Rattus Norvegicus | 30 Jan 18:24 2015
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R: Re: dialoghetto


Caro Giuseppe, il lungo testo di Bifo che Formenti deve aver 
commentato dev'essere quello di Bifo su "La soumission" di Michel 
Houellebecq inviato in questo lista da Claudio qualche giorno fa.

http://liste.comodino.org/wws/arc/neurogreen/2015-01/msg00061.html

Comunque, leggendo "Utopie letali" mi sono fatto l'idea che questo 
continuo sparare a zero sulla sinistra radicale sia una consuetudine 
tanto comune e diffusa quanto di difficile e complessa lettura. Il 
fatto è che a volte gli attacchi sono così veementi che vi si legge in 
filigrana una lotta interiore, una sorta di fuga da se stessi. (Da me 
qualche "psicologismo" bisogna aspettarselo). Non voglio tornare su 
Serra che se la prende con i centri sociali o sugli psicologi che se la 
prendono con Basaglia. Basti qui leggere questo pezzo di Carlo, 
dedicato al lancio di questa lista, per rendersi conto della natura del 
fenomeno.

http://www.carmillaonline.com/2004/09/23/neurogreen-una-mailing-per-discutere-sul-dopo-apocalisse/

Da quel testo traggo,  per fare un esempio, questo passo, che rinvia 
a una "proposta di discussione" di Bifo e Formenti, che pure si può 
reperire il rete. Carlo riassume in questo modo quella proposta:

"Il 
documento indicava, fra gli altri: 1) l’obiettivo di smascherare gli 
equivoci dell’ideologia neoliberista, incalzando le destre sul terreno 
della più rigorosa difesa delle libertà individuali e collettive (ivi 
compresa la difesa delle libertà economiche contro monopoli e 
protezionismi travestiti da campioni del libero mercato); 2) 
(Continue reading)

singolarità qualunque | 30 Jan 17:27 2015
Picon

dialoghetto

Cr*,
 
di Bifo

29 gennaio

Con Formenti ho amichevolmente litigato tante di quelle volte che non cercherò di convincerlo di alcunché.
Comunque su tre punti della sua critica mi piacerebbe potermi soffermare.

1. Il primo punto è l’umanesimo (con la u maiuscola o minuscola non so).
Giustamente Carlo si chiede: ma come, non eravamo un tempo contrari
all’umanesimo? Quando si parla di questo argomento è necessario fare mille precisazioni perché la parola “umanesimo” è troppo frequentata e abusata e quindi svuotata di significato.
Ogni qual volta si usa questa parola si deve precisare il contesto il senso eccetera. Infatti (nel lungo scritto su tristezza e sottomissione che Carlo ha la bontà di commentare, io ho chiarito che il mio riferimento è un passo della “Orazione sulla dignità dell’uomo” in cui Pico della Mirandola ci racconta come dio, nel settimo giorno, si trovò in una situazione imbarazzante. Aveva finito gli archetipi a sua disposizione (l’archetipo della roccia per la roccia, l’archetipo del leone per il leone, l’archetipo del fuoco per il fuoco) e doveva ancora creare la sua creatura più preziosa. Ecco allora che, dopo aver grattato il fondo del barile delle essenze, sconsolato scuotendo la testa il povero dio fece nascere Adamo e gli si rivolse così: caro Adamo, devi scusarmi, ma tu non sei niente, perché non dispongo dell’archetipo che ti definisce, quindi vedi un po’ tu che cazzo vuoi essere.
In questo senso parlo di libertà ontologica (o non definibilità), da distinguersi dalla libertà politica (o indipendenza dall’autorità).
Perché ho fatto questa precisazione? Perché ricordo benissimo come Formenti che più di quarant’anni fa entrambi ci appassionammo brevemente per i Manoscritti filosofici scritti nel 1844 dal giovane Marx, poi leggemmo Marcuse, Adorno, Erich Fromm, e anche Sartre e Adam Schaff - e per un periodo credemmo di essere diventati marxisti umanisti (correvano gli anni sessanta). Poi leggemmo anche Althusser e Mario Tronti e capimmo che invece l’umanesimo marxista nascondeva un ritorno dell’idealismo. Cosa sarebbe l’Imano se non una ipostasi (o assolutizzazione) della realtà esistente della condizione umana? E come possiamo su una ipostasi ideale fondare lo svolgimento storico reale?
Non l’uomo alienato che rivendica il ritorno della sua essenza autentica perduta nella presente condizione, ma l’operaio che vive le condizioni concrete dello sfruttamento, sarà il nostro alfa ed omega. Quell’operaio non rivendica nessuna autenticità originaria, ma esprime un concreto rifiuto del presente. Rude razza pagana, la chiamava Tronti.
E poi, non dimentichiamo, venne anche Foucault, il quale in un libro meraviglioso che io lessi nel 1968 (Les mots et le choses), smonta la nozione di “uomo” per sostituirgli una genealogia delle categorie epistemiche sulla cui base elaboriamo la nostra (determinata) concezione dell’umano.
Sono io forse pentito del mio anti-umanesimo giovanile?
Ohibò certo che no.
Come allora anche oggi respingo ogni definizione essenzialistica dell’umano o dell’autentico.
Non a caso mi riferisco a un testo nel quale, sorprendentemente, il simpatico Pico taglia l’erba sotto i piedi di tutti gli idealismi, gli essenzialismi e le aspirazioni all’autenticità, dicendo che il povero dio il settimo giorno non aveva più essenze.
Una sorta di umanesimo ermeneutico, quasi nietzschiano.
Anche se la parola è la stessa (umanesimo) il suo contenuto concettuale è molto distante se non proprio contrario.
Infatti il mio ragionamento ha tutt’altre implicazioni. Non mi importa, come agli hegelo-marxisti anni ’60, di restaurare un’umanità alienata dal capitalismo, perché non so cosa sarebbe questa originaria umanità e anche perché l’inautenticità della condizione tecnica non mi pare affatto da respingere o da disprezzare. Quel che mi fa paura della Tecnica non è l’effetto di inautenticità che essa instaurerebbe, ma il determinismo che induce nell’azione umana (e anche nella conoscenza).

2. il secondo punto è la definizione di cognitariato. Riconosco a Formenti di essere stato in Italia il primo a sottolineare l’importanza delle nuove tecnologie nel determinare una trasformazione profonda della composizione sociale del lavoro (se posso vorrei rivendicare per me il secondo posto nella lista degli anticipatori italiani ma chi se ne frega). Perciò solo a lui concedo l’insolenza con cui mi accusa di identificare i miei nomadi cognitarii con i coglioni che si riuniscono a Davos. Se lo facesse chiunque altro lo sfiderei a duello domattina.
Il lavoro cognitivo non è socialmente omogeneo: una piccola elite di sfruttatori che operano nel bunker digital-finanziario gode del privilegio economico in quanto compartecipe dei profitti della corporation. Una larghissima maggioranza degli info-lavoratori sono invece sfruttati (e contenti, come dice Formenti che fa anche rima). Ma sono proprio gli sfruttati cognitivi (contenti ma mica tanto, infatti vivono in una condizione di permanente psicopatia, depressione, euforia, sofferenza, solitudine e così via) che mandano avanti la macchina globale. E’ vero come dice Formens nel suo “Strategie fatali”, che la maggioranza degli sfruttati lavorano in fabbriche materialissime. Okay. Ma il problema è che non hanno più alcuna potenza di trasformazione né alcuna capacità di soggettivazione, perché la globalizzazione del mercato del lavoro (per loro che sono lavoratori sedentari territorializzati) ha segnato una definitiva espropriazione politica. Possono ribellarsi, non succede niente perché il capitale si sposta il giorno dopo lo sciopero dall’altra parte del pianeta. Chi invece può rimettere in moto un processo di trasformazione autonoma e di riattivazione indipendente del sapere e della tecnologia?
I lavoratori cognitivi che sono per essenza deterritorializzati.
Lo fanno? No, non lo stanno facendo perché il processo di autorganizzazione del lavoro cognitivo (e precario) passa attraverso un vero e lungo processo di tipo terapeutico che siamo lontani dall’aver intrapreso. Formenti che che a me mi è venuta la fissazione dello “psi” il che certamente dimostra che mi sono un pochino infrocito. Ma io insisto nel dire che la sofferenza psichica, e la riattivazione delle energie empatiche sta al centro della questione della ricomposizione sociale del lavoro.
I miei nomadi non sono affatto quelli che si incontrano a Davos, ma quelli che si spostano (virtualmente e geograficamente) lungo le traiettorie del lavoro globale ma non se la godono affatto. Soltanto liberando la loro mobilità nomadica dalla dipendenza economica si potrà innescare un processo di ri-programmazione della macchina globale.

3. ed eccoci all’ultimo punto, i fascisti da curare. E’ dal 1992 che mi chiedo come si cura il nazi, e qualcuno potrebbe osservare che non ho poi cavato un gran ragno dal buco visto che il nazi prolifera e pare in piena salute. Ma il punto è che non riesco a immaginare alcun processo di resistenza antifascista al nostro tempo, anzi auspico che non ci sia nessuno che casca nella trappola. Siamo seri, il fascismo sarà anche come dice Formens un nemico da battere, non c’è dubbio che lo sia, ma il problema è che se lo affrontiamo in campo aperto non lo battiamo ma ne siamo massacrati. E non ho alcuna vocazione a scontrarmi con le orde di assassini armati che scorrazzano ormai in ogni zona del pianeta. Non ho nessuna voglia di ripetere gli anni ’20 e ’30 con le belle conclusioni che sappiamo. Preferisco immaginare la questione in termini del tutto differenti. Il fascismo è propriamente una malattia identitaria, un disperato bisogno di identificazione e di appartenenza in una situazione antropologica e tecnica in cui l’appartenenza è continuamente decomposta e deterritorializzata. Va interpretato come una conseguenza della sofferenza da deterritorializzazione e come una disperata riaffermazione di un territorio che non esiste se non nella violenza. Il nostro nemico non sono questi psicopatici che fanno il saluto romano. E non sono neppure i terroristi di Daesh che partono dalle periferie di tutto il mondo per andare a guadagnarsi un salario di 400 euro, e per placare la loro ansia ammazzando e facendosi ammazzare.
Il nostro nemico è il capitalismo finanziario che alimenta, tra l’altro, quella sofferenza, quell’umiliazione, quella solitudine e quella violenza.
Non penso che si debba cercare un’alleanza con gli assassini neri. Penso che occorra evitare di fare dello scontro coi fascisti un argomento intelligente, visto che è solo una disgraziata evenienza da evitare. (Anche se so bene che talvolta non c’è modo di evitarla, e in quei casi occorre essere assolutamente determinati).

un abbraccio

 
"Il n'y pas d'autre monde. Il y a simplement une autre manière de vivre", Jacques Mesrine
 


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Rossana123 | 30 Jan 17:01 2015
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R: Re: La finanziarizzazione dello Stato

Ok. Grazie


Inviato da Samsung Mobile


afuma <afuma <at> eco.unipv.it> ha scritto:


Credo che molto più banalmente per "finanziarizzazione dello Stato" si
intende da un lato la gestione speculativa da parte delle banche e
investitori istituzionali dei titoli di stato, verso una sorta di
"nazionalizzazione bancaria del debito pubblico":
http://www.uninomade.org/bilancio-di-fine-anno-crisi-permanente/
dall'altro la privatizzazione (con conseguente finanziatizzazione) del
welfare.

Fuma





On Thu, 29 Jan 2015 10:05:18 +0100 (CET), "rossana123 <at> libero.it"
<rossana123 <at> libero.it> wrote:
> Cosa
> significa finanziarizzazione dello Stato? Sussunzione della razionalità
> del mercato da parte dello Stato o sussunzione dello Stato entro il
> capitale? (nell'articolo "Sulla rottura del dispositivo keynesiano" non
si
> capisce chi si rafforza e chi si indebolisce).
> Nell'articolo si legge che lo Stato (nelle sue molteplici
> forme)  “oltre ad introiettare” la razionalità del mercato ha prodotto
una
> separazione sempre più rilevante tra
> intervento statuale e democrazia. E' lo Stato che ha prodotto questa
> separazione o la finanziarizzazione dell'economia? Non si capisce quale
> teoria della crisi si "sposa" e quale teoria del valore permane.
>
>
>
> Christian Marazzi
> parla di “finanziarizzazione dello Stato, ultimo stadio del
> capitalismo finanziario”
>
http://tysm.org/la-prossima-volta-il-mercato-intervista-con-christian-marazzi/
>
> e nello “Stato del debito, etica della colpa” risponde alla
> domanda circa il diritto all'insolvenza “non lo
> affiderei agli Stati, né alla loro velleità di ritrovare per questa
> via la sovranità nazionale perduta”.
>
http://www.infoaut.org/index.php/blog/segnalazioni/item/3396-stato-del-debito-etica-della-colpa
>       
>
>
> Mezzadra e Negri spiegano le
> “trasformazioni dello Stato all’interno della globalizzazione”
> in “Per una politica delle lotte: Syriza,
> Podemos e noi” e i limiti dell'esito della
> tornata elettorale che “non possono essere superati da un
> singolo partito, e tanto meno sulla base di una semplice
> rivendicazione di “sovranità nazionale”.
> http://www.euronomade.info/?p=3913
>  
>
>
> Abbiamo sempre
> letto, da parte di questo filone di intellettuali, che “A
> proposito di costituzione e capitale finanziario” che
> “con la crisi della sovranità (nazionale), il pubblico
> viene sostanzialmente patrimonializzato
> in maniera privatistica, anche prima di esserlo giuridicamente”
> http://www.uninomade.org/costituzione-e-capitale-finanziario/
>
> e in “Postmoderno
> e capitalismo finanziario” l’Unione europea, la Banca centrale
> europea, il Fondo monetario internazionale hanno
> eroso
> le sovranità statuali e, dunque, la democrazia su base nazionale e
> popolare. Le decisioni fondamentali più rilevanti in ordine alla
> direzione dei processi economici e finanziari, su scala globale,
> appartengono ad attori tecnocratici, avulsi dalla democrazia politica
> e dal suffragio elettorale.
> http://www.juragentium.org/topics/global/it/liguori.pdf
> [][][][]][
> NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
> ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della
catastrofe
> http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 30 Jan 13:54 2015
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R: Grande, impossibile, indimenticabile Caronia

«No, guardi, è impossibile, mi creda. Faccia pure quel che vuole, ma 
>non chieda aiuto a me per una cosa del genere. Non sono all'altezza. 
>Abbia pazienza...»

e meno male non sapevi rispondere!
cià https://www.youtube.com/watch?v=6O6x_m4zvFs

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

Rattus Norvegicus | 30 Jan 08:56 2015
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Grande, impossibile, indimenticabile Caronia

«No, guardi, è impossibile, mi creda. Faccia pure quel che vuole, ma 
non chieda aiuto a me per una cosa del genere. Non sono all'altezza. 
Abbia pazienza...»

Mi capitò di rispondere così a un tale che l'anno 
scorso mi chiese, in modo molto urbano, se ero disposto a dargli 
qualche consiglio per la stesura di una tesi di laurea su Antonio 
Caronia. Mi sono sorpreso a rimproverarmi, qualche mese dopo, di essere 
stato un po' burbero con quel tale. Ma la risposta oggi sarebbe stata 
identica: "impossibile". Provo di seguito a spiegare - in modo 
confidenziale ed estemporaneo - il perché.

Intanto, si dovrebbe 
iniziare a cartografare le aree di interesse culturale che Antonio ha 
coperto nella sua vita intellettuale. Avremmo allora il Caronia 
giornalista e  critico cinematografico, il Caronia matematico e fisico, 
conoscitore delle principali teorie dell'universo. Poi avremmo il 
Caronia linguista, che affronta i problemi del linguaggio da varie 
prospettive: quella teorica, che da una tesi di laurea in matematica su 
Chomsky  lo conduce allo strutturalismo di Saussure e di Levy-Strauss e 
quella, pratica, che mostra un Antonio Caronia traduttore dei più 
importanti autori di fantascienza dello scorso secolo: Dick, Ballard, 
Gibson. E poi ancora il Caronia docente che insegna Estetica a Brera e  
Antropologia culturale. In tutto questo appena si coglie l'anamorfosi, 
la figura nascosta nel tappeto: il Caronia filosofo e militante, 
pensatore infaticabile, scrittore raffinatissimo.

Forse, di questo 
passo, si finirebbe con il parlare di un "arcipelago Caronia" senonché, 
esplorando le isole che compongono questo arcipelago, si viene 
sopraffatti da una sensazione sconcertante, come quella che assalì 
Wittgenstein quando, alle prese con la ricerca sul linguaggio, ebbe a 
scrivere: “Sono andato per tracciare i contorni di un'isola e invece ho 
scoperto i confini dell'oceano.”

In questa lista, vale particolarmente 
ricordare quel che scriveva Antonio insieme a Daniele Brolli 
nell'introduzione a "Mirrorshades", che per certi versi è stato l'atto 
di nascita del movimento cyberpunk. L'argomento era "Neuromante" il 
famoso romanzo di William Gibson (che proprio lo scorso anno ha 
celebrato il suo trentesimo anniversario). Dunque:

«Neuromante 
descrive un futuro non molto lontano, in cui il potere politico è quasi 
scomparso e il pianeta è dominato dal regime economico delle 
multinazionali, un regime che si fonda prevalentemente sulla dimensione 
immateriale della comunicazione all'interno di una enorme rete mondiale 
di computer, la "matrice" o "cyberspazio"».

E' difficile descrivere il 
possente scossone che stimoli di questo tipo, provenienti dalla 
letteratura cyberpunk, hanno inflitto ai più sensibili pensatori 
marxisti e postmarxisti. Certamente, la "sveglia" che Caronia stava 
suonando è stata particolarmente sentita nell'area cosiddetta 
neoperaista.
"Mirrorshades" è stato pubblicato nel 1993. A distanza di 
qualche anno, nel 2000, Antonio torna su quella lettura
socio-economica 
(nella seconda edizione de "Il Cyborg") affrontando nuovamente il tema 
della letturatura cyberpunk. Questa volta l'analisi è al passato 
remoto; più consapevole e profonda, più politica:

«La grande novità 
degli scrittori Cyberpunk consistette nel saper vedere direttamente la 
mutazione del rapporto tra tecnologia e società, oltre e al di là 
dell'assetto dell'immaginario esistente, nel cogliere e nel descrivere 
lo snodo dell'ingresso effettivo, trionfale, drammatico, ironico, ma in 
ultima analisi quotidiano e giornaliero, della tecnologia nel corpo, e 
la trasformazione sotterranea ma gigantesca nei modi di produrre valore 
nella società che si rendevano possibili proprio grazie a quella 
rivoluzione tecnologica».

In questo passo si colgono due degli assi 
fondamentali della riflessione di Antonio Caronia, quello 
dell'irruzione delle tecnologie nel corpo, su cui ora sarebbe 
impossibile soffermarsi, e quello dell'analisi socioeconomica: "la 
trasformazione sotterranea e gigantesca dei modi di produrre valore 
nella società".

Sebbene il discorso appaia oggi scontato, nel 1993 si 
trattava di autentica prefigurazione, mentre nel 2001 iniziava ad 
assumere il valore di una lucida analisi politica:«Sterling e compagni 
ci segnalavano invece, con un certo understatement, che quello che 
stava partendo era un nuovo modello di accumulazione, che il rapporto 
tra le istituzioni politiche, economiche, sociali, della società 
capitalistica tradizionale era stato terremotato, che stava mutando il 
rapporto tra territorio e potere, che una nuova geografia del potere, 
del comando, dei rapporti tra individuo e società stava emergendo nei 
nuovi luoghi della virtualità, legando inestricabilmente informazione, 
comunicazione, sapere e produzione»

Credo non ci si debba sbarazzare 
di una simile eredità per fretta o distrazione. La difficoltà del 
compito non dovrebbe scoraggiare. Caronia ci suggeriva, con il solito 
garbo un po' dimesso, di continuare testardamente nell'analisi del 
rapporto tra linguaggio, controllo e libertà. Quando intervistò il 
grande William Gibson per conto de "l'Unità" gli chiese: «Lei, come 
tutti i romanzieri, usa il linguaggio come strumento di libertà, ma il 
linguaggio oggi, soprattutto quello informatico, sembra più uno 
strumento di controllo. (..) Come può una persona, anche uno che non 
sia scrittore, usare il linguaggio come strumento di libertà e non di 
controllo?".

(http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/265000/261575.xml?key=antonio+caronia&first=11&orderby=0

Non ha importanza cosa risponderà Gibson (trite banalità). Il fatto è 
che sulla ricerca di una risposta a questa domanda ruotano gli ultimi 
anni di lavoro di Antonio Caronia. Un patrimonio di grande rilievo che 
andrebbe portato alla luce con un paziente lavoro di indagine tra le 
sue opere, i suoi corsi, i suoi articoli.  

Questo avrei dovuto dire 
a quel tale della tesi.

un abbraccio

rattus

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 29 Jan 10:40 2015
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Bifo e Piketty. Syriza e la rinascita dell’Europa sociale

Due articoli, uno di Bifo e uno di Piketty

Syriza e la rinascita dell’Europa sociale di Bifo

Fermi un attimo. Solo un esercizio spregiudicato dell’intelligenza ci permetterà di trarre il meglio ed evitare il peggio dalla vittoria di Syriza che apre un gioco totalmente nuovo. Proviamo a immaginarne i possibili sviluppi.

L’Unione europea era messa male, perché la odiavano tutti. La odiavano i lavoratori cui la troika ha rubato con l’euro metà del salario, la odiavano i nostalgici della sovranità nazionale, la odiava il capitalismo finanziario che le ha succhiato il sangue senza smetter però di pensare che da qualche parte in Europa, non ancora cancellata nella memoria, resta l’eredità del movimento operaio e del pensiero critico.

La domanda era: chi darà il colpo di grazia all’Unione? Potevano farlo i sovranisti, con la vittoria del Front National in Francia. Poteva farlo la Bundesbank dicendo adesso basta, ce ne andiamo perché a noi piace soltanto chi lavora e subisce senza fiatare. Poteva farlo il popolo greco, sottoposto a una guerra di aggressione da parte del Finanz-Kapitalismus globale. E lo ha fatto, creando le condizioni per la sua rinascita e conquistando un punto di vantaggio per sé ma anche per tutti i lavoratori d’Europa, quelli tedeschi compresi.

Rinascere significa avviare dal basso un processo costitutivo dell’Europa sociale, fondata sulla solidarietà e su un programma di riforme radicali. Sì perché adesso è ora di riprendersi questa parola di cui si sono appropriati gli sfruttatori.

Riforme non significa: più sfruttamento più miseria più disuguaglianza. Riforme significa: più risorse alla società, all’educazione e alla sanità, riduzione del tempo di lavoro, più occupazione. Più eguaglianza, più libertà, più fraternità.

Ma se Syriza non riuscirà ad aprire questa strada, se un movimento europeo non nascerà per renderla possibile, allora i peggiori scenari divengono possibili. Come ha detto un caporione di Alba Dorata, dopo il fallimento di Syriza vinceremo noi.

Ora sono possibili vari scenari. Syriza si è impegnata a restituire alla società greca quel che la troika le ha portato via. Se vuole farlo (ed è difficile che possa tradire queste promesse) dovrà necessariamente dire no alle pretese del capitalismo finanziario che al momento detiene tutto il potere in Europa. Tsipras ha già dichiarato (e questo ci fa bene sperare) che la troika è una cosa del passato. Ma chi glielo spiega alla troika?

La seconda cosa che può accadere è che la troika reagisca. Come?

Ci sono almeno due scenari prevedibili: il primo è che la Germania abbandoni l’Unione. Il secondo è che l’Unione espella la Grecia. Nel secondo caso milioni di persone dovranno marciare nelle città d’Europa e distruggere ogni segno del potere finanziario. Prepariamoci fin da subito.

In entrambi i casi sarà indispensabile un movimento sociale che affermi le ragioni dell’Unione su basi diverse da quelle sancite a Maastricht.

Nel 2011 occupammo le piazze di molte città ma non riuscimmo a creare un movimento culturale della società europea contro la dittatura finanziaria. Fu il nostro fallimento culturale. Non riuscimmo a fare i conti (anzi nessuno ci provò) con l’incomprensione fondamentale che rende fragili le basi stesse dell’Unione. L’incomprensione che oppone la tradizione mediterranea (controriformata, cattolica, ortodossa e barocca) a quella nordica (protestante, calvinista, iper-lavorista e Gotica).

Non attaccammo il pregiudizio secondo cui il lavoro è un valore imprescindibile. Il lavoro non è un valore, è una triste necessità da cui l’intelligenza ci sta emancipando E se non siamo capaci di interpretare politicamente la mutazione tecnologica che rende il lavoro obsoleto, il risultato è la catastrofe presente: disoccupazione, miseria, ricatto precario, senso di colpa, debito due concetti che in tedesco si esprimono nella stessa maniera.

Il conformismo economico si fonda su un pregiudizio di tipo valoriale, mentre proprio un filosofo tedesco (ma anche ebreo) ci ha insegnato che l’intelletto può liberarci dal lavoro.

Ora occorre lanciare una campagna culturale contro il pregiudizio lavorista. L’Europa è il luogo in cui intelligenza sapere e tecnologia possono e debbono prendere il posto che il conformismo attribuisce al lavoro e alla responsabilità.

E’ una campagna difficilissima perché si oppone a tutte le banalità su cui si fonda il senso comune dell’Occidente. Ma ora che la tecnologia riduce il tempo di lavoro necessario e Google investe massicciamente sulla robotica, mentre crolla l’Unione finanzista, è proprio in Europa che questa campagna può avere successo.

Ora tutti uniti contro l’austerità. La sinistra europea riparta da Syriza.Dopo la vittoria di Tsipras toccherà alla Spagna di “Podemos”. Ma perché questa rivoluzione democratica possa riuscire a modificare il corso delle cose bisogna che Renzi e Hollande dicano chiaramente che il trattato sui bilanci va modificato.

di Thomas Piketty, da Repubblica, 27 gennaio 2015

Il trionfo elettorale di Syriza in Grecia potrebbe capovolgere la situazione dell’Europa e farla finita con l’austerità che mette a rischio la sopravvivenza del nostro continente e dei suoi giovani. Tanto più che le elezioni previste per la fine del 2015 in Spagna potrebbero produrre un risultato simile, con l’ascesa di Podemos. Ma perché questa rivoluzione democratica venuta dal Sud possa riuscire a modificare davvero il corso delle cose, bisognerebbe che i partiti di centrosinistra attualmente al potere in Francia e in Italia adottino un atteggiamento costruttivo e riconoscano la loro parte di responsabilità nella situazione attuale.

Concretamente, queste forze politiche dovrebbero approfittare dell’occasione per dire con voce alta e forte che il trattato sui bilanci adottato nel 2012 è stato un fallimento, e per mettere sul tavolo nuove proposte, tali da consentire una vera rifondazione democratica della zona euro. Nel quadro delle istituzioni europee esistenti, ingabbiate da criteri rigidi sul deficit e dalla regola dell’unanimità sulla fiscalità, è semplicemente impossibile portare avanti politiche di progresso sociale. Non basta lamentarsi di Berlino o di Bruxelles: bisogna proporre regole nuove.

Per essere chiari: a partire dal momento in cui si condivide una stessa moneta, è più che giustificato che la scelta del livello di deficit, così come gli orientamenti generali della politica economica e sociale, siano coordinati. Semplicemente, queste scelte comuni devono essere fatte in modo democratico, alla luce del sole, al termine di un dibattito pubblico e con contraddittorio. E non applicando regole meccaniche e sanzioni automatiche, che dal 2011-2012 hanno prodotto una riduzione eccessivamente rapida dei deficit e una recessione generalizzata della zona euro. Risultato: la disoccupazione è esplosa mentre altrove scendeva (sia negli Stati Uniti che nei Paesi esterni all’area dell’euro), e i debiti pubblici sono aumentati, in contraddizione con l’obbiettivo proclamato. La scelta del livello di deficit e del livello di investimenti pubblici è una decisione politica, che deve potersi adattare rapidamente alla situazione economica. Dovrebbe essere fatto democraticamente, nel quadro di un Parlamento dell’Eurozona in cui ogni Parlamento nazionale sarebbe rappresentato in proporzione alla popolazione del rispettivo Paese, né più né meno. Con un sistema del genere, avremmo avuto meno austerità, più crescita e meno disoccupazione. Questa nuova governance democratica consentirebbe anche di riprendere in mano la proposta di mettere in comune i debiti pubblici superiori al 60 per cento del Pil (per condividere lo stesso tasso di interesse e per prevenire le crisi future) e istituire un’imposta sulle società unica per tutta la zona euro (il solo modo per mettere fine al dumping fiscale).

Purtroppo, oggi il rischio è che i governi di Francia e Italia si accontentino di trattare il caso greco come un caso specifico, accettando una leggera ristrutturazione del debito del Paese ellenico senza rimettere in discussione alla radice l’organizzazione della zona euro. Perché? Perché hanno passato un mucchio di tempo a spiegare ai loro cittadini che il trattato di bilancio del 2012 funzionava, e oggi sono reticenti a ritrattare quanto detto. E quindi vi spiegheranno che è complicato cambiare i trattati, anche se nel 2012 gli bastarono sei mesi per riscriverli, e anche se è evidente che nulla impedisce di prendere misure di emergenza in attesa che entrino in vigore nuove regole. Ma farebbero meglio a riconoscere gli errori finché sono in tempo, piuttosto che aspettare nuovi scossoni politici, stavolta dall’estrema destra. Se la Francia e l’Italia oggi tendessero la mano alla Grecia e alla Spagna per proporre un’autentica rifondazione democratica della zona euro, la Germania non potrebbe fare a meno di accettare un compromesso.

Tutto dipenderà anche dall’atteggiamento dei socialisti spagnoli, attualmente all’opposizione. Meno falcidiati e screditati dei loro omologhi greci, devono tuttavia accettare il fatto che faranno molta fatica a vincere le prossime elezioni senza allearsi con Podemos, che stando agli ultimi sondaggi potrebbe perfino arrivare al primo posto.

E non dobbiamo pensare, soprattutto, che il nuovo piano annunciato dalla Bce basterà a risolvere i problemi. Un sistema di moneta unica con 18 debiti pubblici e 18 tassi di interesse diversi è fondamentalmente instabile. La Bce cerca di giocare il suo ruolo, ma per rilanciare l’inflazione e la crescita in Europa c’è bisogno di un rilancio della spesa pubblica. Senza di esso, il pericolo è che i nuovi miliardi di euro stampati dalla Bce finiscano per creare bolle speculative su certe attività, invece di far ripartire l’inflazione dei prezzi al consumo. Oggi la priorità dell’Europa dovrebbe essere investire su innovazione e formazione. Per fare questo c’è bisogno di un’unione politica e di bilancio della zona euro più stringente, con decisioni prese a maggioranza all’interno di un Parlamento autenticamente democratico. Non si può chiedere tutto a una Banca centrale.

(Traduzione Fabio Galimberti)


rossana123@libero.it | 29 Jan 10:05 2015
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La finanziarizzazione dello Stato

Cosa significa finanziarizzazione dello Stato? Sussunzione della razionalità del mercato da parte dello Stato o sussunzione dello Stato entro il capitale? (nell'articolo "Sulla rottura del dispositivo keynesiano" non si capisce chi si rafforza e chi si indebolisce).

Nell'articolo si legge che lo Stato (nelle sue molteplici forme)  “oltre ad introiettare” la razionalità del mercato ha prodotto una separazione sempre più rilevante tra intervento statuale e democrazia. E' lo Stato che ha prodotto questa separazione o la finanziarizzazione dell'economia? Non si capisce quale teoria della crisi si "sposa" e quale teoria del valore permane.

Christian Marazzi parla di “finanziarizzazione dello Stato, ultimo stadio del capitalismo finanziario” http://tysm.org/la-prossima-volta-il-mercato-intervista-con-christian-marazzi/

e nello “Stato del debito, etica della colpa” risponde alla domanda circa il diritto all'insolvenza “non lo affiderei agli Stati, né alla loro velleità di ritrovare per questa via la sovranità nazionale perduta”. http://www.infoaut.org/index.php/blog/segnalazioni/item/3396-stato-del-debito-etica-della-colpa

Mezzadra e Negri spiegano le “trasformazioni dello Stato all’interno della globalizzazione” in “Per una politica delle lotte: Syriza, Podemos e noi” e i limiti dell'esito della tornata elettorale che “non possono essere superati da un singolo partito, e tanto meno sulla base di una semplice rivendicazione di “sovranità nazionale”. http://www.euronomade.info/?p=3913

Abbiamo sempre letto, da parte di questo filone di intellettuali, che “A proposito di costituzione e capitale finanziario” che “con la crisi della sovranità (nazionale), il pubblico viene sostanzialmente patrimonializzato in maniera privatistica, anche prima di esserlo giuridicamente” http://www.uninomade.org/costituzione-e-capitale-finanziario/

e in Postmoderno e capitalismo finanziario” l’Unione europea, la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale hanno eroso le sovranità statuali e, dunque, la democrazia su base nazionale e popolare. Le decisioni fondamentali più rilevanti in ordine alla direzione dei processi economici e finanziari, su scala globale, appartengono ad attori tecnocratici, avulsi dalla democrazia politica e dal suffragio elettorale. http://www.juragentium.org/topics/global/it/liguori.pdf

mcsilvan_@libero.it | 28 Jan 21:13 2015
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R: Sulla rottura del dispositivo keynesiano

> se preferite: è possibile fare un «uso politico non-keynesiano del 
keynesismo»?

fino a quando ha ripetuto la lezione che ha imparato.. l'articolo si mantiene 
su livelli buoni. Comincia ad inebriarsi quando arriva la critica al 
"sovranismo", che il punto classico in cui questa impostazione comincia a 
perdere quota e lucidità politica.
Come quelli che criticano i no-euro, che in effetti è un circo niente male, 
convinti di avere la verità in mano perché fanno critiche sensate. Il resto 
dell'articolo è una Waterloo, rispetto a un'impostazione così confusa, e a quel 
punto molto arretrata, persino
le zone più opache di Syriza e Podemos risplendono. Il conflitto è una cosa 
troppo seria per essere usato a sostegno di argomenti senza sostanza.

sentenza: gulag semirigido

mcs 

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 28 Jan 20:57 2015
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Sulla rottura del dispositivo keynesiano

di Biagio Quattrocchi

Recentemente Sandro Mezzadra e Toni Negri hanno aperto, per il collettivo Euronomade, una riflessione sulla concatenazione dell’imminente appuntamento elettorale in Grecia e su quello successivo, che si terrà in Spagna verso la fine dell’anno. La posta in gioco di questo doppio passaggio elettorale, senza nessuna retorica e senza alcuna particolare ingenua illusione, resta elevata. Non è in discussione né la rottura lineare del regime neoliberale europeo, né, nel tempo immediato, la definizione di un progetto compiutamente post-liberista su scala continentale. Ma si potrebbe trattare pur sempre di una rilevante rottura politica, qualora le più rosee previsioni elettorali per le due “nuove formazioni di sinistra” – Syriza e Podemos – dovessero essere confermate. Per cui, come scrivono gli autori: «questo non ci impedisce di cogliere la rilevanza che specifiche elezioni possono avere dal punto di vista della lotta di classe». Per noi, che pratichiamo la politica a partire dalla centralità delle lotte sociali, è in discussione innanzitutto la relazione tra queste lotte e la “verticalità” del soggetto politico. O, ancor più in là, il rapporto tra queste ultime due dimensioni dell’azione politica, quella istituzionale del governo e l’apertura di un terreno costituente per l’auto-organizzazione del Comune.

La rilevanza e l’urgenza di questo dibattito, è data dalle condizioni materiali che si sono concretamente determinate in questi due paesi. Il punto non è quello di discutere su un piano di trascendenza se le relazioni poc’anzi accennate possono essere in assoluto pensate o agite. Qui, si tratta di comprendere che in questi due paesi, nella violenza dell’attuale crisi, le lotte sociali in qualche caso hanno spinto, in altri hanno direttamente assunto su di sé, questo nuovo e inedito piano dell’agire politico. Eludere queste questioni sarebbe come giocare a mosca cieca. Al contempo, eludere il rischio di un “riassorbimento” delle stesse lotte sul piano istituzionale sarebbe da stupidi.

Syriza e Podemos sono due diverse forze politiche. Diverso è il rapporto con i movimenti. Diverso è il modello organizzativo interno. Altrettanto diverso è il loro richiamo alla “tradizione” politica e culturale della sinistra socialista (o comunista). La prima organizzazione rivendica un terreno di internità e di maggiore continuità con la storia. La seconda opera una rottura, aprendosi al populismo nella accezione di Laclau. In entrambi i casi, però, tali organizzazioni sembrano lavorare per un rinnovamento del “laboratorio socialdemocratico” in Europa ed è questo il nodo insieme rilevante e problematico  su voglio concentrarmi.

Dal programma di Syriza, si legge della volontà (trovate le condizioni per l’eventuale formazione del governo) di riaprire una contesa con le istituzioni europee ed internazionali (Commissione, BCE e FMI) per la «rinegoziazione del debito pubblico» e, contestualmente, per la rottura della spirale dell’austerity attraverso un programma espansivo di politica fiscale. Lo scopo è minare alla base alcuni dei principi ordoliberali contenuti nei regolamenti e nella disciplina di bilancio dell’unione monetaria. Benché non esaustive, dal punto di vista della fine – o solo dell’ammorbidimento – degli effetti sociali della crisi, le due questioni sono certamente rilevanti, in sé e nel porre il problema sulla scala europea, aprendo alla possibilità di rompere gli equilibri interni al management della crisi, senza necessariamente chiudere ai movimenti la possibilità di riarticolare uno spazio di azione nella geografia dell’Europa. In più, cosa di non poco conto nella fase attuale, si tratta di un piano discorsivo che sembra sottrarsi all’ordine del discorso “uscita dall’euro vs sostegno alla moneta unica così com’è”. Lasciando, invece, aperta la possibilità ad una critica radicale dell’attuale sistema istituzionale del “circuito della moneta” europeo.

A ben vedere, così come è stato già sottolineato da altri, si tratta di un programma che punta a recuperare (o almeno si mostra coerente con) un piano di politica economica post-keynesiano. Centralità della domanda effettiva, rottura dell’indipendenza della BCE dal Tesoro, coordinamento con la politica fiscale, (presunto) recupero dello Stato come agente capace di “programmare” indipendentemente dalla razionalità del mercato. Ma come spesso accade all’interno dello stesso dibattito teorico post-keynesiano, i due corni dell’economia politica finiscono per perdere forza e la dimensione politica finisce per non mordere. Riemerge quell’incrollabile «naturalismo» politico dei post-keynesiani, che magari pensando che il neoliberismo sia stato nient’altro che una riedizione del laissez-faire tendono a pensare che sia sufficiente, come si fa per i morti, riesumare dall’oltretomba lo Stato liberale keynesiano.

Abbiamo imparato che la questione del “keynesismo storico” (o “reale”), sul piano politico, è stata una vicenda assai più complessa di quanto ce la raccontano per lo più, ancora oggi, gli stessi post-keynesiani. Per sir John Maynard Keynes i fatti erano strettamente integrati tra loro, o almeno così lo sono stati nel “keynesismo reale”. Lo Stato-piano controllava attraverso la domanda effettiva la stabilità del ciclo economico, programmando l’apertura di mercati. Definendo talvolta cosa e come produrre. Contestualmente il controllo della domanda effettiva rifletteva, sul piano politico, il tentativo di «democratizzazione del ciclo economico». Al centro di questa costruzione figurava il partito-massa, innestato saldamente nella struttura istituzionale della rappresentanza. E ancora più a fondo, la forza del movimento operaio, che attraverso le lotte salariali è stato capace di imprimere una dinamica espansiva tenendo insieme crescita economica, occupazione, miglioramento delle condizioni riproduttive e democrazia. Fino a minacciare, nei punti alti delle lotte, la compatibilità interna di questa costruzione, aprendo inediti spazi di liberazione. Ma la storia del keynesismo, le sue profonde contraddizioni, le sue forme di comando sulla forza-lavoro, sui corpi, le abbiamo più volte discusse, e non vale la pena di continuare a farlo qui.

Abbiamo anche imparato da Foucault che nel tempo presente le molteplici forme-Stato del neoliberalismo, oltre ad introiettare dentro di sé la razionalità del mercato – facendo quindi dello Stato un agente che opera per il mercato – hanno prodotto una separazione sempre più rilevante tra intervento statuale e democrazia. E’ lo Stato, non certamente scomparso nel lungo ciclo neoliberale, che ha continuato e continua a governare insieme alle altre istituzioni i violenti meccanismi “estrattivi” del capitale finanziario. La democrazia, quindi, ha perso la sua forza espansiva e della crisi della rappresentanza istituzionale mi sembra che oramai neppure più l’establishment ne faccia mistero.

Per giunta, se si svolgesse fino in fondo il discorso post-keynesiano, così come viene fuori dai suoi laboratori accademici più intelligenti, come il Levy Economics Institute di New York, si troverebbe la loro quasi costante insistenza sul recupero della “sovranità nazionale”. E’ l’altra faccia del discorso che “in una certa sinistra” si fa sulla rottura della moneta unica, e principalmente sul ritorno alle monete nazionali. Come si fa a non capire che “sovranità nazionale”, in assenza dei contropoteri a cui prima facevamo riferimento, oggi sarebbe solo una terribile tragedia?  Come fare a non vedere, per esempio dopo i tragici fatti di Parigi, che il tema della sovranità nazionale è già tutto occupato dalle “consorterie neoconservatrici” e dai fascismi?

Uso un’espressione ancora provvisoria, ma che mi aiuta a puntare i piedi dritti su una questione. E’ possibile, alla luce dell’azzardo di Syriza e di Podemos, «rompere il dispositivo politico keynesiano»? O, se preferite: è possibile fare un «uso politico non-keynesiano del keynesismo»?

Si tratta di immaginare e di praticare nuove forme di congiunzione tra lotta economica e lotta politica, capaci di riaprire spazi di democrazia.

E’ stato correttamente osservato da Christian Marazzi che nel passato la relazione salariale, e quindi la lotta sul salario, ha avuto la forza di «comprendere la vita nella sua interezza». Perché oltre a riguardare il momento diretto della produzione (quindi il potere interno ai luoghi di produzione), gli aumenti salariali, attraverso il welfare beveridgiano, assicuravano la formazione, il pensionamento e così diversi altri momenti della vita. La rottura di questi legami, di queste «consequenzialità», deve suggerire una nuova articolazione delle lotte.

La riapertura di un programma di politica fiscale espansivo, dicevamo, deve incontrare la pressione della lotta sociale sul terreno del reddito di base incondizionato, allo scopo di favorire nello spazio sociale riproduttivo quanto c’è di comune nelle relazioni sociali. Allo stesso tempo, questa rottura dall’alto relativa alla spesa pubblica deve incontrare la sperimentazione di modelli di auto-organizzazione di servizi mutualistici nel campo del welfare del comune. Sarebbe, quest’ultimo, un terreno concreto di espansione e consolidamento di nuove istituzioni sociali, capaci di riaprire contropoteri diffusi ed esperienze di democrazia diretta. E potrebbe, per giunta, fare leva su prototipi che già si stanno dando in Grecia come quelli della rete Solidarity for all, oppure in Spagna, nelle diverse esperienze mutualistiche germinate dal 15-M. E’ in questo senso che intendo, provvisoriamente, «rottura del dispositivo politico keynesiano». E se non fosse ancora chiaro, la questione è quella di affinare nella concretezza di questa fase storica le armi della critica dell’economia politica.

http://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/4628-biagio-quattrocchi-sulla-rottura-del-dispositivo-keynesiano.html

singolarità qualunque | 28 Jan 15:32 2015
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menomenomeno

Cr*,
 

menomenomeno

A un certo punto della storia del ventesimo secolo coscienza sociale e tecno-evoluzione cominciarono a divergere. La coscienza sociale fu invasa dal veleno ideologico del Thatcherismo. “Non esiste nulla che si possa chiamare società” disse la signora di ferro. Non era un’affermazione ma una profezia destinata a realizzarsi. In effetti la vita sociale si è trasformata nell’inferno della competizione, del super-sfruttamento, della precarietà, dell’ansietà e della miseria.

Al culmine della civiltà sociale del passato lavoro e intelletto generale erano alleati: la tecnologia e l’automazione si trovarono sul punto di darci la possibilità di liberarci dalla servitù del lavoro.

Lavorare tutti ma pochissimo.

Rifiuto del lavoro lo chiamammo. Il nostro tempo può liberarsi dalla schiavitù del lavoro salariato, dal momento che l tecnologia intelligente riduce sempre più il tempo di lavoro necessario.

Ma questa possibilità si è perduta perché il capitalismo è incapace di comprendere l’evoluzione. Il capitalismo è un codice semitico che traduce il tempo in denaro, la ricchezza in povertà, e la libertà in schiavitù.

Il capitalismo è una Gestalt che funziona come trappola. Perverte la tecnologia e sottomette l’intelletto generale alla stupida macchina dell’accumulazione. Essendo fondato sullo sfruttamento del lavoro vivo, il capitalismo è incapace di far fruttare le potenzialità liberatorie della tecnologia.

Il risultato è la catastrofe in corso: una parte della forza lavoro è costretta a spendere sempre più tempo nella fabbrica globale, mentre un numero crescente di persone sono gettate nel limbo della disoccupazione.

Politici ed economisti sono incapaci di uscire dall’ottuso mantra: più lavoro più competizione più crescita. Più più più.

Al contrario è urgente dire: meno meno meno.

Meno lavoro. Più tempo per rendere la vita vivibile.

Crescita e pieno impiego sono illusioni. L’ossessione della crescita sta distruggendo il pianeta, mentre Google investe massicciamente sulla tecnologia dei robot. Il 45% degli impieghi attualmente ricoperti da esseri umani sono un’inutile perdita di tempo.

Urgente.

Liberare il reddito dal lavoro. Liberare la vita dall’obbligo del lavoro. Liberare l’intelligenza dalla stupidità della crescita. Liberare la tecnologia dall’ossessione del lavoro.

zulfikar

http://urgeurge.net/2015/01/27/menomenomeno/

 


singolarità qualunque
 
"Il n'y pas d'autre monde. Il y a simplement une autre manière de vivre", Jacques Mesrine
 


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rossana123@libero.it | 27 Jan 13:08 2015
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Tutti (pure le destre) sul carro di Alexis


C’è un rischio che tutti i cre­di­tori del mondo cono­scono: se mandi qual­cuno in fal­li­mento i tuoi cre­diti diven­tano carta strac­cia. E se il cre­dito è stato con­cesso da uno stato, sia pure con altri della Ue, i suoi con­tri­buenti potranno chie­der conto della per­dita subita.

Il governo di Angela Mer­kel lo sa bene e, incal­zato da destra, molto se ne pre­oc­cupa. Insomma, anche nella più nera delle crisi c’è sem­pre qual­cuno “too big to fail”, troppo grosso per fal­lire. Se la Gre­cia si trovi effet­ti­va­mente in una simile con­di­zione è mate­ria assai con­tro­versa, ma certo è che la ragione eco­no­mica pro­pen­de­rebbe, sem­pre e comun­que, per il nego­ziato, per recu­pe­rare almeno il recu­pe­ra­bile. Quando si decide di man­dare qual­cuno in ban­ca­rotta è sostan­zial­mente per ragioni poli­ti­che o “morali”, mai “con­ta­bili”. Si accetta un sacri­fi­cio per sal­va­guar­dare la regola. Si mette in conto una per­dita per con­ser­vare un potere. Se ne col­pi­sce uno, insomma, “per edu­carne cento”. Il rap­porto tra cre­di­tori e debi­tori è assai più poli­tico che non contrattuale.

La linea dura con­tro Atene è det­tata infatti dal timore, tutto poli­tico, di un “effetto domino”, cioè della pos­si­bile emu­la­zione da parte di altri paesi dell’eurozona, in par­ti­co­lare quelli dell’area medi­ter­ra­nea, della ribel­lione greca con­tro la tiran­nia del debito. Ma, d’altro canto, effetti domino potrebbe com­por­tarne anche lo stran­go­la­mento della Gre­cia o la sua esclu­sione dall’Eurozona, in ter­mini di tur­bo­lenza sui mer­cati finan­ziari e di di tenuta stessa del pro­cesso euro­peo nel suo insieme. I fal­chi che vol­teg­giano tra Ber­lino e Bru­xel­les non hanno affatto le carte euro­pei­ste in regola e quando la ren­dita finan­zia­ria e i poteri delle éli­tes sen­tono allen­tarsi la presa sulle poli­ti­che euro­pee la fede nell’Unione e nel pro­gre­dire dell’integrazione vacilla paurosamente.

Il primo schema che con­verrà dun­que destrut­tu­rare è quello che vede con­trap­po­sti un fronte nor­dico “indub­bia­mente” euro­pei­sta a un’Europa medi­ter­ra­nea “indub­bia­mente” votata al popu­li­smo euro­scet­tico non appena i suoi governi accen­nino a disco­starsi di un passo dal cate­chi­smo ordo­li­be­ri­sta di Bru­xel­les. Jens Weid­mann, il pre­si­dente della Bun­de­sbank, per esser chiari, è assai meno euro­pei­sta di Ale­xis Tsi­pras. Tut­ta­via l’entusiasmo mani­fe­stato da pres­so­ché tutta la destra euro­scet­tica per la vit­to­ria di Syriza in Gre­cia, inter­pre­tata in chiave “sovra­ni­sta”, costi­tui­sce una insi­dia da non sot­to­va­lu­tare, desti­nata a inqui­nare peri­co­lo­sa­mente il pro­ba­bile brac­cio di ferro tra il governo di Tsi­pras e l’attuale gover­nance europea.

Marine Le Pen plaude allo “schiaffo di Atene”, Nigel Farage gon­gola per la vit­to­ria di “quelli che sono stati impo­ve­riti dall’euro”, Came­ron si com­piace di aver messo i cit­ta­dini bri­tan­nici al riparo dai sus­sulti dell’Unione, la nostra Lega si com­pli­menta con il pre­sunto corso anti­eu­ro­peo affer­ma­tosi in Gre­cia, e per­fino Bernd Lucke, pre­si­dente di Alter­na­tive fuer Deur­schland, il par­tito più nazio­na­li­sta e anti­eu­ro­peo dello scac­chiere polico tede­sco, dichiara: «il debito greco deve essere tagliato; in que­sto Syriza ha per­fet­ta­mente ragione». Dopo­di­ché il paese dovrebbe abban­do­nare l’euro.

La destra nazio­na­li­sta sem­bra voler caval­care con deci­sione il suc­cesso elet­to­rale del par­tito di Tsi­pras, ser­ven­do­sene per appro­fon­dire le con­trad­di­zioni interne all’Unione e fre­nare i pro­cessi di inte­gra­zione euro­pea. Saranno que­ste forze le prime a trarre van­tag­gio da una totale chiu­sura di Bru­xel­les nei con­fronti delle richie­ste gre­che. Ser­ven­do­sene come argo­mento per dimo­strare che nes­suna Europa è pos­si­bile, se non quella della Troika.

In que­sto qua­dro l’alleanza di governo con la destra nazio­na­li­sta di Anel, cui Tsi­pras è stato costretto per aver man­cato di un sof­fio la mag­gio­ranza asso­luta, rischia di man­dare un segnale peri­co­loso. Non tanto nella sostanza, data l’enorme spro­por­zione di peso tra le due forze poli­ti­che, ma sul piano dell’immagine. Molti hanno inte­resse, tanto sul ver­sante anti­eu­ro­peo quanto su quello del rigore, a con­fon­dere la novità del labo­ra­to­rio greco con il popu­li­smo euro­scet­tico che cre­sce nel resto d’Europa. Per non par­lare delle sue rami­fi­ca­zioni “rosso-brune” che com­bi­nano nazio­na­li­smo e disa­gio sociale. E’ vero che sem­pre, e ripe­tu­ta­mente nel corso della sua cam­pa­gna elet­to­rale, Tsi­pras ha insi­stito sullo spi­rito euro­pei­sta del suo pro­getto, ma ora, da capo di governo e di una alleanza sulla quale molti, a sini­stra, stor­cono il naso, sarebbe altret­tanto urgente quanto met­ter mano al disa­stro sociale, un forte gesto di segno europeista.

Vinta la bat­ta­gli elet­to­rale interna, è nella dimen­sione euro­pea che biso­gna rilan­ciare e non solo nei ter­mini di una ver­tenza con Bruxelles.

In con­tra­sto con l’espansione del nazio­na­li­smo euro­peo, sta pren­dendo forma un altro corso poli­tico: quello che sospinge Pode­mos in Spa­gna verso una cre­scita e una affer­ma­zione che potrebbe rag­giun­gere dimen­sioni simili a quelle con­se­guite da Syriza in Gre­cia. A Bar­cel­lona e a Madrid risiede dun­que, sia pure a par­tire da una sto­ria e da carat­te­ri­sti­che del tutto diverse, il natu­rale pro­se­gui­mento del pro­cesso avviato ad Atene. Entro que­sta pro­spet­tiva euro­pea, movi­menti e forze poli­ti­che pos­sono mobi­li­tarsi per impe­dire che la Gre­cia venga iso­lata e accer­chiata. In que­sto caso l’alleanza con i “Greci indi­pen­denti” reste­rebbe , una paren­tesi, una fasti­diosa neces­sità con­tin­gente. Altri­menti, tra gli applausi delle destre anti­eu­ro­pee, rischierà di essere il primo passo di un arroc­ca­mento inin­fluente sul destino futuro della demo­cra­zia europea.


Gmane