rossana123@libero.it | 25 Oct 14:08 2014
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I sogni infranti dei free lance

Terre promesse. Secondo appuntamento sul lavoro gratuito. L’attenzione è rivolta alle case editrici e ai media. Tra stagisti, precarietà diffusa, mobbing e ricatti la ricerca di uno status intellettuale che prevede la rinuncia di un salario e della propria libertà

Tra cam­bia­men­tie­po­cali della pro­du­zione, nuove tec­no­lo­gie e sistemi digi­tali, declino della carta stam­pata e un’espansione del ruolo di inter­net che nes­suno sem­bra capire né gover­nare, la pre­ca­rietà è diven­tata pro­gres­si­va­mente la forma «nor­male» dell’organizzazione del lavoro con­tem­po­ra­neo nelle reda­zioni di case e ditrici e giornali.

La crisi eco­no­mica, inne­ga­bile nei numeri che pie­gano verso il basso le dif­fu­sioni di quo­ti­diani e perio­dici e gli indici di ven­dita dei libri non­ché i ricavi pub­bli­ci­tari, è stata subito tra­sfor­mata in una coster­nata gia­cu­la­to­ria da tutti i grandi e pic­coli edi­tori per pro­ce­dere alle grandi puli­zie della fine del primo decen­nio degli anni 00. Evo­cando con­ti­nua­mente la neces­sità di pro­ce­dere a un «serio svi­luppo web» e non mai ben defi­niti «nuovi pro­getti», le dire­zioni azien­dali hanno fatto ricorso ai «tagli del per­so­nale», con mille posti di lavoro persi tra i gior­na­li­sti solo nel 2013 e 3mila in cin­que anni che, per una cate­go­ria molto pic­cola (20mila circa i pro­fes­sio­ni­sti attivi), signi­fica una ridu­zione del 15 per cento in quat­tro anni (i dati ven­gono dallo Inpgi, l’istituto di pre­vi­denza dei gior­na­li­sti ita­liani). La Fede­ra­zione nazio­nale della stampa ha siglato tutti gli stati di crisi (60 solo in Lom­bar­dia nel 2012), con varia­zioni adatte a ogni tipo di per­ver­sione dato­riale: pre­pen­sio­na­menti, cassa inte­gra­zione, con­tratti di soli­da­rietà, ces­sioni di ramo d’azienda, incen­tivi all’esodo. Nei grandi gruppi, in signi­fi­ca­tiva con­tro­ten­denza con le bat­ta­glie del pas­sato, gli accordi con­ten­gono anche clau­sole di «resti­tu­zione», vale a dire di rinun­cia a tutto o parte degli inte­gra­tivi eco­no­mici (accordi di secondo livello), die­tro la pro­messa del sal­va­tag­gio dei posti di lavoro. In più occa­sioni, i com­pensi dei col­la­bo­ra­tori sono stati ridotti. La crisi viene pagata tutta dai giornalisti.

Caduta del compenso

Nel con­tempo, il numero dei pra­ti­canti nei quo­ti­diani, cioè dei gio­vani che dovreb­bero garan­tire il ricam­bio gene­ra­zio­nale nelle reda­zioni, è più che dimez­zato (da 173 a 75 nel 2014, fonte Fieg). Men­tre i più anziani veni­vano pre­pen­sio­nati o espulsi, i venti-trentenni si inse­ri­vano con con­tratti sem­pre più pre­cari, sot­to­pa­gati o non pagati affatto. Silen­zio­sa­mente, dimen­ti­cati da tutti, i pre­cari sono esplosi: dal 2000 al 2009 i gior­na­li­sti free­lance aumen­tano del 208 per cento (dati Inpgi e Ordine nazio­nale dei gior­na­li­sti) supe­rando i gior­na­li­sti assunti ex art.1 (circa 23.000 con­tro 20.000 nel 2009, secondo quanto afferma Pino Rea ne Gior­na­li­smo: il lato emerso della pro­fes­sione, Una ricerca sulle con­di­zioni dei gior­na­li­sti, Sim­pli­cis­si­mus book farm). Più della metà di loro (55,2 per cento) denun­cia un red­dito annuo infe­riore a 5mila euro lordi.

Non va meglio tra i redat­tori edi­to­riali pre­cari che rap­pre­sen­tano addi­rit­tura il 50 per cento circa dei lavo­ra­tori delle reda­zioni delle case edi­trici. Tra pro­cessi di con­cen­tra­zione e di ester­na­liz­za­zione che hanno con­trad­di­stinto l’editoria dell’ultimo ven­ten­nio, un terzo delle figure pro­fes­sio­nali «esterne» che lavo­rano sta­bil­mente come «interne» nelle aziende, ma senza diritti, gua­da­gna meno di 900 euro lordi men­sili (Rere­pre, 2009).

Con­tem­po­ra­nea­mente, nel 2012 gli stage, pre­vi­sti obbli­ga­to­ria­mente dalle lau­ree trien­nali per tutte le facoltà, sono stati 425mila (Isfol e «Repub­blica degli sta­gi­sti» a par­tire da rile­va­zioni Union­ca­mere). Quasi un tiro­ci­nante su cin­que ha al suo attivo tre o più stage (18,9%). L’analisi di una breve serie sto­rica con­sente di notare una cre­scita costante dell’utilizzo di que­sto stru­mento, che di anno in anno rad­dop­pia il pro­prio trend di cre­scita da un lato, dimez­zando dall’altro la sua fun­zione pre­li­mi­nare all’ingresso nel mer­cato del lavoro.

Pos­siamo notare, in prima istanza, che la gene­ra­liz­za­zione della pre­ca­rietà, in un set­tore come quello edi­to­riale, è pro­get­tata espli­ci­ta­mente per gover­nare, ricat­tare, coman­dare, met­tere a tacere ogni ete­ro­dos­sia e con­tem­po­ra­nea­mente pagare di meno, deman­sio­nare, ab-usare il lavo­ra­tore, raf­fi­gu­rando con ciò, per­fet­ta­mente, un arche­tipo delle forme di domi­nio appli­cate dal bio­po­tere nel pre­sente. Da sem­pre spos­ses­sato da ogni tipo di pro­te­zione, tutela e diritto, il lavoro pre­ca­rio si pre­sta a subire adesso un secondo tipo di pas­sag­gio: quello verso il lavoro volon­ta­rio. La pre­ca­riz­za­zione del set­tore è stata cioè pro­pe­deu­tica alla pro­gres­siva «deva­lo­riz­za­zione» del lavoro che a sua volta pre­lude il modello del lavoro gra­tuito, nuova idea­zione del presente.

Ari­sto­cra­tici e precari

I com­pensi dei free­lance, senza alcun tipo di argine in ter­mini di sala­rio minimo, ora­rio, obbli­ghi per i datori di lavoro, garan­zie di ammor­tiz­za­tori sociali, tra­col­lano verso l’abisso dell’assenza di com­penso per la pre­sta­zione, con paga­menti di due euro per una noti­zia, di nove per un ser­vi­zio (Poli­gra­fici edi­to­riale, Edi­to­riale l’Espresso). Sull’online val­gono due o quat­tro euro. Si può arri­vare in taluni gruppi edi­to­riali a 18–20 euro lordi (Vogue, Il Mes­sag­gero, la Gaz­zetta dello Sport) a seconda della lun­ghezza del pezzo. Per mise­rie così, i paga­menti slit­tano anche oltre i 120 giorni dopo la pub­bli­ca­zione. Nel 2013 Mon­da­dori ha richie­sto ai pro­pri col­la­bo­ra­tori di ricon­se­gnare il 5 per cento dei com­pensi che ave­vano rice­vuto nell’arco dell’anno. «Richie­sta irri­tuale» e al con­tempo minac­ciosa: «è in corso una rigo­rosa sele­zione dei partner».

La respon­sa­bi­lità col­let­tiva in tutto que­sto pro­cesso è enorme. Oltre alle imprese sono impli­ca­ti­gli attori cosid­detti isti­tu­zio­nali, governi e sin­da­cati, che hanno lasciato che ciò si svi­lup­passe arri­vando fino alla sup­pu­ra­zione della legge For­nero e del Jobs Act. Non vanno dimen­ti­cati i diret­tori di testata, i diret­tori edi­to­riali, di col­lana, gli edi­tor né i col­le­ghi a tempo inde­ter­mi­nato. Con­vinti di far parte di una moderna ari­sto­cra­zia del lavoro, sono i primi a svi­lup­pare tec­ni­che di mob­bing e di sfrut­ta­mento dei pre­cari, cer­cando di sca­ri­care su di loro i costi delle ristrut­tu­ra­zioni d’azienda o, più pro­sai­ca­mente, il lavoro quo­ti­diano di fine gior­nata.
Fra­gili, nella fram­men­ta­zione e nella indi­vi­dua­liz­za­zione dei rap­porti, unici respon­sa­bili di se stessi poi­ché la col­let­ti­vità voga in senso inverso, i pre­cari hanno evi­den­te­mente ade­guato il pro­prio modo di agire e di sen­tire agli impe­ra­tivi del pre­sente. Potenza della capa­cità di adat­ta­mento umana, adde­strata dar­wi­nia­na­mente dalla tv, dai master uni­ver­si­tari, dal mar­ke­ting, attra­verso le parole crea­ti­vità, merito e autorealizzazione.

Il gio­vane gior­na­li­sta si ripaga con il fatto che il giorno dopo leg­gerà il pro­prio nome in cima a un pezzo, anche se è solo un sem­plice sta­gi­sta, con un pic­colo rim­borso spese quando va bene. Viene con­vinto che occor­rono doti che, forse, hanno una natura innata. Riven­dica la pro­pria fun­zione, assorbe goc­cia a goc­cia l’etica pro­fes­sio­na­li­sta. Voca­zione, destino e capa­cità che non sono da tutti deb­bono coniu­garsi con la forza di volontà, deter­mi­nante per arri­vare al suc­cesso. Per cui, è neces­sa­rio accet­tare gli stage e non stan­carsi di lavo­rare, la stan­chezza delle ore pas­sate in reda­zione non si deve far sentire.

Non serve alte­ri­gia nell’analizzare que­sti pro­cessi che oggi toc­cano, con gra­da­zioni diverse, cia­scuno e cia­scuna di noi. L’arsenale discor­sivo del potere spinge sulla costru­zione di una figura agile e dina­mica che mette a valore il pro­prio capi­tale umano, pro­pa­gan­dando un modello di disoc­cu­pa­zione pro­dut­tiva utile alla dif­fu­sione di forme di lavoro non sala­riate. Un modello di lavoro iper­fles­si­bile, nel quale il sin­golo si assume inte­ra­mente il rischio d’impresa, essendo l’unico respon­sa­bile della man­cata ripar­ti­zione della ric­chezza sociale. La dimen­sione bio­po­li­tica dell’ideologia dell’autoimprenditorialità che mira a pro­porsi come aspi­ra­zione di vita e forma della sog­get­ti­vità, ammette anche il lavoro volon­ta­rio e gra­tuito come parte inte­grante del pro­getto di eman­ci­pa­zione del sog­getto che avrà, den­tro que­sta dimen­sione, un’ulteriore pos­si­bi­lità di veri­fi­care e di met­tere alla prova i pro­pri talenti e la pro­pria passione.

Offerte al ribasso

Non vi sono reali spazi di auto­no­mia e crea­ti­vità rispetto al pro­cesso pro­dut­tivo ma soprat­tutto non è data la pos­si­bi­lità di deci­dere gli obiet­tivi da rag­giun­gere o di con­trat­tare le con­di­zioni lavo­ra­tive. E tut­ta­via è, appa­ren­te­mente, il sog­getto che decide di darsi, «in modo per­so­nale, spon­ta­neo e gra­tuito». La gene­ra­liz­za­zione della pre­ca­rie­tà­sor­ti­sce l’effetto di sca­ri­care sul lavo­ra­tore tutta la gestione del rischio, com­presa la respon­sa­bi­lità dell’eventuale fal­li­mento nel rag­giun­gi­mento degli obiet­tivi, men­tre la crisi genera la nor­ma­liz­za­zione di aspet­ta­tive costan­te­mente decre­scenti e fini­sce per far accet­tare le offerte al ribasso.

Il sog­getto, immerso nella con­di­zione pre­ca­ria, ulte­rior­mente declas­sata dalla crisi, si con­se­gna al lavoro che oggi può assu­mere lo «sta­tuto» di lavoro gra­tuito. Le con­di­zioni in cui il lavoro pre­ca­rio viene ero­gato nelle case edi­trici sono tali da ren­dere dif­fi­col­tosa la sot­tra­zione e tan­gi­bile la man­canza di alter­na­tive con­crete. La mag­gio­ranza dei free­lance ha ben chiara l’ingiustizia cui è costretto a sot­to­porsi: vor­rebbe red­dito, in primo luogo, e diritti. Nelle case edi­trici, più che per sen­si­bi­lità e fidu­cia, ormai, nell’eterna pro­messa di una kno­w­ledge society libe­ra­to­ria sospinta dall’economia della pro­messa, si accetta di lavo­rare anche in regime di ten­den­ziale gra­tuità per non rima­nere tagliati fuori, per non strap­pare le costri­zioni di vin­coli rela­zio­nali den­tro rap­porti gerar­chici for­te­mente asim­me­trici, data la dif­fi­coltà a muo­versi in un set­tore paralizzato.

Una falsa libertà

La depo­li­ti­ciz­za­zione cre­scente di una fra­zione con­si­stente del lavoro con­tem­po­ra­neo va con­nessa poi alla rile­vanza assunta dalla nozione «libertà di scelta» neo­li­be­rale, una libertà nega­tiva che agi­sce in senso dia­me­tral­mente oppo­sto alla presa di coscienza poli­tica e alla ten­sione verso una reale auto­no­mia da parte delle sog­get­ti­vità. Va deco­struita, con­net­ten­dola alla fal­sità della pro­messa: sei libero solo di sce­gliere il fatto che in realtà sei com­ple­ta­mente schiavo.

Da qui anche la neces­sità di ripren­dere una cri­tica ser­rata al lavo­ri­smo che ha impre­gnato la nostra epoca. Va ricon­fi­gu­rato il nostro rap­porto con il lavoro, riget­tando l’idea del lavoro come un dono, che perde di vista il con­cetto dello scam­bio, del rap­porto gerar­chico, dello sfrut­ta­mento, del pro­fitto che ci sta die­tro. Il «lavoro di cit­ta­di­nanza» ha già fatto troppi danni, finendo per assume un valore in sé, pre­ten­dendo per­ciò di svin­co­larsi, pro­gres­si­va­mente, dalla retri­bu­zione, sin­tomo ed effetto insieme della crisi della misura del valore interna al lavoro con­tem­po­ra­neo. Di fatto una trap­pola, una trap­pola della pre­ca­rietà e dell’autosfruttamento fine a se stesso.

Impa­rare a disimparare

Ovvia­mente c’è il tema del red­dito che non viene mai seria­mente preso in con­si­de­ra­zione per motivi poli­tici e meno che mai da parte sin­da­cale. Forte dello stru­mento del red­dito la «nuova classe peri­co­losa», per usare la defi­ni­zione dello stu­dioso Guy Stan­ding, usci­rebbe dall’oscurità del con­trollo totale nella quale è stata rele­gata. Ciò che oggi è ansia e depres­sione, mugu­gno e avvi­li­mento, potrebbe tra­sfor­marsi in un deto­na­tore di nuovi salu­bri con­flitti e soprat­tutto in un ottimo stru­mento di tutela, capace di respin­ge­rele pro­po­ste inde­centi che si vanno mol­ti­pli­cando in que­sta fase in cui il lavoro è per­dente. Si bloc­che­rebbe così il lavoro inde­cente in un paese privo di una seria poli­tica eco­no­mica e con un capi­ta­li­smo cogni­tivo inca­pace e amo­rale che ha costruito le pro­prie labili strut­ture esclu­si­va­mente sull’economia della pro­messa e sulle atti­tu­dini degli uomini e delle donne di buona volontà, come se il lavoro fosse senza fini di lucro.

Biso­gna, per­ciò, prima di tutto disim­pa­rare. Disim­pa­rare lin­guaggi e obiet­tivi. Por­tare altrove la pas­sione e il desi­de­rio e svi­lup­pare forme di «resi­lienza» sui luo­ghi di lavoro in modo intel­li­gente piut­to­sto che pie­garsi all’illusione che la «schia­vitù» con­venga. Il lavoro, bene o male, non è più in grado di ren­derci liberi e libere, al con­tra­rio. Non con­sente eman­ci­pa­zioni, né godi­menti e adesso, in modo incre­di­bil­mente ossi­mo­rico, nep­pure retri­bu­zione. Il lavoro cogni­tivo, oggi degra­dato attra­verso pro­po­ste di lavoro non remu­ne­rate e da pro­ce­dure sem­pre più prive di senso, non deve, innan­zi­tutto, rimet­tere in discus­sione la scis­sione successo-fallimento, reim­po­stando la ricerca della pro­pria feli­cità all’interno di un nuovo uni­verso, fatto non di pro­messe di car­riera (quali? dove?) ma di rela­zioni incar­nate e micro-politiche resistenziali?

2) con­ti­nua. Il pre­ce­dente arti­colo è stato pub­bli­cato il 22 otto­bre http://​ilma​ni​fe​sto​.info/​l​e​c​o​n​o​m​i​a​-​p​o​l​i​t​i​c​a​-​d​e​l​l​a​-​p​r​o​m​e​s​sa/

rossana123@libero.it | 25 Oct 08:38 2014
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R: Re: R: L’economia politica della promessa


"ciao, ti rispondo con un enigmatico e splendido aforisma di Camus: "Il bello, dice NNietzsche dopo Stendhal, è una promessa di felicità. Ma se non è già la felicità che cosa può promettere?".

la bellezza ci sarebbe stata ieri al convegno "FREE AND UNPAID WORK,GRATUITY, COLLABORATIVE ACTIVITY AND PRECARIOUSNESS: Processes of Subjectivity in the Age of Digital Production

se fossero apparse delle scritte "non vogliamo sociologi" perchè dire "sociologo" è un insulto da lanciare anche "all' arbitro se la partita di calcio andava male".  Queste scritte apparivano anni e anni fa...............

Ti pare possibile che un libro che descrive aria fritta sul lavoro precario e gratuito, raccontata da chi ha partecipato e relazionato al convegno di ieri, costi 24.50 euro?

da Franco Angeli: la passione delle conoscenze

Gli articoli devono essere accompagnati da una lettera di liberatoria (allegata a queste norme)in cui l’autore concede alla Direzione della rivista l’esercizio esclusivo di tutti i diritti di sfruttamento economico sul’articolo, senza limiti di spazio ed entro i limiti temporali massimi riconosciuti dalla normativa vigente (attualmente 20 anni) e con tutte le modalità e le tecnologie attualmente esistenti e/o in futuro sviluppate....

http://www.francoangeli.it/riviste/NR/Sl-norme.pdf

Giuseppe Allegri | 23 Oct 15:41 2014
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Breve recensione per domani <at> Sala Poeti - Strada Maggiore 45, h 9,30-18 LAVORO GRATUITO COME NUOVA FABBRICA DI SOGGETTIVITÀ

car <at> ,
in vista dell'incontro di domani giro una breve segnalazione-presentazione della rivista in questione:
http://furiacervelli.blogspot.it/2014/10/se-il-lavoro-lo-regalo-farei-il.html

un abbraccio,
peppe


http://www.sde.unibo.it/it/eventi/fffcfree-and-unpaid-work-gratuity-collaborative-activity-and-precariousness

FREE AND UNPAID WORK,GRATUITY, COLLABORATIVE ACTIVITY AND PRECARIOUSNESS

Processes of Subjectivity in the Age of Digital Production

24/10/2014 dalle 09:30 alle 19:00

Dove Sala Poeti - Strada Maggiore 45

Partecipanti PROGRAMMA
ore 9.30 - Saluti e benvenuto – Giovanni Pieretti (Direttore del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna) e Michele La Rosa (Direttore della Rivista Sociologia del lavoro)

Introduzione al tema dei lavori: Eran Fisher (via SKYPE)

Prima sessione - ore 10
LAVORO GRATUITO COME NUOVA FABBRICA DI SOGGETTIVITÀ [FREE AND UNPAID WORK AS NEW FACTORY OF SUBJECTIVITY]
Introduzione e coordinamento Federico Chicchi
- Mauro Turrini, Marco Savioli e Federico Chicchi - Soggettività intermittenti. Un’inchiesta sulla scomposizione del lavoro nell’ambito delle industrie creative
- Discussant: Antonella Corsani - discussione in aula
- Annalisa Murgia, Luca Zambelli e Maurizio Teli - Ai confini dei libri, tra passione e lavoro. Mettersi in rete per resistere alla precarietà
- Discussant: Cristina Morini – discussione in aula
- Salvatore Cominu e Kristin Carls - Lavoratori sociali, dal dono alla gratuità eterodiretta. Riflessioni ai margini di una mobilitazione di lavoratrici e lavoratori delle cooperative sociali
Discussant: Andrea Fumagalli - discussione in aula

PAUSA PRANZO

Seconda sessione - ore 14,30
- Marco Briziarelli (via SKYPE) - The Dialectics of Voluntariat 2.0: Producing Neoliberal Subjectivity through Facebook
- Anna Cossetta e Sergio Labate – Il lavoro gratuito in rete: tra paradossi del dono e del riconoscimento
Discussant: Maurizio Teli - discussione in aula
Conclusioni e rilanci Emiliana Armano

PAUSA CAFFÈ

Ore 16,30 – CAPITALISMO E CRISI: DEBITO, LAVORO GRATUITO, PRECARIETÀ [CAPITALISM AND CRISIS: DEBT, FREE WORK, PRECARIOUSNESS]
Introducono e coordinano Elisabetta Risi ed Emanuele Leonardi
Intervengono: Andrew Ross, Sergio Bologna [interviene a video], Christian Marazzi
Conclusioni e rilanci: Beppe Allegri e Roberto Ciccarelli



Rattus Norvegicus | 22 Oct 22:13 2014
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R: L’economia politica della promessa


>  Marco Bascetta

Il testo di Bascetta coglie questioni importanti, 
non c'è dubbio. Ma ci sono diversi elementi che mi pare sfuggano alle 
maglie del suo ragionamento. Per esempio, non ci possiamo nascondere 
che gran parte dei tirocini gratuiti sono l'effetto di una cultura del 
welfare. E come tali sono perorati, sponsorizzati, promossi e resi 
operativi da aree che ruotano intorno alla sinistra, compresa quella 
radicale.

Non saprei come vanno le cose a manifestolibri, ma di 
editori alternativi che fanno docenze e assoldano tirocinanti aspiranti 
traduttori o writer ce ne sono a bizzeffe. La cosa è del tutto ovvia: 
in sistemi produttivi "concentrativi" come l'editoria le articolazioni 
marginali sopravvivono soltanto se si esibiscono in prestazioni davvero 
esemplari.

Basti pensare che un editore come Meltemi quando ha chiuso 
i battenti ha venduto tutti i diritti delle opere pubblicate a peso di 
carta da macero, per cifre, se non ricordo male, intorno ai 0,6 
centesimi a cartella. 

Quindi non è tanto un problema di prediche e 
razzolamenti, quanto di dimensioni reali del fenomeno che stiamo 
osservando. In realtà, se il meccanismo è quello che Bascetta indica, 
allora anche il suo ragionamento contiene una "promessa". Che si tratti 
di una promessa di conflitto, sul piano meramente logico, non impedisce 
ai suoi detrattori di descriverla come una particolare forma di 
"vendita di futuro".

Si badi: non è che qui si intende mettere in 
dubbio la buonafede di Bascetta o di altri, si tratta invece di 
comprendere che perfino uno come rattus, che ticchetta le sue 
sciocchezze su questa lista un po' desolata, fornisce qualche 
occasionale spunto, qualche "tartufo" a gente che prende lo stipendio. 
(E qui non ha molta importanza se costoro lavorino al manifesto 
piuttosto che alla digos o a google). 

Le considerazioni di Bascetta 
sul bisogno di appartenenza, sulla possibilità di rispondere senza 
vergogna al "di cosa ti occupi" sono sacrosante, ma ancora una volta 
vedono solo alcuni dei corni del problema. E forse non sono i corni più 
puntuti. Come la mettiamo con la soggettività ? Se rattus entrasse in 
sciopero e smettesse di inviare le sue idiozie a neurogreen e di 
sghignazzare cinicamente quando una giornalista del corriere della sera 
fa copia e incolla di alcune righe di un suo testo, questo farebbe di 
lui automaticamente un potenziale rivoluzionario ?

Può darsi che io 
confonda, a differenza di Bascetta, lavoro gratuito "consapevole"
e 
lavoro gratuito "inconsapevole". Ma il punto è che questa distinzione 
non tiene poi così tanto. Noi siamo sempre in prima fila quando si 
tratta di vantarci di amare la cultura in generale, di avere 
sensibilità naturale e istintiva per la grande letteratura e per le 
arti, le lingue, le filosofie e i dialetti, la cucina e la musica 
popolare.
Il nostro - beninteso - è un amore gratuito e disinteressato. 
Bene, ma allora il godimento stesso che ci arreca la cultura deve 
essere considerato lavoro ?
Poi: 
è così sorprendente se il nostro 
narcisismo raggiunge il sublime e proviamo autentico godimento quando 
qualcuno  promette di pagarci proprio perché, imbevuti di illusioni di 
questo genere, riusciamo a scrivere qualcosa di decente ?
O questo è un 
diritto che tocca solo a Bascetta ?

Quando Microsoft mandò una squadra 
di sociologi e psicologi a fare indagini sulle motivazioni che 
spingevano i programmatori a scrivere codice in software libero. Questi 
"esperti" tornarono da Bill con una trentina di pagine centrate sul 
concetto di "Ego Gratification". La pura gratificazione dell'Io, 
secondo questi studiosi, era all'origine di questo strano fenomeno. 

Un po' di anni fa mi facevo grandi risate e spernacchiavo alla grande 
gli esperti Microsoft e le loro teorie sull'ego gratification. Avevo le 
mie ragioni: nel comportamento dei programmatori GNU/Linux vedevo anche 
qualcosa d'altro, un neocumunitarismo, l'annuncio di una "comunità che 
viene".

Oggi, reduce da faticosi "corpo a corpo" con concetti come 
quello di identità, mi rendo conto che né gli esperti Microsoft né 
Bascetta hanno torto. La gratificazione dell'Io conta, come no ! Ma se 
ne può fare a meno ?

Quando mi è toccato fare l'insegnante in corsi di 
formazione professionale, non riuscivo a raccontare balle troppo grosse 
sulla questione del lavoro. Non mi sembrava onesto. Lavoro poco e male 
io, perché dovrei insegnarvi a lavorare ?
Anche in tempi piuttosto 
recenti, dopo aver letto fino in fondo la definizione tecnica di 
"Master Universitario" ho deciso di cessare le poche ore di lezione che 
tenevo annualmente presso un corso universitario che portava quel nome 
lì. Se il master deve specializzare il laureato nel lavoro, allora io 
non ho proprio il diritto di insegnare in un corso del genere. 

Ma al 
di là dei fatterelli personali: ho sempre sostenuto l'idea, che cerco 
anche di praticare, che la risposta non è nel rifiuto del lavoro, ma 
nell'organizzazione di un lavoro antagonista. Se fosse antagonista il 
lavoro gratuito potrebbe generare conflitto. Per questo il copyleft ha 
sempre esercitato su di me un fascino enorme: per la sua capacità di 
ribaltare il piano. Dove c'era il diritto d'autore c'è il diritto di 
rilasciare copia. Non male, no?

Buonaserata

R.

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 22 Oct 16:45 2014
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L’economia politica della promessa

Il lavoro gratuito è uno dei pilastri che consente l’accumulo di profitti e rendite nell’università, nei media, nell’editoria. Tutto in cambio del miraggio di un futuro migliore. Il primo di una serie di articoli su questa sempre più diffusa forma di lavoro

Tra la poli­tica e la pro­messa vi è un rap­porto di imme­diata con­ti­guità quando non di pura e sem­plice sovrap­po­si­zione. Un pro­gramma poli­tico, nel cre­pu­scolo della rap­pre­sen­tanza e nella sta­gione del lea­de­ri­smo ram­pante, non è in fondo altro che una sequenza di pro­messe dispo­ste lungo un per­corso che dovrebbe con­durre alla loro rea­liz­za­zione. Ma se ci spo­stiamo sul ter­reno dell’economia, man­te­nen­doci fedeli ai suoi prin­cipi, è un’altra dimen­sione a occu­pare il cen­tro della scena: quella della scom­messa, della pre­vi­sione sul futuro. Un’attesa di gua­da­gno, di espan­sione, di cre­scita che com­porta però una buona dose di azzardo. Un rischio che cor­ri­sponde a un valore. Quanto mag­giore è il rischio tanto mag­giore sarà il gua­da­gno se le cose doves­sero andare per il verso giu­sto. È in rife­ri­mento a que­sta dimen­sione, svi­lup­pata oltre­mi­sura dal capi­ta­li­smo finan­zia­rio, che è stata coniata l’espressione capitalismo-casinò.
Anche se, con­tra­ria­mente a quanto accade nelle case da gioco, a pagare la «mala­sorte» e ad accu­mu­lare i gua­da­gni rara­mente saranno le stesse per­sone. Tut­ta­via, quando la scom­messa eco­no­mica viene spesa sul mer­cato poli­tico pre­fi­gu­rando la ricon­qui­sta della «com­pe­ti­ti­vità» e del benes­sere, il rilan­cio dell’occupazione, dei con­sumi e dei red­diti, si ritorna per via diretta al lin­guag­gio della pro­messa. Le incer­tezze dell’azzardo scom­pa­iono d’incanto per lasciar posto alla ras­si­cu­rante sicu­mera della poli­tica, imper­mea­bile a qual­si­vo­glia indi­ca­tore nega­tivo. L’ottimismo è un dovere patriot­tico anche se non sem­pre con­di­viso dai mer­cati. Come che sia, in poli­tica così come in eco­no­mia, la pro­messa agi­sce da fat­tore pro­dut­tivo di con­sensi, di inve­sti­menti o di entrambi. La ven­dita del futuro rende denaro immediato.

Oltre la ser­vitù volontaria

Quello che ora ci inte­ressa esa­mi­nare è come la pro­messa, o la scom­messa masche­rata da pro­messa, ven­gano spese oggi sul mer­cato del lavoro. Tanto mas­sic­cia­mente da con­fi­gu­rare una vera e pro­pria «eco­no­mia poli­tica della pro­messa». Chia­riamo subito il punto cen­trale: la pro­messa è il sala­rio del lavoro gra­tuito. E il lavoro gra­tuito, o semi­gra­tuito, è oggi una forza pro­dut­tiva irri­nun­cia­bile nel pro­cesso di valo­riz­za­zione, nell’incremento dei pro­fitti e delle ren­dite. Non­ché, più in gene­rale, nella pro­du­zione di ric­chezza eco­no­mica ed extrae­co­no­mica nelle società avan­zate. È que­sto appa­rente rap­porto di «scam­bio» che distin­gue net­ta­mente il lavoro gra­tuito con­tem­po­ra­neo da qual­siasi forma di «ser­vitù volon­ta­ria». Si tratta di una mac­china pro­dut­tiva com­plessa, un’articolazione di fat­tori mate­riali e imma­te­riali, ideo­lo­gici e orga­niz­za­tivi di diversa natura. Una realtà che con­verrà esa­mi­nare nelle sue diverse com­po­nenti per com­pren­derne la potenza e la per­va­si­vità.
Una prima grande par­ti­zione è quella tra il lavoro gra­tuito con­sa­pe­vole e quello incon­sa­pe­vole. Tra quando sap­piamo di essere messi al lavoro e quando pro­du­ciamo per altri dedi­can­doci alle nostre usuali atti­vità sociali, rela­zio­nali e per­fino ricrea­tive: inter­ve­nendo in un «social net­work», immet­tendo idee e infor­ma­zioni nella Rete o esco­gi­tando schemi e forme di inte­rat­ti­vità sociale. Ovvero, su un piano più diret­ta­mente mate­riale, quando tra­spor­tiamo e mon­tiamo un mobile Ikea for­nendo gra­tui­ta­mente alla mul­ti­na­zio­nale scan­di­nava logi­stica e lavoro ope­raio. È, insomma, la «vita messa al lavoro», la coo­pe­ra­zione sociale espro­priata di cui molto si è scritto e su cui qui non tor­ne­remo.
Il lavoro gra­tuito con­sa­pe­vole, che è l’oggetto spe­ci­fico della nostra inda­gine, può essere otte­nuto per diverse vie. La prima è quella della coa­zione, la seconda quella della pro­messa. Entrambe sono sot­to­po­ste, in mag­giore o minore misura, alla dimen­sione del ricatto. La coa­zione può essere eser­ci­tata in diverse forme, tutte, senza ecce­zione, in forte incre­mento. La prima si può rias­su­mere nel pas­sag­gio dal Wel­fare al cosìd­detto Work­fare. I disoc­cu­pati di lungo corso, per­cet­tori dei sus­sidi, ven­gono sostan­zial­mente costretti, pena la ridu­zione o per­dita dell’assegno, ad accet­tare un lavoro a sala­rio zero, o quasi zero, indi­pen­den­te­mente dalle loro qua­li­fi­che e dispo­si­zioni e dalle con­di­zioni, il più delle volte pes­sime, del lavoro «offerto». È la via imboc­cata con deci­sione, per esem­pio, dal governo tede­sco che pure qual­che risorsa rede­stri­bu­tiva la mette in gioco. Va da sè che que­sto lavoro coatto a costo quasi zero, aldilà dalle moti­va­zioni ideo­lo­gi­che che lo amman­tano, ser­virà a sosti­tuire un equi­va­lente volume di lavoro retri­buito con il risul­tato di otte­nere al prezzo di un mode­sto sus­si­dio la pro­dut­ti­vità di una forza lavoro che altri­menti risul­te­rebbe assai più costosa. Si tratta, insomma, di un incre­mento smi­su­rato del tasso di sfrut­ta­mento. A que­sto si aggiun­gono le ricor­renti pro­po­ste di restau­ra­zione del ser­vi­zio civile obbli­ga­to­rio con tutta la reto­rica pseu­do­so­li­da­ri­stica ed edu­ca­tiva che le accom­pa­gna. Non si tratta, in sostanza, che della ripro­po­si­zione moderna dell’antico isti­tuto della cor­vée.
Vi è poi lo ster­mi­nato ter­ri­to­rio della «for­ma­zione» che sem­pre più mas­sic­cia­mente include la costri­zione al lavoro. Sono in con­ti­nua espan­sione i tiro­cini obbli­ga­tori e gli sta­ges pre­vi­sti dai corsi di studi e dai più diversi per­corsi for­ma­tivi che, ben lungi dall’assicurare l’accesso al lavoro retri­buito, costi­tui­scono un bacino in perenne rin­no­va­mento di lavoro gra­tuito rigo­ro­sa­mente subor­di­nato. E come tale le aziende se ne sono sem­pre ser­vite e con­ti­nuano a ser­vir­sene, dedite più che alla tra­smis­sione di capa­cità, all’abbattimento di costo delle man­sioni più ele­men­tari. In que­sto ambito la «pro­messa» for­ma­tiva fa da alea­to­rio con­torno alla realtà quo­ti­diana della coazione.

Mec­ca­ni­smi di reclutamento

Veniamo, infine, all’economia della pro­messa vera e pro­pria che domina incon­tra­stata nei diversi ambiti del lavoro intel­let­tuale e delle sva­riate «inten­denze» che lo seguono. Non è un mistero che interi com­parti, come l’università, il gior­na­li­smo, l’editoria, la comu­ni­ca­zione chiu­de­reb­bero imme­dia­ta­mente i bat­tenti se non potes­sero fare ricorso a un enorme volume di lavoro gra­tuito o quasi gra­tuito. E altri com­parti, come quello della tutela e valo­riz­za­zione dei beni cul­tu­rali, stanno met­tendo a punto mec­ca­ni­smi di reclu­ta­mento di ope­ra­tori a sala­rio zero e magari con spese e assi­cu­ra­zioni a pro­prio carico in cam­bio dell’onore rice­vuto (vi è stata una pro­po­sta in que­sto senso del mini­stro Dario Fran­ce­schini, poi riti­rata).
Que­sta ero­ga­zione di lavoro è retri­buita con null’altro che con la pro­messa. Quest’ultima può essere sud­di­visa, sia pure un po’ sche­ma­ti­ca­mente, in pro­messa diretta e pro­messa indi­retta. La prima lascia intra­ve­dere al col­la­bo­ra­tore di lungo corso, in pre­mio alla sua dedi­zione e costanza, la remota pos­si­bi­lità di una qual­che con­trat­tua­liz­za­zione (quasi sem­pre a ter­mine). Alla fac­cia di tutta la reto­rica meri­to­cra­tica, e anzi sve­lan­done la vera natura, sarà chi resi­ste in «ser­vi­zio» un minuto di più dei suoi con­cor­renti a incas­sare la posta, quando e se mai ve ne sarà una in gioco. È stato que­sto il sistema asso­lu­ta­mente domi­nante nel mondo dell’università e in quello del gior­na­li­smo e dell’editoria. Tut­ta­via, di fronte al blocco gra­ni­tico del ricam­bio gene­ra­zio­nale e alla inces­sante ridu­zione delle risorse la pro­messa diretta ha pro­gres­si­va­mente perso di cre­di­bi­lità e di attrat­tiva. Soprav­vive, per­lo­più tra quanti sono stati tra­sfor­mati dall’eternità dell’attesa in veri e pro­pri «casi umani» più o meno dispe­rati.
La pro­messa indi­retta, invece, si gioca tutta intorno a una parola magica: la «visi­bi­lità». Fa dun­que leva su una delle paure più dif­fuse nelle società alta­mente indi­vi­dua­liz­zate e com­pe­ti­tive, quella dell’anonimato. Nel gior­na­li­smo, nell’editoria, nel mondo dello spet­ta­colo la com­parsa e la firma, elar­gite come una pre­zio­sis­sima ono­re­fi­cenza sono la con­sueta con­tro­par­tita del lavoro gra­tuito. Farsi cono­scere, esi­birsi, pub­bli­care, costi­tui­scono la pro­messa di future occa­sioni e un cer­ti­fi­cato di esi­stenza in vita (sociale). Chi eser­cita il con­trollo su un qual­siasi luogo della «visi­bi­lità» può disporre di un bacino ine­sau­ri­bile di lavoro a costo zero dal quale trarre pro­fitto. Non è certo que­sta una novità, ma la dif­fe­renza con­si­ste nel fatto che que­sto bacino non rap­pre­senta ormai un «di più», un inve­sti­mento sul futuro, un mec­ca­ni­smo di sele­zione, un pas­sag­gio tran­si­to­rio, una risorsa mar­gi­nale, ma l’ingranaggio impre­scin­di­bile dell’intera mac­china pro­dut­tiva e lo stru­mento deci­sivo per abbat­tere i costi e ricat­tare il lavoro a vario titolo retri­buito, se non per sosti­tuirlo diret­ta­mente. Si sba­glie­rebbe, tut­ta­via, ad attri­buire que­sto biso­gno di visi­bi­lità ai soli gio­vani. Chiun­que, nell’instabilità gene­rale del lavoro, può essere costretto a rein­ven­tarsi e ripro­porsi in un ambito del tutto diverso da quello in cui aveva costruito il suo rico­no­sci­mento. A ricer­care, dun­que, nuova «visi­bi­lità» offrendo gra­tui­ta­mente le sue pre­sta­zioni.
Ma il lavoro gra­tuito, con­sa­pe­vole e volon­ta­rio, quello che sta al cen­tro dell’«economia poli­tica della pro­messa», non si limita a ven­ti­lare occa­sioni future, a isti­tuire «pro­fili» da ven­dere sul mer­cato. Risponde anche a un biso­gno più imme­diato, quello di poter dare rispo­sta alla domanda, sem­pre più imba­raz­zante e mole­sta: «di che cosa ti occupi?» L’aspetto di rime­dio iden­ti­ta­rio a una con­di­zione di sostan­ziale inde­ter­mi­na­tezza, di sra­di­ca­mento e di iso­la­mento non può essere sot­to­va­lu­tato. «Scrivo, per il gior­nale tal dei tali», «lavoro presso que­sta o quella cat­te­dra», «col­la­boro con una impor­tante casa edi­trice», sono tutte rispo­ste che com­pen­sano la fra­gi­lità della pro­pria con­di­zione, accre­scono l’autostima e lustrano l’immagine sociale. Non si tratta, tut­ta­via, del solo «pri­vi­le­gio» di esi­bire un ruolo impor­tante, di essersi con­qui­stati l’autorizzazione a «fare qual­cosa» di signi­fi­ca­tivo (o di rite­nuto tale), ma anche della simu­la­zione di appar­te­nenza a un orga­ni­smo o a una squa­dra. Vale per la testata che ti con­cede un euro al pezzo, così come per la cat­te­dra che ti con­sente di inter­ro­gare e giu­di­care gli stu­denti o per l’amministrazione pub­blica che ti chiama a orga­niz­zare un evento. Sei uno del gruppo e dun­que tenuto a difen­derne gli inte­ressi e le gerar­chie, senza alcun potere deci­sio­nale nem­meno sul tuo spe­ci­fico fram­mento di atti­vità. Il senso di appar­te­nenza can­cella ogni con­trad­di­zione, di con­flitto nean­che a par­larne, tra il lavo­ra­tore gra­tuito e i suoi capi retri­buiti. Quello che fa la dif­fe­renza tra la «gavetta» di un tempo e il lavoro gra­tuito con­tem­po­ra­neo è una que­stione di durata e di esten­sione che ne deter­mi­nano però la diversa qua­lità. L’attesa può pro­trarsi per una intera vita attiva e non ha più lo scopo di pre­pa­rare al lavoro retri­buito, ma quello di sosti­tuirlo (con­ver­reb­bero, fra l’altro, valu­tare anche gli effetti fiscali di que­sta sosti­tu­zione che di fatto com­porta una esten­sione del lavoro in nero o semi­nero, che la Ger­ma­nia ha par­zial­mente isti­tu­zio­na­liz­zato attra­verso il sistema dei mini­jobs). Il lavoro gra­tuito non è più ai mar­gini del sistema ma sal­da­mente inse­diato nel suo cen­tro. E con­tri­bui­sce in maniera deci­siva a deter­mi­nare la forma attuale della «piena occu­pa­zione», che com­prende una vasta area di «disretribuzione».

La dot­trina della competività

Stando così le cose si potrebbe con­clu­dere che una mas­sic­cia asten­sione dal lavoro gra­tuito por­te­rebbe, se non al col­lasso del sistema, almeno alla crisi pro­fonda di molti suoi com­parti. Inol­tre, trat­tan­dosi di lavo­ra­tori che non per­ce­pi­scono alcun red­dito, o un red­dito pura­mente sim­bo­lico, essa non com­por­te­rebbe nes­suna con­se­guenza sulle loro con­di­zioni mate­riali di esi­stenza. Se il lavoro è a costo zero anche lo scio­pero lo è. L’economia poli­tica della pro­messa (cor­re­data dall’esibizione di qual­che car­riera esem­plare) è il dispo­si­tivo inca­ri­cato di impe­dire che si arrivi a un fronte del rifiuto nei con­fronti del lavoro non retri­buito. È la dot­trina della com­pe­ti­ti­vità con­si­de­rata dal punto di vista di quelli che la cer­ti­fi­cano e la gover­nano.
Le arti­co­la­zioni e le distin­zioni che abbiamo cer­cato di descri­vere, gli aspetti psi­co­lo­gici e iden­ti­tari, spie­gano per­ché il lavoro gra­tuito fati­chi a rico­no­scersi nei suoi tratti comuni e gene­rali, non­ché nel suo destino di grama per­ma­nenza. La pro­messa ha sem­pre un desti­na­ta­rio indi­vi­duale e l’intento di con­vin­cerlo che la sua è una «sto­ria del tutto spe­ciale». Tut­ta­via, il pro­trarsi della crisi, deter­mina una mol­ti­pli­ca­zione di espe­rienze indi­vi­duali che vanno tra­sfor­man­dosi in un patri­mo­nio col­let­tivo. I tratti comuni ven­gono sem­pre più in luce e comin­ciano a pren­der forma, soprat­tutto nella rete, ini­zia­tive e appelli che pren­dono di mira il lavoro gra­tuito e ne denun­ciano lo sfrut­ta­mento sem­pre più siste­ma­tico. A que­sto si aggiunge il fatto che le risorse com­pen­sa­to­rie della «disre­tri­bu­zione» di massa (risparmi, wel­fare fami­liare, pre­sta­zioni occa­sio­nali) si sono esau­rite o sono in via di esau­ri­mento. Que­sti fat­tori non si sono ancora tra­sfor­mati nell’esercizio di una forza con­sa­pe­vole, ma le con­di­zioni di uno scon­tro comin­ciano ad essere distin­ta­mente visibili.

clochard | 21 Oct 21:06 2014
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Libro VIAGGIO NELLE CARCERI, recensione di un uomo ombra


“Viaggio nelle carceri”: la recensione di un uomo ombra
 
 

 

 

I “buoni” hanno bisogno dei cattivi e del carcere per apparire buoni.
(Frase urlata durante un Consiglio di disciplina quando ero detenuto nel carcere dell’Asinara, nel lontano 1992)

  

 

     Leggo di giorno e di notte. Se potessi, leggerei anche quando dormo. E spero che nell’aldilà esistano i libri perché non potrei riposare in pace neppure da morto senza leggere. Il periodo più brutto della mia vita è stato quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis e all’isolamento diurno e notturno perché mi avevano proibito di tenere i libri in cella. Ho perdonato tante cose allo Stato, comprese le botte, gli abusi e i soprusi, ma non riesco ancora a perdonargli di quando mi sbatteva in punizione nelle celle lisce lasciandomi senza libri.

In quei periodi mi era venuta l’idea che se l’ “Assassino dei Sogni” (il carcere come lo chiamano i detenuti) mi vietava di leggere i libri li potevo però scrivere per poi leggere. E così ho iniziato a scrivere. Ho ancora tanti manoscritti di quel periodo sotto la mia branda e spero un giorno di liberare almeno loro.

     Non vi nascondo che, anche se adesso posso tenere i libri nella mia cella, leggo anche quando il mattino vado in bagno. Non mettetevi a ridere, ma lì ci porto i libri più belli. Non so fuori, ma in carcere il bagno funziona anche un po’ come biblioteca. E oggi ci ho portato il libro di Davide La Cara e di Antonino Castorina “Viaggio nelle carceri” (Editore EIR; ISBN 9 788869 330063; prezzo 14,00). Questa mattina la lettura di questo libro mi ha talmente coinvolto che senza che me ne accorgessi ho perso la cognizione del tempo. E non mi sono accorto che era l’ora della conta (l’orario di quando le guardie passano a contare i detenuti per controllare se durante la notte qualche detenuto ha segato le sbarre ed è scappato). Poi ho sentito la guardia bussare allo spioncino per invitarmi a farmi vedere (in carcere non si può stare tranquilli neppure al cesso) e sono uscito dal bagno con il libro in mano per comunicare alla guardia che rinunciavo all’ora d’aria. Subito dopo mi sono messo tranquillo a leggere. Ci tenevo a finire questo libro, sia perché conosco uno degli autori (Davide La Cara) che mi è venuto a trovare in carcere con la deputata Laura Coccia, sia perché nel libro c’è anche il contributo del mio “Diavolo Custode” (Nadia Bizzotto della Comunità Papa Giovanni XXIII) con il capitolo dal titolo “L’ergastolo è una pena di morte viva” ed ero curioso di sapere cosa avevano scritto.

           Forse a questo punto penso che mi toccherebbe scrivere qualcosa sul contenuto del libro, ma non lo farò perché preferisco che andiate a comprarlo e lo leggiate per poi fare il passaparola con gli amici, i parenti e i vicini di casa. In questo modo scoprirete da soli il “Viaggio nelle carceri” che hanno scritto i due autori del libro, perché io non so come si facciano le recensioni.

Posso solo ringraziare Davide e Antonino di avere avuto il coraggio di scrivere questo libro per fare conoscere l’inferno delle nostre Patrie Galere che una buona parte della nostra classe politica ha creato e che mal governa.

Non vi nascondo che a volte penso che la “criminalità” (organizzata o non), è un osso di cui le società capitaliste non vogliono (o forse non possono) fare a meno. E le galere servono a questo tipo di società per produrre criminalità e recidiva, per poi sfruttarla a fini elettorali.

 

Mi addolora dirlo, ma in carcere è come se il bene sia passato dall’altra parte, quella del male. Spero di sbagliarmi. E voglia il buon Dio (il Dio dei prigionieri) che il mio pessimismo rimanga infondato, ma mi auguro che in Italia un giorno tutti i “buoni” si fermino a riflettere se non sia il caso di non guardare solo agli effetti del male, ma risalire alle cause e alle colpe.

 

        Un’ultima cosa: a mio parere, questo libro conferma che il carcere ha clamorosamente fallito il suo obiettivo di fare diminuire i reati e che la galera nel nostro Paese viola sistematicamente i diritti fondamentali. Non solo, ma distrugge anche la dignità umana dei detenuti e delle loro famiglie. 

Buona lettura. E buona vita. Un abbraccio fra le sbarre.

 

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova, 2014

www.carmelomusumeci.com

 


Le carceri italiane, nel loro complesso, sono la maggior vergogna del nostro Paese. Esse rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si abbia mai avuta. (Filippo Turati, 1904)

Viaggio nelle carceri, edito da EIR, è il percorso di due giovani del Pd, Davide La Cara e Antonino Castorina, dentro alcuni degli istituti di pena tra i più problematici d’Italia: Rebibbia e Regina Coeli a Roma, Due Palazzi a Padova, Vibo Valentia, Poggioreale a Napoli, San Pietro a Reggio Calabria, l’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto e il Coroneo di Trieste.

Il risultato è una puntuale denuncia delle carenze dell'istituzione carceraria nella realtà italiana, ma anche  un'indicazione di nuove prospettive possibili, quali una riforma della giustizia che incida sul ruolo e sul funzionamento del carcere a cominciare dall'abolizione dell'ergastolo.

 

 

 

Libri: "Viaggio nelle carceri", a cura di Nino Castorina e Davide La Cara

 

 

 

 

di Andrea Di Consoli

 

Il Sole 24 Ore,  ottobre 2014

 

Le carceri italiane, "fabbriche di delinquenti". Un dato su tutti, a proposito di carceri sovraffollate: "Nel complesso di Rebibbia sono reclusi 1.735 detenuti, il doppio dei posti disponibili, vi lavorano circa 500 agenti, la metà di quanti previsti in pianta organica". Sono informazioni che si traggono dal libro collettaneo "Viaggio nelle carceri" (Editori Riuniti, pagg. 112, € 14,,00) a cura di Nino Castorina e Davide La Cara, un lavoro a più mani che ha come obiettivo quello di rendere applicato il disatteso articolo 27 della Costituzione italiana, che recita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

 

Il saggio di Nadia Bizzotto, per esempio, si chiede proprio come possa la pena dell'ergastolo conciliarsi con questo dettato costituzionale. Per disumanità di condizione, per mancanza di progettualità pedagogica, per disorganizzazione endemica, colui che oggi viene recluso in un carcere italiano è quasi certamente candidato al peggioramento della propria condizione, rischiando di dover dare ragione a Filippo Turati, il quale sosteneva che "le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti o scuole di perfezionamento di malfattori". Chiude il libro un'interessante intervista a Raffaele Sollecito.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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clochard | 21 Oct 20:32 2014
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Sciopero generale 14 novembre

Sciopero generale 14 novembre

DI TUTTO IL LAVORO DIPENDENTE, PUBBLICO E PRIVATO

 

 

 

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rossana123@libero.it | 21 Oct 09:25 2014
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R: A proposito del concetto di Stato-nazione

"Io alle economie di scala, che disintegrano le economie territoriali, tipiche 
della globalizzazione ci rinuncio eccome. Come alla finanza globale. Senza 
entrambe si vive. In una globalizzazione senza nazione c'è il modello 
capitalistico..." 

Mi pare che più che andare sul random si siano chiarite due posizioni 
differenti.

Il problema non è a cosa siamo pronti a rinunciare o cosa ci piace di più, ma 
cosa c'è nei fatti adesso.
Se il mondo si sta muovendo verso un periodo di grande competizione fra 
potenze e ciò che si intravede è una ulteriore recessione con effetti più 
devastanti di quella del 2008, noi che si dice?

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

mcsilvan_@libero.it | 20 Oct 22:00 2014
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R: A proposito del concetto di Stato-nazione

> Non lo so.

mi sembra la parte più convincente di tutto il papello :) non sarebbe malaccio 
ricordarsi che lo stato nazione si sviluppa proprio attorno, e grazie, alla 
prima globalizzazione dell'800. Come, quando la seconda globalizzazione si 
sviluppa dopo l'89, proliferano
gli stati-patria. Il concetto di globalizzazione qui è curiosamente 
scheletrico. Io alle economie di scala, che disintegrano le economie 
territoriali, tipiche della globalizzazione ci rinuncio eccome. Come alla 
finanza globale. Senza entrambe si vive. In una globalizzazione
senza nazione c'è il modello capitalistico di Singapore: dove, letteralmente 
parlando, vale tutto senza elementi di regolazione (la nazione serve a questo 
come tentativo di regolazione della globalizzazione, basta vedere la 
legislazione a protezione del lavoro in francia, germania tra 8 e 900).
la mia impressione è che si vada sul random :)

mcs

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

singolarità qualunque | 20 Oct 19:02 2014
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A proposito del concetto di Stato-nazione

Cr*,
 

A proposito del concetto di Stato-nazione

 
di ANTONIO NEGRI * [Français]

«Nazione» è stato, per molto tempo, un concetto difficilmente definibile al di fuori di quell’altro concetto che era lo Stato-nazione. Oggi le cose sono molto differenti.

Ma cominciamo dall’inizio, dunque precisamente dal concetto di Stato-nazione. Due elementi gli hanno dato forma: il primo, politico e giuridico, era quello di Stato; il secondo, storico, etnico e culturale, era il concetto di nazione. Tuttavia, è a partire dal concetto di Stato-nazione che la nazione è diventata una realtà, che la forza sovrana ha dato origine alla nazione. Quando parliamo di nazione, dobbiamo sempre ricordare questa genesi. In ogni caso, la «nazione» è un concetto del quale sono stati proposti vari criteri di definizione, con differenti radici ideologiche. Di solito si prova ad afferrarlo sotto tre profili.

In primo luogo, una categoria che comprende i dati naturali, per esempio l’elemento etnico (la popolazione) e l’elemento geografico (il territorio). L’elemento etnico è stato talvolta collegato con l’idea di razza, anche se il concetto di razza non dà luogo che raramente, secondo i teorici della nazione, a un’applicazione biologica. Quando era questo il caso, si trattava – non solo nel caso ignobile del nazismo – di operazioni politiche prive di ogni fondamento scientifico, in ogni caso terroriste, distruttive e aggressive.

La seconda categoria comprende fattori culturali come la lingua, la cultura, la religione e/o la continuità dello Stato. In alcuni casi può esserci una stretta relazione tra la prima e la seconda categoria: il criterio etnico e il criterio linguistico possono, per esempio, confondersi, così come il criterio politico e il criterio religioso.

Una terza categoria di elementi di definizione comprende i fattori soggettivi: la coscienza, la volontà, il sentimento nazionale. Sulla base di tali criteri, il concetto di nazione non trova il suo fondamento in qualcosa di predefinito ma, al contrario, in un atto di volontà più o meno determinabile da parte dei membri della popolazione – e ciò costituisce la nazione stessa. Per questo Ernest Renan definiva la nazione come un «plebiscito quotidiano».

Altri autori hanno stabilito una classificazione sulla base dell’opposizione tra due criteri fondamentali: un modo «naturalista» e un modo «volontarista». Spesso il naturalismo è attribuito ai pensatori tedeschi, mentre il volontarismo è qualificato quasi come un «cliché» francese… Ma la distinzione è ovviamente molta incerta – basti ricordare che Fichte, nei suoi Reden und Die Deutsche Nation, qualifica la nazione come un atto di coscienza e di volontà, e non di natura.

Che dire allora? Se ci atteniamo alla vecchia definizione dello Stato-nazione è assolutamente evidente che il concetto di nazione possiede un carattere complesso, ambiguo e difficilmente determinabile: i criteri proposti non solo si oppongono gli uni agli altri, ma spesso si sovrappongono; e anche quando la definizione del concetto di nazione vuole essere completa e precisa, deve inevitabilmente evitare o ignorare la molteplicità delle differenze e delle condizioni storiche delle quali la nazione è ancora il risultato. Si aggiunga, inoltre, che le dottrine della nazione non sono mai riuscite a determinare in maniera precisa il concetto di realtà nazionale e quello di comportamento nazionale.

Solo partendo dall’esame dello sviluppo storico del concetto di nazione si può arrivare direttamente al cuore del problema – il problema del rapporto tra lo Stato e la nazione. Si deve riconoscere che sono soprattutto le grandi unificazioni del XIX secolo (la Germania, l’Italia, ecc.) ad avere messo in evidenza un processo che provava a far coincidere la nazione con lo Stato. E’ attraverso questa identificazione che la nazione è stata considerata per molto tempo come un concetto centrale delle dottrine politiche. E’ sufficiente qui fare riferimento alle scuole storiografiche che hanno predominato in tutti i paesi europei, ma non solo: il diritto – privato e pubblico – è divenuto nel XIX secolo un’emanazione dello Stato-nazione, e tutti i concetti antagonisti, anche se molto frequenti, sono stati ridotti al silenzio. Tra il XIX e il XX secolo, das Volk, the People, la Nation hanno, per così dire, imposto al biopolitico la loro dittatura.

Si deve anche notare che la fusione tra il concetto di nazione e di Stato non sarebbe stata sufficiente per ottenere l’adesione dei cittadini e per legittimare l’obbedienza – soprattutto negli «stati di eccezione e di necessità» – se tale fusione non fosse stata, essa stessa, attraversata dal riferimento alla patria – un concetto di origini antichissime, con una lunga storia alle spalle e con un pesante fardello emotivo. Se la nazione è il frutto delle circostanze e se lo Stato è un’istituzione convenzionale, la patria è, al contrario, il risultato di una scelta – ed è questa scelta, questo giudizio di valore che ha probabilmente prodotto, tra il XVIII e il XIX secolo, la connessione culturale tra gli altri due concetti, lo Stato e la nazione. La nazione diviene una patria e lo Stato l’apparato nello stesso tempo di forza e di diritto, nel quale si afferma e si organizza la nazione, polarizzando su di sé l’amore e la devozione riservata alla patria, il sommo bene. È del tutto evidente che in questa fusione risuonano degli echi rousseauiani, e ancor di più, come vedremo, delle sonorità romantiche. Le caratteristiche dell’unificazione dei concetti di Stato e di nazione secondo Hegel sono tuttavia molto meno poetiche. Lo Stato per Hegel non è una costruzione astratta: emerge attraverso il riconoscimento di un dato economico e sociale (la società civile) e l’affermazione del principio nazionale inteso come attore della storia. Hegel è il vero teorico dello Stato moderno perché, andando al di là di ciò che pensavano i teorici della sovranità del XVI e XVII secolo e i teorici della società civile del XVIII secolo, considera il fattore della nazionalità come preponderante.

È chiaro che quello che dico è riduttivo rispetto alla dimensione del fenomeno «nazione», e me ne scuso. Ma la riduzione che opero qui non vuole avere effetti mistificatori: il concetto di nazione è sempre contraddittorio, esalta il valore che essa impone, congiunge all’amore il dispotismo. E accorda al soggetto la cittadinanza solo se questa è accompagnata dall’alienazione e dalla soggezione. Anche quando la dimensione patriottica del concetto viene considerata come centrale, le contraddizioni permangono –abbiamo da questo punto di vista un testo formidabile, Pro Patria mori in Medieval Political Thought, di Ernst H. Kantorowicz. Per Kantorowicz, all’interno del concetto di patria si trovano due tensioni opposte che vi convivono e sono unificate sin dall’epoca medievale. Da un lato, il sentimento di vivere nella nazione, politicamente, patriotticamente, come se si fosse in un «corpo mistico»; e con essa, l’idea che tale adesione possa e debba produrre delle condotte e delle conseguenze sociali. «Coloro che dichiarano guerra al Santo Regno di Francia dichiarano guerra al Re Gesù». Dall’altro, quando lo Stato secolare esalta, attraverso il concetto di patria, la sua sovranità e il suo potere, impone anche al cittadino un’obbedienza che è un sacrificio, un’identità che lo rende generosamente disponibile allo Stato. Di conseguenza, le due dimensioni dello Stato-nazione si ritrovano nella sua genealogia, e nel concetto di patria.

Torniamo a ciò che ci interessa. Lo Stato-nazione è dunque stato la grande realtà politica prodotta dal XIX secolo, il risultato di un processo storico complesso ed eterogeneo che è stato raddoppiato da un’elaborazione teorica altrettanto complessa ed eterogenea. Lo sviluppo delle principali correnti politiche che si sono scontrate in Europa fino all’inizio del XX secolo è stato fortemente condizionato da questa imponente realtà – e questo condizionamento emerge attraverso la mediazione generale che le teorie politiche, liberali socialiste cristiane, hanno costruito nei confronti del concetto di nazione. Da questo punto di vista, sarebbe interessante sottolineare fino a che punto l’ideologia e la pratica politica del socialismo sia stata bilanciata tra internazionalismo e patriottismo, tra cosmopolitismo e nazionalismo.

Prima di arrivare alla crisi attuale, e magari discutere del risveglio dell’idea di nazione, è necessario definire degli altri elementi inclusi nella concezione che il XIX e il XX secolo hanno avuto di essa, e che completano la sua definizione originaria. Infatti, non si può comprendere la realtà dello Stato-nazione se non immergiamo il suo concetto nella storia del capitalismo moderno. Certo, non si tratta di dimenticare che in alcuni Stati europei la costituzione della nazione è stata anteriore alla nascita del capitalismo – ma questa costruzione della nazione, prodotta dalle monarchie assolutistiche come in Gran Bretagna, in Francia e in Spagna, cambia radicalmente di fronte alle caratteristiche che saranno più tardi – e una volta per tutte – fissate sull’identità etnica e culturale della nazione nel contesto dello sviluppo capitalistico. Lo Stato-nazione non ha una sola anima (per così dire – e al di là di ogni ambiguità) che sarà ideale, legata al patriottismo e alla passione dell’identità. Possiede anche un’anima che possiamo chiamare materialista – nella quale l’identità e il patriottismo trovano spesso la loro espressione attraverso l’egoismo e l’aggressività verso l’altro.

Lo Stato-nazione moderno, non dobbiamo mai dimenticarlo, nasce dal romanticismo, come una lotta contro il giacobinismo rivoluzionario e l’espansionismo napoleonico, contro l’illuminismo rivoluzionario (e le sue derive); più precisamente: traduce l’affermazione dell’identità nazionale in un principio «reazionario» nei confronti dell’universalismo, un principio cioè di differenza, e spesso di esclusione, per tutti coloro che, sotto l’aspetto del suolo o sotto l’aspetto del sangue, non ne fanno parte. Dobbiamo qui ricordare l’evoluzione del giovane Hegel – fra molti altri senza dubbio, poiché egli aderirà al giacobinismo rivoluzionario francese, arrivando poi alla consapevolezza che «la Germania non ha una metafisica» (volendo dire con ciò che la Germania non aveva uno Stato unitario sovrano). Questa idea si sviluppa più tardi, nel pensiero hegeliano della maturità, attraverso la costruzione di una dialettica tra l’economico e il politico, tra l’istanza capitalistica e l’istanza sovrana, che diviene decisiva per la costruzione del Reich tedesco e della potenza capitalistica tedesca.

È su queste basi che lo Stato nazione si lega strettamente allo sviluppo capitalistico. I grandi Stati sovrani della modernità – la Gran Bretagna e la Francia –, come ho ricordato, avevano già dato luogo all’accumulazione primitiva del capitale; essi avevano anche rovesciato la resistenza della dimensione comune e degli usi agrari pre-capitalistici favorendo il processo di accumulazione manifatturiera. Tuttavia, ben al di là di quella che è stata l’espropriazione dei commons e l’accumulazione primitiva, è solo nel quadro dello Stato-nazione moderno che le forme giuridiche, amministrative e politiche adattate alla stabilizzazione della crescita capitalistica e alla formazione dello Stato borghese si organizzano. In sintesi: l’anima contro-rivoluzionaria e anti-illuminista era stata alla base della formazione delle ideologie e della più recente formazione dello Stato-nazione; quell’anima, dunque, sotto la spinta dello sviluppo capitalistico, si incarnerà in figure che non potevano essere all’inizio del tutto prevedibili, ma che furono ben presto considerate come fondamentali nell’esercizio del potere statale e nello sviluppo del potere economico «di classe». Tali figure furono ugualmente decisive nel mantenimento dell’unità della nazione di fronte alle difficoltà dell’accumulazione e alle esplosioni della lotta di classe. È in questa situazione che lo Stato-nazione europeo esprime pienamente la sua vera vocazione. Intendo con ciò: le figure della conquista coloniale, le pratiche dell’aggressione imperialista, le produzioni ideologiche fasciste, fino ad arrivare alla produzione di mostruose macchine da guerra alle quali è stata legata l’esistenza stessa della nazione.

«L’amor di patria» – mai espressione è stata probabilmente più appropriata – ci impedisce di seguire questo filo fino alla fine e di descrivere attentamente i risultati, meglio, le derive terribili, di questo sviluppo. La barbarie del colonialismo è ben nota; la violenza delle conquiste e delle aggressioni imperialiste, di volta in volta, risorge e riappare sullo sfondo della nostra attualità; ma è sicuramente sul fascismo e sui suoi suoi deliri imperialisti che la nostra attenzione deve concentrarsi: sui milioni di morti che le guerre del XX secolo hanno lasciato alle loro spalle. E’ qui che il concetto di patria e quello di nazione prendono congedo l’uno dall’altro in maniera definitiva? Che le passioni legate all’amore per il vicinato e per questa specie di famiglia allargata che, per ciascuno di noi, il proprio paese rappresenta, non arrivano più a riconoscersi nelle avventure e nelle strutture dello Stato-nazione? Può darsi. Quello che è certo è che, a questo punto, una nuova storia del concetto inizia. Probabilmente un nuovo modo di considerarsi come cittadini è nato. Cittadini del mondo? Ancora una volta: può darsi. Alcuni lamentano oggi che il concetto di nazione è stato sconvolto e per così dire rovesciato dalle strutture del mercato globalizzato. Tuttavia, la transizione dall’economia internazionale – un’economia fondata sugli Stati-nazione e sulla loro interazione nel mercato mondiale – all’economia globalizzata, nella quale il capitale è capace di funzionare ad un livello planetario, e che riduce gli Stati-nazione al ruolo di semplici articolazioni del potere globale, questa svolta, dunque, deve essere considerata come felice. Ed è felice, se compariamo le nuove condizioni nelle quali gli uomini vivono nel contesto globalizzato alle loro condizioni quando le nazioni si massacravano a vicenda.

Non abbiamo l’illusione che queste nuove condizioni eliminino i disaccordi tra i popoli e mettano fine alle guerre. Sappiamo bene che le violenze provocate dai nazionalismi sono, a poco a poco, rimpiazzate da violenze ancora più feroci, radicate negli odi religiosi e nell’ingiunzione sacrale, e che si deve rilevare il ritorno del razzismo all’interno e all’esterno delle comunità nazionali, anche qui, in Europa. Certo: tutto ciò è terribile. Ma da qualche parte nella nostra coscienza, sentiamo che, al di là di questi episodi, un mondo nel quale tali orrori saranno impossibili ci aspetta. Il capitalismo ha creato la globalizzazione; si tratta ora di costruire a livello globale una società democratica.

Ma riprendiamo lo studio delle caratteristiche di riferimento dello Stato nazione, che tornano di nuovo. Lo Stato-nazione è stato un concetto «centripeto»: la nazione offriva in effetti al governo, ad una funzione centralizzata del comando, un carattere assoluto che garantiva il passaggio dalla decisione all’esecuzione degli atti del governo. Kantorowicz è molto chiaro: ci sono due corpi del governo. Il primo è la funzione reale, la sovranità, la nazione, che presiede alla definizione del carattere assoluto del potere sovrano, è la monarchia. Il secondo corpo vive e muore, è la contingenza e la discontinuità del governo, della rappresentanza politica, i blocchi e le interruzioni storiche della vita degli Stati – ma questo carattere «mortale» è attraversato dall’effetto sovrano che ne garantisce l’immunità e ne impedisce la decadenza. Questi due corpi, queste due funzioni del potere, oggi, nel mondo contemporaneo, sono appassiti e tendono a dissolversi almeno in parte.

Tuttavia, il concetto di Stato-nazione non si dissolve semplicemente a causa della transizione da un’economia mondiale a un’economia globalizzata, quest’ultima caratterizzata da un’interconnessione finanziaria su scala planetaria. Il declino dello Stato-nazione è stato accompagnato da un’altra transizione, che ha determinato il passaggio dal governo alla governance – una transizione che segnala l’ibridazione tra il pubblico statale e il privato del mercato ma che soprattutto rivela, tra i vari aspetti del carattere giuridico del mercato, la dimensione reale del commercio globale. Questa trasformazione sfida l’unità dei sistemi di legittimazione dello Stato-nazione, del diritto internazionale privato e pubblico, smussa la capacità del governo e iscrive ad un livello globale le figure e le funzioni degli organi di regolazione capitalistica.

Ci si potrà allora chiedere, ben al di là di tutte le ideologie e di tutte le storiografie benedette dalla nazione stessa, se la genesi e la composizione degli Stati-nazione, la loro realtà storica, non debbano a loro volta essere restituite non tanto ad un’origine che si sarebbe trasformata in telos e si sarebbe così realizzata, quanto ad una sorta di «pot-pourri» costituente indefinito – ad un nodo di incontri/scontri tra popolazioni, gruppi e forme di governo differenti; alle dinamiche contraddittorie che coinvolgono frazioni capitalistiche, maneggi aristocratici, insurrezioni democratiche; allo sviluppo discontinuo di strategie neo-mercantiliste, di manipolazioni fiscali e doganali, ecc. Ancora, per alcuni Stati-nazione più periferici, alle conseguenze e le derive dei movimenti coloniali e delle strategie imperialiste – e soprattutto ai movimenti della popolazione che ne sono determinati. Per finire, oggi, ai modi della comunicazione e del trasporto, alla porosità e alla plasticità delle frontiere, ecc. Tutte le determinazioni, non solamente naturaliste ma culturali dello Stato-nazione, sembrano di fatto dissolversi di fronte a questi sconvolgimenti e a queste trasformazioni.

Non avete l’impressione, mentre descriviamo così rapidamente la storia del concetto di Stato-nazione, che si tratta in realtà di qualcosa d’artificiale e di precario, di qualcosa che oramai appartiene a una dimensione arcaica? Che – considerato sul piano della sua genesi – è qualcosa che attiene all’azzardo, alla precarietà e all’incertezza? E al di là di questa genesi, quando si parla del declino dello Stato-nazione moderno, quando si parla dei deliri fascisti e dei milioni di vittime delle guerre, della violenza e dell’odio, che il concetto è semplicemente divenuto l’emblema di una storia terribile, quasi il segno di una rimozione radicale? E che il concetto di patria possiede a sua volta degli aspetti perversi? Non credo che ciascuno di noi possa dare una risposta pacifica a tali domande. Se però riuscissimo a rifiutare cum ira et studio di riconoscerci in questa identità, riusciremmo anche a riconoscerci in un mondo differente. Tra un attimo proveremo a discutere delle avventure di questa nuova esistenza post-moderna. Ma se, per un istante ancora, guardiamo indietro, potremmo dire oggi allo Stato-nazione quello che fu detto della fine dell’Impero romano: sul modello del «latifundia detruere imperium» – il latifundium distrusse l’Impero – oggi, «gli Stati-nazione hanno distrutto la sovranità moderna».

Proviamo ora a ragionare su quell’elemento di «nazionalità» (intendo con questa parola il riflesso pallido e nostalgico del sentimento nazionale situato nell’ideologia) che riappare oggi negli eventi che ci circondano, e soprattutto nei conflitti tra i protagonisti dell’ordine globalizzato. Sono, mi sembra, dei ritorni d’egoismo che cercano una dignità nella memoria, meglio ancora, nella nostalgia della storia nazionale. Essi trovano uno spazio propizio nella crisi che la globalizzazione sta attraversando. Alla fine del XX secolo, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del dualismo delle storie d’Occidente e d’Oriente, la globalizzazione è stata accompagnata da un grande sforzo per ricostruire nuovi sistemi giuridici e politici a livello planetario. Il fallimento delle élite mondiali nel costruire un nuovo ordine è stato tuttavia clamoroso. Ne misuriamo oggi le conseguenze – e tali conseguenze si manifestano nella crisi del mercato, nella caduta della produzione globale, nelle incertezze monetarie, nella difficoltà a controllare i movimenti della finanza… Chi avrebbe potuto prevedere che le conseguenze del nuovo ordine – che alla caduta del Muro tutti salutarono con tanta gioia – sarebbero state di questa natura?

Ne è seguita una pericolosa assenza di chiarezza nei rapporti internazionali e una serie di disaccordi, di conflitti e di incomprensioni tra i suoi attori: tutto ciò rende difficile orientarsi. All’unità dell’ordine globalizzato (scambi commerciali e finanziari) hanno fatto seguito rotture e tentativi di riconfigurazione dello stesso paesaggio globalizzato – non più attraverso gli stessi Stati-nazione ma attraverso il rapporto tra strutture continentali. All’America del Nord, alla Cina, all’Europa in divenire, all’America Latina, all’India – che conservano una certa solidità geopolitica –, corrispondono nella crisi delle basi regolate dal soft power americano dei veri cataclismi politici. Oramai i movimenti di una parte del pianeta determinano – positivamente o negativamente, a seconda dei casi – quelli di tutti gli altri elementi del sistema globalizzato. Nella crisi del sistema globale emerge, inoltre, con grande violenza, la crisi di accumulazione capitalistica e dello sviluppo delle istituzioni democratiche. Alla dimensione macro corrisponde la dimensione micro, e viceversa. La geopolitica e le crisi industriali e finanziarie, le diseguaglianze crescenti dei sistemi sociali, ecc., si rinviano a vicenda le cause e gli effetti. Potremmo proseguire a lungo in questa descrizione della crisi attuale nella sua dimensione globale, nello stesso tempo interna e esterna agli Stati. Ma le caratteristiche che ho descritto sono sufficienti, mi sembra, per comprendere la ragione per la quale, in numerosi paesi, l’esigenza di un ritorno alle politiche nazionali e i tentativi di rendere nuovamente lo Stato nazione il punto d’imputazione e di responsabilità dello sviluppo, tornano con forza alla ribalta.

La nostalgia dello Stato nazione è inutile, anzi pericolosa: la dimensione globale nella quale il capitalismo si è organizzato costituisce un quadro fisso per il movimento di tutte le istituzioni, qualunque esse siano – statali o politiche, industriali o finanziarie. Esse agiscono sul terreno globale e hanno delle enormi difficoltà a ritornare all’interno di un quadro nazionale. Un ritorno all’indietro rispetto alla globalizzazione è impossibile, anche se il caos sembra determinarne la forma. Inoltre: ogni volta che le identità nazionali riappaiono, lo fanno confondendosi con le ideologie e le pratiche religiose e fanatiche. Il patriottismo, che era una religione laica, si è trasformato in idolatria razziale o in fanatismo religioso. Se nella sua storia il nazionalismo ha avuto dei momenti creativi e ha dato luogo alla fusione di popoli e persone differenti, se il concetto di nazione in alcuni casi ha mobilitato passioni generose e un nobile senso di libertà, oggi, il concetto di nazione si presenta sotto un’altra forma: pieno di rancore, perché il ritorno al passato è difficile se non impossibile e perché tale impotenza si ritorce contro degli avversari fittizi e immaginari – dei nemici ai quali è attribuita la causa delle difficoltà attuali. Il populismo è la forma nella quale tali sentimenti duri e puri di odio si presentano. Esso non minaccia soltanto l’ordine nazionale ma, evidentemente, anche la forma democratica del governo. Si vuole trasformare la democrazia e trasformarla, ricostruirla, a partire da una regola nazionale considerata come giusta? Ma come si possono dimenticare le diseguaglianze, le divisioni di classe, le vicissitudini di una regola nazionale sempre esposta alla guerra? Oggi l’idea di nazione, poiché rinuncia all’utopia di un ordine internazionale all’insegna della globalizzazione e a quella di un ordine democratico all’insegna dell’internazionalismo democratico, ci espone semplicemente al ridicolo.

Passiamo ora a un ultimo problema. La crisi del capitalismo maturo e globalizzato esiste, non possiamo certo metterla in dubbio. Si svolge di fronte ai nostri occhi da qualche anno. E non possiamo certo dubitare delle sue conseguenze, che saranno ancora durevoli. Possiamo con ciò concludere che se la globalizzazione ha rappresentato il trionfo del capitalismo, ne costituisce anche la malattia? Una malattia letale? Non credo che si possa rispondere in maniera così definitiva e assertiva. Quello che sembra evidente è che la crisi si è instaurata precisamente là dove il potere capitalista si era affermato con maggiore determinazione, cioè su un tale livello di astrazione del potere, di distanza nei confronti dei movimenti dei cittadini che sembravano aver reso il capitale globale definitivamente autonomo dalla sua potenza – e fuori dalla portata di eventuali resistenze che si sarebbero eventualmente opposte ad esso. Ma l’autonomia e la consistenza che lo caratterizzano diventano ogni giorno più povere – povere di valore, incapaci di progresso, cieche di fronte al deteriorarsi delle condizioni dello sviluppo, insensibili alle spinte vitali e alle innovazioni cooperative. È interessante (e simbolicamente appassionante) sottolineare che la crisi finanziaria – che è legata agli effetti dell’organizzazione dell’ordine del capitale finanziario – si sviluppa essenzialmente sul terreno monetario. Sì, precisamente quella moneta che era stata così tanto legata all’immaginario nazionale. Ma è senza dubbio ancora più interessante constatare che la crisi della moneta in questione corrisponde a un meccanismo globale. Per questa ragione, non ci si può in alcun caso proteggere dalla crisi nascondendosi dietro la propria moneta nazionale – si rischierebbe puramente e semplicemente la catastrofe.

Dunque, la mia conclusione è che non possiamo fuggire dalla globalizzazione. E che, senza dubbio, la sola via di salvezza che ci permetterà anche di essere liberi sarà quella di un esodo democratico dallo Stato-nazione. Che cosa significa? Significa che se noi teniamo a quello che, nella nazione, consideriamo come positivo e creativo, se teniamo alla sua lingua e letteratura – se essa ne possiede una –, o alla sua memoria e immaginazione – se ne vale la pena – o, ancora, ai suoi paesaggi, all’odore della terra e ai suoi rilievi – che sono a volte le cose più care che abbiamo – se noi teniamo a tutto questo e a molte altre cose ancora, dovremo rinunciare a fare della nazione uno Stato. In che modo ciò sarà possibile? Non lo so.

Tuttavia, negli ultimi giorni, ho avuto tra le mani il libro di un antropologo dell’Università di Yale, James C. Scott – un libro recente il cui titolo è Zomia. The Art of Not Being Governed. «Zomia» è il termine impiegato da James C. Scott per designare tutti i territori che si trovano a un’altitudine superiore ai 300 metri, che attraversano cinque paesi (il Vietnam, la Cambogia, il Laos, la Tailandia e la Birmania) e cinque province della Cina e che vanno dalle alte valli del Vietnam alle regioni del nord-est indiano. Ci sono circa 100 milioni di persone, che appartengono a delle minoranze etniche e linguistiche di una varietà davvero «sconcertante». Bene: queste popolazioni non sono, come vorrebbero considerarle i segmenti degli Stati-nazione che le sfiorano marginalmente, una sorta di moltitudini non ancora diventate popoli. Sono delle moltitudini, sì, ma che sono precisamente fuggite da questa possibilità, che si sono sottratte alle differenti forme di oppressione che gli sono state proposte. La costruzione dello Stato-nazione nelle valli sotto il territorio di Zomia significava la schiavitù, la coscrizione (cioè il servizio militare obbligatorio), le imposte, le epidemie, le guerre. Queste moltitudini sono fuggite da tutto ciò. La crisi dello Stato-nazione ci offre come unica via di salvezza la stessa fuga che alcune popolazioni, precisamente al momento della nascita dello Stato, hanno scelto? Senza dubbio non è questa la buona soluzione, o in tutti casi non sotto questa forma. Ma dei problemi che dobbiamo affrontare non ne siamo i responsabili. Quando tali problemi si pongono è bene procedere per tentativi per provare a inventare: non un ritorno all’indietro ma una nuova sperimentazione.

 

* Traduzione dal francese di Francesco Brancaccio

 

singolarità qualunque
 
"Non esistono soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche" (U. Beck)
 


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rossana123@libero.it | 20 Oct 17:53 2014
Picon

R: Re: invito bolognese: ven 24 ottobre <at> Sala Poeti - Strada Maggiore 45, h 9,30-18 LAVORO GRATUITO COME NUOVA FABBRICA DI SOGGETTIVITÀ

ci si vedrà senz'altro, vediamo dove e a che ora. Certo è che se arriverai in treno non potrai fermarti con l'autobus in strada maggiore perchè è chiusa.
Non so bene chi sia più masochsta, se USB o CGIL, visti i fischi che si è presa la Camusso a Terni. USB a Bologna manifesterà dopo quello che è successo sabato. Vedremo i suoi effetti materiali e immateriali (ah ah ah).
Come dici tu si ha l'impressione di vedere due entità che ripetono sempre la stessa storia, per cui alla fine entrambe operano solo su alcune  "circostanze".


----Messaggio originale----
Da: giuseppe.allegri <at> gmail.com
Data: 20/10/2014 17.19
A: "neurogreen <at> liste.comodino.org"<neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: Re: [neurogreen] invito bolognese: ven 24 ottobre <at> Sala Poeti - Strada Maggiore 45, h 9,30-18 LAVORO GRATUITO COME NUOVA FABBRICA DI SOGGETTIVITÀ

In effetti hai ragione, cara Ross! La giornata di studi è stata organizzata da mesi (mi avevano invitato praticamente quest'estate!), quindi prima che si proclamasse lo sciopero...certo che la puntualità USB nel posizionarsi il giorno prima della manifestazione camussiana del 25 sembra ripetere il già visto dei tempi andati: quando anch'io lavoravo e potevo rivendicare il fare sciopero ;-)

alla fine ci si vedrà in qualche baretto bolognese: tra la strada e l'università!? 

2014-10-20 16:09 GMT+02:00 rossana123 <at> libero.it <rossana123 <at> libero.it>:
 "Confini e misure del lavoro emergente".

Il giorno dello sciopero generale!

A BOLOGNA MANIFESTAZIONE ORE 9 PIAZZA XX SETTEMBRE

Venerdì 24 ottobre l’Unione Sindacale di Base ha proclamato lo sciopero generale nazionale di 24 ore in tutto il lavoro pubblico e privato.

 Lo sciopero è indetto contro il jobs act e le politiche  dettate dalla troika al governo Renzi sul lavoro e la pubblica amministrazione e contro il blocco dei contratti nel pubblico impiego; per l’occupazione e in difesa dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori.

 Lo sciopero coinvolgerà i lavoratori di tutti i settori pubblici e privati.

 In particolare a Bologna il trasporto  pubblico locale sciopererà dalle 8,30-16,30 e dalle 19 a fine giornata.

Le scuole di ogni ordine e grado e gli asili nido sciopereranno per l’intera giornata  e non sarà garantita l’apertura mentre nella sanità pubblica e privata saranno garantiti solo i servizi essenziali.

Nel settore della logistica si sciopererà in tutti i turni compreso quello serale.

Sciopereranno anche i lavoratori del trasporto ferroviario in particolare nella fascia dalle ore 9 alle ore 17 mentre i lavoratori del commercio e delle cooperative sociali come quelli dell’industria potranno scioperare per l’intera giornata per tutti i turni di lavoro.

In occasione dello sciopero si terrà una manifestazione che partirà alle ore 9 da Piazza XX Settembre.






Gmane