delle dinamiche soggettive che portano le persone a tutelare e difendere i propri diritti, la propria dignità, sul lavoro, nei rapporti di lavoro. Le analisi contenute nel volume “Il lavoro autonomo di seconda generazione” sono state anche duramente criticate dalla sociologia accademica, con qualche ragione, ma quelle pagine hanno trovato ascolto in coloro che cominciavano a muoversi per conto proprio per costituire una rappresentanza sindacale dei self employed. E così doveva essere. Se la critica accademica è arrivata a definire sprezzantemente le nostre analisi del lavoro autonomo come “inutilizzabili”14 a noi non importa gran che, ne prendiamo atto ma l’importante per noi è che le nostre analisi vengano comprese, assimilate e condivise da coloro i quali vivono di lavoro autonomo, da coloro che del lavoro indipendente non salariato fanno dipendere la loro sopravvivenza. Queste persone hanno saputo utilizzare le nostre analisi ed hanno smentito in tal modo la critica accademica.  Alla fine degli Anni 90 negli Stati Uniti e agli inizi del nuovo Millennio in Italia si sono costituite delle associazioni di difesa dei lavoratori indipendenti, dei freelance, i quali storicamente sia al di qua che al di là dell’Atlantico sono sempre stati esclusi dal welfare state e dallo stesso diritto del lavoro perché considerati “imprese”. Poiché queste figure professionali, esplose con l’avvento dell’informatica, appartengono socialmente alla lower middle class, l’identificazione con il mondo dell’imprenditoria piuttosto che con il mondo dei lavoratori è stata un pesante retaggio della loro cultura borghese. Le organizzazioni sindacali dei lavoratori dipendenti non li hanno mai presi in considerazione, non li hanno considerati come soggetti facenti parte del mondo del lavoro. Solo in epoca assai recente, negli ultimi due anni, in Italia il sindacato CGIL, timoroso di vedersi sfuggire di mano una rappresentanza di questi gruppi sociali che avevano iniziato ad autoorganizzarsi, ha cominciato a creare dei gruppi di lavoro dedicati ai professionisti ed ai self employed. Il post operaismo è riuscito quindi a cogliere questa trasformazione del mondo del lavoro, è riuscito a dare un pensiero collettivo ai self employed, a renderli consapevoli della loro identità di lavoratori, ha dimostrato l’assurdità di considerare una persona come un’impresa (the one-man/one woman business), l’impresa è sempre un’organizzazione complessa di cooperazione tra più persone con diversi ruoli per la creazione di profitto in cambio dell’erogazione di salari. Quali sono le principali rivendicazioni dei self employed? In primo luogo il riconoscimento del loro diritto, come cittadini, a un’assistenza pubblica in caso di malattia, a sussidi di disoccupazione e ad un trattamento fiscale pari a quello dei lavoratori dipendenti15. L’attività di pressione che le associazioni di difesa dei diritti dei self employed ha esercitato in Europa negli ultimi cinque anni ha ottenuto qualche risultato, in particolare la dichiarazione del parlamento europeo del gennaio 2014 nella quale si afferma che tutti i cittadini hanno gli stessi diritti indipendentemente dal lavoro che svolgono16.

Molto maggiore ampiezza ha assunto invece la sindacalizzazione dei freelance negli Stati Uniti grazie a una donna, Sara Horowitz, che negli ultimi anni del Novecento ha saputo creare la Freelancers Union (FU), che oggi conta quasi 250 mila iscritti. Grazie al sostegno finanziario di molte Fondazioni private, la FU ha costituito una Insurance Company che offre ai soci copertura finanziaria e assistenza in caso di malattia17.

In Italia l’associazione che ha recepito le analisi post operaiste è l’Associazione Consulenti Terziario Avanzato (ACTA), fondata a Milano nel 2003, purtroppo ancora molto piccola, circa 2000 soci, ma riconosciuta come sister organization dalla Freelancers Union18. ACTA è membro anche dell’European Forum of Independent Professionals, di cui detiene la Vicepresidenza19. Se nella storia del movimento operaio dei salariati la sindacalizzazione si accompagnava sempre a un’adesione alle idee socialiste, nella sindacalizzazione dei self employed prevale l’apoliticità, ma anche perché non esiste più una forza politica di sinistra a livello europeo. In Italia, per esempio, dove esisteva il più forte Partito Comunista dell’Occidente, non c’è più traccia di un pensiero sociale d’ispirazione marxista, se non in movimenti sociali che non sono rappresentati in Parlamento. Il Partito Democratico, che è in parte l’erede del vecchio Partito Comunista e che nel corso degli anni ha cambiato nome più volte per cercare di cancellare le tracce delle sue origini marxiste, è oggi una formazione politica che sposa interamente le dottrine neoliberali delle lobbies finanziarie. Essere apolitici non significa non avere idee politiche ma non riconoscersi nei partiti rappresentati nel Parlamento.

 

Conclusioni

Il pensiero operaista ha dimostrato di sapersi rinnovare e di saper interpretare le grandi trasformazioni della società e dei modi di lavorare. Ma le speranze dell’operaismo, i valori morali, civili e sociali per i quali si era battuto sono stati brutalmente combattuti ed emarginati, quasi cancellati, dal pensiero neoliberale dell’epoca postfordista ed in particolare dalle classi dirigenti italiane di origine cattolica, socialista o liberale. La sistematica persecuzione dei militanti di “Potere Operaio”, talvolta più ossessiva di quella rivolta contro i militanti della guerriglia urbana, l’emarginazione del pensiero operaista dalla scena culturale ed accademica non sono riusciti tuttavia a impedire che le nuove generazioni riconoscessero in quel pensiero uno strumento utile di liberazione. Le classi dirigenti che hanno combattuto con stupido accanimento l’operaismo sono le stesse che hanno trascinato l’Italia nella condizione miserevole, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista civile, di oggi. Il 40% di disoccupazione giovanile non è forse l’aspetto più grave della miseria delle nuove generazioni, il precariato di milioni di persone, i bassi salari, gli stages gratuiti, oltre all’assenza di tutele, sono altrettanto, se non ancora più gravi. Se finalmente un giorno questa massa di cittadini umiliati troverà la forza di ribellarsi, il pensiero operaista e post-operaista tornerà ad avere un’ampia diffusione e forse avrà ancora lunga vita.

  1. Per coloro che hanno partecipato alla nascita del pensiero operaista scriverne la storia non è facile, si rischia sempre d’introdurre delle forzature soggettive; pertanto questo articolo va interpretato come una testimonianza piuttosto che una ricostruzione storica; forse per una deformazione professionale ho cercato altre volte di scrivere la storia dell’operaismo in forma di testimonianza, v. Sergio Bologna, Workerism: An inside View. From the Mass-Worker to Self-employed Labour, in “Beyond Marx. Theorising the Global Labour Relations of the Twenty-First century”, ed. by Marcel van den Linden and Karl Heinz Roth, in collaboration with Max Henninger, Brill, Leyden-Boston 2014, p. 121-143; il testo italiano è pubblicato in “L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Vol. III, Il sistema  e i movimenti, Europa 1945-1989”, a cura di Pier Paolo Poggio, Jaca Book, Milano, 2011, pp. 205-222. L’opera più completa sulla storia dell’operaismo è “L’operaismo degli Anni Sessanta. Da ‘Quaderni Rossi’ a ‘Classe Operaia’”, a cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana, introduzione di Mario Tronti, Derive&Approdi editore, Roma 2008, in allegato un CD con tutta la collezione di “Classe Operaia” 

  2. Raniero Panzieri, Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, in “Quaderni Rossi”, n. 1, p. 53 sgg, 1961 

  3. “L’altronovecento” cit., vol III, pp. 205-206, testo inglese in “Beyond Marx” cit., p. 122 

  4. Queste analisi sono state pubblicate per la maggior parte sulla rivista “Quaderni del Territorio”, fondata da Alberto Magnaghi e durata dal 1975 al 1979. Sono appena usciti in una nuova edizione i quaderni dal carcere che Magnaghi ha scritto tra il 1979 e il 1982, durante la sua detenzione nelle prigioni di Milano e di Roma, “Un’idea di libertà”, con prefazione di Alberto Asor Rosa e postfazione di Rossana Rossanda, Derive&Approdi editore, Roma 2014 

  5. “L’operaismo italiano degli Anni Sessanta comincia con la nascita dei ‘Quaderni Rossi’ e finisce con la morte di ‘Classe Operaia’. Punto.” (Mario Tronti in “L’operaismo italiano” cit., p. 5 

  6. “La rivista ‘Primo Maggio’ (1973-1989)”, a cura di Cesare Bermani, con il DVD di tutti i numeri della rivista, Derive&Approdi, Roma 2010 

  7. V. il suo contributo nel numero 22 di “Primo Maggio”, autunno 1984 

  8. Non bisogna dimenticare i contributi importanti di Luciano Ferrari-Bravo, che ha partecipato all’attività dei gruppi operaisti sin dalle origini; una parte dei suoi scritti sono stati pubblicati nel volume “Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico”, prefazione di Sergio Bologna, Il Manifesto Libri, 2001 

  9. Il volume è pubblicato in co-edizione Shake-Feltrinelli nel 1997 a Milano 

  10. “Futuro anteriore. Dai ‘Quaderni Rossi’ ai movimenti globali. Ricchezze e limiti dell’operaismo italiano”, a cura di Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero, Derive&Approdi, Roma 2002 

  11. “Storming Heaven. Class composition and struggle in Italian Autonomist Marxism”, Pluto Press, London 2002 

  12. Derive&Approdi ha raccontato com’è nato e come si è realizzato questo progetto nell’opuscolo “Dalla classe operaia alla creative class. Le trasformazioni di un quartiere di Milano” che contiene anche il DVD con il documentario, della durata di 39’, con sottotitoli in inglese 

  13. Calusca è il nome di un vicolo che sbocca sulla piazza Sant’Eustorgio, nel quartiere Ticinese di Milano, la sua origine deriva dall’espressione dialettale ca’ lusc (case losche, postriboli). La Libreria fu poi spostata qualche centinaio di metri più avanti, in Corso di Porta Ticinese, e successivamente in via Conchetta, sul Naviglio Pavese, dove esiste tuttora dentro un centro sociale. Primo Moroni è morto di cancro nel 1998, un suo profilo è pubblicato nel volume 77 (2012) del “Dizionario Biografico degli Italiani” dell’Enciclopedia Treccani 

  14. Vedi in particolare la recensione di Paolo Barbieri dell’Università di Trento per l’Istituto Cattaneo, www.cattaneo.org/archivi/biblio/pdf/Bologna-Fumagalli 1997 (Barbieri).pdf. Questa critica è stata rivolta in particolare alle “Dieci tesi sul lavoro autonomo di seconda generazione” nel volume a cura di Bologna e Fumagalli, “Il lavoro autonomo ecc.” cit., pp. 13-42. 

  15. Un’analisi del processo di sindacalizzazione dei self employed in Dario Banfi, Sergio Bologna, “Vita de freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro.”, Feltrinelli, Milano 2011, in particolare l’ultimo capitolo 

  16. 2013/2111 (INI) – 14.01.2014 Texte adopté du Parlement Lecture unique 

  17. www.freelancersunion.org. Il sito è lo strumento più efficace di propaganda e informazione sulle attività delle associazioni dei self employed 

  18. www.actainrete.it 

  19. www.efip.org. Joel Dullroy, un attivista di EFIP che risiede a Berlino, ha lanciato quest’anno la campagna per un movimento dei freelance: www.freelancersmovement.org 


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rossana123@libero.it | 27 May 08:33 2015
Picon

Realismo della potenza. Per una nuova immagine dell’organizzazione politica

di INSTITUTO DE INVESTIGACIÓN Y EXPERIMENTACIÓN POLÍTICA (IIEP)*.

 I. Opacità strategica

Un’“opacità strategica” – così la chiama Raquel Gutiérrez Aguilar[1] – perturba la comprensione collettiva dell’attuale conflittualità sociale. Sono pochi i protagonisti del sistema politico che vi prestano attenzione, con eccezione, degna di nota, della chiesa. Tuttavia, negli ultimi anni i sintomi si moltiplicano: dalle ricorrenti crisi prodotte dalle occupazioni di terra – inoccultabili a seguito dell’occupazione del Parque Indoamericano e dell’intervento poliziesco, repressivo e razzista che ne ha posto fine[2] – agli ammutinamenti della polizia del dicembre 2013, passando per la crescita di una violenza legata all’universo del narcotraffico che costituisce una sfida, nella forma di uno scontro non dissimulato, allo sviluppo delle organizzazioni sociali nei quartieri periferici.

Questa nuova conflittualità che si esprime, specialmente nelle periferie, con insolita violenza è fortemente relazionata con quella “seconda realtà” che Rita Segato ha descritto come la dimensione che, attraverso le istituzioni statali e no, organizza e amministra l’illegalità in un “fuori” incontrollabile[3]. Un’oscurità che, negli ultimi anni, ha reso più densi i territori e che, sottostimata da chi confidava in un “ritorno dello stato” riparatore, finisce per permeare anche lo spazio della rappresentanza politica, penetrando le stesse istituzioni dalle quali si attende una risposta.

In questo modo, l’opacità appare come la principale caratteristica dei conflitti che attraversano la congiuntura nazionale. La disputa permanente per definire il valore della moneta in relazione al dollaro, le scaramucce con i “fondi avvoltoi” per la ristrutturazione del debito sovrano argentino e le controversie all’interno degli apparati d’intelligenza statali che si ripercuotono nel cuore stesso del potere giudiziario pongono in evidenza l’attuazione di poteri velati la cui capacità di intervento risulta decisiva.

Lungi dal legittimare le retoriche di condanna della corruzione tipiche delle “destre” raggruppate nella cosiddetta “opposizione politica” e dei grandi mezzi di comunicazione, quanto stiamo affermando ci porta ad assumere la trasformazione della natura della mediazione tra società e stato. Oggi questa relazione acquisisce, dall’alto e dal basso, una forma essenzialmente finanziaria. L’intermediazione delle finanze determina la costituzione stessa del sociale e del politico e pregiudica la dinamica materiale della vita collettiva contemporanea.

In sintesi, chiamiamo “opacità strategica” l’azione che i poteri consolidati nel corso degli ultimi anni esercitano sulla trama sociale generando incomprensione collettiva, per lo meno in quattro piani convergenti:

- la crescente intermediazione finanziaria della società invisibilizza i nessi tra la creazione e l’appropriazione della ricchezza sociale;

- il dualismo delle istituzioni private e statali che s’incaricano della regolamentazione sociale (dalle banche e gli istituti finanziari alla polizia e il potere giudiziario), in una prima realtà, legale ed eventualmente legittima, e una seconda legata alla sovranità di fatto – imposta dai poteri che esercitano il comando sui processi di creazione, circolazione e appropriazione privata della ricchezza collettiva – costituisce lo stato d’eccezione che regge il comportamento delle democrazie contemporanee;

- la ultra-mediatizzazione semplifica la complessità del tessuto sociale in stereotipi (“pibe chorro”, “migrante”, “narco”) di facile consumo;

- la distribuzione diseguale del valore della vita e dei beni attiva una guerra per la sicurezza e permette di varcare le soglie della violenza organizzata nei territori.

II. Un’agenda negativa?

Il problema di questa diagnosi sul nuovo conflitto sociale consiste, crediamo, nel fatto che si presenta in un modo completamente negativo. È necessario immaginare come attivare la potenza collettiva per invertire o riorientare uno stato di cose in cui primeggia la denuncia e il tono allarmista.

Non a caso abbiamo fatto menzione della chiesa.  Potenziata dal ruolo del nuovo Papa, essa tende a diffondere una descrizione della situazione che per molti aspetti risulta prossima, per esempio quando prende in considerazione le preoccupazioni delle organizzazioni sociali e insiste sull’impotenza o la complicità dello stato con elementi di violenza criminale, o quando afferma la necessità di una presenza e di una contenzione nei territori in cui lo stato non arriva o arriva con il suo volto mafioso o indifferente. Nella misura in cui la chiesa accompagna e offre protezione (una specie di “paracqua” strategico), la sua presenza riveste un valore immediato tanto nel conflitto territoriale quanto nei meccanismi generali dell’assetto macropolitico.

Tuttavia, la diagnosi presentata dalla chiesa non si spinge alla critica della mediazione finanziaria del sociale, che, se portata a fondo, metterebbe in discussione la struttura concentrata della proprietà. Privilegiando la dimensione morale nella sua critica del presente, la chiesa tende a sottostimare il valore politico che possono acquisire i soggetti protagonisti del conflitto sociale (contadini poveri, migranti, famiglie senza terra e casa, lavoratori precari) e la loro capacità di apportare gli elementi di una costituzione sociale e politica autonoma. Quando si restringe la complessità di questi soggetti alla loro condizione di vittime, presentando i poveri come figure asettiche prive del potere di trasformazione sociale, si sopprime l’altra faccia di una ricca potenza collettiva in grado di proporre alternative di vita o di introdurre pratiche di resistenza. In questo modo si finisce per rincanalare il protagonismo plebeo e anestetizzare l’intensità della loro politicizzazione autonoma.

La complessità della figura di Francesco ha a che vedere con la sua interpretazione di questi anni d’insubordinazione plebea e con gli aspetti frustrati del tentativo di una governamentalità fondata sulla partecipazione delle organizzazioni sociali. Se il suo progetto prende in considerazione il protagonismo delle organizzazioni sociali a lungo minimizzato dal kirchnerismo, al tempo stesso tende però a complementare, per mezzo di una consolazione morale e includente, il fenomeno della mediazione finanziaria della vita (i molteplici modi del consumo) che domina nei territori, per proporre una nuova cristianità in opposizione al neoliberalismo. Proietta così, nello scenario globale (per lo meno in Occidente), una governamentalità più equilibrata, che si fonda su una precisa interpretazione dell’esperimento portato avanti in Argentina – e nella regione latinoamericana – nel post-2001.

L’ambiguità di questo progetto consiste nella rivendicazione della centralità di un sociale che è, però, al tempo stesso, rimodellato in termini conservatori (al centro di questa questione c’è l’interpretazione delle lotte per i diritti umani e del corpo delle donne e dei giovani) e articolato a livello macropolitico per neutralizzare così i dinamismi popolari distruttivi.

In che altro modo possiamo immaginare il significato del nuovo conflitto sociale, cercando di superare i limiti moralisti e vittimistici di questa posizione, a partire da una democratizzazione radicale dei dispositivi sociali, oggi sottoposti a un complesso meccanismo di funzionamento basata su una logica finanziaria?

III. Il problema dell’autonomia

La critica pratica, a differenza della critica “canaglia” che pretende solo di distruggere per imporsi, muove da dilemmi concreti ed evita di lavorare tra le nuvole, come se si trattasse di fare dottrina. A interessare è un’altra cosa: dare avvio a un realismo della potenza per mostrare la realtà come trama di problemi (non si tratta di un realismo che semplifica o si rassegna) e assumere le esigenze pratiche che derivano da questa formulazione (non si tratta semplicemente di una diagnosi).

Questo chiarimento non è privo d’importanza, dato che un certo modo di riferirsi alla prospettiva autonoma ha cercato di fissarla in un infantilismo, associandola al momento della crisi del 2001. Al di là della pretesa maturità di determinati discorsi diretti a rilegittimare le regole della rappresentanza politica, è evidente che una gran quantità di dinamiche con caratteristiche autonome persistono e si reinventano, come modalità di affermare esperienze che meritano di essere pensate in termini diversi da come le rappresentano i ragionamenti che si adeguano all’ordine. L’evidenza di queste pratiche costituisce il nostro punto di partenza alla ricerca di un nuovo orizzonte di emancipazione politica che ci permetta di attraversare il programma necessariamente limitato – seppur necessario – del riformismo statale in un contesto di globalizzazione neoliberale.

Il saldo dell’esperienza del kirchnerismo al governo è ambivalente. Viste nel corso del tempo, molte delle retoriche e delle iniziative messe in gioco dal kirchnerismo non avevano il correlato organizzativo e territoriale necessario ad aprire vie materiali di trasformazione democratica. Tale limitazione, che restringe il portato progressista della sua retorica, trova conferma nel fatto che l’inclusione sociale si effettua per mezzo del consumo mentre, simultaneamente, si espandono i meccanismi delle finanze e le forme di sfruttamento. Allo stesso modo, gli avanzamenti e i riconoscimenti nell’ambito della memoria e degli organismi di diritti umani convivono con il consenso intorno alle politiche securitarie di articolazione del sociale, che tingono di contenuti classisti e razzisti le campagne dei candidati con maggiore chance nel terreno elettorale (includendo quelli che fanno riferimento all’attuale governo).

Nonostante tutto, il governo persiste con la volontà di dar battaglia e marcare la differenza: tanto a livello nazionale, con esperienze come la nuova gestione del Banco Central e la linea di ricerca su dittatura, diritti umani e finanze sviluppata dalla CNV (Comisión Nacional de Valores) e dalla PROCELAC (Procuraduría de Criminalidad Económica y Lavado de Activos) o il tentativo di riformare i servizi d’intelligenza; quanto nella conquista di autonomia politica a livello internazionale. Il sapore è, però, amaro all’intravvedere i termini di una successione “a destra”, intorno alla figura di Daniel Scioli[4], alle burocrazie territoriali del Partido Justicialista e a una trama oscura di governabilità che si appoggia, in ultima istanza, sulle forze di difesa e di sicurezza.

Per quanto riguarda le formazioni dell’opposizione, in gran parte non rappresentano altro che le élite tradizionali. Il loro impulso trasformatore consiste nell’amministrare “repubblicanamente” gli interessi duri e puri del capitale. Come sintomo è più interessante la crescita dei partiti di sinistra, anche se difficilmente metteranno da parte l’abitudine a privilegiare le loro anchilosate strutture e dottrine, riducendo così le potenzialità della lotta sociale. In questi anni si è sviluppata un’amplia gamma di esperienze, per comodità possiamo raggrupparle con il termine di “sinistra indipendente” (alcune delle quali più vicine e altre che si fronteggiano al kirchnerismo), che esprimono una sensibilità verso nuovi attori nell’ambito dei territori, delle idee e della produzione. Queste esperienze, alcune delle quali si autopercepiscono come collettivi militanti e altre come reti ampie di pratiche sociali, possiedono il doppio valore di rinnovare la lotta democratica e di suggerire bilanci più radicali sulle sfide politiche pendenti.

È, però, al calore della conflittualità sociale del presente che dobbiamo elaborare le nuove sintesi concettuali e organizzative, in un tentativo di intessere l’asse orizzontale delle lotte con l’asse verticale delle tattiche politiche. Per questo è fondamentale recuperare la costruzione di una soggettività politica autonoma. Al parlare di autonomia ci riferiamo, oggi, per lo meno a due questioni essenziali: generare le condizioni di una rottura sociale con le strutture di affari che stanno al centro dell’accumulazione capitalistica; elaborare una critica pratica della governamentalità contemporanea e della sua capacità di bloccare le possibilità di una democratizzazione “contante e sonante”.

IV. Una storia recente

Terminata l’ultima dittatura, la politica popolare ha recuperato vitalità grazie a un tessuto di lotte che hanno avuto la capacità di creare nuovi valori, modi organizzativi e forme di protesta. In questo senso, sono state esemplari le organizzazioni di diritti umani e le lotte dei lavoratori poveri che sono culminate nella formazione del movimento piquetero. Tali lotte e tali movimenti sono diventati i vettori di contestazione delle politiche neoliberali, in un momento in cui non vi era ormai alcuna fiducia nel sistema bancario e nei partiti politici.

Dopo la crisi, è tornata la politica nelle sue forme più abituali, anche se con contenuti statalisti e redistributivi. Tale normalizzazione ha richiesto un’importante novità e un’eminente contraddizione: da un lato, una certa porosità delle istituzioni riguardo alle lotte sviluppate durante il periodo precedente; dall’altro, il rafforzamento di un modo di accumulazione con il proprio asse nel mercato mondiale e nelle finanze (neosviluppismo/neoestrattivismo). Nello stesso periodo abbiamo assistito a un’ambivalente mutazione del sociale, motivata dalle politiche di ampliamento del consumo di massa. Diciamo “ambivalenza” perché si è posta in atto una via d’inclusione che consolida gerarchie e diffonde, come mai prima d’ora, la mediazione del sociale da parte delle finanze.

Il ciclo dei governi progressisti dell’America del Sud sta attraversando un dilemma di stagnazione: o i governi radicalizzano la loro dinamica neoestrattiva generando un’intensificazione delle condizioni di violenza strutturale per mantenere i livelli del consumo vigente o impongono limiti a queste forme distributive e finanziarie, che sono il pilastro della loro legittimità politica. Dal canto suo, lo spiazzamento dell’egemonia del mercato mondiale verso la Cina può dar luogo a una ricolonizzazione feroce delle economie periferiche o può aprire lo spazio per un gioco pragmatico di nuovo tipo, che metta in discussione la architettura finanziaria globale che disciplina e attanaglia i processi sociali.

Rifiutare l’obbedienza alle finanze globali è la condizione fondamentale, tanto nel piano locale come in quello regionale e globale, per una dinamica di democratizzazione popolare che ecceda la matrice neosviluppista e la retorica nazionalista. Si tratta di una discussione che va al di là dell’America del Sud e che, nell’ultimo periodo, sta  acquisendo intensità anche nell’Europa del Sud.

V. Sull’inchiesta militante come organizzatrice politica

L’inchiesta politica collettiva può essere rilanciata se è in grado di fondersi con il dinamismo di nuovi soggetti sociali. È necessario, dunque, spogliarsi di dogmi e settarismi, evitando l’autocompiacimento che schiva le funzioni pratiche proposte dal nuovo conflitto sociale. Una nuova immaginazione politica è inseparabile dall’elaborazione di strategie all’interno del conflitto e, pertanto, dal problema dell’organizzazione e della creazione di dispositivi efficaci per la lotta, la mediazione e l’autodifesa.

Il problema di una nuova immagine dell’organizzazione politica si pone a partire dalla maturazione delle lotte locali, delle inchieste trasversali, delle esperienze con istituzioni e della costituzione di reti complesse che operano su diverse scale. Porre il problema dell’organizzazione comporta assumere senza indugi il carattere molteplice, vivo e critico del protagonismo che si pone in gioco nella nuova conflittualità sociale. Organizzazione e cartografia del conflitto si danno insieme, come capacità di attuare in piani eterogenei, senza aspirare all’ideale impossibile di una sintesi ultima nel potere dello stato.

*Versione spagnola: iiep.com.ar. Traduzione di Maura Brighenti

[1] Durante una serie di soggiorni a Buenos Aires e in dialogo con l’Instituto de Investigación y Experimentación Política, l’attivista e ricercatrice messicana Raquel Gutiérrez Aguilar ha posto fortemente l’enfasi sul problema dell’opacità come una combinazione di fenomeni di percezione e terrore.

[2] Rimandiamo al libro del Taller Hacer Ciudad: Vecinocracia. (Re)tomando la ciudad, Bs.As., Tinta Limón, 2011 (disponibile on-line: http://tintalimon.com.ar/libro/VECINOCRACIA).

[3] Si veda R.L. Segato, La escritura en el cuerpo de las mujeres asesinadas en Ciudad Juárez, Bs. As., Tinta Limón, 2014.

[4] Attuale Governatore della Provincia di Buenos Aires e candidato alla Presidenza della Nazione nelle elezioni 2015.

http://www.euronomade.info/?p=4784

rossana123@libero.it | 26 May 23:06 2015
Picon

R: Re: Re: Re: Podemos

"Non si va da nessuna parte se non si riparte dal conflitto sociale. E poi...? 
Si resta dove si può".

ah ah ah uno, due, tre...stella! 
E infatti abbiamo avuto Giorgio Napolitano fino a ieri, quello che nel '69 ha 
scitto la prefazione "Lenin. Rivoluzione in Occidente e infantilismo di 
sinistra"
https://www.youtube.com/watch?v=adVyn-Hhdd8

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ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
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Rattus Norvegicus | 26 May 22:24 2015
Picon

R: Re: Re: Re: Podemos

. Figuriamoci poi cosa poteva fare l'innominabile lista Tsipras che 
non 
>a
>caso ha eliminato Bifo senza pensarci due volte.

La lista 
Tsipras probabilmente ha sbagliato molte cose. Ma non il suo stesso 
lancio come idea politica. Quando leggo della guerra di posizione che 
Tsipras sta sostenendo con gli economisti della UE non rimpiango di 
averli votati "nonostante" l'esclusione di Bifo. Non che i Greci 
avessero vitale bisogno del sostegno di una lista italiota, ma l'idea 
di un collante politico tra i Gipsi (Grecia Italia Portagallo Spagna e 
Irlanda) è stata proposta in modo perentorio. Questo in parte spiega 
anche la mancanza di progetto complessivo che, per il resto, ha 
caratterizzato quella lista. 

Sulla frammentazione e il dramma di 
tutte le formazioni che si sono poste a sinistra del PCI nel corso 
della storia politica italiana, sono d'accordo sull'analisi spietata 
dei fatti, che non lascia molto spazio alla speranza. Tenendo conto 
però che quando hai degli avversari che puntano ostinatamente al 
biparpitismo le spinte disgregatrici possono venire da zone sotterranee 
e di non immediata lettura. Si comprano i parlamentari, mettono 
zizzania a mezzo stampa, fomentano scissioni dell'atomo facendo leva 
sul bisogno di gloria temporanea di cacicchi ambiziosi e ingenui. Per 
non parlare dell'azione disgregatrice del vaticano, che agisce sul 
terreno politico come un servizio di intelligence sempre attivo e 
potente.  Gettare la croce addosso a quelli che  provano e riprovano da 
anni a costruire la formazione della nuova sinistra, accusandoli di 
essere il problema e non la soluzione, potrebbe essere ingeneroso.

r.

r.

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rossana123@libero.it | 26 May 21:45 2015
Picon

R: Re: Re: Podemos

"Ross. scusami, puoi precisare quello che hai scritto (così tanto per 
verificare se ho scritto una minchiata io)? Viale, Spinelli, Maltese *DENTRO* 
le lotte *VERE*?"

infatti ho scritto "non loro ma con la stessa funzione". Ci siamo scordati 
chi, proveniente dai movimenti, veniva eletto nei comuni, nelle regioni o in 
quel fallimento che è stata la lista arcobaleno ma anche in qualche partito 
(vedi verdi o rif.)? Questa modalità in Italia non ha mai funzionato, vedi ai 
tempi il Manifesto o il PSIUP, ma a quanto pare la memoria storica è piena di 
buchi. Figuriamoci poi cosa poteva fare l'innominabile lista Tsipras che non a 
caso ha eliminato Bifo senza pensarci due volte. 

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Gmane