singolarità qualunque | 27 Nov 18:59 2014
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Bifo

Senza madri

on 27 Novembre 2014.

di FRANCO BERARDI BIFO

Un commento di Bifo al volume Senza padri (Paolo Godani, DeriveApprodi 2014), in occasione della presentazione del libro, il 27 novembre a Bologna.

Mi scuso della mia assenza, sono in viaggio.
Spero di poter contribuire alla discussione con queste note, forse un po’ troppo rapide. Ma è di rapidità che siamo costretti a parlare.


“Correre lungo la dinamica del disastro”, sono parole che Robert Fripp pronunciò durante un’intervista rilasciata nel 1979 a Melody Maker. L’intervista parlava di musica e di storie personali, ma quella frase mi rimase impressa e oggi mi torna in mente perché mi pare descriva benissimo la condizione in cui ci troviamo.
Il disastro è in corso, non possiamo evitare che esso proceda come una linea di frattura del terreno, come una faglia. Ma possiamo correre lungo la linea tentando di evitare di finire nel crepaccio. Come reagiamo allo svilupparsi di questa dinamica catastrofica? Alcuni ritengono che occorra semplicemente accelerare la dinamica in corso perché alla fine questa rivelerà un nuovo mondo di possibilità. Altri ritengono che occorra invece restaurare l’ordine del territorio sul quale poggiamo i piedi.
I primi li chiameremo accelerazionisti, i secondi li chiameremo neopaternalisti.
Mi pare che il libro di Paolo Godani si collochi su questo crinale problematico.

L’accelerazione del flusso semiotico produce un’intensificazione della stimolazione nervosa e un ispessimento della crosta Infosferica: il presente, investito dagli stimoli nervosi che la mente riceve dall’infosfera diviene a tal punto denso da occupare ogni spazio dell’attenzione cosciente, cancellando, o riducendo decisamente lo spazio necessario per l’immaginazione del futuro e la memoria del passato. È questa compressione che produce un effetto di impotenza: il presente ci sovrasta come sovraccarico informativo e appiattisce la percezione della profondità temporale e l’elaborazione di strategie consapevoli.


Accelerazione del flusso immaginario e riduzione dello spazio per l’elaborazione simbolica sono due facce della stessa medaglia, e il pensiero contemporaneo affronta questi due aspetti in modo separato, formulando due ipotesi.
Gli accelerazionisti dicono: il capitalismo accelera a tal punto il ritmo della produzione, del lavoro, del consumo e dell’informazione che la sola cosa che rimane possibile è attendere la sua esplosione per eccesso di velocità, e la liberazione delle tendenze immanenti nell’intensificazione del ritmo produttivo e dell’immaginario.


I decelerazionisti neopaternalisti dicono: l’intensificazione dell’esperienza e del flusso immaginario prodotta dal capitalismo contemporaneo distrugge le condizioni stesse della legge e dell’elaborazione simbolica che sta a fondamento del desiderio, di conseguenza occorre restaurare la figura del padre, e la forza simbolica della legge.
I primi si estasiano davanti all’infinita potenza della tecnica, e attendono che essa generi, quasi per forza propria, il rovesciamento del modello che la governa, fino al punto che si realizzi la promessa implicita nello sviluppo delle tecnologie, e ne dispieghino le potenzialità immanenti.


I secondi constatano la fragilità di una generazione che cresce in condizioni di assenza del padre come forza simbolica che istituisce la legge e il limite: la circolazione dei flussi sociali e comunicativi si è fatta troppo veloce perché la legge possa governarli in maniera efficace, perciò rivendicano la ricostruzione di una legge paterna, e la restaurazione di un ordine psichico fondato sul rispetto della legge.
Gli uni e gli altri colgono aspetti importanti della condizione iper-moderna, ma né gli uni né gli altri, a mio parere, riescono a offrire una prospettiva realistica di ricomposizione soggettiva - né a livello politico né a livello terapeutico, e il libro di Paolo Godani mi pare concordare con questa posizione.

Se l’ipotesi accelerazionista, pur trascurando completamente la sostenibilità soggettiva dei processi dell’ipermodernità, ha almeno il pregio di riconoscere che nessuna nostalgia dell’ordine passato (sovranità, governo della legge…) è possibile né efficace, quella neo-paternalista, nella versione di Recalcati come in quella di Slavoj Zizek, si riduce a una mera petizione di principio, una sorta di auspicio benintenzionato, inutile però dal punto di vista politico, etico, immaginativo.

I movimenti degli anni ’60 e ’70 attaccarono con le loro lotte la dipendenza della vita dalla condizione  salariata, e in modo talvolta esplicito e consapevole rivendicarono la liberazione del tempo dal lavoro. Come sempre accade l’insubordinazione del lavoro provocò una risposta del capitale che assunse la forma della ristrutturazione tecnologica e della riaffermazione del dominio. A partire dagli anni ’80 la tecnologia elettronica e poi la rete digitale resero possibile la ristrutturazione, e l’aggressione neoliberista impose in forma nuove il dominio politico del capitale sul lavoro.


Ma c’è una continuità profonda tra le modalità e le tendenze che animano il movimento operaio contro il lavoro e le modalità e le tendenze che si manifestano nella controrivoluzione del capitale. Questa continuità si può cogliere analizzando la coppia concettuale autonomia-deregulation. Il movimento sociale antilavorista tendeva a liberarsi dalla legge perché la legge sanciva il dominio del capitale industriale e comprimeva le potenzialità di liberazione del tempo sociale dal lavoro. Il neoliberismo trae la sua energia da questa spinta sociale e la pone al servizio della volontà capitalistica di liberare la dinamica produttiva dai limiti che lo Stato le imponeva. L’offensiva neoliberista liberò la società dalla legge statale e la sottomise alla legge della forza di cui la tecnologia fu il principale strumento.


Lo stato nazionale, depositario della legge, fu depotenziato aggirato e infine esautorato dalla circolazione globale dell’informazione e della finanza. La fine della regolazione industriale e la fine della sovranità statale aprirono l’epoca della globalizzazione e del capitalismo finanziario, con tutte le implicazioni sociali ed economiche di cui abbiamo già parlato. Ma quel che mi interessa qui è la dimensione psichica legata alla deterritorializzazione globale.
L’accelerazione infosferica porta per così dire l’Inconscio alla superficie della relazione sociale contemporanea.  La psicoanalisi all’epoca di Freud si propose di portare la peste nella città ben ordinata della società borghese, cioè si propose di portare la visione dell’abisso inconscio a una comunità che pretendeva di rimuovere e di ripulire ogni aspetto inquietante della corporeità della sessualità e dell’immaginazione.  Ora dobbiamo partire da una premessa totalmente diversa, dall’esplosione della dimensione immaginaria, dalla liquefazione del legame sociale. La psicosi, la perversione non sono più contenuto nascosto, occultato, compresso, ma esplodono nella dimensione quotidiana come fattore di costante deterritorializzazione dell’attività immaginativa, del desiderio.


Questa nuova situazione pone un problema teorico difficile da risolvere con gli strumenti di cui disponeva la psicoanalisi freudiana. Ma allora si tratta forse di rivendicare un ritorno all’ordine morale, alla lenta governabile dimensione familiare gerarchica e territorializzata della borghesia protestante e della città industriale e laboriosa? Per Recalcati si tratta essenzialmente di restaurare l’autorità del padre, si tratta di fondare sul piano etico ciò che non si dà più nella formazione psichica: l’introiezione della legge.


Cercando di identificare le innovazioni che l’ipermodernità comporta a livello clinico, Recalcati scrive:
“Da una parte abbiamo una clinica che si occupa della liquefazione del legame con l’Altro a partire da una incandescenza della dimensione del godimento pulsionale che appare come non regolato dalla castrazione e privo della cornice inconscia del fantasma: dall’altra parte abbiamo una clinica che si occupa delle patologie dell’identificazione, delle identificazioni solide, compatte prive di flessibilità, rigide che tendono a offrire una padronanza illusoria al soggetto a prezzo della cancellazione della sua stessa singolarità desiderante.” (Recalcati: L’uomo senza inconscio, Cortina, Milano, 2010, pag. XV).

Quella che Recalcati definisce come liquefazione del legame con l’Altro potrebbe leggersi come la conseguenza essenziale della globalizzazione e dell’accelerazione: la precarietà è uno degli aspetti di questa duplice deterritorializzazione. 
La moltiplicazione delle linee di deterritorializzazione acentrica pone l’organismo desiderante in condizioni paniche, e accelera lo stimolo oltre il punto in cui é possibile la gioia orgasmica singolarizzante. Se nel discorso freudiano la nevrosi dominava come rimozione dell’istanza del desiderio e come accumulazione repressa di energia non investita, ma sublimata – oggi il Semiocapitale suscita e mobilita l’iper-espressività che produce effetti di tipo psicotico.


Perciò noi oggi assistiamo a un fenomeno nuovo, imprevisto dalla schizoanalisi e dall’autonomia desiderante negli anni ’70: le reti di comunicazione iperveloce mettono in moto circuiti di accelerazione del desiderio che sfociano nelle patologie del panico. Sopraffatto dall’intensità del flusso semiotico – stimolazione neuro-elettrica ininterrotta – la soggettività contemporanea, o meglio l’organismo cosciente e sensibile che soggettivizza nell’epoca presente, reagisce in maniera panica. La vibrazione del ritmo desiderante si è fatta troppo intensa per potersi ritrovare in un ritornello singolarizzante, in una sintonia del corpo e della mente.


Il desiderio giudica la storia, ma chi giudica il desiderio?
Da quando le corporation dell’imageneering (Walt Disney, Murdoch, Mediaset Microsoft, Google, ma anche Novartis, Glaxo, Pfizer) si sono impadronite del campo desiderante si sono scavate le trincee immateriali del tecno-schiavismo e del conformismo di massa. Il campo del desiderio è stato colonizzato da quelle agenzie economiche.

Molte cose che scrive Recalcati descrivono il nuovo quadro psicopatologico in maniera efficace, ma quando veniamo alle indicazioni terapeutiche, alla nostalgia della legge del padre, allora mi pare che Recalcati si metta su una strada teoricamente poco interessante e dal punto di vista terapeutico a mio parere inefficace.
Le patologie iper-espressive sono per lui riconducibili a questo venir meno della presenza strutturante del padre, di questo venir meno del filtro simbolico che la presenza del padre costituisce. È vero che l’accelerazione informativa e l’intensificazione dell’esperienza provocano una psicotizzazione dell’esistenza contemporanea, ma mi pare che non si possa ridurre il problema all’evanescenza della figura normante del padre. E meno che mai accetto l’idea che proprio il ritorno del padre possa essere considerato come l’unica rassicurante terapeutica strada da percorrere.
Il problema è a mio parere che la vera fonte della sofferenza contemporanea non sta nel venir meno del padre – il discorso rassicurante della legge, il riferimento da cui allontanarsi dopo averne assimilato la forza formatrice e strutturante. La fonte della sofferenza contemporanea sta soprattutto nel venire meno della madre.
Grazie all’emancipazione della donna, e alla sussunzione del lavoro femminile da parte del ciclo economico,  l’affettività è ridotta a lavoro salariato.


Milioni di donne lasciano ogni giorno il loro bambino per andare in ufficio o chissà dove a lavorare. E milioni di donne abbandonano a Nairobi e Manila i loro figli per andare nelle metropoli occidentali a occuparsi di bambini altrui (e di vecchi altrui naturalmente). È questo gigantesco spostamento di presenza affettiva e corporea della madre che produce l’abisso psichico più profondo, destrutturante nello psichismo globale contemporaneo.
Altro che il papà.


Attenzione, io non sto qui a lamentarmi e rimpiangere il bel tempo andato in cui la mamma si occupava dei bambini e buonanotte. Non sto richiamando le donne a fare il loro lavoro di mamme, non è questo il punto. Il punto è che dobbiamo cercare di capire quali sono gli effetti psicopatogeni e socio patogeni della messa al lavoro dell’affettività femminile, della sottomissione dell’affettività femminile da parte del ciclo globale dello sfruttamento. Dobbiamo capire gli effetti di una deterritorializzazione affettiva psichica linguistica che si depositano nella mente collettiva come la condizione di una bomba psichica a tempo.


Altro che il papà, la legge, l’ordine. La mamma, l’accesso affettivo e corporeo alla parola, la sensibilità la percezione dell’altro come tuo simile. Questo è in gioco nella condizione post-edipica contemporanea, qui si costituisce la condizione di un’apertura desiderante senza filtro affettivo. È l’affettività corporea – non il dominio simbolico – che rende possibile un accesso desiderante al linguaggio che non si manifesti come panico, che non sfugga da ogni parte lacerando l’esperienza di soggettivazione. È la mamma, o meglio il corpo linguistico, il corpo che introduce al linguaggio, ciò che manca, nel divenire panico del desiderio contemporaneo.

Massimo Recalcati, riproponendo le critiche di Lacan alla sregolatezza antiedipica, descrive la condizione contemporanea come una società senza padri in cui abita un uomo senza inconscio. Eliminato il filtro ideologico e normativo che il padre rappresentava nella vecchia società repressiva borghese nevrotica, ecco l’uomo senza inconscio esplodere in un flusso iper-espressivo, ecco forme di sofferenza psicotica prendere il posto della nevrosi. Questa descrizione non offre alcuna via d’uscita sul piano terapeutico e sul piano politico.


Non la legge del padre, a mio parere, ma la fratellanza è venuta meno nell’epoca post- borghese: la solidarietà, il piacere del rapporto con l’altro, questo è stato spazzato via. Ma la causa di questo venir meno della fratellanza non sta affatto nell’assenza di norma, nell’evanescenza del padre. La causa è che la corporeità dell’altro è venuta meno nel processo di formazione psichica. È il corpo della madre che ti insegna a essere fraterno, non la legge del padre. Con la parola “madre” intendo il corpo che parla, il corpo che introduce alla singolarità del linguaggio, non la madre biologica che accudisce il bambino nato dal suo ventre. Quel corpo, non importa il suo sesso, è il calore della voce ovvero il corpo che emette significazione.


La sottomissione del tempo femminile (la cura, l’accesso affettivo al linguaggio) è un fattore di devastazione molto più profondo che il venir meno del padre. Il distacco del bambino dal corpo della madre e la sostituzione della voce con la macchina linguistica nel processo di apprendimento linguistico rendono fragile e quindi precario il rapporto tra corpi e il rapporto tra corpo e linguaggio.


Assistiamo oggi a un fenomeno di riduzione funzionale del linguaggio, di rescissione del rapporto tra significazione e singolarità della voce. Sta qui il cuore della precarizzazione, perché il rapporto tra le parole e le cose non è più fondato sull’adesione affettiva, sulla condivisione corporea, ma è ridotto a funzione operativa. Perciò gli esseri umani non sono più capaci di essere fratelli.

 

singolarità qualunque
 
"Non esistono soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche" (U. Beck)
 


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afuma | 26 Nov 18:29 2014
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Convegno Effimera-Commonware 29-30 novembre su Crisi e Composizionedi classe

Per chi è interessato.  Scusate il cross-posting.

Logistica presso il C.S. Cantiere (Spazio di mutuo occorso)

https://www.facebook.com/events/298586886998634/?fref=ts

Materiali preparatori

http://quaderni.sanprecario.info/2013/11/la-crisi-messa-a-valore-materiali-preparatori/

Un seminario per discutere di crisi e composizione di classe, ospitato da
UniPop

PROGRAMMA

------ Sabato 29 novembre 2014 ------

Ore 11.30: Apertura lavori
- Andrea Fumagalli: “Scenari dalla crisi globale: 2008-2014. Nuovi
paradigmi della governance imperiale”
- Raffaele Sciortino: “Geopolitica delle lotte”
- Massimiliano Guareschi: “La dimensione costituente della crisi”

Ore 13.00: Interventi dal pubblico e discussione

Ore 13.45: Pausa pranzo

Ore 15.00: Tavola rotonda coordinata da Andrea Fumagalli
Partecipano
- Christian Marazzi: Nuove forme dell’instabilità finanziaria
- Orsola Costantini: Siate affamati, siate folli…e state sereni: le linee
guida dell’Europa degli Hunger Games
- Bruno Cava: Brasile: La misteriosa curva della retta lulista
- Gabriele Battaglia: Le trasformazioni della Cina

Ore 17.00: Pausa
Conclusioni di Carlo Vercellone: Composizione organica del capitale e
composizione di classe

Ore 18.00: Interventi dal pubblico e discussione

Ore 19.00: Chiusura dei lavori

-------- Domenica 30 novembre 2014 -------------

Ore 10.30: Apertura lavori
- Salvatore Cominu: “I temi e le domande”
- Beppo Cocco: “Composizione sociale del lavoro. L’esempio del movimento
brasiliano”

Ore 12.00: tavola rotonda coordinata da Gigi Roggero, con interventi di
Paolo Vignola, Cristina Morini, Cs Cantiere, Federico Chicchi, Gian Luca
Pittavino, Francesco Pezzulli

Ore 13.00: Pausa pranzo light

Ore 14.00: Ripresa dei lavori della tavola rotonda.

Ore 15.00: Altri interventi e discussione

Ore 16.30: Termine dei lavori

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clochard | 26 Nov 17:44 2014
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Matteo Tassinari_Le nuvole di De André

Ancora una volta la poesia di Matteo si intreccia con quella di Faber...
 
 
 
 
 
 "Le nuvole sono un teatro permanente, uno schermo su cui proiettare le nostre visioni, ossessioni, premonizioni, profili e cornici tra la terra e il cielo"

 
 
 
 

Le nuvole di De André
 
 
 
 
 
 
 

[...] Per Faber era un momento difficile, tormentato. Nel 1989 era morto l'amico Emilio Fassio, e pochi giorni dopo a Bogotà anche il fratello Mauro. Il 7 dicembre dello stesso anno Fabrizio e Dori Ghezzi si sposarono dopo quindici anni di convivenza, in una cerimonia riservata. Il rapporto tra i due era profondo e stimolante, ammirevole per tutti quelli che avevano il piacere di condividere alcuni momenti con loro. Dori era la consigliera, l'altra faccia, la sponda, l'intimità, consolidata nei giorni del rapimento, giorni e notti passati insieme in una specie di capanno improvvisato. [...]
 
 


 
 
 
[...] In quello     stesso anno Creuza de mà, venne definito il miglior disco italiano del decennio. Faber e Pagani venivano da un'esperienza decisiva. La ricerca e l'approdo al disco-capolavoro avevano radicalmente trasformato la storia musicale di De André, l'approccio da cantautore che bene o male era stato dominante. Non che De André non avesse sempre applicato la massima attenzione alla scrittura musicale, tutt'altro, ma Creuza era un enorme salto in avanti, era una sinfonia del Mediterraneo, un disco dove per la prima volta non era così determinante capire il testo, che infatti molti non capivano, visto che il dialetto genovese è una lingua a sé. Ma importava poco. [...]
 
 
 
 
 
                                                                                                                   



[...] Il disco    suggeriva una inedita visione o revisione addirittura della musica italiana, come fosse bagnata dal mare, mossa e maestosa come una barca a vela, ricca di strade, rotte da riscoprire, frutto di un'etnia che come un doppiofondo viveva nei ritagli del paesaggio postindustriale italiano. Un traghetto che collegava porti lontani, immaginati come perle salgariane della fantasia esotica. Per una volta De André era stato veramente Ulisse, quello dantesco che va oltre le Colonne d'Ercole, nel senso del viaggio verso una meta non prevedibile, corsara, colma di sorprese tiranne e clementi [...]


                                                                                                                                        
 
 
 
 

[...] A De André è successo di   essere divorato da una passione inarrestabile, di percepire come nessun'altro il potere della parola, la magia di lavorarla, levigarla laddove ci fosse il bisogno, svezzarla fino al punto giusto, in questo nessuno gli era sopra, fatto riconosciuto dai suoi stesi colleghi e amici, nonostante le tante rivalità e freddezze gratuite o vanitose, finché non emergeva "la parola", quella giusta, quella che aveva maggior potenza e significato, quella parola, non un'altra,  fusa ad una nota che ne svelasse le risonanze, che ne amplificasse la vibrazione lirica e la completezza. Si pensa soprattutto al poeta, ma ci si dimentica che De André era la sua voce, una voce nitida che chiunque di noi ha in questo in testa, ferma, profonda, scolpita, diamantina come un bassorilievo che nei dischi e nei concerti riempiva l'aria con un'autorità che pochi hanno dimostrato, anzi, se paragonati a lui, direi proprio nessuno.[...]
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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clochard | 26 Nov 17:44 2014
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Matteo Tassinari_Le nuvole di De André

Ancora una volta la poesia di Matteo si intreccia con quella di Faber...
 
 
 
 
 
 "Le nuvole sono un teatro permanente, uno schermo su cui proiettare le nostre visioni, ossessioni, premonizioni, profili e cornici tra la terra e il cielo"

 
 
 
 

Le nuvole di De André
 
 
 
 
 
 
 

[...] Per Faber era un momento difficile, tormentato. Nel 1989 era morto l'amico Emilio Fassio, e pochi giorni dopo a Bogotà anche il fratello Mauro. Il 7 dicembre dello stesso anno Fabrizio e Dori Ghezzi si sposarono dopo quindici anni di convivenza, in una cerimonia riservata. Il rapporto tra i due era profondo e stimolante, ammirevole per tutti quelli che avevano il piacere di condividere alcuni momenti con loro. Dori era la consigliera, l'altra faccia, la sponda, l'intimità, consolidata nei giorni del rapimento, giorni e notti passati insieme in una specie di capanno improvvisato. [...]
 
 


 
 
 
[...] In quello     stesso anno Creuza de mà, venne definito il miglior disco italiano del decennio. Faber e Pagani venivano da un'esperienza decisiva. La ricerca e l'approdo al disco-capolavoro avevano radicalmente trasformato la storia musicale di De André, l'approccio da cantautore che bene o male era stato dominante. Non che De André non avesse sempre applicato la massima attenzione alla scrittura musicale, tutt'altro, ma Creuza era un enorme salto in avanti, era una sinfonia del Mediterraneo, un disco dove per la prima volta non era così determinante capire il testo, che infatti molti non capivano, visto che il dialetto genovese è una lingua a sé. Ma importava poco. [...]
 
 
 
 
 
                                                                                                                   



[...] Il disco    suggeriva una inedita visione o revisione addirittura della musica italiana, come fosse bagnata dal mare, mossa e maestosa come una barca a vela, ricca di strade, rotte da riscoprire, frutto di un'etnia che come un doppiofondo viveva nei ritagli del paesaggio postindustriale italiano. Un traghetto che collegava porti lontani, immaginati come perle salgariane della fantasia esotica. Per una volta De André era stato veramente Ulisse, quello dantesco che va oltre le Colonne d'Ercole, nel senso del viaggio verso una meta non prevedibile, corsara, colma di sorprese tiranne e clementi [...]


                                                                                                                                        
 
 
 
 

[...] A De André è successo di   essere divorato da una passione inarrestabile, di percepire come nessun'altro il potere della parola, la magia di lavorarla, levigarla laddove ci fosse il bisogno, svezzarla fino al punto giusto, in questo nessuno gli era sopra, fatto riconosciuto dai suoi stesi colleghi e amici, nonostante le tante rivalità e freddezze gratuite o vanitose, finché non emergeva "la parola", quella giusta, quella che aveva maggior potenza e significato, quella parola, non un'altra,  fusa ad una nota che ne svelasse le risonanze, che ne amplificasse la vibrazione lirica e la completezza. Si pensa soprattutto al poeta, ma ci si dimentica che De André era la sua voce, una voce nitida che chiunque di noi ha in questo in testa, ferma, profonda, scolpita, diamantina come un bassorilievo che nei dischi e nei concerti riempiva l'aria con un'autorità che pochi hanno dimostrato, anzi, se paragonati a lui, direi proprio nessuno.[...]
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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clochard | 26 Nov 17:44 2014
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Matteo Tassinari_Le nuvole di De André

Ancora una volta la poesia di Matteo si intreccia con quella di Faber...
 
 
 
 
 
 "Le nuvole sono un teatro permanente, uno schermo su cui proiettare le nostre visioni, ossessioni, premonizioni, profili e cornici tra la terra e il cielo"

 
 
 
 

Le nuvole di De André
 
 
 
 
 
 
 

[...] Per Faber era un momento difficile, tormentato. Nel 1989 era morto l'amico Emilio Fassio, e pochi giorni dopo a Bogotà anche il fratello Mauro. Il 7 dicembre dello stesso anno Fabrizio e Dori Ghezzi si sposarono dopo quindici anni di convivenza, in una cerimonia riservata. Il rapporto tra i due era profondo e stimolante, ammirevole per tutti quelli che avevano il piacere di condividere alcuni momenti con loro. Dori era la consigliera, l'altra faccia, la sponda, l'intimità, consolidata nei giorni del rapimento, giorni e notti passati insieme in una specie di capanno improvvisato. [...]
 
 


 
 
 
[...] In quello     stesso anno Creuza de mà, venne definito il miglior disco italiano del decennio. Faber e Pagani venivano da un'esperienza decisiva. La ricerca e l'approdo al disco-capolavoro avevano radicalmente trasformato la storia musicale di De André, l'approccio da cantautore che bene o male era stato dominante. Non che De André non avesse sempre applicato la massima attenzione alla scrittura musicale, tutt'altro, ma Creuza era un enorme salto in avanti, era una sinfonia del Mediterraneo, un disco dove per la prima volta non era così determinante capire il testo, che infatti molti non capivano, visto che il dialetto genovese è una lingua a sé. Ma importava poco. [...]
 
 
 
 
 
                                                                                                                   



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[...] A De André è successo di   essere divorato da una passione inarrestabile, di percepire come nessun'altro il potere della parola, la magia di lavorarla, levigarla laddove ci fosse il bisogno, svezzarla fino al punto giusto, in questo nessuno gli era sopra, fatto riconosciuto dai suoi stesi colleghi e amici, nonostante le tante rivalità e freddezze gratuite o vanitose, finché non emergeva "la parola", quella giusta, quella che aveva maggior potenza e significato, quella parola, non un'altra,  fusa ad una nota che ne svelasse le risonanze, che ne amplificasse la vibrazione lirica e la completezza. Si pensa soprattutto al poeta, ma ci si dimentica che De André era la sua voce, una voce nitida che chiunque di noi ha in questo in testa, ferma, profonda, scolpita, diamantina come un bassorilievo che nei dischi e nei concerti riempiva l'aria con un'autorità che pochi hanno dimostrato, anzi, se paragonati a lui, direi proprio nessuno.[...]
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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purusa | 26 Nov 16:16 2014
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ciò di cui abbiamo bisogno

carissimi, ho saputo che il maestro zen Thich Nhat Hanh (di cui ho
inviato tempo fa alcuni articoli su quest lista, ha avuto una
emoraggia cerebrale in questi giorni, ma adesso pare stia meglio.
i suoi compagni chiedono che per aiutarlo a guarire facciamo qualcosa
per lui, come dedicargli una poesia.
siccome è un periodo in cui parecchie persone stanno attraversando il
tunnel della paura, vuoi per problemi fisici che per problemi mentali
che per problemi economici, colgo l'occasione per dedicare a tutt*
quell* che lo vogliano, questa poesia
 ;)

Ciò di cui abbiamo bisogno di Thich Nhat Hanh (poesia)

Ciò di cui abbiamo bisogno non è un‘ideologia
o una dottrina per salvare il mondo.
Abbiamo bisogno di un risveglio
che possa restituirci la nostra forza spirituale.

Ciò che ci manca è la consapevolezza di ciò che siamo,
della realtà della nostra situazione.
Siamo lanciati al galoppo
su un cavallo che non controlliamo più.

Abbiamo bisogno di una nuova cultura
in cui gli esseri umani siano incoraggiati
a riscoprire la loro natura più profonda.
Le religioni devono essere consapevoli
della necessità di risvegliarci alla nostra vera umanità.

Le chiese devono operare
in modo da ricostruire comunità
in cui si possa vivere un' esistenza integra e salubre.
Devono farci capire che la vera felicità
non consiste nel consumo di beni materiali
pagati a prezzo di sofferenze, carestie e morte.

La vera felicità consiste
in una vita illuminata dalla comprensione
dell’interdipendenza di tutte le cose
e dal riconoscimento della profonda responsabilità
a essere davvero noi stessi
e aiutare il prossimo.

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Azione Anziani | 26 Nov 15:59 2014

news importanti sulla libertà.

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purusa | 25 Nov 12:29 2014
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Precari e centri sociali fanno strike, ma si parla di articolo 18

dal creatore della lista neurogreen, nonchè ispiratore dei migliori momenti
di autorganizzazione creativo_precaria in ita(ra)glia ed in europa:
(alex, mi manchi ;-)

Precari e centri sociali fanno strike, ma si parla di articolo 18
di Alex Foti
Facciamo un bilancio dopo dieci giorni. Il 14 novembre è successo
qualcosa di clamoroso di cui pochi hanno fatto finta di accorgersi e a
cui pochi hanno dato il giusto valore. I precari italiani per la prima
volta sono riusciti nell’impresa di bloccare il paese protestando
contro l’austerità e la disoccupazione giovanile. Lo sciopero sociale
è apparso nel titolo di prima pagina del Corriere della Sera, ma le
televisioni hanno puntato i riflettori sulla manifestazione di Milano
contro il governo guidata dal segretario della Fiom Maurizio Landini e
dalla segretaria della Cgil Susanna Camusso, riportando il discorso
dentro un frame vecchio di dieci anni: articolo 18 sì contro articolo
18 no.

Ma chi c’è dietro il successo inaspettato del 14 novembre?

Quando sui mezzi di informazione si parla di movimenti, le
mistificazioni abbondano. A leggere Dario Di Vico sul Corriere della
Sera, sono stati i Cobas del sessantottardo Piero Bernocchi. Eppure
bastava avere un minimo di dimestichezza con i social network, per
rendersi conto che la giornata di mobilitazione autoconvocata in tutte
le città italiane era stata preparata con cura da una rete di
attivisti, collettivi e centri sociali, soprattutto romani, ma anche
milanesi, bolognesi, padovani, torinesi, napoletani, nello
#strikemeeting di metà settembre.

In quel weekend, negli incontri all’università Sapienza di Roma e in
centri sociali come Laboratorio Zero, Acrobax e Strike gli attivisti
hanno riannodato il filo rosso delle lotte contro la precarietà degli
anni duemila (EuroMayDay, San Precario) per proiettarle finalmente nel
nuovo contesto della Grande recessione, con la gioventù dell’Europa
meridionale per metà disoccupata. Uno sciopero metropolitano per il
basic income e contro il Jobs act. Per farla finita con gli stage non
pagati: zero lavoro gratis, a cominciare dall’Expo di Milano.

--------------------------------------------------------------------------------

È così che è nato lo sciopero sociale, a cui subito hanno aderito i
sindacati di base (Usb, Cub, Usi e, certo, i Cobas). E siccome
l’iconografia dice più di cento slogan, i manifestanti hanno creato
degli avatar stilizzati e colorati alla lego-playmobil per
rappresentare i tanti volti del precariato: addetto al call center,
infermiera, ricercatore, programmatrice. Molti attivisti hanno ripreso
quelle icone nel proprio profilo twitter e facebook. E il tam tam è
partito. Bloccheremo l’Italia, avevano detto gli attivisti
all’assemblea Blockupy di Bruxelles. Tedeschi e spagnoli della
sinistra europea avevano storto il naso. Hanno avuto torto.

Lo sciopero sociale non sarebbe stato così dirompente (Roma bloccata,
sabotaggio a Genova; scontri a Milano, Padova, Pisa; la tangenziale di
Napoli occupata dal corteo eccetera) senza la partecipazione dei
collettivi studenteschi. Secondo la perenne logica del riot porn, in
effetti i mezzi d’informazione hanno dato più spazio alle cariche
della polizia e della guardia di finanza a Milano contro il corteo
autorizzato vicino all’università Statale e al pestaggio a tradimento
di liceali nell’androne dell’arcivescovado in piazza Fontana, invece
che alla Roma di #incrocialebraccia: la capitale bloccata da studenti,
precari e lavoratori.

Ora si tratta di vedere se l’Italia precaria si è risvegliata al pari
di Spagna e Grecia contro la crisi economica. Ma non sarà la sinistra
al governo a decidere. La lezione della rivoluzione democratica e
ugualitaria che agita il mondo dal 2011 è che la dinamica della
politica e della società dipende dai movimenti, la loro mobilitazione,
le loro rivendicazioni.

In ogni caso, le agitazioni messe in moto dallo sciopero sociale sono
condivise all’interno di una rete europea (il 14 novembre gli
intermittents francesi hanno occupato la sede dell’Ocse a Parigi): è
la rete di Agora99, Blockupy, D1920, che comprende attivisti,
antifascisti e collettivi noborder e tutti gli spazi sociali che hanno
partecipato ad azioni coordinate in tutta Europa.

La rete D1920, composta da studenti, agricoltori, impiegati pubblici e
sindacalisti, è riuscita a occupare la sede della Commissione e a
bloccare il quartiere europeo di Bruxelles il 19 dicembre 2013. Per
quanto riguarda Blockupy, in attesa di una data certa per
l’inaugurazione del nuovo grattacielo della Banca centrale europea a
Francoforte, ha organizzato un Blockupy Festival sul Meno che è
partito il 20 novembre ed è durato tutto il weekend.

Ma l’appuntamento più promettente è quello del prossimo 19 dicembre a
Bruxelles, contro le lobby finanziarie che dettano le direttive della
Commissione europea.

Alex Foti, attivista, creatore di EuroMayDay e fondatore di MilanoX.
Ha scritto Anarchy in the EU (Agenzia X) e Essere di sinistra oggi (Il
Saggiatore).

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---------- Forwarded message ----------
From: Alex Foti <alex.foti <at> gmail.com>
Date: 2014-11-25 11:38 GMT+01:00
Subject: Re: [Radical-europe] Précariat. Pour une critique de la
société de la précarité, sous la direction de Silvia Contarini et Luca
Marsi
To: Giuseppe Allegri <giuseppe.allegri <at> gmail.com>, radical-europe
<Radical-europe <at> listes.agora.eu.org>, Marco <marco <at> blablaxpress.org>

congratulations! je voulais te dire et vous dire que on m'a publié
hier celui-ci sur la grève sociale en italie;)

http://www.internazionale.it/opinione/alex-foti/2014/11/24/precari-e-centri-sociali-fanno-strike-ma-si-parla-di-articolo-18

baci europrecari

lx

2014-11-24 10:26 GMT+01:00 Giuseppe Allegri <giuseppe.allegri <at> gmail.com>:
>
> Dear All,
> a french book on Précariat (with Christian Laval, Patrick Cingolani, Judith Revel, Federico Chicci,
etc.), with an abstract of my "L’insubordination au travail du « Cinquième État ».
Énoncés collectifs et invention institutionnelle":
> http://furiacervelli.blogspot.it/2014/11/prove-tecniche-di-insubordinazione-al.html
>
> ciao,
> peppe
>
>
> http://www.decitre.fr/livres/precariat-pour-une-critique-de-la-societe-de-la-precarite-9782840161974.html
>
>      Introduction, Silvia Contarini et Luca Marsi
> La précarité comme « art de vivre » à l’époque néolibérale; Christian Laval
> Industries culturelles et précarité, ambivalences de l’ascétisme dans le monde; Patrick Cingolani
> Lignes de fuite et stries du capitalisme cognitif. Parcours d’autonomie professionnelle et espaces
expressifs de la précarité dans le «district du plaisir»; Federico Chicchi et Mauro Turrini
> L’insubordination au travail du « Cinquième État ». Énoncés collectifs et invention
institutionnelle; Giuseppe Allegri
> Un précariat fragmenté. Le commissariat d’exposition d’art contemporain en France; Laurent
Jeanpierre et Isabelle Mayaud
> Qu’aura été la Précarité ? Futurs possibles d’un concept; Joost de Bloois et Frans-Willem Korsten
> Esthétisation et normalisation de la précarité dans la société néolibérale; Luca Marsi
> Féminisation du travail et précarisation de l’existence: deux paradigmes superposés; Judith Revel
> Sauvagerie, nomadisme, précarité. Un récit primitiviste; Federico Luisetti
> De la précarité à la convivialité; Gustavo Esteva et Irene Ragazzini
>
> Bibliographie
>
> _______________________________________________
> Radical-europe mailing list
> Radical-europe <at> listes.agora.eu.org
> http://listes.agora.eu.org/listinfo/radical-europe
>

_______________________________________________
Radical-europe mailing list
Radical-europe <at> listes.agora.eu.org
http://listes.agora.eu.org/listinfo/radical-europe

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

Giuseppe Allegri | 25 Nov 10:52 2014
Picon

un invito padovano per domani sera

car <at> ,
al solito un invito autoreferenziale, con i giuristi democratici di Padova.
un saluto,
pa

http://www.giuristidemocratici.it/post/20141028171229/post_html
http://files.giuristidemocratici.it/giuristi/Zfiles/ggdd_20141028171229.pdf


Padova, Palazzo Moroni (Municipio),
Sala Livio Paladin

Mercoledì 26 novembre 2014,  ore 20,45 - 23,00

Sogno europeo o incubo?
di Giuseppe Allegri e Giuseppe Bronzini
Fazi Editore, 2014

ne parleremo con gli Autori e il Prof. Bruno Barel
singolarità qualunque | 24 Nov 18:01 2014
Picon

Didier Fassin

Cr*,
 

Didier Fassin: La politica sulla vita non fa ostaggi

di GISO AMENDOLA.

La relazione tra vita e politica ha costituito, almeno dalla fine degli anni Ottanta in poi, il tema centrale del dibattito teorico-politico, e in particolare di quello italiano. Non a caso, la biopolitica è stata individuata come una sorta di marchio di fabbrica della cosiddetta Italian Theory. Proprio in Italia, però, si è spesso corso il rischio che la genericità di un termine come vita finisse per affogare in una pericolosa indistinzione l’intera questione della biopolitica. Si può dire, anzi, che la “vita” sia spesso servita, nel nostro dibattito teorico, per neutralizzare differenze e scelte politicamente impegnative: un bel richiamo a un genericissimo vivente, specie in una cultura come quella italiana nella quale vitalismi e idealismi si sono intrecciati con malfamati esiti politici, può in fondo sempre servire a scacciare dalla riflessione politica soggetti e conflitti reali, e a rimettere in circolo con il vestito nuovo metafisiche tradizionalissime. Ciò non toglie, però, che attraverso la biopolitica sono state nominate questioni serissime, e mal si reagirebbe agli abusi e alle genericità archiviando sia il termine che la questione.

Molto utile, allora, disporre di questo Ripoliticizzare il mondo. Studi antropologici sulla vita, il corpo e la morale (ombre corte, pp. 177, € 18, cura e traduzione di Chiara Pilotto) dell’antropologo francese Didier Fassin, già ben noto in Italia per le sue ricerche su sicurezza e polizia (di recente è stata tradotta, da La Linea, La forza dell’ordine. Antropologia della polizia nelle periferie urbane). Il libro è appunto un intenso corpo a corpo con il problema della biopolitica, intesa, con Foucault, come nesso tra politica, corpo e verità. Oltre la crisi degli alfabeti tradizionali della politica moderna, sostiene Fassin, una ripoliticizzazione, la ricostruzione di un senso complessivo dell’azione politica, è ancora possibile, ma deve calarsi nel vivo delle soggettività, dei corpi e degli affetti.

Tecniche di governo

La biopolitica resta quindi un passaggio obbligato e cruciale. Per Fassin, però, il discorso foucaultiano è insufficiente: Foucault enuncia come determinante il tema della politica della vita, ma, in fondo, lo lascia cadere quasi subito. In Foucault, scrive Fassin, dopo i riferimenti a una biopolitica in senso stretto contenuti alla fine del corso del 1977, Bisogna difendere la società, o in La volontà di sapere, l’attenzione finisce per concentrarsi piuttosto sulle tecniche di governo delle condotte (il tema della governamentalità) che sul senso e sul valore delle concrete poste in gioco oggetto di quelle tecniche. I riferimenti al potere della vita in quanto tale sparirebbero, e il Foucault governamentale produrrebbe infine una “biopolitica senza vita”: più precisamente, una politica sulla vita piuttosto che una politica della vita.

Probabilmente, queste obiezioni risentono di un certo clima interpretativo, simile a quello che ricordavamo con riferimento al dibattito italiano: letture che riducono il tema della governamentalità ad una sorta di analitica delle tecnologie di governo, in verità, non mancano. L’impressione è che, quando Fassin in sostanza obietta che l’analisi del potere marcerebbe astrattamente separata da quella del nesso soggetto/verità, colpisca effettivamente un punto critico di molte interpretazioni, ma lasci fuori invece letture più intrecciate e stimolanti del percorso foucaultiano, quelle appunto che hanno rifiutato di separare soggettività e governamentalità, soggettivazione e potere, etica e politica. Del resto lo stesso Fassin ricorda come eccedano ogni presunta “biopolitica senza vita” sia l’impegno personale di Foucault nelle lotte dei movimenti sociali, sia “il suo orientamento teorico più tardo, rivolto alla dimensione etica del governo di sé e degli altri”: il che conferma l’idea che la scelta come obiettivo critico di un Foucault che ridurrebbe la biopolitica a tecnica di governo sia debitrice a una lettura un po’ troppo compartimentata del percorso foucaultiano.

La scomparsa dei soggetti

Ma lasciamo pure agli studiosi foucaultiani queste, comunque rilevanti, questioni interpretative, e veniamo a cosa Fassin intenda poi, dal canto suo, per politica della vita. Qui lo sguardo antropologico offre molti materiali per un approccio alla biopolitica che superi decisamente ogni ambigua genericità dei riferimenti alla vita e al vivente. Non per nulla, Fassin critica con decisione un altro dispositivo attraverso il quale i discorsi sulla vita rischiano di vedersi neutralizzata la loro precisa portata politica: quello che separa di netto vita biologica e vita storicamente qualificata, il fatto di sopravvivere, la vita in sé e la “vita che si vive attraverso un corpo e come società”. È alle modalità di implicazione reciproca e complessa delle diverse dimensioni che invece bisognerebbe guardare: in altri termini, ogni vita è sempre una forma di vita storicamente prodotta, contro ogni taglio tra forma di vita ed elemento biologico, quale può emergere per esempio nell’approccio di Arendt, almeno quando separa di netto lo spazio politico da quello della vita naturale (e riduce a quest’ultima dimensione tutto lo spazio dell’economico-sociale) o in quello di Agamben, in cui l’insistenza sulla nuda vita rischia di produrre “indifferenziazione del politico” e, soprattutto, “la scomparsa dei soggetti”.

Niente nuda vita e niente vita in sé, quindi, non bìos contro zoè, ma vite storicamente qualificate e corpi sui quali poteri storicamente e politicamente precisabili incidono la propria azione.

Politica della vita significa, per Fassin, che il fatto di vivere, nel senso di conservare la vita, di sopravvivere, si impone come criterio di legittimità ultima dell’azione politica. Se i dominati, durante il capitalismo industriale, usavano il proprio corpo essenzialmente come fonte di forza lavoro, ora il corpo, la sua stessa esistenza in vita, si trova ad essere giocato direttamente come fonte di diritti. L’economia politica classica dello sfruttamento del lavoro si intreccia così profondamente con un’economia morale, in cui si viene chiamati ad esporre il proprio corpo, a raccontarlo, a certificarne continuamente il disagio e le sofferenze come titolo legittimo per reclamare diritti o almeno assistenza. Le indagini sul campo presentate da Fassin illustrano con straordinaria concretezza l’affermarsi di questa nuova biolegittimità e delle nuove disuguaglianze, delle nuove gerarchie che attraverso questa nuova “cittadinanza biologica” si producono.

La biolegittimità è, per esempio, l’anima profonda della ragione umanitaria (tema cui Fassin ha dedicato uno dei suoi libri più noti) che si è imposta nelle politiche migratorie. Quanto più il senso politico del diritto d’asilo viene neutralizzato dalle politiche securitarie, tanto più avanza la logica umanitaria: non a caso, il sistema dei permessi di soggiorno temporanei per l’accesso a cure mediche indispensabili viene a sostituire progressivamente la possibilità, sempre più ardua, di ottenere asilo politico. La procedura amministrativa costringe ad un’esposizione sempre più individualizzata della propria storia: investe la soggettività, richiedendo il supplemento d’anima di una narrazione il più possibile patetica e persuasiva; allo stesso tempo, obbliga all’oggettività del documento, all’esibizione continua di certificati. Sul versante della precarietà economica ed esistenziale, le cose non vanno diversamente: la piega compassionevole e caritatevole assunta da sistemi di welfare sempre più condizionati costringe a raccontare e a documentare la propria difficoltà estrema, per riuscire a sfruttare le residue elargizioni di un’amministrazione sempre più discrezionale, che mescola continuamente giustizia e pietà nelle proprie griglie di valutazione.

Nel gioco continuo di “costruzione di sé e di sottomissione allo Stato”, nel “doppio processo di soggettivazione e assoggettamento”, la vita diventa così il terreno sul quale si gioca la legittimità morale e politica della propria presenza. Una giovane donna haitiana può raccontare l’uccisione del padre militante politico, il rapimento della madre, lo stupro collettivo che ha subito: ma tutto questo non le varrà, nella strozzatura generale del diritto d’asilo, quanto la decisiva certificazione della propria sieropositività. I corpi sono così afferrati in un gioco di violenza politica esplicita, in cui lo Stato costringe ad esibirsi continuamente come vittima, e di violenza strutturale implicita, attraverso “l’incorporazione di un passato e di un presente violenti”.

Una tragica lettura

La politica della vita, letta in questo senso, segna evidentemente un ulteriore avanzamento della forza dei processi di precarizzazione, insieme morale e politica, delle esistenze, sottomesse continuamente all’obbligo di esporre la propria estrema fragilità per mostrare la propria legittimità. E finché l’analisi si incentra sui giochi di potere incentrati sul corpo, una visione ultradisciplinare della biopolitica non può che prevalere. Del resto, lo stesso Fassin non lo nasconde: la sua lettura della biopolitica resta una lettura segnata dal tragico. Ma i testi di Fassin offrono chiavi di lettura che vanno oltre un’analisi dell’intensificazione biopolitica delle forme dell’assoggettamento.

Per comprendere la politica della vita e le contraddizioni di fondo della ragione umanitaria e compassionevole, è fondamentale l’uso, ricorda Fassin, del concetto di economia morale: quel tessuto di norme ed obblighi, di valori e di affetti, che definisce ciò che si può tollerare e ciò che intollerabile, ciò che si può fare e ciò che non si può fare, e che è indispensabile per cogliere lo spessore etico, irriducibile alle spiegazioni meccanicistiche ed economicistiche, della storia di classe. L’attenzione alle economie morali nasce appunto dentro la storia sociale delle rivolte contadine prima e operaie poi: Edward Palmer Thompson, lo storico sociale che esplicitò questa idea, la utilizzava proprio per valorizzare, all’interno della formazione della classe operaia inglese, un mondo di passioni e di usi, di simboli e linguaggi, che nessuna lettura deterministica sarebbe stata in grado di cogliere.

Esistenze coatte

In questo senso, l’attenzione alle economie morali può rompere la maledetta circolarità del “doppio processo” di assoggettamento e di soggettivazione, e permetterci di scoprire, anche nelle zone della dei subalterni e dei marginali, le mille strategie della produzione di soggettività. E proprio in queste strategie, precarie ma costanti, spesso di sottrazione e di sussistenza, ma anche di rifiuto e di rivolta, le politiche della vita incontrano continuamente la possibilità di una rottura.

Così, anche la ragione umanitaria si mostra continuamente attraversata da storie collettive che la modificano continuamente; resistenze che possono forzarla dall’interno e trasformarla radicalmente, ricalandola nel fuoco dei conflitti poltici, proprio facendo leva su quel sentimento dell’intollerabile che lo stesso umanitarismo mobilita continuamente. Proprio perché la vita non è mai nuda, ma sempre storicamente qualificata, i campi dell’umanitario, del welfare caritatevole, della produzione di marginalità, sono più che mai campi decisivi di intervento politico: l’affermarsi sempre più intenso delle politiche della vita, in fondo, significa anche una sempre possibile intensificazione, direttamente politica, delle microstrategie di sussistenza e di resistenza che attraversano continuamente i luoghi dell’assistenza e del servizio sociale.

L’umanitarismo può gestire le vite, gerarchizzarle e precarizzarle nei modi più penetranti, ma lo studio delle “economie morali” ci ha sempre messo davanti momenti decisivi in cui il sentimento etico dell’intollerabile si fa motore di resistenza politica, di soggettivazione, e le strategie di sopravvivenza e di sottrazione agli obblighi e ai condizionamenti si rivelano, al fondo, forme della lotta di classe e della possibilità di “ripoliticizzare il mondo”.

Questo articolo è stato pubblicato sul manifesto il 21 novembre 2014


singolarità qualunque
 
"Non esistono soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche" (U. Beck)
 


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rattodeuropa@alice.it | 24 Nov 12:31 2014
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TISA e TTIP: Come il capitale domina la politica

Segnalo questo recente video di CEO che mi pare metta in evidenza un passaggio di considerevole importanza nel rapporto tra capitalismo globale e stati nazionali. Gli accordi in corso di definizione tra UE e Stati Uniti (TTIP) che mirano, tra l'altro, a sancire il diritto delle corporation di "portare alla sbarra" gli stati nazionali sono un chiaro indicatore del progressivo prender forma di un Moloch "finazista", che inizia pretendere un'identità politica  definita e, oserei dire, una sua prima, embrionale, forma di autentica "sovranità".  

http://www.youtube.com/watch?list=UUhfqpvenrT0uqRMPcSNILEw&feature=player_embedded&v=spBdTcaY3_Q

A suo tempo avevo segnalato in questa lista un articolo di Zizek sul TISA:
http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/42193

Il testo di Zizek ha il merito di mettere a tema un argomento troppo spesso trascurato (specialmente da grillini e nuove destre) e cioè: "Come il capitale domina la politica".
BTW: Indipendentemente da quanto sostenuto da Zizek e dall'Espresso in proposito, il ruolo di Wikileaks in questo caso è stato esclusivamente quello di segnalare l'esistenza di lavori preparatori al trattato ma, per l'essenziale, queste operazioni si svolgono alla luce del sole sebbene vengano sistematicamente trascurate dai principali mezzi di stampa nazionale. Il TISA riguarda i servizi, mentre il TTIP riguarda gli scambi commerciali USA-UE.

http://corporateeurope.org/international-trade/2014/04/still-not-loving-isds-10-reasons-oppose-investors-super-rights-eu-trade

CEO ha prodotto anche una guida per principianti che riguarda il TTIP (e che sarebbe oppurtuno tradurre):

http://corporateeurope.org/sites/default/files/ttip_covert_attacks.pdf

Credo, in ogni caso, che al di là delle diverse letture e interpretazioni di questi fenomeni politici, la campagna promesso da CEO vada presa sul serio e sostenuta.

stay tuned



saluti
Rattus


Gmane