rossana123@libero.it | 21 Aug 12:01 2014
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R: Bifo impaginato da Matteo

"Ma Berlinguer ? Aveva davvero altre scelte oltre quella di restare attaccato 
ai suoi operai, 
che fino al partito di Bertinotti, sono stati l'unica vera risorsa economica e 
politica per i partiti comunisti ? "

scusa rattus, senza scomodare coloro che definivano il pci il partito dello 
Stato dentro la  classe operaia, ma chi te l'ha detto che a Berlinguer 
interessavano gli operai? 

Un pò di storia:

In un’intervista a Gianpaolo Pansa del Corriere sella Sera del 15 giugno 1976, 
Berlinguer dichiara: “Non desidero affatto l’uscita dell’Italia dalla NATO, 
perché dentro il Patto Atlantico, sotto questa organizzazione, l’Italia oltre 
che contribuire a consolidare gli equilibri internazionali, permette di 
costruire il socialismo nella libertà”.

Nell’ottobre 1976 durante un Comitato Centrale del PCI, Berlinguer enuncia la 
“politica dell’austerità” ed il 15 gennaio 1977, ad un convegno di 
intellettuali al teatro Eliseo di Roma, ne precisa i contenuti.

Solo undici giorni dopo, il 26 gennaio 1977, con l’intento di “ frenare l’
inflazione e difendere la moneta attraverso il contenimento del costo del 
lavoro e l’aumento della produttività”, CGIL-CISL-UIL firmano un accordo con la 
Confindustria che prevede l’eliminazione degli scatti futuri di contingenza dal 
conteggio del TFR e l’abolizione di sette festività, cinque religiose e due 
civili: Ascensione e Corpus Domini che vengono spostate col consenso del 
Vaticano dal giovedì alla domenica successiva; San Giuseppe (19 marzo), S. S. 
Pietro e Paolo (29 giugno) e l’Epifania (6 gennaio) che verrà ripristinata nel 
1986; l’anniversario della vittoria (4 novembre) e la festa della repubblica (2 
(Continue reading)

claudio.tullii1@alice.it | 21 Aug 11:16 2014
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R: L'Europa reale

"...in search of Paradise"!!!!

Questo è godimento puro!

:-)

Mcs, qualcosa mi 
dice che NOI, nel breve tempo, saremo messi male, molto male...

singolarità 
qualunque

>----Messaggio originale----
>Da: mcsilvan_ <at> libero.it
>Data: 20-ago-
2014 11.29
>A: 
>Ogg: [neurogreen] L&#39;Europa reale
>
>questi clip sono da 
numeri uno del marketing virale
>
>combattenti tedeschi per Isis, immigrati in 
Deutschland di seconda e terza
>generazione, cantano per i loro fratelli 
rimasti a Berlino e dintorni.
>Sottotitoli in inglese. Video di sicuro effetto.

>La logica è quella di cercare di risvegliare la quinta colonna dormiente in

(Continue reading)

Rattus Norvegicus | 21 Aug 10:01 2014
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Bifo impaginato da Matteo

Re-invio il link al testo di Bifo, impaginato magistralmente da Matteo 
Tassinari.

http://wwwhete.blogspot.it/2014/08/berlinguer-nella-riserva-indiana-pci.html

Devo dire che la scelta delle immagini e dei titoli m'è sembrata 
davvero spettacolare.
Il testo è sicuramente interessante. La vena 
melanconica, che coglie nella chiusura del giornale fondato da Antonio 
Gramsci l'ennesimo segnale della fine di un' epoca, ci offre uno spunto 
per qualche considerazione sulle "tonalità emotive" degli anni 10, 
magari facendo il verso ai "sentimenti della crisi" di cui si è 
occupata recentemente la rivista outlet.

Dunque il timbro del testo è 
quello dell'interrogazione. Franco pone domande continue e 
imbarazzanti, a volte perfino un po' inquisitorie. Il maestro della 
leggerezza e dell'ironia, forse per la prima volta, cerca di 
individuare delle "responsabilità" e assume i toni dell' inchiesta. 
Prendiamo, come esempio, questa domanda, cui il punto interrogativo 
finale può parere appiccicato lì quasi per caso:

" Il movimento 
operaio non fu capace di adeguare le sue strategia alla trasformazione 
tecnica e politica di cui la rivoluzione digitale è stato motore e di 
cui la controrivoluzione liberista è stata la forma ideologica ?"

Si 
tratta, a ben guardare,di una domanda puramente retorica. Tradotta 
significa: la chiusura de "L'Unità" può diventare un'occasione per 
(Continue reading)

rossana123@libero.it | 20 Aug 12:18 2014
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St. Louis, in scena una guerra di classe

La rivolta di Fer­gu­son, in Mis­souri, sarà un punto di svolta nella lotta con­tro l’ingiustizia raz­ziale, oppure una pic­cola nota a piè di pagina in qual­che tesi di dot­to­rato sulle sol­le­va­zioni civili nei primi anni del XXI secolo?
La rispo­sta può essere tro­vata nel mag­gio del 1970. Avrete sen­tito par­lare della spa­ra­to­ria della Kent State: il 4 mag­gio 1970 la guar­dia nazio­nale dell’Ohio aprì il fuoco sugli stu­denti in pro­te­sta alla Kent State Uni­ver­sity. In 13 secondi di spa­ra­to­ria, sono stati uccisi quat­tro stu­denti e nove sono rima­sti feriti.

Lo shock e il cla­more sfo­cia­rono in uno scio­pero nazio­nale di quat­tro milioni di stu­denti che chiu­sero più di 450 cam­pus. Cin­que giorni dopo la spa­ra­to­ria, 100.000 mani­fe­stanti si riu­ni­rono a Washing­ton: la gio­ventù del paese si mobi­litò ener­gi­ca­mente per porre fine alla guerra in Viet­nam, al raz­zi­smo, al ses­si­smo e alla fidu­cia cieca nelle isti­tu­zioni politiche.

Pro­ba­bil­mente non avete sen­tito par­lare della spa­ra­to­ria a Jack­son State. Il 14 mag­gio, dieci giorni dopo che la Kent State aveva infiam­mato la nazione, alla Jack­son State Uni­ver­sity nel Mis­sis­sippi, in pre­va­lenza nera, la poli­zia uccise a fuci­late due stu­denti neri (un liceale e il padre di un bam­bino di 18 mesi) e ne ha feriti altri dodici.
Non c’è stato alcun cla­more nazio­nale. Il paese non si è affatto mobi­li­tato. Quel levia­tano senza cuore che chia­miamo Sto­ria ha inghiot­tito l’intero evento, can­cel­lan­dolo dalla memo­ria nazio­nale. Se non vogliamo che anche l’atrocità di Fer­gu­son sia inghiot­tita e diventi niente più che un’irritazione inte­sti­nale della sto­ria, dob­biamo affron­tare la situa­zione non solo come un altro atto di siste­ma­tico raz­zi­smo, ma come ciò che è: guerra di classe.

Foca­liz­zan­dosi solo sull’aspetto raz­ziale, la discus­sione diventa se l’assassinio di Michael Brown (o quelli degli altri tre uomini neri disar­mati uccisi dalla poli­zia negli Stati Uniti nel giro di un mese) riguarda la discri­mi­na­zione o se la poli­zia è stata giu­sti­fi­cata. Allora discu­te­remo se non c’è negli Stati uniti tanto raz­zi­smo dei neri con­tro i bian­chi quanto ce n’è dei bian­chi con­tro i neri. (Sì, c’è. Ma, in gene­rale, quello dei bian­chi con­tro i neri ha pesanti con­se­guenze sul futuro della comu­nità nera. Quello dei neri con­tro i bian­chi non ha quasi nes­sun impatto sociale misurabile.) (…)

Que­sto distrae l’America da una que­stione più ampia, cioè che gli obiet­tivi di ecces­siva rea­zione poli­zie­sca sono meno basati sul colore della pelle e più su una cala­mità che è per­fino peg­gio dell’ebola: l’essere poveri. Ovvia­mente, per molti in Ame­rica essere una per­sona di colore è sino­nimo di essere poveri, ed esseri poveri è sino­nimo di essere un cri­mi­nale. Iro­ni­ca­mente, que­sta errata per­ce­zione è vera anche tra i poveri. Ed è quello che lo sta­tus quo vuole.

Il rap­porto sul cen­si­mento degli Usa sostiene che 50 milioni di ame­ri­cani sono poveri. 50 milioni di elet­tori costi­tui­scono un potente blocco se fosse orga­niz­zato nel ten­ta­tivo di per­se­guire comuni obiet­tivi eco­no­mici. Dun­que, è cru­ciale per l’1% più ricco man­te­nere i poveri divisi distraen­doli con que­stioni emo­tive come l’immigrazione, l’aborto e il con­trollo delle armi, in modo che non si fer­mino a chie­dersi come siano stati fre­gati per così tanto tempo. Un modo per tenere divisi que­sti 50 milioni è la disin­for­ma­zione. (…) Secondo il rap­porto del 2012 del Pew Research Cen­ter, solo la metà delle fami­glie ame­ri­cane sono a medio red­dito (meno 11% rispetto agli anni ’70). La cosa scon­vol­gente è che meno che mai gli ame­ri­cani cre­dono nel man­tra dell’American Dream, per cui se lavori duro ce la farai.

*Pub­bli­cato su time​.com, tra­dotto da com​mo​n​ware​.org

rossana123@libero.it | 20 Aug 11:31 2014
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I sentimenti della crisi secondo la rivista Outlet

giochiamo ai "sentiment" che mancano all'elenco. Io comincio con uno: scoglionamento.   

http://www.outletrivista.it/

Sesto numero della rivista Outlet . Da precarietà a risentimento, le parole chiave per una critica dell’ideologia italiana diBenedetto Vecchi

Il titolo ha pre­ce­denti illu­stri. Il più noto è sicu­ra­mente Adam Smith con il suo clas­sico Teo­ria dei sen­ti­menti morali. Ma molti degli autori pre­senti nel nuovo numero, il sesto, della rivi­sta « Outlet », c’è da giu­rarci, pre­fe­ri­scono l’accostamento con il volume col­let­tivo sui «Sen­ti­menti dell’aldiqua. Oppor­tu­ni­smo, cini­smo e paura», che negli anni Ottanta del Nove­cento ha costi­tuito, in Ita­lia e non solo, una ripresa del pen­siero cri­tico nel pieno della con­tro­ri­vo­lu­zione libe­rale. Que­sta volta si parla, più paca­ta­mente, dei «Sen­ti­menti nella crisi» (pp. 142, euro 8), anche se l’ambizione è di for­nire gli stru­menti giu­sti per quella «cri­tica dell’ideologia ita­liana» che costi­tui­sce la mis­sion della rivi­sta.

Le parole chiave scelte sono: cata­strofe, risen­ti­mento, sacri­fi­cio, mora­li­smo, paura/precarietà, odio/amore, ras­se­gna­zione, pro­messa. Sono tutte tappe per uscire dal labi­rinto di un ordine sociale e poli­tico che disprezza ogni carat­te­ri­stica sto­rica, pre­sen­tan­dosi infatti come un ordine dato in natura. Eppure le cro­na­che degli ultimi otto anni rive­lano l’esatto oppo­sto, cioè che la società neo­li­be­rale è desti­nata a lasciare il posto ad altre forme di orga­niz­za­zione sociale, isti­tu­zio­nale e eco­no­mica. Cio­no­no­stante, gli autori scom­met­tano sul fatto che il neo­li­be­ri­smo è riu­scito a met­tere in campo una mac­china pro­dut­trice di con­senso che è desti­nata a fun­zio­nare ancora a pieno regime. Il suo punto di forma è l’ambivalenza che carat­te­rizza la mani­fe­sta­zione dei sen­ti­menti scelti dal col­let­tivo reda­zio­nale di Outlet. Lo scrive nell’introduzione Andrea Colombo, lo riba­di­sce Marco Bascetta (il risen­ti­mento), lo con­ferma Angela Azzaro (mora­li­smo), lo arti­cola nelle sue forme più evi­denti (la pre­ca­rietà) Giu­liana Fer­rara. Chi però indi­vi­dua le fra­gi­lità dell’ordine neo­li­be­rale sono Monia Cap­puc­cini che parla della «ras­se­gna­zione» o Fabio Tar­zia (il sacri­fi­cio), sim­boli di un con­senso pas­sivo poco com­pa­ti­bile con il vorace e nichi­li­stico dina­mi­smo che carat­te­rizza il mer­cato; e da Emi­liano Ilardi, che ana­lizza «la pro­messa» di buona vita che il neo­li­be­ri­smo sta disat­ten­dendo in Europa, come negli Stati Uniti.
E tut­ta­via, tra ambi­va­lenze e fra­gi­lità, i sen­ti­menti della crisi con­ti­nuano a svol­gere, come indi­vi­duano a ragione tutti gli autori, una fun­zione di deter­renza rispetto al con­flitto. Un unico appunto: manca una delle parole d’ordine della crisi: l’austerità. Non è certo un sen­ti­mento, ma ha l’indubbia capa­cità per­for­ma­tiva dei com­por­ta­menti col­let­tivi. Se un punto di forza, ma anche di debo­lezza, che il neo­li­be­ri­smo ha in que­sto ini­zio mil­len­nio è pro­prio l’austerity, motore di poli­ti­che sociali e di con­trollo sociale che il capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo ha messo in campo per ripor­tare all’ordine società sem­pre sul punto della «cata­strofe» (parola ana­liz­zata da Alberto Abruz­zese).
Chiu­dono la rivi­sta le sezioni «Rica­dute», «Imma­gini», «Con­ver­sa­zioni», «Docu­menti» (il sag­gio di Paolo Virno pre­sente nel volume «Sen­ti­menti dell’aldiqua» e «Posizionamenti».



mcsilvan_@libero.it | 20 Aug 11:29 2014
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L'Europa reale

questi clip sono da numeri uno del marketing virale

combattenti tedeschi per Isis, immigrati in Deutschland di seconda e terza
generazione, cantano per i loro fratelli rimasti a Berlino e dintorni.
Sottotitoli in inglese. Video di sicuro effetto.
La logica è quella di cercare di risvegliare la quinta colonna dormiente in
Germania.

Chi conosce la storia della Raf troverà una certa rilettura in nome di Allah
ci mancherebbe :)

https://www.youtube.com/watch?v=17-PyB_e92M

mcs

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NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

claudio.tullii1@alice.it | 19 Aug 16:21 2014
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KOMMUNISTEN

Cr*,

«Non parla por­to­ghese, ma solo capoverdiano.È una lon­tana parente di 
Ven­tura». Atten­diamo l’inizio di Kom­mu­ni­sten, nuovo lavoro di Jean-Marie 
Straub, qui a Locarno in una copia lavoro, chiac­chie­rando con Pedro Costa. 
Vita­lina Varela è un magne­tica donna capo­ver­diana. È la prima volta che com­
pare in un suo film. Il pros­simo lavoro ruo­terà pro­ba­bil­mente su di lei. 
Le figure che com­pon­gono que­sta infi­nita saga capo­ver­diana, la sua per­so­
nale Yok­na­pa­ta­w­pha, sem­brano desti­nate ad aumen­tare di numero. Ma le 
luci si spen­gono, la chiac­chie­rata si inter­rompe e noi fac­ciamo un passo 
indie­tro.
Un’ora e mezza prima. Il tempo di vedere altri due nuovi film rea­
liz­zati da Jean-Marie Straub: A pro­pos de Venise, tratto da Amori et dolori 
sacrum. La mort de Venise, scritto nel 1916 da Mau­rice Bar­rès, scrit­tore e 
poli­tico discusso (Dada lo pro­ces­serà), che nel 1887 aveva visi­tato per la 
seconda volta la città lagu­nare, e Dia­lo­gue d’ombres, novella pub­bli­cata 
da Geor­ges Ber­na­nos nel 1928, sulle pagine della N.R.F. Que­sto secondo 
lavoro porta anche la firma di Danièle Huil­let. Si tratta infatti di uno dei 
primi pro­getti della cop­pia, risa­lente addi­rit­tura al 1954: un dia­logo 
ser­rato tra due amanti, tra rifles­sioni su Dio, morale, slanci roman­tici 
(maschili) e lucide, pun­tute repli­che (fem­mi­nili). Caden­zato da un mon­tag­
gio alter­nato che coglie sepa­ra­ta­mente le due figure dia­lo­ganti, il film 
è — per chi cono­sce il lavoro di Straub — una lezione (l’ennesima) su come si 
costrui­sce e si declina lo spa­zio cine­ma­to­gra­fico.
A pro­pos de Venise si 
pre­senta dav­vero come un pic­colo mira­colo. Un tronco d’albero sui bordi del 
lago Lemano, lo scia­bor­dio dell’acqua, il suono in presa diretta e la voce 
fuori-campo, i cambi di luce (stac­chi d’inquadratura sull’asse): il film con­
cen­tra un numero così alto di infor­ma­zioni nello spa­zio di una sin­gola 
inqua­dra­tura che diverse visioni non baste­reb­bero per coglierle tutte 
quante.
C’è qui, in que­sto film, tutto l’amore di Straub per Cézanne: l’
attenzione per il motif, la sua varia­zione atmo­sfe­rica. E tutto il feroce 
sar­ca­smo di Bar­rès (che non rispar­mia Goe­the e nep­pure Cha­teau­briand) 
emerge dalla re-citazione di Bar­bara Ulrich, così come l’aria dalla Can­tata 
«pro­fana» BWV 205 di Bach, Wie will ich lustig lachen, posta in chiu­sura del 
film, in un fram­mento ripro­po­sto di Cro­naca di Anna Mag­da­lena Bach.
Sia A 
pro­pos de Venise che Dia­lo­gue d’ombres accol­gono infatti al loro interno un 
fram­mento di Cro­naca di Anna Mag­da­lena Bach, come se Straub volesse porre 
in posi­zione dia­let­tica la sua stessa fil­mo­gra­fia. È un metodo di lavoro 
non nuovo, basti pen­sare a Cézanne, il quale al suo interno acco­glieva già La 
morte di Empe­do­cle (più la Madame Bovary di Renoir). Ma l’esempio più felice 
è sicu­ra­mente Pro­po­sta in quat­tro parti, rea­liz­zato da Straub e Huil­let 
nel 1985 per «La Magni­fica Osses­sione», pro­gramma di Rai Tre/Fuori Ora­rio. 
Una sorta di film-saggio che com­pren­deva al suo interno un film di Grif­fith 
(A Cor­ner in a Wheat) più estratti dai loro Mosè e Aronne, Fortini/Cani e 
Dalla nube alla resi­stenza. Kom­mu­ni­sten sem­bra nascere da una costola di 
quel lavoro.
Così quando le luci si spen­gono ci tro­viamo di fronte ad un film 
com­po­sto da un dia­logo estratto da Le Temps du Mépris di Mal­raux (1935), 
più fram­menti di Ope­rai, con­ta­dini (La spe­ranza), Troppo pre­sto, troppo 
tardi (Il popolo – lavo­ra­tori che escono dalla fab­brica a Il Cairo), 
Fortini/Cani (pano­ra­mi­che su Le Apuane), La morte di Empe­do­cle (il verde 
dell’utopia comu­ni­sta), Pec­cato nero (Nuovo mondo). Della novella di Mal­
raux, poco cono­sciuta, addi­rit­tura espunta dalle Oeu­vres com­plè­tes edi­
tate dalla Pléiade, ispi­rata pro­ba­bil­mente da Die Prü­fung: Roman aus einem 
Kon­zen­tra­tion­sla­ger, romanzo semi-biografico di Willy Bre­del, scrit­tore 
comu­ni­sta tede­sco, arre­stato da Hitler e sbat­tuto in un campo di con­cen­
tra­mento, Straub man­tiene la parte dell’interrogatorio (è lui l’inquisitore 
fuori-campo). Il risul­tato di que­sto mon­tag­gio dia­let­tico è una magni­
fica quanto feroce disa­mina del ‘900. Il cui giu­di­zio finale viene lasciato 
a Danièle Huil­let, con quel «Neue Welt?» höl­der­li­niano che chiude Pec­cato 
nero e – insieme – que­sto film.
Ritorna in mente quel Wie will ich lustig 
lachen di Bach. Il mondo, per Straub, non se la passa bene. Que­sto film è 
allora forse una pre­ghiera laica per un’utopia comu­ni­sta, sem­pre a venire.

singolarità qualunque

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mcsilvan_@libero.it | 19 Aug 14:20 2014
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R: I: Postuma o

credo che questo presunto modo di innnovare in filosofia sia a rischio di 
applicazione dell'articolo 661 del codice penale

http://www.brocardi.it/codice-penale/libro-terzo/titolo-i/capo-i/sezione-
i/art661.html

saluti!

mcs

[][][][]][
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rossana123@libero.it | 19 Aug 12:58 2014
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L’astrazione concreta di Louis Althus­ser

L'articolo finisce con "Forse que­sto manuale non ci dice dove andare, ma ci fa vedere da dove veniamo e dove siamo. Forse non è molto, ma è un inizio".

Dio bono, ma da quanti decenni siamo ancora all'inizio?

L’astrazione concreta di Louis Althus­ser. Saggi . Pubblicato lo scritto finora inedito di Louis Althusser su «Initiation à la philosophie pour les non-philosophes»

di Fabio Raimondi

Louis Althus­ser ha sem­pre voluto essere un filo­sofo comu­ni­sta, per­ché pen­sava, come scrisse Etienne Bali­bar molti anni orsono, che «la filo­so­fia non fosse, né più né meno, che poli­tica nella teo­ria» ossia, con le parole di Althus­ser, «lotta di classe nella teo­ria». La filo­so­fia, dun­que, come arma nella lotta di classe. Non l’unica, non la prin­ci­pale, ma la più effi­cace per com­bat­tere poli­ti­ca­mente nella teo­ria, cioè in un campo com­plesso for­mato dalle scienze, più o meno esatte, e dalle ideo­lo­gie.
Ma è dav­vero neces­sa­rio lot­tare nella teo­ria? Da que­sto inter­ro­ga­tivo parte il testo finora ine­dito, emerso dall’ampio lascito althus­se­riano (http://​www​.imec​-archi​ves​.com/​f​o​n​d​s​/​a​l​t​h​u​s​s​e​r​-​l​o​ u​is/) in parte ancora ine­splo­rato, Ini­tia­tion à la phi­lo­so­phie pour les non-philosophes (Puf, pp. 388, euro 21), gra­zie al lavoro di G.M. Gosh­ga­rian. Un «manuale», scritto all’incirca tra il 1976 e il 1978, e che, più che una mistica «ini­zia­zione», è un avvia­mento alla filo­so­fia e alla pra­tica filo­so­fica di Althus­ser, quindi alla sua idea di filo­so­fia fino alle soglie del cosid­detto «mate­ria­li­smo alea­to­rio» degli anni Ottanta del Nove­cento. Con­giun­ta­mente, è anche un avvia­mento tra i tanti pos­si­bili alla filo­so­fia in gene­rale. Scritto con un lin­guag­gio chiaro che non sacri­fica nulla alla com­ples­sità e alla radi­ca­lità della riflessione.
Il pri­mato della pratica
I due ful­cri del per­corso althus­se­riano sono i con­cetti di «astra­zione» e di «pra­tica», per­ché «ogni pra­tica spe­ci­fica fa astra­zione da tutto il resto della realtà per dedi­carsi alla tra­sfor­ma­zione di una parte della realtà»: l’esempio primo è il lin­guag­gio. Non solo, dun­que, la «pra­tica poli­tica mostra un rap­porto spe­ci­fico con l’astrazione», ma ogni pra­tica si fonda sul pro­cesso di astra­zione, che è una pra­tica tesa a modi­fi­care la realtà: «non c’è astra­zione senza l’esistenza del con­creto, ma gli uomini pos­sono avere rap­porti sociali col con­creto solo mediante le regole astratte del lin­guag­gio». Da ciò segue che esi­stono «un numero infi­nito di gesti astratti che sono legati a pra­ti­che con­crete».
Impor­tante, però, è che «l’astrazione non è la sepa­ra­zione di una parte appar­te­nente a un tutto con­creto», ma che essa «è legata al con­creto» ben­ché sia «altra cosa da una parte del con­creto», per­ché «aggiunge qual­che cosa al con­creto»: la «gene­ra­lità di un rap­porto» che «domina il con­creto a sua insa­puta e che lo costi­tui­sce in quanto tale». In altri ter­mini, esi­stono «due con­creti: quello non appro­priato social­mente e quello social­mente appro­priato, per­ché pro­dotto come con­creto dall’appropriazione» che l’uomo ne fa tra­mite il lin­guag­gio e le altre pra­ti­che sociali. Il ter­mine pra­tica, allora, «indica un rap­porto attivo col reale», ed essendo essa inner­vata di astra­zioni mostra che tutti gli esseri umani «sono dei teo­rici e non per­ché lo vogliano, ma per­ché par­lano». La teo­ria, dun­que, si trova al cuore di ogni pra­tica, resa pos­si­bile dalle astra­zioni che ci con­sen­tono di appro­priarci del reale per­ché con esse sta­bi­liamo rela­zioni tra le cose con­crete, rela­zioni che esse hanno senza saperlo.
Il pri­mato della pra­tica defi­ni­sce la posi­zione mate­ria­li­stica in filo­so­fia rispetto all’idealismo in un senso forte, per­ché «ogni pra­tica è sociale» e, dun­que, rin­via ai rap­porti sociali che la con­di­zio­nano e, al con­tempo, la ren­dono pos­si­bile. Nelle società clas­si­ste, que­sti rap­porti sono rap­porti tra le classi ossia rap­porti sta­bi­liti, sto­ri­ca­mente e, dun­que, in modo non lineare, dalla lotta tra le classi. Tutte le filo­so­fie, rico­no­scano aper­ta­mente o meno l’esistenza di que­sti rap­porti, vi sono immerse: la loro dif­fe­renza sta, però, nell’operazione che esse com­piono e che, anche se non lo dicono aper­ta­mente, è ine­vi­ta­bil­mente schie­rata con una delle classi in lotta.
Pro­du­zione del consenso
C’è però una linea di demar­ca­zione che, secondo Althus­ser, sovra­de­ter­mina tutte le altre: lo Stato, per­ché «c’è Stato solo nelle società di classe». Lo Stato, infatti, non è solo lo Stato-nazione, ma, come ave­vano già detto Marx e Lenin, ogni for­ma­zione poli­tica che detenga il potere ammi­ni­strando il con­fine tra pro­prie­tari dei mezzi di pro­du­zione e pro­prie­tari di sola forza lavoro: le mul­ti­na­zio­nali, ad esem­pio, sono Stato, anche se non appar­ten­gono a un solo Stato-nazione. Le filo­so­fie, allora, stanno con lo Stato e difen­dono l’ordine costi­tuito dalle classi al potere o con­tri­bui­scono a costruirlo, oppure lo com­bat­tono schie­ran­dosi con le classi sfrut­tate, per sosti­tuire un nuovo Stato al pre­ce­dente o per estin­guerlo. È qui che i discorsi sull’astrazione e sulla pra­tica, sulla filo­so­fia e sulla lotta di classe si con­giun­gono. Uno Stato, infatti, «non può assi­cu­rare la pro­pria durata usando solo la forza», per­ché ha biso­gno anche della «per­sua­sione», con la quale «incul­care le idee della classe domi­nante» e creare «con­senso». Ha biso­gno cioè dell’ideologia, di un sistema di idee che con­vinca gli indi­vi­dui a per­so­ni­fi­care certi ruoli sociali e ad accet­tare l’ordine che li genera in vista della pro­pria durata, per­ché un’ideologia «è un sistema di idee solo in quanto è un sistema di rap­porti sociali». È l’ordine costi­tuito o in via di costi­tu­zione, dun­que, che mira al fun­zio­na­li­smo e allo strut­tu­ra­li­smo inteso come immo­di­fi­ca­bi­lità dei ruoli sociali. L’indeterminatezza della lotta di classe (il vero nome dell’aleatorio), però, può scom­pa­gi­nare i desi­deri.
L’ideologia è il campo di bat­ta­glia pro­prio della filo­so­fia: è lì che essa inter­viene come arma di una delle classi in lotta, per­ché nes­suna scienza può farlo al suo posto. Essa, infatti, crea i qua­dri di com­pa­ti­bi­lità teo­rica tra le ideo­lo­gie, «locali» (indi­vi­duali) e «regio­nali» (col­let­tive), pro­prie dei mem­bri della classe domi­nante o della classe dominata.
Den­tro o fuori il governo
Com­pito di una «posi­zione mate­ria­li­stica in filo­so­fia» è for­nire i qua­dri teo­rici per uni­fi­care le ideo­lo­gie anta­go­ni­sti­che nel corso della lotta di classe. Non esi­stono, dun­que, solo le filo­so­fie acca­de­mi­che che si inse­gnano e si «rumi­nano» nelle uni­ver­sità, filo­so­fie auto­re­fe­ren­ziali che cre­dono di non avere un «fuori» (idea­li­smo), come qual­cuno super­fi­cial­mente o stru­men­tal­mente crede, ma ci sono anche filo­so­fie mate­ria­li­sti­che, ben con­sce del «fuori» che le con­di­ziona (i modi della pro­du­zione, le cono­scenze pre­gresse, la lotta di classe, l’inconscio) e che in esso pren­dono posi­zione per com­bat­tere con­tro lo Stato: non è, infatti, solo dicendo che lo Stato non c’è più che ci si trova, per­for­ma­ti­va­mente (ultima fron­tiera dell’idealismo), senza di esso: «que­sto punto è impor­tante, per­ché un par­tito comu­ni­sta non dovrebbe entrare nel governo di uno Stato bor­ghese, anche se que­sto governo è di “sini­stra”, uni­ta­rio e deciso a met­tere in opera riforme demo­cra­ti­che. Ma non dovrebbe nem­meno entrare in un governo della dit­ta­tura del pro­le­ta­riato, poi­ché la sua voca­zione ultima è gestire gli affari di uno Stato di cui deve pre­pa­rare la distru­zione, e se con­sa­cra tutte le sue forze a tale gestione non potrà con­tri­buire a distrug­gerlo. A nes­sun titolo, dun­que, un par­tito comu­ni­sta può tra­sfor­marsi in “par­tito di governo”, per­ché essere un “par­tito di governo” è essere un “par­tito di Stato”».
Forse que­sto manuale non ci dice dove andare, ma ci fa vedere da dove veniamo e dove siamo. Forse non è molto, ma è un inizio.


claudio.tullii1@alice.it | 19 Aug 10:32 2014
Picon

I: Postuma o


>----Messaggio originale----
>Da: claudio.tullii1 <at> alice.it
>Data: 19-ago-2014 
10.32
>A: 
>Ogg: Postuma o
>
>Cr*,
>
>Ricognizioni sul confine mobile tra 
l'*umano* e l'*animale*
>
>SCRITTO DA 
>ALESSANDRA PIGLIARU, IL MANIFESTO	 |	 
19 AGOSTO 2014	
>               
>
>Saggi. 
>"Così parlò il postumano" di 
Leonardo Caffo e Roberto Marchesini per Novalogos-
>Ortica editrice
>
>Che cos’
è il postu­mano? Quali sono le cate­go­rie che ci per­
>met­tono di coglierne l’
efficacia? E soprat­tutto in che modo ancora si gene­
>rano frain­ten­di­menti 
sull’opposizione al con­cetto di uma­nità? È il para­
>digma antro­po­cen­trico 
con tutto il suo carico ideo­lo­gico a essere messo in 
>discus­sione. In que­
sti anni molto è stato scritto e detto sul tema. A tal pro­
>po­sito certo non 
può sfug­gire il nome di Rosi Brai­dotti, le sue genea­lo­gie 
>cri­ti­che che 
par­tono da una col­lo­ca­zione fem­mi­ni­sta e teorico-politica 
>pre­cisa, 
sono le stesse car­to­gra­fie noma­di­che dello spa­zio con­tem­po­ra­
>neo. Il 
suo Postu­mano (recen­sito sulle pagine di que­sto gior­nale il 18 feb­
>braio 
2014) ci è utile allora per osser­varne le mappe, per­lu­strarle, e resti­

>tuirle alla com­ples­sità del pre­sente. Per il resto, anche un recente fasci­

>colo della rivi­sta aut aut (n° 361/2014), curato da Gio­vanni Leghissa e che 

>ospita nume­rosi saggi, si dedica alla «con­di­zione postu­mana». Ciò per 
dire 
>che, sep­pure con i dovuti distin­guo alle rela­tive impo­sta­zioni, il 
tema 
>del postu­mano gode oggi di una grande atten­zione.
>Occorre «par­tire 
da un 
>ripen­sa­mento gene­rale dell’ontologia come non più incen­trata su una 
visione 
>essen­zia­li­stica dell’individualità ma come dialogica-relazionale». 
È ciò che 
>rife­ri­sce Eleo­nora Adorni nella sua bella intro­du­zione ad un 
bril­lante 
>volu­metto scritto da Leo­nardo Caffo e Roberto Mar­che­sini, Così 
parlò il 
>postu­mano (Novalogos-Ortica edi­trice, pp. 142, euro 15). Si tratta 
di uno 
>scam­bio epi­sto­lare avve­nuto tra i due filo­sofi nell’ottobre 2013 
in tema 
>di ani­ma­lità e posthu­man. Le istanze sol­le­vate sono tut­ta­via 
mol­te­
>plici, al pari delle rispet­tive for­ma­zioni degli autori.
>Il postu­
mano è un 
>pano­rama com­po­sito che per Mar­che­sini, filo­sofo, eto­logo e 
diret­tore 
>del Cen­tro Studi Filo­so­fia Postu­ma­ni­sta e della Scuola di 
inte­ra­zione 
>Uomo-Animale, rap­pre­senta «il can­tiere filo­so­fico del XXI 
secolo». Rivi­
>sto il para­digma uma­ni­stico, occorre a espli­ci­tare appunto 
una pro­po­sta 
>postu­ma­ni­stica – non anti­u­ma­ni­stica. Per que­sto verso, 
è la stessa onto­
>lo­gia dialogica-relazionale a pre­ve­dere una nuova idea di 
alte­rità. Dun­que 
>non «altro-da-me» ma «altro-con-me». I viventi non-umani 
non costi­tui­scono 
>più ele­menti di cui ser­virsi (leg­gasi sfrut­tare, tor­
tu­rare, ucci­dere) né 
>il riflesso delle nostre più oscure ango­sce. Secondo 
Caffo, mem­bro del Labo­
>ra­to­rio di Onto­lo­gia e Asso­ciate Fel­lows dell’
Oxford Cen­tre for Ani­mal 
>Ethics, «ai lati oppo­sti della base trian­go­lare 
che è la que­stione ani­
>male, col­le­gati da una corda costan­te­mente tesa, 
giac­ciono la filo­so­fia 
>dell’animalità e il postu­mano. Le due domande 
“cosa signi­fica essere un ani­
>male?” e “quale uma­nità è pos­si­bile con­ce­
pire, attra­verso l’animalità?”, 
>sono intrin­se­ca­mente con­nesse». Per 
Caffo e Mar­che­sini anche la visione 
>dell’antispecismo ha delle dif­fe­
renze; se infatti il primo opta per una posi­
>zione di anti­spe­ci­smo chia­
mato «debole» in cui cerca di capire come poter 
>comin­ciare a libe­rare gli 
ani­mali dalla morsa esi­ziale in cui sono stati 
>rin­chiusi, il secondo pro­
pone un anti­spe­ci­smo postu­ma­ni­sta in cui si 
>possa lavo­rare allo scar­
di­na­mento della cen­tra­lità dell’uomo – prima 
>causa di ogni spe­ci­smo. La 
discus­sione non è tut­ta­via sulla que­stione ani­
>male quanto su quella 
umana par­tendo da una ricon­si­de­ra­zione del para­
>digma uma­ni­stico che 
fac­cia arri­vare a una nuova cul­tura della techne.
>Il 
>con­fronto è l’
occasione per dare conto di alcuni punti: intanto si porta 
>avanti il discorso 
di un pos­si­bile qua­dro di ibri­da­zione tra i viventi – 
>lad­dove per ibri­
da­zione non si inten­dono le comu­nanze filo­ge­ne­ti­che ma 
>la pos­si­bi­
lità di nuove dimen­sioni esi­sten­ziali. Tali spazi sono dun­que 
>incar­nati 
e si fanno nar­ra­zioni essi stessi di corpi sot­tratti alla disto­
>pia? Anche 
se già con­ta­mi­nato, per Caffo e Mar­che­sini ogni vivente si 
>distin­gue; 
resta diverso da ogni altro e pure da se stesso. La rifles­sione è 
>anche 
sulla scrit­tura e sul com­pito effet­tivo o pre­sunto della filo­so­fia. 

>Solo così le dif­fe­renze si fanno largo; al pari delle idee, anch’esse sono 

>inter­se­zioni. Caffo e Mar­che­sini ne mostrano il segno lungo lo stesso 
ince­
>dere della con­ver­sa­zione. Dalla let­te­ra­tura all’arte e il cinema, 

>potranno appa­rire Orwell, Cat­te­lan, Buñuel ma anche Der­rida e Agam­ben.
>

>Nello spa­zio postu­mano si viene a mostrare dun­que un’altra uma­nità: «Rico­

>no­scere l’altro evi­tando la mar­ca­tura e le cesoie, que­sto è il gra­voso 

>com­pito che ci si deve porre se vogliamo uscire dal mondo car­te­siano, che 
si 
>pre­senta sem­pre anche se con abiti differenti>>.
>
>singolarità 
qualunque
>

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

Giuseppe Allegri | 18 Aug 15:59 2014
Picon

Fwd: [Radical-europe] Aug 18, 23:59 | 200.000 times thank you for your support!



Car <at> ,
giro da altra lista, ancora in tempo per sottoscrivere la campagna sul media pluralism, con ICE...
p



ultime ore per firmare l'iniziativa dei cittadini europei per la libertà sui media su www.mediainitiative.eu

Nicola

Today, Aug 18, 23:59


We thank you for your support, for following, sharing and signing this European Citizen's Initiative for Media Pluralism!


True, it is not yet 23:59, and our time is not yet up, but the end of our initiative is now rapidly approaching. We only have another 9 hours on the clock.

Since Aug 19, 2013 we have mobilised European citizen's in defense of their fundamental right to free and pluralistic information. We have organised meetings, panels, and pan-European demonstrations. We were present at conferences, political rally's, on squares and in parks. Our aim was, and will remain, to make sure that requests for help will be heard in the institutions in Brussels, and that violations of press freedom in EU member states will not remain unnoticed!
 
BULGARIA
In Bulgaria the overlap between economic, political and media power was the main focus of the campaign. And Dylian Peevski. Of course. A lot of Peevski.

 
CYPRUS
In Cyprus our campaigners have been active at events and on the streets to collect heaps and heaps of paper signatures.

 
ENGLAND
In England we campaigned against monopolisation and
culture of mutual interest between the press, senior politicians​ and police in the UK - See more at: http://www.mediainitiative.eu/website/the-uk-media-factory/#sthash.rMJQKTgb.dpuf
the culture of mutual interests between the press and senior politicians, and for fair and balanced representations in the media.

 
GERMANY
In Germany we called for solidarity, and printed multiple issues of the 'Freie Medien Kurier', a special newspaper spread at demonstrations in support of press freedom in Bulgaria and Hungary.

 
HUNGARY
In Hungary, a country where press freedom is under continued pressure, we received great creative output from a poetry slam: Sajtószabadság slam!

 
ITALY
In Italy, besides many other campaigns, we made a bit of fun of Berlusconi's conviction and social service: #Affidateloanoi! Let him work for us!

 
THE NETHERLANDS
We were invited to the International Day for Press Freedom on May 3rd, and a debate organised by ProDemos. To raise attention we started a signature selfie campaign.

 
SLOVENIA
In Ljubljana the citizen's initiative was really about citizens as our campaigners picked up a camera and asked people on the street what they think about press freedom.
 

Every campaigner, and every volunteer that worked on the European Initiative for Media Pluralism gave everything he/she had, and we are proud of our results. Today at 23:59 we will probably have around 200.000 signatures. That are 200.000 European citizen's that joined our campaign for press freedom and media pluralism! In every European country we called upon citizens to sign the initiative, and in every European country citizens responded.

In appreciation of all the work our campaigners did, I have one last request: please visit our Facebook page or Twitter stream and share our messages for press freedom one last time! Perhaps we can make it beyond 200.000 still...

On behalf of all campaigners and volunteers,

 
200.000 times thank you for your support!


Hilde van Meegdenburg
--
ps. press freedom and media pluralism are fundamental rights, rights that are worth defending. As European Initiative for Media Pluralism we will continue our fight for these fundamental rights. In the near future we will inform you about our next steps, and how we will ensure that press freedom remains high on the European political agenda. All you have to do is stay on this email list, and we will know where to find you.
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