Marinus Van der Lubbe | 1 Sep 14:09 2014
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Qualcosa sul credito, le banche e la crisi (di Paolo Giussani)

Un simpatico articoletto di Paolo Giussani:

QUALCOSA SUL CREDITO, LE BANCHE E LA CRISI

È classico della psicologia da piccolo-borghesi dare la colpa a qualcuno o a qualcosa quando i processi vanno nella direzione ritenuta sbagliata o qualche fenomeno minaccioso occupa l’orizzonte. Nel caso della Great Recession da noi, in Italia, il paese più pezzentemente piccolo-borghese del mondo, sotto la spinta di atavico odio uno degli untori favoriti è stato prestamente individuato nelle banche, soprattutto ora che si deve subire la continuazione di una crisi apparentemente senza fine, come cantava Mina.

Le banche “rifiutano il credito” si sente dire ovunque – anche presso certe televisioni, in programmi che si danno l’aria di incredibile radical opposition, condotte da higher mind, così superiori da illuminare d’immenso il colto e l’inclita. “La BCE dà i soldi alle banche ma queste non li usano per finanziare ‘l’economia reale’ ma per speculare in un modo o nell’altro”. “Bisogna reindirizzare i capitali verso l’economia reale”; la “BCE adotta una politica troppo restrittiva e unilaterale che finisce con il nuocere alle imprese”…e via cantando su questa tonalità. E ciò presso una nazione dove è più facile trovare un uomo con due teste che non qualcuno che sappia cos’è una banca e come funziona una stramaledetta
banca centrale.

Ora, poi, che l’esercito dei nati ieri di sinistra, ultrasinistra e di tutte le varianti di anime belle professioniste che densamente popolano il Bel Paese ha scoperto che le banche “hanno il potere [meraviglioso sostantivo magico] di creare denaro dal nulla” il colpevole non solo si è compiutamente definito ma pure enormemente ingigantito. “Trattasi di un potere arbitrario che condiziona assolutamente la crescita”; “va limitato e controllato se non addirittura trasferito allo stato” – dicono taluni; “nemmeno per sogno” – rispondono altri – “figuriamoci! Già oggi le banche creano soldi dal nulla e li danno ai politicanti (che non a caso le controllano) per gli scopi peggiori. Se fossero sostituite dallo stato sarebbe molto peggio. Bisogna invece abolire la creazione monetaria e ogni concessione di credito deve essere coperta di liquidi al 100%!” (Sia detto en passant: se il credito dovesse essere coperto al 100% di liquidi non sarebbe più credito, anzi di un credito di questo genere nessuno potrebbe avere bisogno).

Il fatto è che la presente congiuntura è assolutamente ideale, forse senza precedenti, per fornire un palcoscenico a tutti quelli che, nulla sapendo, sono dominati dall’irresistibile bisogno di farsi belli con qualche proposta di riforma del capitalismo e del mondo, il cui campionario va dal ridicolo all’immondo.

Lasciamo perdere la storia della creazione di denaro dal nulla, francamente tediosa, e concentriamoci sul rapporto fra calo del credito e recessione. Il rapporto causale va dalla recessione alla diminuzione del credito e in nessun modo nella direzione opposta. É totalmente indimostrabile che la Great Recession sia stata causata dal venir meno del credito concesso alle aziende non finanziarie, in compenso è completamente dimostrabile il nesso opposto: contrazione della produzione → riduzione del credito da parte delle banche commerciali → freezing del credito interbancario: tale è la successione di fasi nella GR, e non un’altra.

Ora, state a sentire. Prima di protestare contro questa sequenza, come molti d’istinto faranno, i magnifici araldi di Monsieur le Préjudice hanno forse studiato, esaminato i fenomeni, ponderato ed enucleato i nessi, e via dicendo? Vogliamo scherzare! Non sarebbero quei sensazionali fan delle frasi fatte del senso comune ovunque et comunque che sono. Quindi stiano zitti, per favore.

Le aziende non finanziarie hanno un eccesso notevole di capacità produttiva inutilizzata, magazzini strapieni e portafogli di ordini ristagnanti o in calo: per quale diavolo di motivo dovrebbero avere bisogno di maggior credito? Per aumentare il proprio debito senza motivo? Il credito non viene concesso per l’elementare circostanza che nessuno lo chiede, tranne quelli con l’acqua alla gola, che lo domandano solo per salvarsi coprendo i debiti a scadenza con ulteriori debiti e non certo per sviluppare la produzione. Se la domanda di credito fosse molto elevata e l’offerta molto ristretta si dovrebbero osservare tassi di interesse relativamente elevati e crescenti. Invece sono ai minimi storici e in diminuzione.

Gli investimenti non ci sono? Quale scoperta dell’acqua calda! È all’incirca una trentina d’anni che il rapporto investimenti/profitti tende a calare, anche nella magna Deutschland, cari signori, anzi lì più che altrove. Non è un prodotto tipico della GR, che ha certamente aggravato il fenomeno ma non l’ha prodotto. E donde mai viene questa tendenza al calo, che è l’esatto contrario della tendenza che era dominante durante la prima parte del periodo storico dalla fine della II GM in poi? Forse a causa della proterva avidità delle banche? Difficile tirare fuori un’idea più stolta.

Si dà poi il caso che gli investimenti in capitale fisso – quelli decisivi per il progresso della produzione sociale – abbiano pochissimo a che fare con il credito bancario. In grande e crescente misura vengono finanziati dai fondi interni accumulati delle aziende ossia dai loro profitti, e in una misura secondaria e decrescente dal credito non bancario cioè dal credito obbligazionario, che non è una creazione monetaria dal nulla. Un tempo esisteva anche la fonte costituita dall’emissione di capitale azionario, ma con l’avvento del grandioso boom speculativo si è completamente estinta giacché l’occupazione prevalente di un gran
numero di corporation ha cessato di essere l’emissione di azioni al fine di rastrellare capitale da investire per convertirsi in quella di raccattare il proprio capitale monetario accumulato, che in teoria sarebbe lì per essere investito, e usarlo per riacquistare azioni proprie sul mercato azionario, il che riduce il capitale azionario esistente, oltre naturalmente ad accrescere stellarmente i guadagni del top management e impedire l’investimento.

Malgrado questa credenza sia molto diffusa, tanti ci hanno provato ma nessuno è finora riuscito a dimostrare che la crisi finanziaria globale sia la causa della Great Recession. Anzi, è molto più vero il contrario. Tuttavia, dal punto di vista dell’esemplare medio della specie detta sinistra e (almeno in parte) ultrasinistra dei nostri tempi, deve assolutamente essere vero che la grande crisi è stata causata dalla grande finanza. Non può essere in altro modo. La finanza è pensabile come riformabile e modificabile (ovviamente non è vero, ma è almeno pensabile considerando che perfino nel programma dello NSDAP era contenuta l’abolizione
della borsa). Il resto no. La produzione e l’accumulazione produttiva non sono nemmeno concepibili come tali, specialmente ora che il modello diciamo di tipo sovietico, quello cui i sinistri standard aderivano automaticamente dato il loro istinto da potenziale funzionario, ha ritenuto bene di estinguersi, e nemmeno tanto elegantemente, assieme al settore pubblico del capitale industriale, un tempo piuttosto esteso.

Se per conto proprio, senza l’azione negativa di fattori esterni, il capitale produttivo non è più in grado di muoversi e riprodursi decentemente, allora è una tragedia! Non abbiamo più niente: dove andremo a finire! Chi ci salverà?

Proprio nessuno.

P.G.
30 Agosto 2014

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«L'abolizione dello scambio, della divisione del lavoro, della merce, della proprietà, dello Stato, delle classi non sono misure da prendersi dopo la vittoria della rivoluzione, ma le sole misure attraverso le quali la rivoluzione possa trionfare» (Théorie Communiste)
rossana123@libero.it | 1 Sep 13:44 2014
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La rivoluzione industriale e il "futuro a costo 0" La ricetta di Jeremy Rifkin per uscire dalla crisi

Questo articolo mi fa venire in mente una canzoncina

http://www.youtube.com/watch?v=FuIV-wqM-LU

La rivoluzione industriale e il "futuro a costo 0"

Ognuno di noi diventerà sempre di più "prosumer", cioè produttore e consumatore di energia, informazioni e persino oggetti. Grazie a una Rete sempre più diffusa che ci permetterà di condividere tutto. Una trasformazione già in corso che potrà riportare il benessere in Italia e in Europa. Il grande economista spiega la sua formula

Lo scorso 9 luglio il primo ministro italiano Matteo Renzi ha inaugurato il semestre di presidenza italiana del Consiglio europeo, invocando un nuovo, coraggioso piano per la creazione di “un’Europa digitale”. Il premier Renzi e Neelie Kroes, vicepresidente della Commissione e commissario Ue per l’agenda digitale, hanno promosso una conferenza che ha visto riunirsi a Venezia numerosi leader d’impresa italiani ed europei, e che è sfociata nella “Dichiarazione di Venezia”, un documento per traghettare l’Italia e l’Unione nell’era digitale. Per l’occasione mi è stato chiesto di pronunciare il discorso d’apertura.

Ho spiegato che digitalizzare l’economia italiana ed europea significa ben più che offrire una banda larga senza soluzione di continuità e una rete wi-fi più affidabile. L’economia digitale rivoluzionerà l’economia globale in ogni suo aspetto, stravolgerà il modus operandi in pressoché tutti i settori produttivi e recherà con sé opportunità economiche e modelli d’impresa assolutamente inediti. Un nuovo sistema economico - il Commons collaborativo - sta facendo il suo ingresso sulla scena mondiale. È la prima affermazione di un nuovo paradigma economico da quando vennero alla ribalta il capitalismo e il socialismo. Il Commons collaborativo sta già trasformando il nostro modo di organizzare la vita economica, e nella prima metà del XXI secolo arriverà a creare milioni di nuovi posti di lavoro, a ridurre le disparità di reddito, a democratizzare l’economia globale e a dare vita a una società ecologicamente più sostenibile.

L’azzeramento dei costi
Ad accelerare questa grande trasformazione è, paradossalmente, lo straordinario successo dell’economia di mercato. Le imprese private sono alla continua ricerca di nuove tecnologie per aumentare la produttività e ridurre il costo marginale della produzione e della distribuzione di beni e servizi, così da abbassare i prezzi, attirare i consumatori e assicurare ai propri investitori un profitto sufficiente. Il costo marginale è il costo di produzione delle unità aggiuntive di un bene o di un servizio, al netto dei costi fissi. Ma nessun economista, però, aveva mai preconizzato una rivoluzione tecnologica che, sfociando nella “produttività estrema”, avrebbe spinto i costi marginali verso lo zero e sottratto all’economia di mercato l’informazione, l’energia e un gran numero di servizi e di beni materiali, resi abbondanti e virtualmente gratuiti. Ebbene, tutto questo ha già cominciato a realizzarsi.

Nell’ultimo decennio il fenomeno del costo marginale zero ha seminato lo scompiglio nell’industria dei “prodotti d’informazione”: milioni di consumatori si sono trasformati in “prosumers” (produttori e consumatori) e hanno iniziato a produrre e condividere musica attraverso i servizi di file sharing, video attraverso YouTube, sapere attraverso Wikipedia, notizie personali attraverso i social media, e persino e-book gratuiti attraverso il Web. Il fenomeno del costo marginale zero ha messo in ginocchio l’industria discografica, estromesso dal mercato giornali e riviste, indebolito l’editoria libraria. Pur riconoscendo le notevoli conseguenze legate al progressivo azzeramento del costo marginale, fino a non molto tempo fa gli analisti sostenevano che il fenomeno non avrebbe mai superato il confine che separa il mondo virtuale dalla realtà economica concreta dell’energia, dei servizi e dei beni materiali. Oggi quel confine è stato varcato.

L’internet delle cose
È in atto una nuova, dirompente rivoluzione tecnologica, che metterà milioni (e presto centinaia di milioni) di prosumers in condizione di produrre e condividere energia, così come una sempre più nutrita serie di oggetti realizzati mediante stampa 3D, a costi marginali quasi zero. La combinazione fra l’Internet delle comunicazioni, l’avviata Internet dell’energia e la nascente Internet dei trasporti e della logistica automatizzati sta dando vita all’Internet delle cose (Idc), la piattaforma di una Terza rivoluzione industriale che nei prossimi decenni trasformerà profondamente l’economia planetaria. Miliardi di sensori, collegati a ogni apparecchio, strumento, macchina o dispositivo, raccorderanno ogni cosa e ogni persona in un’unica rete neurale che si estenderà, senza soluzione di continuità, lungo tutta la catena economica del valore. Sono già 14 miliardi i sensori collegati a flussi di risorse, magazzini, sistemi stradali, linee di produzione industriali, reti elettriche, uffici, case, negozi e veicoli, per monitorarne ininterrottamente le condizioni e il rendimento e trasmettere la massa di dati così ricavata, i big data, alle Internet delle comunicazioni, dell’energia e della logistica e dei trasporti. Si ritiene che nel 2030 l’ambiente umano e quello naturale saranno collegati, in una rete intelligente a diffusione globale, da oltre centomila miliardi di sensori. Imprese e prosumers potranno connettersi all’Internet delle cose e sfruttarne i big data e le analisi per elaborare algoritmi predittivi al fine di migliorare la propria efficienza, aumentare drasticamente la produttività e abbattere quasi a zero i costi marginali di fabbricazione e distribuzione dei prodotti fisici, come già fanno i prosumers con i prodotti d’informazione.

Come funziona la condivisione delle vetture, in Italia e nel mondo, e quali sono i servizi che si stanno diffondendo con maggior successo

Nei prossimi decenni, per esempio, l’enorme quantità di energia che usiamo per riscaldare le nostre case e azionare i nostri elettrodomestici, per alimentare le nostre imprese, per far marciare i nostri veicoli, insomma per fare funzionare ogni componente dell’economia globale, verrà generata a costo quasi zero e sarà quindi pressoché gratuita. È già così per quegli svariati milioni di pionieri che hanno trasformato le loro abitazioni e le sedi delle loro attività in microcentrali capaci di raccogliere sul posto energia rinnovabile. Già prima che il costo fisso dell’installazione di questi impianti solari o eolici sia recuperato (generalmente in un lasso di tempo molto breve che può variare dai due agli otto anni), il costo marginale dell’energia prodotta grazie a essi è quasi zero. Diversamente dai combustibili fossili e dall’uranio impiegato per generare energia nucleare, dove la fonte energetica continua ad avere un costo, i raggi solari catturati sui tetti e il vento intercettato tra gli edifici non costano nulla. L’Internet delle cose consentirà ai prosumers di monitorare il consumo di elettricità nei propri stabili, ottimizzarne l’efficienza energetica e cedere ad altri l’elettricità verde in eccesso attraverso la sempre più articolata Internet dell’energia.

Analogamente, centinaia di migliaia di hobbisti e di start-up sono già impegnati nella produzione in proprio di oggetti tramite stampa 3D, sfruttando software gratuiti ed economici materiali riciclati (plastica, carta e altre materie prime reperibili in loco a costo marginale quasi zero). Nel 2020 i prosumers saranno in grado di scambiarsi prodotti fabbricati con stampanti 3D in Commons collaborativi, affidandone il trasporto a veicoli senza conducente alimentati da propulsori elettrici o pile a combustibile, cioè da energia rinnovabile a costo marginale quasi zero, e supportati da un’Internet della logistica e dei trasporti.

In Italia hanno già aperto tanti negozi per stampare con questi nuovi dispositivi. E da aprile c'è anche un impianto industriale

Grazie al carattere distribuito e paritario dell’Intenet delle cose, milioni di piccoli soggetti - imprese sociali e individuali - saranno messi nelle condizioni di cooperare pariteticamente in Commons collaborativi, instaurando economie di scala laterali capaci di bypassare gli ultimi intermediari che nella Seconda rivoluzione industriale, dominio delle grandi aziende globali a integrazione verticale, tenevano alti i costi marginali. Questa fondamentale trasformazione tecnologica del modo in cui l’attività economica è organizzata e portata a dimensioni di scala prelude a un grande mutamento nel flusso del potere economico, che dalle mani di pochi soggetti passerà a quelle delle masse, con conseguente democratizzazione della vita economica.

Gli incrementi di produttività della Terza rivoluzione industriale supereranno quelli della Prima e della Seconda. Secondo le previsioni della Cisco Systems, nel 2022 l’Internet delle cose genererà risparmi ed entrate per 14.400 miliardi di dollari. Uno studio della General Electric pubblicato nel novembre 2012 conclude che nel 2025 i guadagni di efficienza e produttività resi possibili da una struttura Internet industriale intelligente potrebbero interessare tutti i settori economici, investendo “circa metà dell’economia globale”.

L’era del commons collaborativo
Milioni di persone stanno già trasferendo parti o segmenti della loro vita economica dai mercati capitalistici al Commons collaborativo globale. I prosumers non si limitano a produrre e condividere informazioni, contenuti d’intrattenimento, energia verde, oggetti fabbricati con stampanti 3D in Commons collaborativi a costo marginale quasi zero. Condividono tra loro anche automobili, case e persino vestiti, attraverso siti di social media, strutture per facilitare i noleggi, club di ridistribuzione e cooperative, ancora una volta a costo marginale quasi zero.
Questa economia della compartecipazione collaborativa vede attivamente impegnato il 40 per cento della popolazione statunitense. Gli americani che usano servizi di car sharing, per esempio, sono oggi svariati milioni. E ogni veicolo noleggiato in car sharing toglie dalla strada 15 automezzi di proprietà. Allo stesso modo milioni di persone che possiedono una casa o risiedono in un appartamento mettono oggi in condivisione le loro abitazioni con milioni di viaggiatori, sempre a costi marginali prossimi allo zero, tramite servizi online come Airbnb e Couchsurfing. Fra il 2012 e il 2013, nella sola New York le persone ospitate in case e appartamenti grazie ad Airbnb sono state 416.000, facendo perdere all’industria alberghiera newyorkese un milione di pernottamenti. Al “valore di scambio” sul mercato si va sempre più sostituendo il “valore della condivisione” nel Commons collaborativo.

Sono otto milioni le famiglie che si sono rese indipendenti dalle forniture energetiche grazie ai pannelli

In una società a costo marginale zero la produttività estrema riduce - una volta assorbiti i costi fissi - il costo delle informazioni, dell’energia, delle risorse materiali, del lavoro e della logistica necessari per produrre, distribuire e riciclare beni e servizi. Il passaggio dal possesso all’accesso significa un maggior numero di persone che condividono un minor numero di beni in Commons collaborativi, e una drastica riduzione del numero di nuovi prodotti venduti, con conseguente contrazione dell’uso di risorse e minori emissioni di gas serra nell’atmosfera. In altri termini, la spinta verso una società a costo marginale zero e la possibilità di scambiarsi in Commons collaborativi energia verde quasi gratuita, nonché beni e servizi fondamentali, portano alla più sostenibile ed ecologicamente efficiente delle economie possibili. La corsa all’azzeramento del costo marginale è la chiave per assicurare all’uomo un futuro sostenibile sul pianeta.

Recenti ricerche hanno evidenziato il potenziale economico del Commons collaborativo. Da uno studio del 2012 è emerso che il 62 per cento dei nati tra gli anni Sessanta e il nuovo millennio è attratto dall’idea di condividere beni, servizi ed esperienze in Commons collaborativi. Alla richiesta di indicare in ordine d’importanza i vantaggi di un’economia della condivisione, gli intervistati hanno assegnato il primo posto al risparmio di denaro, seguito dall’impatto sull’ambiente, la flessibilità nello stile di vita, la praticità della condivisione e la facilità d’accesso a beni e servizi. Tra i vantaggi emotivi gli intervistati hanno messo al primo posto la generosità, seguita dalla sensazione di essere parte importante di una comunità, la consapevolezza di vivere in modo intelligente, il maggior senso di responsabilità e quello di appartenenza a un movimento.

Ma quanto è verosimile che il Commons collaborativo arrivi a soppiantare il modello d’impresa convenzionale? In un sondaggio d’opinione condotto dalla Latitude Research, «il 75 per cento degli intervistati si è detto dell’avviso che nei prossimi cinque anni la condivisione di beni materiali e di spazi conoscerà un’espansione». Molti analisti del settore concordano con queste previsioni ottimistiche. Nell’era che si sta profilando le multinazionali operanti in un contesto di mercato capitalistico, dominato dal profitto, resteranno a lungo tra noi, ma in una posizione sempre più marginale, essenzialmente come forza d’aggregazione di servizi e soluzioni di rete, e affiancheranno come efficaci partner il Commons collaborativo. Tuttavia, il mercato capitalistico cesserà di essere l’arbitro esclusivo della vita economica. Stiamo per entrare in un mondo almeno parzialmente oltre i mercati, un mondo nel quale impareremo a vivere insieme in un Commons collaborativo globale sempre più interdipendente.

Il suo ultimo libro "La società a costo marginale zero"

L’opportunità per l’europa
Potenzialmente l’Unione europea è il più grande mercato interno a livello mondiale, con 500 milioni di consumatori, cui vanno aggiunti i 500 milioni dei territori legati a essa da accordi di partnership, come i paesi del Mediterraneo e del Nordafrica. La creazione di un’Internet delle cose, in grado di collegare l’Europa e i territori a essa associati in un unico spazio economico integrato, consentirà a un miliardo di persone di produrre e scambiare a costo marginale quasi zero informazioni, energia rinnovabile, oggetti prodotti con stampa 3D e un’ampia gamma di servizi in un’economia digitale ibrida, un po’ mercato capitalistico e un po’ Commons collaborativo, con notevolissimi benefici per la società. La Dichiarazione di Venezia per lo sviluppo di un’Unione digitale nel semestre di presidenza italiana è il primo, fondamentale passo per la creazione di un mercato unico integrato.

Predisporre un’infrastruttura Idc per un’economia da Terza rivoluzione industriale richiederà un consistente volume di investimenti pubblici e privati, come già accaduto per le due rivoluzioni industriali precedenti. Nel 2012 l’Unione europea ha investito in progetti infrastrutturali 740 miliardi di euro, gran parte dei quali sono andati a puntellare l’obsoleta piattaforma tecnologica pensata per la Seconda rivoluzione industriale e giunta ormai da tempo alla sua massima capacità produttiva. Se solo il 10 per cento di quei fondi fosse indirizzato diversamente, se cioè in tutte le regioni dell’Unione europea venisse destinato alla costruzione di un’infrastruttura Idc e integrato da altrettanti fondi istituzionali e da altre forme di finanziamento, l’Unione digitale potrebbe diventare una realtà entro il 2040 (a fine 2011 gli investitori istituzionali dei Paesi Ocse contavano risorse per oltre 70.000 miliardi di dollari, di cui appena il 2 per cento risulta investito in programmi infrastrutturali).

L’Internet delle comunicazioni dell’Ue dovrà essere potenziata, a partire dalla diffusione universale della banda larga e dalla copertura wi-fi gratuita. L’infrastruttura per l’energia dovrà essere trasformata, passando dai combustibili fossili e dal nucleare alle energie rinnovabili. Milioni di edifici dovranno essere riadattati, dotati di impianti per sfruttare le fonti rinnovabili e convertiti in microcentrali elettriche. La rete elettrica dell’Unione europea dovrà essere trasformata in un’Internet dell’energia, una struttura digitale intelligente in grado di regolare il flusso dell’energia prodotto da milioni di microcentrali verdi. Il settore logistica e trasporti dovrà essere digitalizzato e diventare un network di veicoli senza conducente, spostati in automatico via gps su reti stradali e ferroviarie intelligenti. L’affermarsi della propulsione elettrica e a celle a combustibile richiederà milioni di apposite stazioni di rifornimento, tutte connesse all’Internet dell’energia. Occorrerà costruire strade intelligenti, attrezzate con milioni di sensori in grado di fornire in tempo reale all’Internet della logistica e dei trasporti informazioni sui flussi di traffico e sugli spostamenti dei carichi merci.

La progressiva instaurazione in tutta la Ue, e nei Paesi suoi partner, di un’infrastruttura Idc digitalizzata e intelligente restituirà lavoro a milioni di europei, genererà nuove occasioni di business sia nell’economia di mercato sia nel Commons collaborativo, propizierà un vertiginoso incremento di produttività e darà vita alla società sostenibile dell’era post-carbonio. L’investimento nelle infrastrutture innesca sempre un effetto moltiplicatore, che si ripercuote nell’intero spettro dell’economia. La ritrovata occupazione di milioni di persone farà salire il potere d’acquisto, e l’accresciuta domanda dei consumatori schiuderà nuove opportunità d’impresa, generando ulteriori posti di lavoro. Inoltre, la costruzione della piattaforma Idc renderà possibile un esemplare incremento di produttività lungo la catena del valore, potenziando, ancora una volta, l’effetto moltiplicatore in tutto l’organismo economico.

L’alternativa, arroccarsi in una Seconda rivoluzione industriale ormai al tramonto, con opportunità economiche sempre più modeste, un Pil sempre più contratto, una produttività sempre più in calo, un tasso di disoccupazione sempre più alto e un ambiente sempre più inquinato, è improponibile: significherebbe avviare l’Europa su una lunga china di contrazione economica e i suoi abitanti verso il declino della loro qualità della vita.

La presidenza italiana del Consiglio europeo costituisce un’occasione unica per guidare l’Europa sulla via di una nuova era economica. Il percorso deve iniziare con la trasformazione dell’economia italiana attraverso la coesione di Stato, industria e società civile in un organico programma economico di lungo periodo e in un piano d’azione che punti a fare del paese un’autentica vetrina della nuova Europa digitale.


rossana123@libero.it | 1 Sep 12:41 2014
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Notizie dal movimento

 STRIKE MEETING || 12-13-14 settembre, Roma
È tempo di sciopero sociale contro austerity e precarietà !
3 giorni di condivisione, workshop e assemblee per immaginare e costruire in comune uno sciopero sociale transnazionale dentro l'Europa.
http://www.autistici.org/strikemeeting
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Vi giriamo il comunicato dei lavoratori e delle lavoratrici Eataly Firenze da due giorni in sciopero, che ieri come collettivo Epicentri Precari abbiamo portato all'attenzione anche di Eataly Milano con un presidio e volantinaggio.
http://www.communianet.org/content/sciopero-eataly-30-e-31-agosto


rossana123@libero.it | 1 Sep 12:17 2014
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Erri De Luca:“ Io, scrittore No Tav combatterò ma sarò condannato”

Ha rifiutato il rito abbreviato perché il processo sarebbe stato a porte chiuse. “Ma io andrò alla sbarra per attaccare, non difendermi” Così Erri De Luca rivendica la sua apologia del sabotaggio in Val di Susa

POCHISSIMI ne parlano: dopo tanti anni in Italia c’è di nuovo uno scrittore sotto processo. Il reato è d’opinione e dunque Erri De Luca va difeso a prescindere. E però, quando con la sua Audi blu mi accompagna alla metropolitana e mi dice «vedrai che mi condanneranno», gli rispondo che non gli faranno quest’altro favore. «Favore? Se vuoi ti elenco le grane in cui mi hanno messo. E i rischi penali che corro». E devi pagare anche gli avvocati.
«LÌ,la grana è che non vogliono farsi pagare». GLI dico pure che, da quel poco che so di procure, il nuovo capo di Torino non l’avrebbe neppure incriminato. «Non credo che io possa piacere ad Armando Spataro». Non saprei, ma non c’entra nulla. «Certo, lui è quello che ha tenuto testa agli americani». No, è che mettere sotto processo le parole di uno scrittore è il medioevo del diritto, una manna per i violenti antimoderni che, protetti dalla sigla No Tav, hanno trasformato la Val di Susa in un centro sociale a cielo aperto e ora spacciano gli incendi e gli assalti per reati d’opinione. Come se fossero tutti scrittori con la lingua sciolta. Per la procura di Torino è terrorismo. Non ti senti prigioniero dei No Tav? «Ma no. Loro sono solidali e basta, non mi domandano nulla, organizzano letture pubbliche dei miei libri, sono vicini come sempre, sono anni che manifesto con loro. Sono ribelli civili, certamente non terroristi ».
Malinconico ma sorridente, estremista triste ma ironico, De Luca sa che il tribunale è il tempio dove tutti gli artisti sognano di essere santificati: «A gennaio, nel processo, mi comporterò da parte lesa». Insomma la procura di Torino, incriminandolo per istigazione a delinquere, lo ha promosso a diavolo dello spirito, come Marinetti, Guareschi e Pasolini, Moravia e Testori, Bianciardi, Tondelli e per ultimo Aldo Busi, che si presentò in aula vestito di bianco e poi telefonò alla mamma: «È andata male. Mi hanno assolto ».
Perché mai, chiedo, dovrebbero invece condannare te che hai detto qualche brutta castroneria contro i treni veloci? «Io non sono contro i treni. Sono contro “quel” treno veloce, perché “quella” montagna è velenosa. Bucarla significa liberare amianto…». So che i No Tav si arrabbieranno ma, pazienza, a questo punto ci fermiamo: «Lo so, non sei qui per fare un dibattito sulle ottime ragioni dei No Tav». La scienza e l’ermeneutica del movimento mi ricordano l’opuscoleria rivoluzionaria degli anni settanta che spiegava il mondo in trenta pagine e permetteva di citare il valore-lavoro saltando la lettura di Marx, manuali del pensiero veloce che oggi, via web, mettono i “rivoluzionari” in confidenza con la geologia, l’economia, l’ecologia, l’ingegneria… E però come è arrivato a fare l’elogio del sabotaggio lo scrittore più prolifico d’Italia? «Non so quanti libri ho pubblicato. Credo più di 60». E sono romanzi e racconti asciutti, misurati e poetici. Certamente è uno degli autori più letti e più amati, non solo a sinistra.
«Per fortuna vanno bene. Cominciai a scrivere a sei anni: la storia di un pesce che si ribellava alle favole di Esopo. Oggi Feltrinelli non riesce a starmi dietro. E ogni tanto pubblico, gratis, per piccoli editori».
Il viso è scavato, la biografia è quella del vagabondo inquieto: «Sono scappato di casa a 18 anni: da Napoli a Roma, un letto in una camera ammobiliata in via Palestro». Perché ti chiami Erri? «Mia nonna era americana. Ma scrivo Henry come l’hanno sempre pronunziato: Erri». Piace ai suoi lettori romantici che sia stato muratore, operaio, camionista e autista nella Belgrado bombardata. Non cammina ma incede, con lo zainetto di libri.
È stato «responsabile del servizio d’ordine romano di quella Lotta continua che il gruppo dirigente non avrebbe dovuto sciogliere». Ha lavorato in Africa, «dove mi sono ammalato di ameba e malaria, e forse per questo sono rimasto così magro». Da quando i libri gli hanno dato l’agiatezza — «mai stato così bene anche se io mi costo pochissimo» — scala le montagne: «In onore di mio padre alpino imparo a fare i conti con me stesso e con la mia fatica». Le pareti di roccia sono come i testi sacri che, ormai da anni, studia e traduce: «Un altro modo per arrivare in alto».
Vive vicino a Bracciano: una vita mite, da poeta, «in mezzo agli alberi» che pianta «per pagare il mio debito alla natura». Da solo? «Mia madre è stata con me per 19 anni. Era una mamma napoletana che, per amore del
figlio, si era reclusa». Scrive sempre, «ma non con l’orologio». Racconta così l’inizio delle sue giornate: «Mi alzo presto e leggo testi sacri. Poi, se il tempo me lo permette, vado a nuotare nel litorale romano. Non sono socievole. Con gli amici mi diverto ma, se posso, preferisco stare zitto». Scuola? «Pessimo. Studiavo molto e rendevo poco. E odiavo la filosofia perché la mia professoressa, un gran personaggio, aveva una voce che non sopportavo fisicamente. Vera Lombardi si chiamava. Era la sorella di Riccardo Lombardi».
Come tante eccellenze letterarie, detestava la scuola ma non l’imparare. E infatti alle lingue difficili è arrivato da autodidatta: «Traduco dall’ebraico, dallo yiddish e dal kiswahili, un dialetto che si parla in Tanzania ». Contestato dagli esegeti cattolici, ha tradotto la Bibbia (Feltrinelli) «alla lettera della lettera per cogliere lo spirito dello spirito della lingua ebraica» scrisse Beniamino Placido: «Ce ne fossero di don Chisciotte come lui». Non si è mai sposato: «L’ho chiesto un paio di volte ma mi hanno detto no». E a te non l’hanno chiesto? «Se l’hanno fatto non me ne sono accorto ». Dice di non avere mai indossato la cravatta «tranne a Cannes quando mi hanno chiamato nella giuria del festival». È del 1950 e ancora oggi «sento l’appartenenza a quella generazione che voleva cambiare il mondo e l’ha solo migliorato ». Per chi voti? «Non ho mai votato. Per me è come la renitenza alla leva». Chiama gli anni di piombo “anni di rame” «perché c’era come un filo di metallo conduttore attraverso cui si propagava ogni lotta, ogni impegno, ogni fierezza». E anche ogni attentato.
«Gli attentati li abbiamo subiti » . Non parlo delle bombe nelle piazze e sui treni che tutti hanno subito, parlo degli omicidi feroci, dei vili spari alla nuca, alle gambe… «Ci fu una guerra».
Secondo De Luca nessun terrorista di quegli anni dovrebbe stare ancora in prigione. È di quelli che pretendono la soluzione generazionale: «Terroristi? Vado a trovarli in carcere, anche se li conosco poco: sono casi clinici. Ci vado come si va in un lazzaretto. Vorrei che uscissero anche per non vederli più». Hai davvero nostalgia di quegli anni orribili? «Nessuna. Mi piacerebbe che gli intellettuali tornassero a sporcarsi con le cose del mondo. E da quella storia non mi sento ancora sciolto, sentimentalmente ». E vuole dire, con Borges, che «qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consiste in realtà di un solo momento: quello in cui un uomo sa per sempre chi è».
Ecco all’ingrosso com’è fatto De Luca e da dove viene il suo esecrabile errore sulla val di Susa. C’è persino il “Poveri ma belli” della zia Lorella De Luca, «che è morta da poco a Santa Marinella », tra le ragioni antiche che lo portano all’idea bizzarra che il sabotaggio di un cantiere sia una ribellione giusta e che le cesoie siano benemerite: «Ma ti pare che se davvero avessi voluto istigare alla violenza avrei parlato di cesoie? E quanti significati ha in italiano la parola sabotaggio?». Tanti. Ma il processo non sarebbe giusto neppure se il significato fosse solo quello che i pm hanno contestato, violando le antiche saggezze sulla libertà di cattivo pensiero: “cogitationis poenam nemo patitur”. Perché credi che ti condanneranno? «Perché hanno messo in piedi un tribunale speciale che ha fatturato più di mille procedimenti giudiziari». Ti assolveranno. «Scommettiamo una cena al Tram Tram, a San Lorenzo, dove l’antipasto di alici fritte è magnifico».
Prima del processo, De Luca pubblicherà un pamphlet sul diritto di parola: «Non ho intenzione di difendermi ma di attaccare». E infatti ha rifiutato il rito abbreviato «perché sarebbe stato a porte chiuse». Ecco: un libro che finisce in tribunale è il libro che meglio onora il proprio atto di nascita, come sanno bene i pubblicitari che per uno straccetto di scandalo sarebbero disposti a tutto. Dunque il chiasso e il fumo e la maledizione come attributo d’onore e pozzo profondo dell’arte sono le sole ammissioni che mi concede: «È vero. È come se avessi vinto un premio letterario».


rossana123@libero.it | 30 Aug 17:44 2014
Picon

Evgeny Morozov contro i mastini di Silicon Valley

30.8.2014

Le Monde Diplomatique. «L’economia della condivisione» più che un’alternativa ai colossi della Rete è la forma più innovativa dell’industria basata sull’acquisizione e vendita dei dati personali. Una parola d’ordine populista che trova un alleato negli studiosi che denunciano i pericoli allo sviluppo cognitivo rappresentati dalla tecnologia

Nel bagno con­nesso, lo spaz­zo­lino da denti inte­rat­tivo lan­ciato quest’anno dalla societàOral-B (filiale del gruppo Procter&Gamble) è una star: inte­ra­gi­sce senza fili con il nostro cel­lu­lare men­tre, sullo schermo, un’applicazione segue secondo per secondo le fasi della puli­zia dei denti e indica gli angoli della cavità orale che meri­te­reb­bero mag­giore atten­zione. Abbiamo stro­fi­nato con suf­fi­ciente vigore, pas­sato il filo inter­den­tale, raschiato la lin­gua, risciac­quato il tutto?
Ma c’è di meglio. Come spiega con fie­rezza il sito che gli è dedi­cato, lo spaz­zo­li­no­con­nesso tra­sforma il gesto di spaz­zo­lare i denti in un insieme di dati che si pos­sono ren­dere in forma di gra­fico o comu­ni­care ai pro­fes­sio­ni­sti del set­tore. Che sarà di que­sti dati, è ancora oggetto di dibat­tito: ne man­ter­remo l’uso esclu­sivo? O saranno cat­tu­rati dai den­ti­sti pro­fes­sio­ni­sti e per­fino ven­duti a com­pa­gnie di assi­cu­ra­zione? Si aggiun­ge­ranno alla mon­ta­gnadi infor­ma­zioni già dispo­ni­bili nel gra­naio di Face­book e Goo­gle?
L’improvvisa presa di coscienza che i dati per­so­nali regi­strati dal più banale degli elet­tro­do­me­stici dallo spaz­zo­lino elet­trico al fri­go­ri­fero potreb­bero tra­sfor­marsi in oro ha sol­le­vato cri­ti­che alla logica por­tata avanti dai masto­donti della Sili­con Val­ley.

Que­ste imprese rac­col­gono su grande scala le tracce lasciate dagli inter­nauti sui siti che fre­quen­tano, le siste­mano e le riven­dono a inser­zio­ni­sti o ad altre società. Così gua­da­gnano miliardi di dol­lari, men­tre i frui­tori noi otten­gono sola­mente alcuni ser­vizi gra­tuiti. Da que­sta con­sta­ta­zione nasce una cri­tica biz­zarra, dai con­no­tati popu­li­sti: con­te­stiamo que­sti mono­poli, si sostiene, e sosti­tuia­moli con una mol­ti­tu­dine di pic­coli impren­di­tori. Ognuno di noi, insomma, potrebbe costi­tuire il pro­prio por­ta­fo­glio di dati e trarre van­taggi dalla sua commercializzazione,vendendo ad esem­pio i dati sulla spaz­zo­la­tura dei denti a un pro­dut­tore di den­ti­frici e il pro­prio genoma a un labo­ra­to­rio far­ma­ceu­tico, o rive­lando la pro­pria ubi­ca­zione in cam­bio di uno sconto al risto­rante all’angolo.
Voci auto­re­voli, come quella del sag­gi­sta e impren­di­tore Jaron­La­nier o del ricer­ca­tore e infor­ma­tico Alex Sandy Pen­tland, decan­tano que­sto nuovo modello.
Ci viene pro­messo un mondo nel quale la pro­te­zione della vita pri­vata sarebbe comun­que garan­tita: se si con­si­de­rano i dati come una pro­prietà pri­vata, allora un solido arse­nale giu­ri­dico e tec­no­lo­gie ade­guate pos­sono assi­cu­rare che nes­sun sog­getto terzo li tra­fu­ghi. Al tempo stesso si fa bale­na­reai nostri occhi anche un futuro di pro­spe­rità. Gra­zie a quale mira­colo? Quello dell’internet degli oggetti, cioè la pro­li­fe­ra­zione di appa­rec­chi gra­zie ai quali i nostri più pic­coli atti e gesti saranno cen­siti, ana­liz­zati e…monetizzati. Da qual­che parte c’è qual­cuno dispo­sto a pagare per cono­scere il motivo che can­tiamo sotto la doc­cia. Se non si è ancora mani­fe­stato, è solo per­ché nel nostro bagno non ci sono micro­foni col­le­gati a inter­net.
È chiaro. Se Goo­gle riem­pie la nostra casa di gra­ziosi sen­sori intel­li­genti fab­bri­cati dalla sua filiale Nest, sarà Goo­gle e non noi a gua­da­gnare denaro quando can­tic­chiamo. La stra­te­gia di que­sto gigante con­si­ste nell’aggregare dati pro­ve­nienti da una quan­tità di fonti (auto­vet­ture senza con­du­cente, occhiali col­le­gati, posta elet­tro­nica) e a far dipen­dere l’efficacia del sistema dalla sua ubi­quità: per trarne il mas­simo van­tag­gio, dovremmo per­met­tere ai suoi ser­vizi di arri­vare, come il gas, a tutti gli angoli della nostra vita quo­ti­diana. L’enormità del ser­ba­toio di dati in tal modo costi­tuito lo pro­tegge da qua­lun­que con­cor­renza; le imprese di minore dimen­sione l’hanno capito benis­simo. Non rimane loro che una scelta: rispon­dere all’appello di Pen­tland e Lanier, e con­trat­tac­care Goo­gle esi­gendo che i dati appar­ten­gano by default agli uti­liz­za­tori, o almeno che que­sti siano i desti­na­tari di una parte dei bene­fici.
Que­ste due stra­te­gie appa­ren­te­mente diver­genti attin­gono alla stessa sor­gente ideo­lo­gica, della quale rap­pre­sen­tano due varianti intel­let­tuali. Come spiega il socio­logo bri­tan­nico Wil­liam Davies, la visione pro­po­sta da Pen­tland e Lanier si ricol­lega ala tra­du­zione ordo­li­be­ri­sta tede­sca, che eleva la con­cor­renza al rango di impe­ra­tivo morale e con­si­dera dun­que peri­co­loso qua­lun­que mono­po­lio. Meno osses­sio­nato dalla morale che dall’efficacia eco­no­mica e dall’interesse del con­su­ma­tore, l’approccio di Goo­gle, dal canto suo, è ricon­du­ci­bile all’ideologia neo­li­be­ri­sta sta­tu­ni­tense incar­nata dalla scuola di Chi­cago: i mono­poli non sono nocivi di per sé; alcuni pos­sono anche gio­care un ruolo posi­tivo. Mal­grado le sue pre­tese di inno­va­zione e sov­ver­ti­mento dell’ordine costi­tuito, il dibat­tito con­tem­po­ra­neo sulla tec­no­lo­gia rimane dun­que inca­na­lato in un alveo fami­liare: l’informazione, con­si­de­rata una merce, si inte­gra benis­simo nel para­digma libe­ri­sta.
Per con­ce­pire l’informazione in altro modo occor­re­rebbe, per comin­ciare, sot­trarla alla sfera eco­no­mica. Magari con­si­de­ran­dola come bene comune, con­cetto caro a una certa sini­stra radi­cale. Ma sarebbe molto utile doman­darsi intanto per­ché si accetta come un dato di fatto la mer­ci­fi­ca­zione dell’informazione. La rispo­sta risiede nel ruolo che la fase sto­rica attuale asse­gna alla tec­no­lo­gia: un deus ex machina crea­tore di lavoro, che deve sti­mo­lare l’economia e col­mare i defi­cit di bilan­cio pro­vo­cati dall’evasione fiscale di ric­chi e mul­ti­na­zio­nali. In que­sto con­te­sto, non con­si­de­rare l’informazione come una merce equi­var­rebbe per i poli­tici a bucare il loro stesso salvagente.

Ritorno al XIX secolo

Anche i più acuti osser­va­tori della crisi finan­zia­ria sot­to­va­lu­tano il peso di que­sta fede nell’onnipotenza della tec­no­lo­gia.
Così, il socio­logo tede­sco Wol­fgang Streeck spiega che all’inizio degli anni 1970, con la com­parsa dei primi segni di crollo del modello sociale nato dal com­pro­messo del dopo­guerra, i diri­genti occi­den­tali appli­ca­rono tre stra­te­gie per gua­da­gnare tempo e man­te­nere lo statu quo: l’inflazione, l’indebitamento degli Stati e, infine, un tacito inco­rag­gia­mento all’indebitamento dei cit­ta­dini, ai quali il set­tore pri­vati vende pre­stiti immo­bi­liari e cre­diti al con­sumo. Nell’elenco di que­sti stru­menti desti­nati a ritar­dare l’inevitabile, Streeck non indica le tec­no­lo­gie infor­ma­ti­che.
Que­ste ultime cree­reb­bero al tempo stesso ric­chezza e posti di lavoro a con­di­zione che tutti si tra­sfor­mino in impren­di­tori e impa­rino a pro­gram­mare per scri­vere delle appli­ca­zioni. Fra i primi, il governo bri­tan­nico ha con­cre­tiz­zato que­sto poten­ziale su scala nazio­nale ten­tando di ven­dere i dati dei malati alle com­pa­gnie di assi­cu­ra­zione (fin­ché un’ondata di pro­te­sta popo­lare non ha archi­viato l’iniziativa), o i dati per­so­nali di stu­denti a ope­ra­tori della tele­fo­nia mobili e a ven­di­tori di bevande ener­ge­ti­che. Un recente rap­porto, par­zial­mente finan­ziato da Voda­fone, sostiene che si potreb­bero creare 16,5 miliardi di ster­line (21 miliardi di euro) aiu­tando i con­su­ma­tori a gestire, cioè a ven­dere, i loro dati per­so­nali. Lo Stato si limi­te­rebbe a defi­nire un qua­dro legale per gli inter­me­diari pre­po­sti alle tran­sa­zioni tra con­su­ma­tori e for­ni­tori di ser­vizi.

Men­tre gli Stati si sfor­zano di gua­da­gnare tempo dall’alto, le start-up della Sili­con Val­ley pro­pon­gono solu­zioni per gua­da­gnare tempo dal basso. Hanno una fede totale in ser­vizi come Uber (pri­vati che usano la pro­pria auto­mo­bile come taxi) e Airbnb (e i loro appar­ta­menti in hotel), in grado di tra­sfor­mare anti­quati beni ana­lo­gici in fonte di pro­fitti digi­tali e moderni.
Obiet­tivo: assi­cu­rare un red­dito com­ple­men­tare al loro pro­prie­ta­rio. Come spiega Brian Che­sky, pre­si­dente e diret­tore gene­rale di Airbnb, la disoc­cu­pa­zione le disu­gua­glianze hanno rag­giunto i livelli più ele­vati, ma siamo seduti su una miniera d’oro (…). Abbiamo impa­rato a creare i nostri con­te­nuti, ma ormai pos­siamo tutti creare il nostro lavoro e, per­ché no, un nostro set­tore di atti­vità.
Fedele alle sue abi­tu­dini, la Sili­con Val­ley riprende qui la reto­rica comu­ni­ta­ria della con­tro­cul­tura per pre­sen­tare Uber e Airbnb come i pila­stri della nuova eco­no­mia della con­di­vi­sione, uto­pi­stico oriz­zonte, sognato dagli anar­chici quanto dai liber­ta­riani, nel quale gli indi­vi­dui trat­te­ranno diret­ta­mente gli uni con gli altri eli­mi­nando gli inter­me­diari. Più pro­sai­ca­mente, si tratta di sosti­tuire inter­me­diari ana­lo­gici, come le com­pa­gnie di taxi, con inter­me­diari digi­tali, come Uber, impresa finan­ziata dai noti anar­chici di Gold­man Sachs. Poi­ché il set­tore alber­ghiero quanto quello dei taxi è uni­ver­sal­mente dete­stato, il dibat­tito pub­blico è rapi­da­mente sfo­ciato nell’immagine di audaci pre­cur­sori che spaz­zano via deiren­tiersbolsi e privi di imma­gi­na­zione. Que­sta pre­sen­ta­zione così poco obiet­tiva maschera un fatto essen­ziale: i corag­giosi cam­pioni dell’economia della con­di­vi­sione si muo­vono in un uni­verso men­tale tipico del XIX secolo. Nel loro sistema il lavo­ra­tore, radi­cal­mente indi­vi­dua­liz­zato, gode di una pro­te­zione sociale solo sim­bo­lica; si assume rischi che in pre­ce­denza erano dei datori di lavoro; le sue pos­si­bi­lità di con­trat­ta­zione col­let­tiva sono ridotte a zero.
I difen­sori di que­sto nuovo modello giu­sti­fi­cano una simile pre­ca­rietà con argo­menti degni del teo­rico libe­ri­sta Frie­drich Hayek. I mec­ca­ni­smi auto­re­go­la­tori (è il mer­cato a decre­tare la qua­lità dell’autista o dell’ospite) sono più effi­caci delle leggi, dun­que tanto vale sba­raz­zarsi di que­ste ultime. Quando avremo costruito sistemi dav­vero in grado di auto-correggersi, assi­cura il noto inve­sti­tori in capi­tali di rischio Fred Wil­son, non avremo più biso­gno di mec­ca­ni­smi rego­la­tori. A que­sto scopo basta satu­rare la società di mec­ca­ni­smi retroat­tivi, cioè valu­ta­zioni qua­li­ta­tive for­nite con­ti­nua­mente dagli attori del mer­cato: i pareri e i com­menti degli uti­liz­za­tori. La digi­ta­liz­za­zione della vita quo­ti­diana unita all’avidità pro­dotta dalla finan­zia­riz­za­zione fa pre­sa­gire la tra­sfor­ma­zione di tutto il genoma come la camera da letto in bene pro­dut­tivo. Esther­Dy­son, pio­niera della geno­mica per­so­na­liz­zata, azio­ni­sta prin­ci­pale della società 23andMe, para­gona la sua società a un distri­bu­tore auto­ma­tico che vi per­mette di acce­dere alle ric­chezze nasco­ste nei vostri geni. Ecco dun­que il futuro che ci pro­mette la Sili­con Val­ley: un numero suf­fi­ciente di sen­sori col­le­gati a inter­net cam­bierà le nostre vite in distri­bu­tori auto­ma­tici giganti.
Pre­sto o tardi, i refrat­tari alla sal­vezza pro­spet­tata dall’economia della con­di­vi­sione saranno per­ce­piti come sabo­ta­tori dell’economia, e la non dif­fu­sione di dati sarà vista come uno spreco ingiu­sti­fi­ca­bile di risorse suscet­ti­bili di con­tri­buire alla cre­scita. Non con­di­vi­dere diven­terà bia­si­me­vole quanto non lavo­rare, rispar­miare, ripa­gare i pro­pri debiti; il giu­di­zio morale pas­serà la ver­nice della legit­ti­mità su que­sta forma di sfrut­ta­mento.
Non può affatto sor­pren­dere che cate­go­rie sociali schiac­ciate dal far­dello dell’austerità ini­zino a con­ver­tire la cucina di casa in risto­rante, l’automobile in taxi e i dati per­so­nali in attivi finan­ziari. Che altro pos­sono fare? Ma per la Sili­con Val­ley, stiamo assi­stendo al trionfo dello spi­rito d’impresa, gra­zie allo svi­luppo spon­ta­neo di una tec­no­lo­gia sepa­rata da ogni con­te­sto sto­rico, e soprat­tutto dalla crisi finan­zia­ria. In realtà, que­sto desi­de­rio d’impresa è gio­ioso quanto quello dei dispe­rati di tutto il mondo che, per pagarsi l’affitto, arri­vano a pro­sti­tuirsi o a ven­dere gli organi. A volte gli Stati ten­tano di fre­nare que­ste derive, ma poi devono risa­nare i bilanci. E allora, tanto vale lasciare che Uber e Airbnb sfrut­tino la miniera d’oro come meglio cre­dono. Que­stoat­teg­gia­mento con­ci­liante ha il dop­pio van­tag­gio di aumen­tare le entrate fiscali e aiu­tare i comuni cit­ta­dini ad arri­vare alla fine del mese.

Una cri­tica ridotta a lamentela

Ma l’economia della con­di­vi­sione non sosti­tuirà quella del debito: al con­tra­rio, il loro destino è la coe­si­stenza. L’onnipresenza dei dati, unita alla cre­scente effi­ca­cia degli stru­menti di ana­lisi, per­met­terà alle ban­che di ven­dere cre­dito anche a una clien­tela rite­nuta fino a oggi insol­vi­bile ovvia­mente pre­via un’attenta scre­ma­tura digi­tale dei cat­tivi ele­menti. In que­sto modo, start-up come Zest-Finance stanno già aiu­tando le ban­che a fil­trare le richie­ste di pre­stiti on-line sulla base di 60.000 cri­teri, fra i quali il modo di pigiare i tasti del com­pu­ter o di usare il tele­fono. In Colom­bia, la gio­vane società di pre­stiti Lenddo con­di­ziona l’emissione di carte di cre­dito al com­por­ta­mento dei can­di­dati sui social net­work: ognuno dei loro clic entra in una linea di conto. Un’evidenza che non sfugge a Dou­glas Mer­rill, cofon­da­tore di Zest­Fi­nance, che in home page­spiega a chiare let­tere: Tutti i dati per­so­nali sono per­ti­nenti in ter­mini di cre­dito. E allora, la nostra stessa vita, inte­gral­mente osser­vata dai sen­sori che ci cir­con­dano, può ini­ziare a bat­tere al ritmo del debito.
Gli idioti utili della Sili­con Val­ley rispon­de­ranno che stanno sal­vando il mondo. Se i poveri chie­dono di inde­bi­tarsi, per­ché non accon­ten­tarli? Gli spi­riti visio­nari non sono sfio­rati dal dub­bio che que­sto biso­gno di cre­dito possa dipen­dere dall’aumento della disoc­cu­pa­zione, dalla ridu­zione delle spese sociali e dal crollo dei salari reali. Né riflet­tono sul fatto che altre poli­ti­che eco­no­mi­che potreb­bero inver­tire que­ste ten­denze, e ren­dere inu­tili que­sti mera­vi­gliosi stru­menti digi­tali che con­sen­tono di ven­dere sem­pre più debito. Il loro unico com­pito e la loro unica fonte di red­dito è creare stru­menti per risol­vere i pro­blemi così come essi si pre­sen­tano giorno per giorno, non svi­lup­pare un’analisi poli­tica ed eco­no­mica suscet­ti­bile di rifor­mu­lare gli stessi pro­blemi per affron­tarne le cause.
In ciò la Sili­con Val­ley è simile a tutte le altre indu­strie: a meno che non pos­sano trarne pro­fitto, le imprese non vogliono un cam­bia­mento sociale radi­cale. Ma Goo­gle, Uber o Airbnb­di­spon­gono di un reper­to­rio reto­rico molto più ampio rispetto a JP Mor­gan o Gold­man Sachs. Se ci viene voglia di cri­ti­care le ban­che, pas­siamo per avver­sari del capi­ta­li­smo e di Wall Street, con­trari al suo sal­va­tag­gio da parte dei con­tri­buenti: un punto di vista ormai così banale da far sba­di­gliare. Invece, cri­ti­care la Sili­con Val­ley, signi­fica essere rite­nuti dei­tec­no­fobi, stu­pi­doni nostal­gici dei bei tempi andati prima dell’iPhone. Allo stesso modo, qua­lun­que cri­tica poli­tica ed eco­no­mica for­mu­lata con­tro il set­tore delle tec­no­lo­gie infor­ma­ti­che e i suoi legami con l’ideologia neo­li­be­ri­sta è subito con­si­de­rata una cri­tica cul­tu­rale alla moder­nità. E il suo autore è dipinto come nemico del pro­gresso, desi­de­roso di rag­giun­gere Mar­tin Hei­deg­ger nella Fore­sta nera per guar­dare tri­ste­mente il cemento senz’anima delle dighe idroe­let­tri­che.
Da que­sto punto di vista, le con­ti­nue lamen­tele sul declino della cul­tura pro­dotto da Twit­ter e dai libri elet­tro­nici hanno gio­cato un ruolo nefa­sto. All’inizio del XX secolo, il filo­sofo Wal­ter Ben­ja­min e il socio­logo Sieg­fried Kra­cauer con­si­de­ra­vano i pro­blemi posti dai nuovi media attra­verso un pri­sma socioe­co­no­mico. Oggi, biso­gna accon­ten­tarsi delle rifles­sioni di un Nicho­la­sCarr, osses­sio­nato dalle neu­ro­scienze, o di un Dou­glas Rush­koff, con la sua cri­tica bio-fisiologica dell’accelerazione. Indi­pen­den­te­mente dalla mag­giore o minore per­ti­nenza dei loro con­tri­buti, la loro moda­lità di ana­lisi fini­sce per sepa­rare la tec­no­lo­gia dall’economia. E così ci si ritrova a discu­tere di come uno schermo di iPad con­di­zioni i pro­cessi cogni­tivi del cer­vello, invece di com­pren­dere come i dati rac­colti dagli iPad influen­zino le misure di auste­rità dei governi.

Copy­right Le monde Diplomatique/il manifesto

Tra­du­zione di Mari­nella Correggia

rossana123@libero.it | 30 Aug 17:33 2014
Picon

R: Re: Algotirmi del capitale

Grazie. Indubbiamente deve essere un libro interessante perché evidenzia un 
problema reale.

Si dice "la tesi è che capitalismo e sviluppo tecnologico possano essere 
radicalmente separati e ridisegnati in senso rivoluzionario"

Da qui in poi l'argomentazione di questa tesi accresce la mia perplessità (e 
allora bisognerà che compri il libro). Premetto, appunto, che non avendo letto 
il libro mi posso brutalmente sbagliare. 
Per sviluppo tecnologico mi pare di capire si intendano i grandi sistemi in 
grado di gestire l'economia digitale, le reti della distribuzione e logistica, 
le agenzie di intelligence americane, calcolatori e modelli che studiano il 
cambiamento climatico (i quattro grandi esempi).
Curiosamente qui si parla di organismi tutti statunitensi. E' solo questo il 
capitalismo? O esistono i capitalismi? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Negri 
visto che questa è stata una battaglia storica.

Non credo si possano disgiungere le macchine dal sistema, non si può farlo, 
secondo me, senza averne dato un giudizio complessivo derivato da una analisi 
che ne studi le contraddizioni. 
(del tutto evidenti, vi pare?).

E queste contraddizioni farebbero concludere che non sia vero, o reale, quando 
si scrive nell'introduzione:  Si - deve dire: il capitale stesso “pensa” -.

Se gli USA rappresentano una forma di capitalismo allora questo assomiglia più 
ad un alchimista capace di di colpire trasformano non solo le cose, ma gli 
Stati. E' un capitalismo un pò confuso. 
I problemi non si risolvono, si schiacciano. Tutta qui l'intelligenza 
macchinica?

Forse è per questo che più in là si dice: "Le stesse tesi del capitalismo 
cognitivo e del lavoro immateriale
devono oggi essere nuovamente sondate per comprendere l’accelerazione globale 
dell’intelligenza
macchinica".

Allora oggi oltre che alle leggi della fisica bisognerebbe appellarsi a quelle 
della chimica.

“La precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che 
serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma 
leggera aveva nome Maat, dea della bilancia. Il geroglifico di Maat indicava 
anche l’unità di lunghezza, i 33 centimetri  del mattone unitario, e anche il 
tono fondamentale del flauto.”
Italo Calvino,  Lezioni Americane, Milano, Garzanti, 1988, p.57

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

singolarità qualunque | 30 Aug 11:21 2014
Picon

Lacan

Cr*,
 
Attualità di Lacan

Ogni lettore che si rispetti lo sa bene: ci sono libri che si limitano ad aggiungere semplici didascalie e libri che producono concatenamenti, aprendo nuovi e imprevedibili orizzonti di ricerca. Questo secondo è certamente il caso di Attualità di Lacan (a cura di Alex Pagliardini e Rocco Ronchi per Textus edizioni, 2014), un libro imperdibile per chi non sia allergico a quella fondamentale passione dell’essere che lo psicoanalista francese definiva ignoranza.

 

L’ignoranza è, non a caso rispetto a ciò che ci interessa sottolineare, quella passione che secondo il Lacan del Seminario I si situa sulla linea di giunzione del simbolico con il reale e che, in quanto terzo che introduce un’asimmetria tra amore e odio, fonda l’atto analitico. D’altronde, quando si prova a ricercare la verità in quanto tale, come negli intenti di questo volume, è, statene certi, perché ci si situa per intero nella dimensione appassionata dell’ignoranza (del desiderio di sapere), cioè proprio dove simbolico e reale confondono i loro confini.

 

Attualità è una parola che si declina al singolare o al plurale? In questo caso, nel caso di questo testo, direi al plurale. Ci sono infatti delle specularità, dei giochi allo specchio tra i diversi, tutti eccellenti, contributi, perché qui vengono supposte e proposte diverse attualità di Lacan. Alcune differenti argomentazioni che rivendicano una per una un’attualità dell’insegnamento lacaniano. I saggi che vengono presentati non sono infatti tutti interni alla stessa prospettiva “etica”.

 

Non si traccia qui una sola etica della psicoanalisi. E però al contempo il filo rosso c’è e si vede, in quanto tutti i contributi accolgono senza timore la necessità di rileggere Lacan di fronte allo strafottente smarrimento contemporaneo dei sessi, di fronte alla crisi della presenza del soggetto sociale, di fronte al crollo del centripeto sistema solare della modernità.

Il gioco di specchi, in altre parole, si articola, per chi è esperto di lessico lacaniano tra l’Uno e l’Altro. Il gioco che si gioca in questo libro è ingaggiato negli spazi di aderenza, sugli interstizi, che il simbolico, l’immaginario e il reale circoscrivono nel tentativo di tenere assieme il parlessere che abita il nostro tempo presente.

 

Ma cosa significa evocare un’attualità? A mio avviso l’attualità è sempre una politica. Un modo particolare di usare un valore, una dimensione che interroga l’orientamento e la cogenza normativa dell’agire e del fare. Dunque il titolo del volume, in questo senso, conterrebbe un’invocazione ad agire, un fare atto (il contrario di fare tesoro) dell’insegnamento di Lacan. E non è poco, visto che lo stesso lacanismo si presta oggi sempre di più a divenire chiacchera per dissaperi (concedetemi questo neologismo) accademici o più banalmente festivalieri.

 

Nella prefazione all’edizione americana de L’anti-Edipo datata 1977 Michel Foucault aveva tracciato i bordi di quell’ontologia dell’attualità che, in guisa di etica del soggetto, ha poi raccolto la posta in gioco (l’en-Je) del suo intero insegnamento filosofico. In quegli stessi anni (non per caso, quindi) Lacan era alle prese con la preoccupazione di rimanere imbrigliato tra le maglie stringenti e sterilizzanti di quelle che qui, in questo suo testo americano, Foucault chiamava “le categorie del Negativo” (Legge, castrazione, mancanza, limite).

 

L’attualità di Lacan è allora secondo noi rintracciata dagli autori e rintracciabile in generale, prima di tutto, nel movimento che lo psicoanalista deve fare per evitare che una analisi, che sia teorica o clinica, finisca dritta nelle braccia del discorso dell’Altro o ancor peggio del capitalista, che è il discorso che gira, come fosse indiavolato, sul perno della contabilità del godimento, o meglio il discorso “che sacrifica ed esige il sacrificio del godimento” (p. 319). Il capitalismo attuale, quello cognitivo e biopolitico, non sarebbe infatti, come alcune interpretazioni vogliono farci credere, un trionfo del godimento ma, diversamente, la sua incessante produzione sotto forma di merce al fine di sostenere l’accumulazione del capitale.

 

Per non rischiare di fraintendere la questione occorre allora individuare la sporgenza, il passo avanti, che si produce all’interno dell’insegnamento lacaniano a partire dalla fine dei sessanta. Il passo decisivo è quello affermato da Lacan con il “c’è dell’Uno”, come i curatori sottolineano più volte nel testo, e l’impasse che tale concetto tenta di superare è quella della castrazione (si veda ad esempio p. 318). Il passo avanti è in altre parole quello che Miller (ma tra gli altri anche, con convinzione, Soler) riferendosi a Lacan definisce come il passaggio dall’inconscio strutturato come un linguaggio all’inconscio Reale. Ma questo passo dobbiamo spingerlo avanti con cautela, senza correre. Ne va della stessa attualità di Lacan che qui vogliamo con gli autori del libro sostenere fino in fondo.

 

A questo fine ci sono due importanti questioni deleuziane (e in gran parte anche guattariniane), che incrociano e risuonano nell’insegnamento lacaniano, che meritano di essere rapidamente riprese per fissare e chiarire questa cautela. La nostra convinzione è che tali questioni irrompano nell’ultimo Lacan, non direttamente o analiticamente ma, diciamo, per sinestesia, per accostamento indiretto, introducendo al suo interno, nel suo stesso cuore (o meglio nel suo fallo), una non sempre netta ma in ogni caso fondamentale soluzione di continuità, una torsione, una piega.

 

La prima è l’idea che l’inconscio funzioni come una macchina, una macchina desiderante, e non come uno spazio di figurazione/rappresentazione (“L’inconscio come fabbrica e non una scena di teatro”). La seconda riguarda il concetto di intensità. Entrambe le questioni convergono, ci pare, nel mostrarci da un lato l’ampiezza decisiva del passo che il c’è dell’Uno (senza’Altro!), di cui Pagliardini e Ronchi ci parlano insistentemente nel libro, introduce nel determinare l’attualità di Lacan, e dall’altro ad illuminare convergenze teoriche non ancora considerate a dovere che portano Lacan al di là del frantumato e scricchiolante umanesimo del disagio della civiltà freudiano.

 

Deleuze, nel 1972, impegnato in una accesa discussione sull’appena edito anti-Edipo è lapidario: “L’inconscio non ha un significato, perché le macchine non hanno significati, si accontentano di funzionare, di produrre e di guastarsi, perché noi cerchiamo soltanto come qualcosa funziona nel reale (Deleuze e Guattari, Macchine desideranti, ombre corte, 2012, p. 25). Ancora: “Ciò che noi rimproveriamo alla psicoanalisi è di divenire una concezione religiosa, con la mancanza e la castrazione, una specie di teologia negativa che comporta un richiamo alla rassegnazione infinita (la Legge, l’impossibile ecc..).

 

È contro questo che proponiamo una concezione positiva del desiderio, come desiderio che produce, non desiderio che manca” (Ivi, p. 28). La rassegnazione infinita è quella che sul fronte della psicoanalisi si chiama passione del sacrificio. “Credo stia qui, nella necessità del sacrificio, l’impasse della teoria della fine analisi nella quale Lacan si trova e che egli stesso afferma in quel “e non faremo un passo avanti” (p. 315). Occorre insomma liberare la psicoanalisi e gli psicoanalisti dalla idea che l’accettazione del godimento dell’Altro (dell’Altro che gode del soggetto) sia la postura cui dobbiamo imparare a rassegnarci.

Questo è un punto che a nostro avviso fa attrito, nel senso che c’è un contatto ruvido e sonoro, tra il Lacan dell’inconscio Reale e della pulsione acefala degli anni settanta e il Deleuze “politico” de L’anti-Edipo. L’inconscio Reale è infatti anch’esso un inconscio produttivo che, come sottolinea Miller, pone l’accento sul senza legge, sul fuori senso, sul c’è dell’Uno, e al contempo mostra con una certa chiarezza il pronunciarsi dell’insoddisfazione di Lacan verso una psicoanalisi che intende rifondare la funzione simbolica del Nome-del-Padre come unico progetto di civiltà possibile.

 

Il rapporto non scritto tra il Reale lacaniano e la Macchina desiderante è descritto molto bene da Guattari: “Non sono del tutto sicuro che il concetto d’oggetto a in Lacan sia qualcosa di diverso da un punto di fuga, da un sottrarsi proprio al carattere dispotico delle catene significanti”. Questo ci pare un punto decisivo di Attualità di Lacan, anche se per certi versi resta qui non sufficientemente esplorato. È fondamentale nel senso che apre la questione del farsi consistente del soggetto al di fuori della relazione verticale e gerarchica del moderno e della “civiltà edipica”. In sintesi a partire da questo punto si apre lo scenario fantasmatico dell’al di là dell’Edipo come nuova condizione strutturale per la difficile costruzione di nuovi legami sociali basati sul sapere che l’Altro è barrato, che non c’è Altro dell’Altro. Quale domanda sociale è più attuale di questa?

 

Ecco allora che il nesso castrazione-soggettivazione assume una prospettiva nuova, tutta da rileggere e ricollocare cartograficamente nella grande trasformazione del capitalismo contemporaneo. Una questione che ha a che fare, a nostro avviso, con la generazione non più procrastinabile di un nuovo aperto che implichi la messa in scacco del discorso capitalista e l’urgenza della produzione di un nuovo orizzonte politico dell’essere in comune per dirla alla Nancy.

 

Il concetto di intensità è inoltre a nostro avviso cruciale per comprendere il registro Reale e di conseguenza l’attualità lacaniana di cui qui si parla. Al contempo però la questione è davvero molto complessa; se non altro perché il Reale, lacanianamente, è in primo luogo ciò di cui non si può dire nulla, e questo nonostante che lo stesso non smetta mai di insistere (di ripetersi) all’interno del mai chiuso laboratorio soggettivo. Il Reale, potremmo dire, è descrivibile solo come un’intensità, è intensità, che è in primo luogo eccedenza, inassimilabilità, sporgenza continua, spinta pulsionale indomabile. Un Reale (o una intensità se preferite) che non si può dire (tanto meno scrivere) ma di cui è impossibile non fare esperienza.

 

In tal senso l’intensità si può definire anche come una struttura complessa di indiscernibilità tra attuale e virtuale. Un’oscillazione mai risolta tra virtuale e attuale che si infiltra e riempie il corpo del parlessere, deformandolo di motèrialism e traumatizzandolo. Ecco allora che il trauma del soggetto è prima di tutto irruzione dell’Uno, dell’Uno reale come impatto tra significante e vivente: “Inutile ricordare come per Lacan, per certi versi sin dall’inizio del suo insegnamento, il vero trauma stia in questo impatto. […] Mi limito a sottolineare che […] con trauma Lacan intende l’impatto tra il significante Uno e il vivente. […] Bisogna intendere bene questa irruzione perché sta qui la chiave per cogliere la portata del c’è dell’Uno e il ribaltamento che questa provoca alla concezione stessa dell’analisi. Bisogna intendere bene questo passaggio perché proprio qui Lacan è costretto a oltrepassare l’irriducibilità del godimento dell’Altro e della castrazione” (p. 336).

 

L’intensità è in altre parole ciò che secondo Deleuze rende possibile ogni esperienza sensibile, il campo delle condizioni sub rappresentative dell’esperienza, in quanto ontologicamente intensiva è la materia del reale in sé. Concordiamo quindi con Paolo Godani quando definisce, seguendo Deleuze, il campo intensivo come ciò “che precede ogni organizzazione e che anzi manifesta il reale come ciò che per sua stessa natura è inorganizzato”.

Ronchi direbbe a tal proposito che occorre un Reale che viene prima, un previo “orizzonte di manifestività”, che situandosi a priori rispetto al nostro incontro con l’ente, renda una esperienza possibile (p. 27). L’intensità sarà dunque “pure molteplicità positive ove tutto è possibile, senza esclusione o negazione, sintesi che operano senza piano, ove le connessioni sono trasversali, le disgiunzioni inclusive, le congiunzioni polivoche, indifferenti al loro supporto poiché questa materia che serve loro appunto da supporto non è specificata in alcuna unità strutturale o personale, ma appare come il corpo senza organi che riempie lo spazio ogni volta che un’intensità lo riempie” (Deleuze e Guattari, L’anti-Edipo, Einaudi, 2002, p. 352).

 

Ecco allora che il significante assume in Lacan, nel Lacan del c’è dell’Uno, una nuova e materiale consistenza: “Lacan arriva così a sostenere che l’azione del significante, l’impatto del significante sul vivente, non produce tanto castrazione quanto irruzione di godimento. In questo passaggio si compie il ribaltamento dal significante come Altro al significante come Uno”. (p. 328) ma soprattutto qui, in questo ribaltamento, si precisa il concetto di Lacan de lalangue che nella cartografia concettuale che proponiamo segna a nostro parere esattamente il punto di congiunzione sinestetico tra intensità deleuziana e Reale lacaniano.

 

A partire dal Seminario XX la parola diventa infatti per Lacan il luogo dove si gode. La parola non è trattenuta all’interno della dialettica intersoggettiva del riconoscimento. “Lalingua – si chiede Lacan – serve innanzitutto al dialogo? Niente è meno certo di questo.” Lalangue è un impasto che eccede la dimensione del dialogo e che ha la consistenza singolare del corpo. “Essa designa ciò che è affar nostro, di ognuno”, l’impronta materna sul linguaggio. Infatti, afferma Lacan, il linguaggio sarebbe “quel che si cerca di sapere circa la funzione de lalangue”. Oppure: “il linguaggio sarebbe un’elucubrazione di sapere su lalangue” (Lacan, Seminario. Libro XX, p.139). “Noi parlanti che siamo subordinati alle leggi del linguaggio siamo prima di tutto affetti da Lalangue. Lalangue è ciò che sostiene il linguaggio, come fosse una dimensione precategoriale materna del linguaggio” (Recalcati).

 

“Questo dire procede solo dal fatto che l’inconscio, essendo “strutturato come un linguaggio” ovvero lalingua che esso abita, è assoggettato all’equivoco per cui ciascuna lingua si distingue. Una lingua fra tante altre non è niente di più che l’integrale degli equivoci che la storia vi ha lasciato persistere”. (Lacan, Lo stordito, in Altri scritti, cit., p. 488). Lalingua è allora rintracciabile in quel corpo dove significante e godimento diventano la stessa cosa. Dove reale e simbolico sono in un certo senso consustanziali, riserva linguistica virtuale e stracolma per il soggetto.

 

Lalingua lacaniana è dunque a nostro avviso il condensato concettuale della attualità del discorso lacaniano. “In questo passaggio si compie il ribaltamento dal significante come Altro al significante come Uno. In questo rovesciamento sta anche il passaggio dal linguaggio alla lalingua” (p. 328).

 

Quale è allora, in conclusione, la posta gioco dell’attualità di Lacan? In che modo è possibile istituire un discorso capace di fare legame senza Altro dell’Altro e al contempo acconsentire al godimento? Certamente occorre abbandonare l’idea che il simbolico e il reale si contrappongano e siano l’uno come la possibile bonifica dell’altro. Occorre invece sviluppare una clinica e una teorica che assumano la loro inestricabile prossimità come punto di incandescenza necessario per generare nuovi legami che permettano e di “acconsentire al godimento che si è” (p. 349), e di aprire alla produzione di un nuovo simbolico che prima di ogni altra cosa sia veicolo e temporalità per l’incontro necessario, tutto da prodursi, tra dimensione comune e dimensione singolare del parlessere.


singolarità qualunque
 
"Non esistono soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche" (U. Beck)
 


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Rattus Norvegicus | 30 Aug 08:51 2014
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R: Re: Algotirmi del capitale


Diamo un'occhiata all'introduzione ?
E' qui:

http://matteopasquinelli.com/docs/Pasquinelli-Algoritmi-introduzione.pdf

saluti
Rattus

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rossana123@libero.it | 30 Aug 08:07 2014
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L'espropriazione in nome della legge

L'espropriazione in nome della legge

di Giso Amendola
 

Un libro su un tema decisivo per comprendere come la città e il territorio  possano divenire più belli e più equi: Senza pro­prietà non c’è libertà [falso], di Ugo Mattei (Laterza). Il manifesto, 29 agosto 2014

Il neo­li­be­ra­li­smo con­tem­po­ra­neo è un grande con­su­ma­tore di libertà, ricor­dava Michel Fou­cault durante quei corsi che, in presa diretta, pro­va­vano a capire cosa stava acca­dendo sul finire degli anni Set­tanta, quando la crisi del wel­fare state comin­ciava ad essere gestita in modo aggres­sivo da nuovi pro­ta­go­ni­sti. Con­su­mare libertà signi­fica evi­den­te­mente nutrir­sene per il pro­prio fun­zio­na­mento: ma, allo stesso tempo, con­trol­larla e gover­narla con­ti­nua­mente, lascian­done ben poca. Nel suo recente «Senza pro­prietà non c’è libertà» (Falso!), uscito per la col­lana Idòla di Laterza (pp. 78, euro 9), Ugo Mat­tei sce­glie come obiet­tivo pole­mico il dispo­si­tivo prin­ci­pale attra­verso cui il libe­ra­li­smo ha reso «con­su­ma­bile» la libertà: la costru­zione sto­rica di un nesso, tanto stretto quanto men­zo­gnero, tra libertà e pro­prietà. Mat­tei, coi toni mar­tel­lanti del pam­phlet, mostra come, al con­tra­rio, la pro­prietà sia sem­pre ser­vita a rimet­tere ordine con­tro le ten­ta­zioni di una libertà ecce­dente e a distrug­gere le pos­si­bi­lità di una libertà in comune. La genesi della sovrap­po­si­zione tra libertà e pro­prietà è facil­mente rin­trac­cia­bile nel costi­tu­zio­na­li­smo libe­rale «clas­sico». Lo pro­cla­merà sir Wil­liam Black­stone a chiare let­tere nel tardo Set­te­cento: la difesa della libertà coin­cide senza scarti con la difesa della pro­prietà pri­vata. Senza pro­prietà, che è «domi­nio dispo­tico» sulle cose, si cadrebbe ine­vi­ta­bil­mente sotto il domi­nio degli altri.

La legge del potere

Era stato John Locke, un secolo prima, a trac­ciare le linee fon­da­men­tali di que­sto modello. Prima mossa: la pro­prietà è la vera garan­zia della libertà, da cui discende che il vero sog­getto libero è quello pro­prie­ta­rio. Attorno alla pro­prietà si costrui­sce, anzi, la stessa strut­tura del sog­getto. Il sog­getto giu­ri­dico è libero in quanto pro­prie­ta­rio della pro­pria per­sona e, prima ancora, del pro­prio lavoro. In secondo luogo, il sovrano è il garante della libertà/proprietà. Lo Stato è uno stru­mento fina­liz­zato alla tutela del sog­getto pro­prie­ta­rio: di qui l’asimmetria sto­rica, for­te­mente sot­to­li­neata da Mat­tei, tra la forte difesa della pro­prietà pri­vata nei con­fronti del pub­blico e l’assenza di ogni rime­dio quando invece è il pub­blico stesso a voler pri­va­tiz­zare. Terzo e fon­da­men­tale momento: prima ancora della distin­zione tra pub­blico e pri­vato, tra sovrano e sog­getto, inter­viene un atto di espro­pria­zione, di rot­tura del comune, costi­tu­tivo di quella stessa distin­zione. In altri ter­mini: pro­prietà e sovra­nità, lungi dall’opporsi l’una all’altra, sono due aspetti della stessa forza appro­pria­tiva, della mar­xiana accu­mu­la­zione ori­gi­na­ria.

Sono i due aspetti, per­fet­ta­mente sim­me­trici, della pro­prietà pri­vante, di cui Mat­tei segue le tracce: il primo è quello appro­pria­tivo, il secondo la capa­cità di pro­durre e for­giare il sog­getto pro­prie­ta­rio. Al di là dei modi attra­verso i quali il diritto ha sem­pre pro­vato a nor­ma­ti­viz­zare e ad addol­cire la sua vio­lenza, l’origine della pro­prietà richiama comun­que il sac­cheg­gio, il pre­mio pro­messo ai sol­dati per la con­qui­sta. Mat­tei pre­senta alcuni foto­grammi molto vividi di quella che defi­ni­sce una tas­so­no­mia geno­cida: dalla pro­prietà fon­dia­ria indi­vi­duale inglese, la free tenuresigni­fi­ca­ti­va­mente fatta risa­lire a Guglielmo il Con­qui­sta­tore, alla con­qui­sta delle Ame­ri­che, quando, ricorda Mat­tei, sulla Santa Maria venne imbar­cato un notaio, pronto a cer­ti­fi­care l’avvenuto acqui­sto a titolo ori­gi­na­rio; sino alla scena delleenclo­su­res, quando Locke, segre­ta­rio per­so­nale di un grande pro­prie­ta­rio ter­riero, san­ti­fica giu­ri­di­ca­mente l’appropriazione delle terre.

Dopo il saccheggio

In modo molto appas­sio­nato, Mat­tei ci ricorda anche come tutta que­sta sto­ria sia stata can­cel­lata dall’insegnamento uni­ver­si­ta­rio main­stream del diritto, com­plice la pro­fes­sio­na­liz­za­zione spinta delle facoltà di giu­ri­spru­denza. Accanto all’origine appro­pria­tiva e vio­lenta, la pro­prietà pri­vante però ha anche l’aspetto, appa­ren­te­mente più soft, della costru­zione del sog­getto pro­prie­ta­rio: è pro­du­zione di sog­get­ti­vità, non solo sac­cheg­gio e con­qui­sta. Ma anche que­sta seconda fac­cia mostra quanto sia fal­lace il bino­mio proprietà/libertà: il rap­porto con la libertà è molto pro­ble­ma­tico, infatti, non solo per gli esclusi e gli spos­ses­sati, ma per­sino per i pro­prie­tari stessi. La pro­prietà pro­duce assog­get­ta­mento per lo stesso pro­prie­ta­rio: Mat­tei ricorda a buona ragione come la pro­messa del tutti pro­prie­tari della pro­pria casa abbia fun­zio­nato, all’inizio della crisi, come potente spinta all’indebitamento. Anche qui, non c’è nes­sun «pub­blico» più o meno «buono» che abbia fun­zio­nato da pro­te­zione con­tro i mec­ca­ni­smi di spos­ses­sa­mento: sem­mai invece è pro­prio «la sim­biosi mutua­li­stica tra Stato e pro­prietà pri­vata», scrive Mat­tei, a ripro­durne con­ti­nua­mente le con­di­zioni.

Oggi che la pro­prietà si pre­senta con il suo volto estrat­tivo al di fuori di qual­siasi media­zione wel­fa­ri­stica, il con­fronto si spo­sta neces­sa­ria­mente sul ter­reno poli­tico costi­tuente: è evi­dente, e Mat­tei lo fa emer­gere in pieno, che ria­prire il discorso dei beni comuni, degli usi, della riap­pro­pria­zione, è pos­si­bile solo attra­verso isti­tu­zioni con capa­cità gene­ra­tive che si pon­gano oltre quella pola­rità pubblico/privato che ha segnato la sto­ria del costi­tu­zio­na­li­smo. Ter­reno costi­tuente, ci sem­bra, non può qui che signi­fi­care un pro­cesso di rot­tura di quella pola­rità, e non sem­pli­ce­mente uno spa­zio «terzo», più o meno equi­di­stante da pub­blico e pri­vato. Mat­tei parla a que­sto pro­po­sito di una pro­prietà gene­ra­tiva, sot­to­li­neando però con forza che si tratta dell’opposto della pro­prietà quale la cono­sciamo: da parte nostra, lasce­remmo cadere senza nes­sun rim­pianto anche il nome, se non altro per amor di puli­zia con­cet­tuale. Ma, al di là delle que­stioni ter­mi­no­lo­gi­che, l’importante ora è che la cri­tica della pro­prietà rie­sca a porsi all’altezza delle tra­sfor­ma­zioni radi­cali della pro­prietà stessa.

Le questioni da affrontare

La forza estrat­tiva della pro­prietà ha oggi dimen­sioni quan­ti­ta­tive, ma soprat­tutto qua­li­ta­tive e inten­sive, nuove: è oggi diven­tata estra­zione di valore dall’intera società, attra­verso mol­te­plici e intri­cate forme di sfrut­ta­mento del lavoro e forme di spos­ses­sa­mento delle risorse, cogni­tive e mate­riali. In que­sto qua­dro, un radi­ca­mento reale sul ter­reno costi­tuente richiede che si affronti diret­ta­mente il pro­blema dell’organizzazione poli­tica di que­ste lotte e della loro con­nes­sione più ampia con le lotte del lavoro vivo in tutte le sue forme. Solo se i movi­menti dei beni comuni attra­ver­se­ranno in pieno, come già hanno a tratti mostrato di saper fare, le que­stioni gene­rali della coo­pe­ra­zione sociale nella metro­poli, della crisi del wel­fare, del red­dito, potremo evi­tare il rischio che la forza anti­pro­prie­ta­ria dei beni comuni sia rias­sor­bita in un paci­fi­cato com­mons mana­ge­ment, e che l’«oltre il pub­blico e il pri­vato» sia cat­tu­rato dagli infi­niti dispo­si­tivi di governo pubblico/privato che garan­ti­scono il fun­zio­na­mento pro­prio di quel nuovo estrat­ti­vi­smo che inten­diamo combattere.

postilla
Il tema, in sostanza, non è quello della proprietà in se, ma  quelli di chi si il soggetto proprietario (privato, pubblico, comune, ecc),  quale il rapporto tra i diversi soggetti proprietari e, infine, quale  quello dei rapporti di questi con i soggetti fruitori, cioè con l'umanità (se vogliamo fermarci al mondo che conosciamo un po' meglio)
mcsilvan_@libero.it | 29 Aug 13:21 2014
Picon

R: ...vorrei? VOGLIO!


era tanto meglio il brivido del passamontagna.

mcs

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singolarità qualunque | 29 Aug 12:51 2014
Picon

oltre l'american dream

Cr*,
 

Intervista a MIGUEL “MICKEY” MELENDEZ (Young Lords Party) - di ANNA CURCIO

Tra le più vivaci e importanti organizzazioni politiche degli anni Sessanta e Settanta negli Stati Uniti, lo Young Lords Party, sezione newyorchese degli Young Lords, ha dato voce e pratica politica ai quartieri portoricani e latinos di New York. È una storia forse poco conosciuta, che proviamo a ricostruire per grandi linee insieme a uno dei suoi protagonisti: Miguel “Mickey” Melendez, autore, tra l’altro del volume We Took the Street (Rutgers University Press, 2003). Qui discute le pratiche e i discorsi, la rete di relazioni e le prospettive politiche, i punti di forza e i limiti di quell’esperienza. Un’esperienza che traduce la lotta anti-coloniale a Portorico nell’urgenza politica del conflitto dentro il ventre della bestia. Ed é proprio su questo che Melendez avvia la conversazione.

http://commonware.org/index.php/gallery/448-oltre-american-dream

 


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