rossana123@libero.it | 26 Jul 23:13 2014
Picon

Schizorevolutions vs. Microfascisms: A Deleuzo-Nietzschean Perspective on State, Security, and Active/Reactive Networks

http://works.bepress.com/cgi/viewcontent.cgi?
article=1037&context=athina_karatzogianni

Athina Karatzogianni
Andy Robinson
Abstract

This discussion is based on a distinction between states and networked 
movements on the one hand, and between two types of network on the other. As we 
have argued in Power, Resistance and Conflict (Karatzogianni and Robinson 
2010), networks can be divided into the affinity-active network form and the 
reactive network form. These derive from the distinctions between active (or 
schizoid) and reactive (or paranoiac) forces or desires in 
Deleuzian/Nietzschean theory. Reactive forces are associated with closure of 
meaning and identity. Active forces are associated with difference and 
transformation: ‘only active force asserts itself, it affirms its difference 
and makes its difference an object of affirmation’ (Deleuze, 2006: 55-6). 
Active forces are connected to affirmative desire, and reactive forces to 
nihilistic desire; affirmation and negation are ‘becoming-active’ and ‘becoming-
reactive’ respectively (Deleuze, 2006: 54). For Deleuze, active forces are 
primary, as without them, reactive forces could not be forces (Deleuze, 2006: 
41). Reactive force can dominate active force, but not by becoming active – 
rather, by alienating and disempowering it (2006: 57). Active desire 
subordinates social production to desiring-production, while reactive desire 
does the opposite. While open space is a necessary enabling good from the 
standpoint of active desire, it is perceived as a threat by the threatened 
state, because it is space in which demonised Others can gather and recompose 
networks outside state control. Hence, for the threatened state, open space is 
space for the enemy, space of risk. Given that open space is in contrast 
necessary for difference to function (since otherwise it is excluded as 
(Continue reading)

clochard | 26 Jul 22:09 2014
Picon

Matteo Tassinari_Rimbaud, monarca del suo delirio + Orgasmi sotto al sole

I versi di Rimbaud dedicati alla Comune di Parigi valgano come omaggio all'eroica popolazione palestinese.
 
e
 
 
P. S. Matteo continua a superare se stesso!
 
 
 
 
 
 
L'orgia parigina o Parigi si ripopola
 
 

                                                         
         
 
 
 

Eccola, oh vili! Invadete le stazioni! Era
Il sole che asciugava col polmone ardente
I viali riempiti dai Barbari, una sera.
Ecco la Città santa, seduta a occidente!                                                        


Sù! domeranno i flussi d'incendio. Gli scali
Eccoli, ecco le case ed ecco qui i viali
Contro l'azzurrità che s'irradia leggera
E le rosse bombe stellarono una sera!

Celate i morti palazzi in impalcature!
Il vecchio giorno spento agli occhi dà frescure.
Ecco la mandria fulva delle ancheggiatrici:
Siate folli, sarete buffi, essendo truci!

Mucchi di cagne in foia mangianti cataplasmi,
Il grido delle case d'oro vi ha chiamati.
Volate! Mangiate! La notte lieta in spasmi
Fondi scende in strada. O bevitori desolati,

Bevete! Se la luce pazza e intensa presto
Viene, frugandovi ai fianchi i lussi grondanti,
Non sbaverete forse, muti, senza un gesto,
Nei bicchieri, a occhi persi in bianchi lontananti?

Trincate alla Regina dalle chiappe cascanti!
Udite agire i vostri singulti strazianti
E sciocchi! Udite saltare in notti ardenti
I lacché, i pagliacci, gli asmatici dementi!

O cuori di sporcizia, bocche spaventose,
Funzionate più forte, bocche schifose!
Un vino in tavola, agli ignobili torpori...
La vergogna vi fonde il ventre, o Vincitori!

Aprite narici a superbie nauseanti!
In forti veleni bagnate i vostri colli!
Le mani in croce sul vostro capo d'infanti
Vi dice il poeta: "Vigliacchi, siate folli!

Perché sul ventre della Donna razzolate,
Temete ancora una sua urlante convulsione,
Asfissiante le vostre infami nidiate
Sopra il suo petto, in un'orribile pressione.

Sifilitici, re, ventriloqui, pagliacci,
Dementi, che importa alla puttana Parigi
Dei vostri corpi, anime, veleni e stracci?
Vi scrollerà di dosso, marci di litigi!

Quando a terra gemerete sulle frattaglie,
Sfiancati e spersi, chiedendo i vostri danari,
La rossa etèra, i seni gonfi di battaglie,
Su voi stupiti torcerà i suoi pugni avari!

Se il tuo piede nell'ira danzò fortemente,
O Parigi! colpita da molti coltelli,
Se giaci, serbando nell'occhio trasparente
Qualche fulva bontà in cui ti rinnovelli,


O città dolorosa, o città quasi morta,
Il capo e i due seni protesi all'Avvenire
Che al tuo pallore apre la molteplice porta,
Tu che il passato oscuro potrebbe benedire:

Corpo magnetizzato dalle enormi pene,
Dunque ribevi l'orrida vita! un livore
Di vermi ti senti fluire nelle vene,
Dita ghiacce frugare nel tuo chiaro amore!

Questo non è male. In te i vermi, i vermi lividi
Turberanno il soffio del Progresso non più
Delle Strigi spegnenti gli occhi di Cariatidi,
Ove pianti d'oro astrale dai gradi blu

Cadevano." Vederti oppressa m'impaura;
Ma benché mai sia stata fatta di città
Più fetida piaga nella verde Natura,
Dice il Poeta: "È splendida la tua beltà!"             

La bufera ti segnò suprema poesia;
Ti aiuta il moto immenso delle forze. Mia
Città! la tua opera ferve, la morte romba.
Riempi di stridi il cuore della sorda tromba.

Dai Dannati il Poeta prenderà il clamore,
Il pianto dagli Infami, l'odio dagli Aborriti;
Flagellerà le Donne il suo raggio d'amore,
E le sue strofe balzeranno: Ecco! banditi!

– Società, tutto è ristabilito: – i ritornelli
Delle orge rantolano nei vecchi bordelli:
E i gas in delirio, contro i muri arrossati,
Ardono sinistri verso gli azzurri slavati!   
 
 
 
 
 
 
                                                       

[...] Fu il primo poeta a concepire un metodo scientificamente plausibile per mutare la natura dell' esistenza, il primo a vivere un’avventura omosessuale come modello per un mutamento sociale e il primo a ripudiare i miti dai quali la sua reputazione ancora dipende. L'abbandono dell’attività poetica da parte di Rimbaud alle soglie dei vent’anni ha causato una costernazione più duratura e diffusa di quella determinata dallo scioglimento dei Beatles.[...]

 
                                                                                                          
 
 
 
 
 
 
 
                                                                                                


[...]  Nella sua carriera postuma come simbolista, surrealista, poetabeat, studente rivoluzionario, paroliere rock, antesignano gay e tossicodipendente ispirato, Rimbaud è stato considerato da quattro generazioni di avanguardie come un’uscita d’emergenza dall’edificio della convenzione. “Tutta la letteratura conosciuta”, secondo Paul Verlaine, “è scritta nel linguaggio del senso comune, tranne che nel caso di Rimbaud”. [...]



[...] L’unica consolazione per Rimbaud, a quel punto, era una calda e distensiva iniezione, preferibilmente notturna, di morfina. Talvolta nel delirio chiamava sua sorella Djami. In una vita così piena di tutto seppur assai breve, le ultime parole del poeta sono una reliquia straordinaria. Il 9 novembre del 1891 egli dettò una lettera ad Isabelle. “Cara sorella, oggi desidero di smetterla di pensare alla morte. Sono completamente paralizzato, ma almeno sono in un ospedale di Parigi dove mi accudiscono e un piatto di minestra non manca mai". Lo Shakespeare in erba, come lo definì Victor Hugo, morì la mattina del 10 novembre del 1981.  [...] 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Orgasmi sotto al sole

 
 
 
 
 
 
 
[...] La brutalità dell’azione serve difatti a ricordare come questo sia uno sport di squadra, in cui lo spazio del puro gorgheggio è forzatamente ridotto. Allora vedi quei poveri virtuosi, quegli estenuati calligrafi del calcio, sedere tristi in panchina, con tutto il loro catalogo di mosse prestigiose, in attesa di entrare verso la fine della partita, magari per piazzare un unico colpo di tacco che ricordi alle folle, almeno un attimo, la gloriosa esistenza del dandysmo. Analoga alla praticasolitaria e ossessiva
del palleggio oltrechè del cazzeggio, ricordo la consuetudine dei cosiddetti passaggi (giochiamo ai passaggi?). Passione comunitaria, questa, che spezza l’isolamento anacoretico del solipsista, ma senza ancora aprirsi al calcio vero e proprio. Una bella via di mezzo, una simulazione dell’agone, ma tutta amicale e gioiosa. Non c'è alcuna violenza, ma solo la sorridente circolazione della palla, che gira dall’uno all’altro, equamente distribuita. Sono i famosi “due tiretti”. Anche quando c’è il goal, l’esultanza resta neutra, astratta, perché manca del tutto la smania belluina, la frenesia che invece caratterizza ogni partita. Siamo alla pura estetica. Viene apprezzato il gesto, indipendentemente da chi lo compie. E’ un limbo, l'unico limbo ammesso nell’universo del calcio. Ma è anche vero che il calcio è un gioco ma anche un fenomeno sociale. [...]
 
 


 
 
 

[...] In cortile non c’è più nessuno, è pomeriggio, ha appena smesso di piovere e si sentono solo i colpi lenti della sfera che batte e rimbalza, echeggiando fin nella tromba delle scale. Rimbombi profondi, cardiaci e il rimbalzo. La mia infanzia è segnata da questo metronomo. È cosi che ho imparato il controllo di palla.
Ricorda che:
Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa
per la strada, lì ricomincia la storia del calcio.  [...]             
 
                                              
                                                                                                                                               
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Questa e-mail è priva di virus e malware perché è attiva la protezione avast! Antivirus .


claudio.tullii1@alice.it | 26 Jul 11:41 2014
Picon

F.

Cr*,

Deleuze-Foucault, così vicini così lontani

—  Roberto Ciccarelli, 
26.7.2014

Gilles Deleuze. Pubblicato il primo volume che raccoglie i corsi del 
filosofo francese dedicati a Michel Foucault. Un’immersione nel labirinto 
rappresentato dal rapporto tra sapere e potere

Un'opera di René Milot

CONDIVIDI
Gil­les Deleuze e Michel Fou­cault hanno intrat­te­nuto un’amicizia 
pro­fonda e distante. Miste­rioso rap­porto, l’ha defi­nita Deleuze nell’
intervista a Claire Par­net sull’Abe­ce­daire. Poi suben­trò il ram­ma­rico 
quando il filo­sofo delle Parole e le cose o di Sor­ve­gliare e punire morì nel 
1984. I rap­porti si erano raf­fred­dati dopo una serie di dis­sidi teo­rici e 
poli­tici. Nel 1976 Fou­cault cri­ticò la nozione di desi­de­rio di Deleuze-
Guattari nell’Anti­e­dipo. Poi si allon­ta­na­rono sul caso dell’avvocato della 
Raf Klaus Crois­sant, estra­dato dalla Fran­cia in Ger­ma­nia nel 1977. Emer­
sero diver­genze anche sulla que­stione palestinese.

Deleuze con­servò tut­ta­
via un enorme rispetto nei con­fronti di Fou­cault. Per lui era una «ven­tata 
spe­ciale». «Era atmo­sfe­rico», come un’emanazione o un’irradiazione. La si 
per­ce­piva quando entrava in una stanza. L’aria cam­biava. Ricordo di un gesto 
di metallo, di legno secco, strano e attraente in cui era pos­si­bile per­ce­
pire un grano di fol­lia. Den­tro Fou­cault c’era una pic­cola radice che per­
met­teva alle cose di mostrarsi in una luce diversa. Quando la radice ger­mo­
glia, pro­duce cono­scenza. Come in ogni atti­vità vivente, la cre­scita è un 
evento dram­ma­tico. Se la fol­lia è il grano da cui nasce il pen­siero, il 
trauma è la con­di­zione di un nuovo pensiero.

Anche quello di Deleuze è stato 
un gesto inno­va­tivo. Arti­sta del ritratto, più che com­pi­la­tore di sto­rie 
della filo­so­fia, il suo è un pen­sare con Fou­cault, non un volerlo spie­gare 
in quanto autore da col­lo­care in un museo. Il pen­siero è sem­pre con­tem­po­
ra­neo, diviene con i suoi pro­blemi. Per que­sto biso­gna cat­tu­rarne l’
atmosfera.

TRA MONO­GRA­FIA E RITRATTO

Que­sto è il risul­tato di Fou­cault, 
mono­gra­fia di Deleuze pub­bli­cata nel 1986, due anni dopo la morte dell’
amico (ripub­bli­cata da Cro­no­pio). È un libro da leg­gere per capire un per­
corso che ancora oggi, gra­zie alla pub­bli­ca­zione dei corsi al Col­lège de 
France, cono­sce un’inesauribile vita­lità. Per pre­pa­rare i mate­riali di que­
sto capo­la­voro della filo­so­fia con­tem­po­ra­nea, Deleuze impartì tra il 
1985 e il 1986 un ciclo di lezioni che oggi sono state pub­bli­cate in ita­
liano dall’editore Ombre Corte. È da poco in libre­ria il primo volume Il 
sapere. Corso su Michel Fou­cault (1985–1986)/1, (euro 23, pp. 269). Ne segui­
ranno altri due.
Nel 1999, la Biblio­teca Nazio­nale di Fran­cia ha sta­bi­lito 
un archi­vio delle regi­stra­zioni delle lezioni tenute da Deleuze all’
università Parigi VIII tra il 1979 e il 1987. I semi­nari sono stati regi­
strati da molti stu­denti, pro­ve­nienti da tutto il mondo, pro­prio come acca­
deva a Fou­cault al Col­lège. La Bn ha river­sato le audio-cassette in file 
digi­tali e così nel 2011 anche le lezioni su Fou­cault sono state rese dispo­
ni­bili su Inter­net. È un pia­cere leg­gere, e non solo ascol­tare, i mate­
riali densi, la lin­gua com­plessa, il labi­rin­tico argo­men­tare di Deleuze, 
le ful­mi­nee defi­ni­zioni che col­gono le fasi atmo­sfe­ri­che e i dispo­si­
tivi teo­rici con­fluiti nella monografia-ritratto.
Filo­so­fi­ca­mente, 
Deleuze chia­ri­sce l’eredità kan­tiana (e hei­deg­ge­riana) svi­lup­pata da 
Fou­cault nei primi anni del suo lavoro e spiega come in seguito abbiano pesato 
sul suo metodo archeo­lo­gico e genea­lo­gico. Ne emerge il ritratto di un filo­
sofo nè strut­tu­ra­li­sta, né feno­me­no­logo. Fou­cault è un pen­sa­tore dell’
immanenza, un mate­ria­li­sta radi­cale di nuovo genere. Un apprez­za­mento 
giunto negli anni Ottanta che rispec­chia quello dato da Fou­cault negli anni 
Ses­santa: il XXI secolo sarebbe stato «deleuziano».

OLTRE LE LINEE DEL POTERE

Al cen­tro delle lezioni c’è l’interrogazione sul potere. Con una dif­fe­renza 
rispetto al 1972 quando, in un dia­logo sulla rivi­sta «L’Arc», Deleuze osservò 
che il potere di Fou­cault era un con­cetto tota­liz­zante e non spie­gava il 
motivo per cui gli uomini lo desi­de­rano, pre­fe­rendo essere domi­nati piut­
to­sto che man­te­nere la pro­pria libertà. Negli anni suc­ces­sivi, Deleuze 
avvertì un cam­bia­mento in Fou­cault. Cita una frase da La vita degli uomini 
infami dove Fou­cault avverte un limite e pro­pone un rime­dio: «Qual­cuno 
obiet­terà – scrive – riec­coci, sem­pre con la stessa inca­pa­cità di oltre­
pas­sare il con­fine, di pas­sare dall’altra parte, di ascol­tare e far com­
pren­dere il lin­guag­gio che viene da altrove o dal basso; sem­pre la stessa 
scelta di col­lo­carsi dalla parte del potere, di quello che esso dice o fa 
dire».

Supe­rare la linea del potere signi­fica rag­giun­gere un ter­reno dove 
l’esistenza è già data, ma non il modo in cui essa è deter­mi­na­bile. Non lo 
può essere dal potere che non tutto può cat­tu­rare. Biso­gna, al con­tra­rio, 
par­lare del potere par­tendo da un ter­reno che non è di nes­suno, ma è di 
tutti. Con la sto­ria della ses­sua­lità e quella della verità in Gre­cia, a 
Roma e nel primo Cri­stia­ne­simo, Fou­cault cam­biò impo­sta­zione e, invece 
del potere in quanto tale, ini­ziò a inter­ro­gare l’etica e il suo rap­porto 
con la politica.

L’oggetto di que­sta rifles­sione era uno spa­zio dove il sog­
getto è impe­gnato a defi­nire il pro­prio sé attra­verso la media­zione delle 
norme da rispet­tare e le azioni da com­piere. Tale spa­zio assume una dimen­
sione costi­tuente («eto­po­ie­tica» scrive Fou­cault) quando il sog­getto 
matura la forza di tra­sfor­mare il pro­prio modo di vita, crendo pra­ti­che e 
modelli giu­di­ca­bili dove emerge un’autonomia dal potere. Que­sto è tanto più 
vero nelle società neo-liberali dove il potere col­tiva la libertà, men­tre i 
sog­getti pos­sono svi­lup­pare un’autonomia che è anche il luogo di una con­te­
sta­zione possibile.

Nelle lezioni, Deleuze insi­ste molto sul rap­porto tra 
il sapere e il potere, pro­fonda «anti­no­mia» e com­plesso dua­li­smo che 
carat­te­rizzò la rifles­sione di Fou­cault negli anni Ses­santa. Vent’anni 
dopo, in corsi come Il governo dei viventi (Fel­tri­nelli) o Sub­jec­ti­vité et 
vérité, in con­fe­renze rive­la­trici come Sull’origine dell’ermeneutica di sé 
(Cro­no­pio) o Mal fare, dire vero (Einaudi), Fou­cault inter­roga sem­pre il 
«sapere», ma da un punto di vista poli­tico e affer­ma­tivo: la verità non è l’
espressione di una cono­scenza pura ma è un «sovrap­più di forza» che eccede il 
potere. Il «sapere» non è più un discorso filosofico-giuridico, ma si pro­ietta 
sulle pra­ti­che e spinge il sog­getto al supe­ra­mento dei suoi limiti.

COSÌ 
VICINI, COSÌ LONTANI

L’etica viene intesa come una forza che, da un lato, per­
mette la matu­ra­zione della volontà di non essere ecces­si­va­mente gover­nati 
e, dall’altro lato, isti­tui­sce la «poli­tica di noi stessi», cioè «il prin­ci­
pale pro­blema poli­tico dei nostri giorni» scrive Fou­cault. Il per­corso 
seguito da Fou­cault rien­tra in quello che Deleuze ha defi­nito il momento spi­
no­zi­sta del pen­siero politico.
Più che imporre i valori dell’«uomo», rispet­
tando così i prin­cipi della «morale», la poli­tica è l’espressione di una 
potenza che si mani­fe­sta secondo infi­nite moda­lità e gra­da­zioni. Nasce da 
qui l’esigenza di spe­ri­men­tare i ruoli, allon­ta­nan­dosi dall’idea che la 
distin­zione tra chi comanda e chi obbe­di­sce sia irre­ver­si­bile. Tale 
distin­zione è mute­vole. La poli­tica non è un gioco fis­sato per sem­pre 
dalla deci­sione di un sovrano o dal con­tratto tra le parti. Essa è una per­ma­
nente nego­zia­zione sulle leggi, sul potere e sulle norme. Fou­cault ha affron­
tato la sfida dal punto di vista dell’individuo e del suo rap­porto con il 
governo. Deleuze è invece par­tito da una mol­te­pli­cità, di cui l’individuo e 
il governo sono espres­sione, cer­cando di arti­co­lare la potenza dei molti e 
non il potere dei pochi.

Due filo­sofi: così lon­tani, così vicini. Uniti dall’
idea che l’etica sia l’espressione della potenza, men­tre la poli­tica è una 
spe­ri­men­ta­zione oltre la linea delle iden­tità pre­sta­bi­lite, dove i 
molti che obbe­di­scono ai pochi lo fanno in base a cer­tezze infon­date e rine­
go­zia­bili. Qual­cosa che il potere, e i suoi custodi, tro­vano intol­le­ra­
bile e inaccettabile.

singolarità qualunque

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 26 Jul 09:41 2014
Picon

R: Naomi Klein: Boycott Israel!

quella del boicottaggio è certamente una delle azioni più intelligenti. Israele però non è il Sud Africa e il movimento contro la guerra e per il disarmo ha perso da tempo la sua incisività, la sua capacità di intervento nella società e nei luoghi della produzione bellica. Oggi ci sono piccoli gruppi che però si muovono scompostamente e una rete, quella istituzionale per il disarmo, che insegue il governo (per suoi fini tipo la costituzione dei corpi civili di pace che hanno come scopo difendere gli interessi della patria all'interno e all'esterno) e si limita a proporre slogan che intenzionalmente rimangono al livello delle apparenze (e inganno) e della sola solidarietà (che in questi casi è portare i cerotti perpetuando la condizione di guerra e sfruttamento).

Ai tempi dell'apartheid in Sud Africa i lavoratori dentro le fabbriche belliche denunciavano la violazione dell'embargo (che USA ed UE si guardano bene di attuare verso Israele) e chiedevano il controllo dentro la fabbrica dei bilanci aziendali e della vendita delle armi. La società civile (almeno una parte) agiva all'esterno. Così è nata la 185/90 che poi è stata modificata in peggio negli anni duemila. Nelle fabbriche oggi il sindacato sostiene l'export bellico anche verso Israele, anche se poi pubblicamente afferma il contrario.

Israele non è il Sud Africa tant'è che si fanno esercitazioni con lo Stato di Israele.

"L'UNIONE SARDA - Politica: Bombardamenti, ecco la mappa fino a dicembre"
http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=259784&v=2&c=1489&t=1

 The Israeli and Italian Air Forces Prepare Together in Combined Activity in Sardinia http://israelforeignaffairs.com/the-israeli-and-italian-air-forces-prepare-together-in-combined-activity-in-sardinia/

Comunque agli italiani piace contraccambiare e andare in Israele ad addestrarsi:
Three weeks after Israeli and Italian air force crews trained together in Sardinia, the Italians arrived in Israel for the second half of their training with the IAF http://www.iaf.org.il/5642-36302-en/IAF.aspx




 

----Messaggio originale----
Da: claudio.tullii1 <at> alice.it
Data: 25/07/2014 22.04
A: <neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: [neurogreen] Naomi Klein: Boycott Israel!

Cr*,
 

Enough. It's Time for a Boycott of Israel

By Naomi Klein, Guardian UK

20 July 14

The best way to end the bloody occupation is to target Israel with the kind of movement that ended apartheid in South Africa

It's time. Long past time. The best strategy to end the increasingly bloody occupation is for Israel to become the target of the kind of global movement that put an end to apartheid in South Africa. In July 2005 a huge coalition of Palestinian groups laid out plans to do just that. They called on "people of conscience all over the world to impose broad boycotts and implement divestment initiatives against Israel similar to those applied to South Africa in the apartheid era". The campaign Boycott, Divestment and Sanctions was born.

Every day that Israel pounds Gaza brings more converts to the BDS cause - even among Israeli Jews. In the midst of the assault roughly 500 Israelis, dozens of them well-known artists and scholars, sent a letter to foreign ambassadors in Israel. It calls for "the adoption of immediate restrictive measures and sanctions" and draws a clear parallel with the anti-apartheid struggle. "The boycott on South Africa was effective, but Israel is handled with kid gloves ... This international backing must stop."

Yet even in the face of these clear calls, many of us still can't go there. The reasons are complex, emotional and understandable. But they simply aren't good enough. Economic sanctions are the most effective tool in the non-violent arsenal: surrendering them verges on active complicity. Here are the top four objections to the BDS strategy, followed by counter-arguments.

Punitive measures will alienate rather than persuade Israelis.

The world has tried what used to be called "constructive engagement". It has failed utterly. Since 2006 Israel has been steadily escalating its criminality: expanding settlements, launching an outrageous war against Lebanon, and imposing collective punishment on Gaza through the brutal blockade. Despite this escalation, Israel has not faced punitive measures - quite the opposite. The weapons and $3bn in annual aid the US sends Israel are only the beginning. Throughout this key period, Israel has enjoyed a dramatic improvement in its diplomatic, cultural and trade relations with a variety of other allies. For instance, in 2007 Israel became the first country outside Latin America to sign a free-trade deal with the Mercosur bloc. In the first nine months of 2008, Israeli exports to Canada went up 45%. A new deal with the EU is set to double Israel's exports of processed food. And in December European ministers "upgraded" the EU-Israel association agreement, a reward long sought by Jerusalem.

It is in this context that Israeli leaders started their latest war: confident they would face no meaningful costs. It is remarkable that over seven days of wartime trading, the Tel Aviv Stock Exchange's flagship index actually went up 10.7%. When carrots don't work, sticks are needed.

Israel is not South Africa.

Of course it isn't. The relevance of the South African model is that it proves BDS tactics can be effective when weaker measures (protests, petitions, backroom lobbying) fail. And there are deeply distressing echoes of apartheid in the occupied territories: the colour-coded IDs and travel permits, the bulldozed homes and forced displacement, the settler-only roads. Ronnie Kasrils, a prominent South African politician, said the architecture of segregation he saw in the West Bank and Gaza was "infinitely worse than apartheid". That was in 2007, before Israel began its full-scale war against the open-air prison that is Gaza.

Why single out Israel when the US, Britain and other western countries do the same things in Iraq and Afghanistan?

Boycott is not a dogma; it is a tactic. The reason the strategy should be tried is practical: in a country so small and trade-dependent, it could actually work.

Boycotts sever communication; we need more dialogue, not less.

This one I'll answer with a personal story. For eight years, my books have been published in Israel by a commercial house called Babel. But when I published The Shock Doctrine, I wanted to respect the boycott. On the advice of BDS activists, including the wonderful writer John Berger, I contacted a small publisher called Andalus. Andalus is an activist press, deeply involved in the anti-occupation movement and the only Israeli publisher devoted exclusively to translating Arabic writing into Hebrew. We drafted a contract that guarantees that all proceeds go to Andalus's work, and none to me. I am boycotting the Israeli economy but not Israelis.

Our modest publishing plan required dozens of phone calls, emails and instant messages, stretching between Tel Aviv, Ramallah, Paris, Toronto and Gaza City. My point is this: as soon as you start a boycott strategy, dialogue grows dramatically. The argument that boycotts will cut us off from one another is particularly specious given the array of cheap information technologies at our fingertips. We are drowning in ways to rant at each other across national boundaries. No boycott can stop us.

Just about now, many a proud Zionist is gearing up for major point-scoring: don't I know that many of these very hi-tech toys come from Israeli research parks, world leaders in infotech? True enough, but not all of them. Several days into Israel's Gaza assault, Richard Ramsey, managing director of a British telecom specialising in voice-over-internet services, sent an email to the Israeli tech firm MobileMax: "As a result of the Israeli government action in the last few days we will no longer be in a position to consider doing business with yourself or any other Israeli company."

Ramsey says his decision wasn't political; he just didn't want to lose customers. "We can't afford to lose any of our clients," he explains, "so it was purely commercially defensive."

It was this kind of cold business calculation that led many companies to pull out of South Africa two decades ago. And it's precisely the kind of calculation that is our most realistic hope of bringing justice, so long denied, to Palestine.

 

singolarità qualunque
 
"Non esistono soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche" (U. Beck)
 


Questa e-mail è priva di virus e malware perché è attiva la protezione avast! Antivirus .




singolarità qualunque | 25 Jul 22:04 2014
Picon

Naomi Klein: Boycott Israel!

Cr*,
 

Enough. It's Time for a Boycott of Israel

By Naomi Klein, Guardian UK

20 July 14

The best way to end the bloody occupation is to target Israel with the kind of movement that ended apartheid in South Africa

It's time. Long past time. The best strategy to end the increasingly bloody occupation is for Israel to become the target of the kind of global movement that put an end to apartheid in South Africa. In July 2005 a huge coalition of Palestinian groups laid out plans to do just that. They called on "people of conscience all over the world to impose broad boycotts and implement divestment initiatives against Israel similar to those applied to South Africa in the apartheid era". The campaign Boycott, Divestment and Sanctions was born.

Every day that Israel pounds Gaza brings more converts to the BDS cause - even among Israeli Jews. In the midst of the assault roughly 500 Israelis, dozens of them well-known artists and scholars, sent a letter to foreign ambassadors in Israel. It calls for "the adoption of immediate restrictive measures and sanctions" and draws a clear parallel with the anti-apartheid struggle. "The boycott on South Africa was effective, but Israel is handled with kid gloves ... This international backing must stop."

Yet even in the face of these clear calls, many of us still can't go there. The reasons are complex, emotional and understandable. But they simply aren't good enough. Economic sanctions are the most effective tool in the non-violent arsenal: surrendering them verges on active complicity. Here are the top four objections to the BDS strategy, followed by counter-arguments.

Punitive measures will alienate rather than persuade Israelis.

The world has tried what used to be called "constructive engagement". It has failed utterly. Since 2006 Israel has been steadily escalating its criminality: expanding settlements, launching an outrageous war against Lebanon, and imposing collective punishment on Gaza through the brutal blockade. Despite this escalation, Israel has not faced punitive measures - quite the opposite. The weapons and $3bn in annual aid the US sends Israel are only the beginning. Throughout this key period, Israel has enjoyed a dramatic improvement in its diplomatic, cultural and trade relations with a variety of other allies. For instance, in 2007 Israel became the first country outside Latin America to sign a free-trade deal with the Mercosur bloc. In the first nine months of 2008, Israeli exports to Canada went up 45%. A new deal with the EU is set to double Israel's exports of processed food. And in December European ministers "upgraded" the EU-Israel association agreement, a reward long sought by Jerusalem.

It is in this context that Israeli leaders started their latest war: confident they would face no meaningful costs. It is remarkable that over seven days of wartime trading, the Tel Aviv Stock Exchange's flagship index actually went up 10.7%. When carrots don't work, sticks are needed.

Israel is not South Africa.

Of course it isn't. The relevance of the South African model is that it proves BDS tactics can be effective when weaker measures (protests, petitions, backroom lobbying) fail. And there are deeply distressing echoes of apartheid in the occupied territories: the colour-coded IDs and travel permits, the bulldozed homes and forced displacement, the settler-only roads. Ronnie Kasrils, a prominent South African politician, said the architecture of segregation he saw in the West Bank and Gaza was "infinitely worse than apartheid". That was in 2007, before Israel began its full-scale war against the open-air prison that is Gaza.

Why single out Israel when the US, Britain and other western countries do the same things in Iraq and Afghanistan?

Boycott is not a dogma; it is a tactic. The reason the strategy should be tried is practical: in a country so small and trade-dependent, it could actually work.

Boycotts sever communication; we need more dialogue, not less.

This one I'll answer with a personal story. For eight years, my books have been published in Israel by a commercial house called Babel. But when I published The Shock Doctrine, I wanted to respect the boycott. On the advice of BDS activists, including the wonderful writer John Berger, I contacted a small publisher called Andalus. Andalus is an activist press, deeply involved in the anti-occupation movement and the only Israeli publisher devoted exclusively to translating Arabic writing into Hebrew. We drafted a contract that guarantees that all proceeds go to Andalus's work, and none to me. I am boycotting the Israeli economy but not Israelis.

Our modest publishing plan required dozens of phone calls, emails and instant messages, stretching between Tel Aviv, Ramallah, Paris, Toronto and Gaza City. My point is this: as soon as you start a boycott strategy, dialogue grows dramatically. The argument that boycotts will cut us off from one another is particularly specious given the array of cheap information technologies at our fingertips. We are drowning in ways to rant at each other across national boundaries. No boycott can stop us.

Just about now, many a proud Zionist is gearing up for major point-scoring: don't I know that many of these very hi-tech toys come from Israeli research parks, world leaders in infotech? True enough, but not all of them. Several days into Israel's Gaza assault, Richard Ramsey, managing director of a British telecom specialising in voice-over-internet services, sent an email to the Israeli tech firm MobileMax: "As a result of the Israeli government action in the last few days we will no longer be in a position to consider doing business with yourself or any other Israeli company."

Ramsey says his decision wasn't political; he just didn't want to lose customers. "We can't afford to lose any of our clients," he explains, "so it was purely commercially defensive."

It was this kind of cold business calculation that led many companies to pull out of South Africa two decades ago. And it's precisely the kind of calculation that is our most realistic hope of bringing justice, so long denied, to Palestine.

 

singolarità qualunque
 
"Non esistono soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche" (U. Beck)
 


Questa e-mail è priva di virus e malware perché è attiva la protezione avast! Antivirus .


rossana123@libero.it | 25 Jul 12:17 2014
Picon

Il microchip nel cervello e i rischi dell’uomo cyborg

(per chi vuole entrare di più nel merito del progetto Darpa "DARPA taps 
Lawrence Livermore to develop world's first neural device to restore memory 
https://www.llnl.gov/news/newsreleases/2014/Jul/NR-14-07-02.html#.U9IuU0BWn40 
)

Il microchip nel cervello e i rischi dell’uomo cyborg di CARLO FORMENTI –

Il Corriere della Sera del18 luglio scorso ospitava un articolo di Massimo 
Gaggi, uno dei rari giornalisti mainstream che, non cedendo alla tentazione di 
celebrare le magnifiche sorti e progressive delle nuove tecnologie, non 
rinuncia a ragionare criticamente sui possibili “effetti collaterali” di una 
rivoluzione digitale abbandonata alle sole ragioni del profitto e della potenza 
militare. Gaggi ricorda i brividi che uno dei due guru di Google, Sergey Brin, 
aveva fatto scorrere dieci anni fa lungo la schiena di chi aveva ascoltato il 
suo “sogno” di un  futuro in cui gli esseri umani avrebbero ricevuto tutte le 
loro conoscenze da microchip impiantati nel cervello.

Si tratta, com’è noto, di un leitmotiv dell’immaginario fantascientifico, che 
se ne è servito in innumerevoli romanzi e film. Né meno noto è il fatto che l’
immaginario fantascientifico svolge un ruolo importante nella cultura dei boss 
dell’industria hi tech e delle élite militari nordamericane: non a caso molte 
delle tecnologie – e anche molte delle catastrofi tecnologiche! – raccontate in 
quei film e in quei romanzi le abbiamo ritrovate nella vita reale. Perciò non 
dobbiamo stupirci troppo se, dopo che della fantasia di Brin non si era più 
parlato, anche perché – scrive Gaggi peccando di ottimismo– si sperava che i 
governi avrebbero posto dei limiti etici a simili sperimentazioni, ce la 
ritroviamo oggi sotto forma di un progetto sponsorizzato dalla Darpa (l’agenzia 
di ricerche tecnologiche del Pentagono che a suo tempo finanziò la 
realizzazione della prima rete di computer, la “nonna” di Internet).

Darpa, assieme a due università (la Ucla californiana e l’Università della 
Pennsylvania) e a due aziende private (Medtronic e Neuropace) ha infatti 
siglato un contratto per la realizzazione di impianti cerebrali che dovrebbero 
aiutare i soldati con gravi ferite alla testa a recuperare la memoria. Bene per 
i soldati, commenta Gaggi, ma siamo sicuri che la tecnologia in questione verrà 
usata solo per questo? È lo stesso dubbio sollevato da Jaron Lanier, pioniere 
della ricerca dell’uso delle tecnologie digitali per restituire la capacità di 
camminare, vedere e altre facoltà a persone che hanno subito gravi traumi o 
portatrici di handicap. Nei suoi ultimi libri Lanier ha lanciato un grido di 
allarme in merito al rischio che l’ibridazione fra tecnologie e corpo umano, la 
progressiva trasformazione degli esseri umani in cyborg, possa debordare dal 
campo delle applicazioni sanitarie, dando vita ad applicazioni nel campo 
militare (creazione di supersoldati), della sicurezza (controllo a distanza di 
lavoratori e detenuti, o manipolazione dei cittadini da parte di regimi 
totalitari), del marketing (controllo dei consumatori) e via rabbrividendo.

Gaggi conclude l’articolo citando un ricercatore della New York University (ex 
collaboratore di Darpa: a conferma del fatto che, vedi il caso Snowden, è solo 
grazie ai “pentiti” che oggi otteniamo informazioni sulle manipolazioni cui 
rischiamo di venire sottoposti). Costui sostiene che una simile intrusione 
tecnologica nei cervelli sarebbe inevitabilmente associata a una modificazione 
della personalità di chi la subisce. Chi garantisce, si chiede Gaggi, “che i 
governi prima o poi non useranno queste tecnologie per costruire soldati 
mentalmente più violenti e aggressivi, meno condizionati dalla loro 
coscienza?”.

La risposta è: non ce lo garantisce nessuno, visto che viviamo in un mondo in 
cui le uniche “leggi” che realmente contino sono quelle del mercato e dell’
incremento di potenza politica e militare. E a chi credesse di potersi 
rassicurare pensando che lo scenario evocato da Gaggi è fantascientifico 
rispondiamo: è proprio questo che dovrebbe preoccuparci!

Carlo Formenti

(20 luglio 2014)

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 24 Jul 09:23 2014
Picon

Pinotti, Italia non fornisce armi di natura offensiva a Israele

Un movimento che non agisce sulla realtà fa pura propaganda. E' un movimento 
inutile.

(ASCA) – Roma, 23 lug 2014 – L’Italia “e’ da sempre sensibile alle esigenze di 
sicurezza di Israele” ma “non fornisce” al paese “sistemi d’arma di natura 
offensiva”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, rispondendo 
ad alcune interrogazioni parlamentari.

“L’Italia – ha detto Pinotti – e’ da sempre sensibile alle esigenze di 
sicurezza di Israele, tanto piu’ nell’attuale instabile quadro geopolitico 
regionale caratterizzato da forti convulsioni che mettono drammaticamente a 
rischio la stabilita’ dei paesi confinanti. E’ peraltro chiaro che il 
soddisfacimento duraturo di tali esigenze potra’ essere raggiunto da Israele 
solo se quest’ultimo riuscira’ a trovare una pace giusta con i palestinesi 
basata sulla soluzione dei due Stati. Cio’ potra’ aprire un percorso di 
cooperazione tra Israele e mondo arabo con correlati benefici per lo sviluppo 
socio economico e per la stabilita’ della regione”.

Mogherini, Italia non fornisce a Israele armi offensive
(AGI) - Roma, 23 lug. - "L'Italia non fornisce ad Israele sistemi d'arma di 
natura offensiva", e da un punto di vista piu' generale "l'Italia nel rilascio 
delle autorizzazioni alle esportazioni di armamenti applica rigorosamente gli 
otto criteri sanciti dalle posizione comune PESC del Consiglio europeo dell'8 
dicembre 2008 per il controllo delle esportazioni di tecnologia militare". Lo 
ha detto il ministro della Difesa Roberta Pinotti leggendo una dichiarazione 
della responsabile della Farnesina, Federica Mogherini, durante il question 
time .

RAPPORTO del PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI sui lineamenti di politica 
del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’
armamento. 
http://www.sipri.
org/research/armaments/transfers/transparency/national_reports/italy/Italy_11_short.
pdf

Interrogazioni ministro Pinotti

A proposito della Base Nato di Napoli si scongiurano i licenziamenti di civili 
per cui l'Italia si accolla metà delle spese.

Sempre a proposito dei paesi Nato e in particolare sulla sospensione della 
cooperazione militare Italia-Israele. Risposta:
L'Italia non fornisce armi di natura offensiva e l'export è in linea con la 
norma Pesc. L'Italia applica gli embarghi chiesti dall'ONU Purtroppo il 
deputato che replica non conosce la legge 185/90 che si è conformata a quella 
europea http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00737495.pdf

https://webtvdifesa.blob.core.windows.net/asset-c8be96ff-f6f9-4a01-aea3-

5927e0fa55e9/Question_Time_del_23_lug_2014_Ministro_Pinotti_H264_980kbps_AAC_und_ch2_128kbps.
mp4?sv=2012-02-12&sr=c&si=0b2dffa9-5ad9-4bf9-b647-
374d31ff12e9&sig=ebo0kCJtiVFEI8cET739/btUHCsrMjCXo0wugMHVlLk%3D&st=2014-07-
20T14:55:43Z&se=2030-12-23T14:55:43Z

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

mcsilvan_@libero.it | 23 Jul 17:05 2014
Picon

R: Evgeny Morozov contro la favola dell’eden digitale


per chi volesse scaricarsi The Net Delusion di Morozov for free

http://bookzz.org/book/1637204/06a084

mcs

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 23 Jul 16:30 2014
Picon

Evgeny Morozov contro la favola dell’eden digitale

a proposito di quanto scriveva rattus

 di Benedetto VECCHI
La com­parsa del suo nome tra le pagine di que­sto nuovo e impo­nente sag­gio 
di Evgeny Moro­zov (Inter­net non sal­verà il mondo, pp. 448, euro 19) sor­
prende non poco. Tanto più che viene inse­rito in una pla­tea che va da liber­
ta­rio Jason Lanier all’economista libe­rale Frie­drich von Hayek, dal filo­
sofo con­ser­va­tore Tho­mas Mol­nar al cri­tico radi­cale Ivan Illich, dalla 
«moder­ni­sta» Jane Jacobs all’ultra con­ser­va­tore Michael Oake­shott, da 
Hans Jonas a lui, Jac­ques Ellul, teo­logo, filo­sofo e socio­logo noto per la 
sua cri­tica alla tecno-scienza.
Eppure la pre­senza di Jac­ques Ellul è meno stra­va­gante degli altri nomi, 
inse­riti nell’eccentrico pan­theon teo­rico di Moro­zov. Ellul, infatti, è 
stato uno fusti­ga­tore del ruolo svolto dalla tec­no­lo­gia e dalla scienza 
nelle società con­tem­po­ra­nee, col­lanti di una gab­bia di acciaio che defi­
ni­sce il peri­me­tro delle azioni umani, sta­bi­lendo all’interno regole di 
com­por­ta­mento fun­zio­nali alla logica astratta e ogget­tiva impo­sta dalla 
scienza. Nel libro di Moro­zov tale impianto teo­rico torna con­ti­nua­mente, 
sia quando scrive di Inter­net che dei social net­work. Sia però chiaro: Moro­
zov non è un apo­ca­lit­tico cri­tico della scienza e della tec­no­lo­gia, né 
pro­pone una fru­gale e austera decre­scita che ral­lenti lo svi­luppo scien­ti­
fico. È un blog­ger che apprezza il potere comu­ni­ca­tivo della Rete e dei 
social net­work. Al pari di molti sto­rici della tec­no­lo­gia ritiene che le 
mac­chine siano pro­tesi mec­ca­ni­che degli essere umani. Ma è altret­tanto 
con­vinto che la Rete, i com­pu­ter, gli smart­phone non sono pro­tesi «stu­
pide», ma hanno, in quanto «mac­chine uni­ver­sali» che ripro­du­cono atti­vità 
cogni­tive, un potere per­for­ma­tivo dei com­por­ta­menti, delle abi­tu­dini 
indi­vi­duali e col­let­tive.
Sulla scia di Ellul, sostiene che siano espres­sioni di un sistema tecno-
scientifico che limita le libertà dei sin­goli e ini­bi­sce le pos­si­bi­lità 
alle società di poter sce­gliere altre vie di svi­luppo da quelle domi­nanti. 
Que­sto però non fa di Moro­zov un cri­tico del capitalismo.
UN LIBE­RAL DEL WEB
Lo stu­dioso, gior­na­li­sta nato in Bie­lo­rus­sia, ma sta­tu­ni­tense per 
scelta può essere con­si­de­rato uno degli espo­nenti più bril­lanti di un’
attitudine mode­ra­ta­mente anti­cor­po­ra­tion e con­ser­va­trice che sostiene 
un inter­vento attivo dello Stato nel rego­la­men­tare la vita sociale, sta­bi­
lendo limiti pre­cisi all’azione delle mul­ti­na­zio­nali del digi­tale. Posi­
zione che lo por­tano a scri­vere di essere più in sin­to­nia con i libe­ral 
che non con i repub­bli­cani sta­tu­ni­tensi. Signi­fi­ca­tive in que­sto suo 
nuovo sag­gio non sono però le sue posi­zioni poli­ti­che, bensì l’analisi pro­
prio della vita den­tro e fuori lo schermo dove le stra­te­gie impren­di­to­
riali di Apple, Goo­gle, Ama­zon, Face­book e Twit­ter più che aprire la strada 
a una società di liberi, stiano minando le basi della demo­cra­zia libe­rale.
Il libro di Moro­zov è certo una det­ta­gliata cri­tica della ege­mone weltha­
shauung tec­no­cra­tica, anche se limita la sua ana­lisi agli Stati Uniti, con 
l’Europa vista come una colo­nia tec­no­lo­gia della Sili­con Val­ley. Poco 
infatti viene detto su quanto accade in paesi sem­pre più rile­vanti nello svi­
luppo della Rete. Alla Cina, all’India dedica infatti qual­che distratta cita­
zione e nulla più. Non che nei distretti tec­no­lo­gici o nelle uni­ver­sità 
cinesi e indiane non ci siano pro­getti di svi­luppo alieni rispetto a quanto 
accade negli Stati Uniti o nel vec­chio con­ti­nente, ma con una dif­fe­renza: 
la tec­no­lo­gia è sem­pre una varia­bile dipen­dente di altre scelte e prio­
rità eco­no­mi­che e di poli­tica indu­striale. Il «tec­no­po­lio», ter­mine 
preso in pre­stito pro­prio da Ellul, è rela­tivo solo all’operato delle 
imprese nella Sili­con Val­ley, ma non dei distretti tec­no­lo­gici cinesi o 
indiani. L’assenza di una ana­lisi delle logi­che domi­nante nei cosid­detti 
paesi emer­genti non toglie forza alla requi­si­to­ria che svolge con­tro il 
deter­mi­ni­smo tec­no­lo­gico domi­nante. Il suo è un j’accuse con­tro quello 
che chiama, di volta in volta, «internet-centrismo», «solu­zio­ni­smo», «tec­
noe­sca­pi­smo», tre modi per qua­li­fi­care una ideo­lo­gia ege­mone che asse­
gna ai modelli eco­no­mici, pro­dut­tivi e sociali pre­senti nella Rete una 
natu­ra­lità indi­scu­ti­bile e una supe­rio­rità rispetto ad altre pos­si­bili 
vie di svi­luppo sociale e economico.
GLI IDEO­LO­GHI DEL DIGITALE
Moro­zov non esita quindi a pren­dere di mira tanto gli apo­lo­geti della Rete 
che i media theo­rist cri­tici del regime della pro­prietà intel­let­tuale ope­
rante su Inter­net. Da Jason Lanier a Nicho­las Carr, da Law­rence Les­sig a 
Yoa­chai Ben­kler, nes­suno è rispar­miato nelle cri­ti­che di Moro­zov, che li 
con­si­de­rata tutti respon­sa­bili della «pro­du­zione» dell’ideologia tec­no­
cra­tica domi­nante. Molti sono, ad esem­pio, gli esempi di come fun­zioni il 
«solu­zio­ni­smo». L’inquinamento a livello pla­ne­ta­rio può essere risolto 
usando la Rete, per­ché limita la mobi­lità (tutto può essere fatto da casa); 
per­ché riduce il con­sumo di carta; per­ché i com­pu­ter e le fibre otti­che 
pos­sono essere pro­dotti a poco prezzo e con­su­mando poco petro­lio. La 
realtà dimo­stra il con­tra­rio — il livello di inqui­na­mento pro­vo­cato 
dallo smal­ti­mento dei rifiuti «digi­tali» non ha nulla da invi­diare all’
inquinamento pro­vo­cato dal petro­lio -, ma que­sto è dovuto, sosten­gono i 
«solu­zio­ni­sti», al fatto che l’organizzazione sociale è ancora model­lata 
sulla società indu­striale. Basta quindi pren­dere coscienza che siamo nella 
società dell’informazione e ade­guare le isti­tu­zione poli­ti­che è il pro­
blema è risolto: l’inquinamento dimi­nuirà di con­se­guenza. La demo­cra­zia è 
in crisi? Come negarlo, ma attra­verso i social net­work e la comu­ni­ca­zione 
on-line la par­te­ci­pa­zione dif­fusa nel pren­dere le deci­sioni è garan­
tita.
Su que­sto aspetto, Moro­zov ha molte frecce nel suo arco nel cri­ti­care il 
popu­li­smo digi­tale. Con feroce iro­nia, scrive che una pro­po­sta non basta 
che venga spon­so­riz­zata da un numero alto di «navi­ganti» per essere la 
migliore. Inol­tre, ma su que­sto aspetto Moro­zov è eva­sivo, Face­book, Twit­
ter, Goo­gle e molte altre imprese dot​.com fanno affari d’oro nel costruire, 
ela­bo­rare e ven­dere i Big Data accu­mu­lati attra­verso l’uso dei social net­
work o dei tanti blog ope­ranti tra le due sponde dell’Atlantico. Anzi, alcune 
imprese fanno affari ospi­tando e orga­niz­zando forum di discus­sione poli­
tici, come testi­mo­nia l’impresa che gesti­sce il Blog di Beppe Grillo.
In fondo, pro­prio il gruppo ita­liano del «Movi­mento 5 stelle» strizza l’
occhio alle dina­mi­che della Rete facendo deri­vare il pro­prio nome dal 
numero mas­simo di stelle che i recen­sori di libri o di siti pon­gono per 
segna­lare il loro gra­di­mento a un libro, un sito o una pro­po­sta. Tutto ciò 
nulla a che fare con una rin­no­vata demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva, né con 
la sban­die­rata demo­cra­zia diretta dei popu­li­sti digi­tali.
I popu­li­sti digi­tali sono la bestia nera di Moro­zov, per­ché sono gli agit-
prop di quel «tec­noe­sca­pi­smo» che vede nella Rete una sorte di eden dell’
individuo pro­prie­ta­rio che le vec­chie oli­gar­chie vor­reb­bero vedere can­
cel­lato per pre­ser­vare il loro potere. Moro­zov è invece con­vinto che l’
animale umano sia un ani­male sociale e che per que­sto abbia biso­gno delle 
rela­zioni con l’altro per espri­mere le sue poten­zia­lità. Da qui la neces­
sità della media­zione e della condivisione.
IN NOME DELLA CONDIVISIONE
Un'antropologia filosofica ignota agli apologeti della rete, interessanti 
invece a spacciare come novità rivoluzionarie ogni minima e spesso irrilevante 
innovazione tecnologica. Uno spirito polemico, il suo, che raggiunge l'acme 
quando affronta l'oggettività costituita dai modelli proposti dalla tecnologia 
digitale a partire dalla neutralità rappresentata dagli algoritmi alla base del 
motore di ricerca di Google (page rank) e di quello di facebook (edge rank). Al 
di là del ragionevole dubbio sulla loro oggettività, visto che entrambi gli 
algoritmi sono coperti da brevetto e che finora nessuno è riuscito a capire 
come funzionano, è interessante la sottolineatura che l'autore fa del fatto che 
dentro le multinazionali high-tech lavorano uomini e donne che vivono in una 
società dove sono vigenti Weltanshauung egemoni che ne condizionano l'operato.
La cri­tica alla neu­tra­lità degli algo­ritmi, banco di prova di una teo­ria 
cri­tica della Rete ancora da svi­lup­pare, viene sì nomi­nata dallo stu­dioso, 
ma non svi­lup­pata. Per fare que­sto, ser­vi­rebbe una ana­lisi dei modelli 
epi­ste­mo­lo­gici domi­nanti e sul regime pro­dut­tivo del soft­ware e dei con­
te­nuti den­tro e fuori la Rete. In altri ter­mini, a costi­tuire pro­blema è 
il regime di sfrut­ta­mento pre­sente nella società en gene­ral, così come 
costi­tui­sce pro­blema la pre­tesa ogget­ti­vità delle pro­ce­dure e degli 
stan­dard, i for­mat impo­sti dalle tec­no­lo­gie, che ven­gono svi­lup­pate in 
base a una con­ce­zione dei rap­porti sociali dove di ogget­tivo c’è ben poco. 
Ma è pro­prio sulla pro­pa­gan­data ogget­ti­vità degli algo­ritmi che si mani­
fe­sta il potere auto­ri­ta­rio del «tec­no­po­lio».
Il set­tore dove più evi­dente è la pre­tesa dell’internet-centrismo di fun­
zio­nare come modello «uni­ver­sale» è l’«industria dei memi» — le parole 
chiave che scan­di­scono e orien­tano il flusso den­tro Face­book e Twit­ter — 
per la sua capa­cità di con­di­zio­nare l’opinione pub­blica e la for­ma­zione 
delle deci­sioni poli­ti­che per sal­va­guar­dare gli inte­ressi eco­no­mici e 
la vision sociale delle imprese digi­tali. La con­clu­sione è lapi­da­ria: l’
«internet-centrismo», così come il «tec­noe­sca­pi­smo» hanno molte carat­te­ri­
sti­che delle società tota­li­ta­rie del Nove­cento. Lo stesso vale per la 
difesa della pri­vacy: un diritto ridotto a merce da acqui­stare a caro prezzo 
sul mer­cato.
UNA PRI­VACY DI CLASSE
Il self trac­king, infatti, è rite­nuto il set­tore eco­no­mico in espan­
sione. Il moni­to­rag­gio della infor­ma­zioni sulla pro­pria vita e la pos­si­
bi­lità di eli­mi­nare i dati che non vogliono essere resi pub­blici sta diven­
tando infatti una pre­ro­ga­tive delle élite glo­bali che vogliono sal­va­guar­
dare la pri­vacy rispetto alle tec­no­lo­gie del con­trollo esi­stenti. Ma come 
sosten­gono gli atti­vi­sti e ricer­ca­tori del gruppo ita­liano Ippo­lita, il 
rispetto della pri­vacy sta acqui­sendo sem­pre più carat­te­ri­sti­che di 
classe: chi può rie­sce a garan­tirsi zone d’ombre sulla pro­pria vita; per la 
mag­gio­ranza dellla popo­la­zione con­nessa alla rete, la pro­pria vita 
diviene sem­pli­ce­mente tra­spa­rente ai colossi dei Big Data.
C’è il rischio che le tesi di Moro­zov abbiano come con­se­guenza – e in 
alcune parti del sag­gio è evi­dente una deriva «con­ser­va­trice» — un auspi­
cato ritorno all’ordine sociale, eco­no­mico e poli­tico pre­ce­dente la cosid­
detta «rivo­lu­zione digi­tale», com­presa la difesa del wel­fare state e dell’
intervento dello stato in eco­no­mia in quanto sog­getto eco­no­mico, non solo 
come momento rego­la­tivo dell’attività eco­no­mica, momento che non è mai 
venuto meno, come hanno d’altronde docu­men­tato da cri­tici mar­xi­sti e da 
teo­rici della bio­po­li­tica. Ciò che però inte­ressa Moro­zov è intro­durre 
ele­menti di mode­ra­zione nell’ideologia domi­nante. È infatti assente ogni 
ana­lisi sui rap­porti sociali e pro­dut­tivi nella Rete. Igno­rati sono i mec­
ca­ni­smi di appro­pria­zione pri­vata dei dati per­so­nali, ela­bo­rati e codi­
fi­cati per defi­nire «pro­fili» da ven­dere al migliore offe­rente; nes­sun 
accenno a come viene pro­dotto inno­va­zione tec­no­lo­gica e sociale; riman­
gono avvolti nel mistero i mec­ca­ni­smi di sfrut­ta­mento nella pro­du­zione 
di soft­ware e di con­te­nuti.
Sono solo alcuni degli ele­menti che potrebbe con­sen­tire lo svi­luppo di una 
pun­tuale teo­ria cri­tica della Rete. Obiet­tivo diverso da quello di Moro­
zov. La sua cri­tica al «cybe­ru­to­pi­smo» aiuta però a una pra­tica del dub­
bio che induce a resi­stere al canto delle sirene dello sta­tus quo.

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 22 Jul 23:19 2014
Picon

Nuove guerre: la solitudine di Gaza e l’accerchiamento della Russia

i morti civili sono considerati pedine di contese geopolitiche
Nuove guerre: la solitudine di Gaza e l’accerchiamento della Russia
gli israeliani che sulla collina sopra Sderot hanno brindato per la caduta 
delle bombe nel terreno di Gaza e poi minacciato di “distruggere la nostra 
macchina se dico una parola sbagliata”
http://www.peacelink.it/disarmo/a/40413.html

Robert Fisk in un suo articolo pubblicato sull’Independent scrive che il 
massacro della guerra di Gaza è un osceno replay. Riportando frammenti di 
articoli con appelli, incontri presso l’ONU, articoli di giornale che 
descrivono l’orrore per i bambini morti sotto le bombe israeliane, attacchi 
agli ospedali, lanci di razzi di Hamas, si chiede perché. “Perché noi lettori – 
lasciamo da parte noi giornalisti – ci permettiamo di partecipare a questa che 
io chiamo una passata di strofinaccio della memoria collettiva? E non eravamo a 
questo punto già prima?” http://www.independent.co.uk/voices/comment/why-doesnt-
the-media-ever-mention-the-lack-of-progress-in-the-middle-east-9603172.htm

In effetti non si può non rilevare che all’incapacità del movimento pacifista 
di analizzare le ragioni e le dinamiche delle guerre, corrisponde il limite 
delle azioni che si riducono alla denuncia dei morti, agli appelli ai governi, 
all’Europa e all’ONU, all’embargo in alcuni casi (che si risolve spesso con la 
morte di più civili) e al diritto internazionale. Come se le guerre non si 
facessero in deroga al diritto internazionale (vedi art. 51 per Israele), come 
se l’ONU contasse qualcosa, come se la diplomazia internazionale non abbia 
mostrato che i morti civili sono considerati pedine di contese geopolitiche.

Ciò che colpisce in questo particolare momento storico è la simultaneità di 
due eventi estremi: la distruzione dell’aereo MH 17 Amsterdam-Kuala Lumpur in 
Ucraina e il lancio dell’offensiva di terra di Israele contro Gaza. Sia per il 
volo MH17 che per l’iniziativa israeliana, si sono usati linguaggi che 
utilizzano la disinformazione per intensificare l’intervento NATO in Ucraina, e 
legittimare il piano di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania di una 
tregua per mandare aiuti e smilitarizzare Gaza. Obama si è detto sicuro che l’
aereo è stato abbattuto nell’Ucraina orientale da un missile terra-aria 
lanciato dalle forze separatiste filo-russe aiutati dalla Russia, eppure le 
stesse armi di fabbricazione russa sono utilizzate dal governo ucraino. 
Tuttavia tutti i media occidentali legittimano le conclusioni del presidente 
americano. http://ronpaulinstitute.org/archives/featured-
articles/2014/july/20/what-the-media-won’t-report-about-malaysian-airlines-
flight-mh17.aspx

John Pilger ha scritto un lungo e interessante articolo “Il ritorno di George 
Orwell e la Guerra del Grande Fratello. In Israele, l’Ucraina e la Verità” in 
cui descrive come i media riportano le notizie dall’Ucraina e denunciando l’uso 
della regola orwelliana del capovolgimento semantico. “I nemici sono sempre 
“ribelli”, “militanti”, “insorti”, “terroristi” e tirapiedi del Cremlino. 
Ripensate ai fantasmi di Vietnam, Cile, Timor Est, Africa del sud, Iraq; le 
etichette sono sempre le stesse. La Palestina è il simbolo di questa continua 
truffa. L'11 luglio, in seguito all'ultimo massacro di Gaza attrezzato dagli 
USA (ottanta vittime, di cui sei bambini di una sola famiglia), un generale 
israeliano scrive nel Guardian sotto il titolo “Una necessaria dimostrazione di 
forza”. http://johnpilger.com/articles/the-return-of-george-orwell-and-big-
brothers-war-on-palestine-ukraine-and-truth

Negli Stati Uniti due giornalisti sono stati colpiti dalla censura per aver 
espresso critiche nei confronti di spietate operazioni militari di Israele. 
Ayman Mohyeldin, un giornalista di origine egiziana della NBC, è stato rimosso 
dopo aver descritto e fatto vedere l'omicidio di quattro bambini palestinesi su 
una spiaggia di Gaza vicino all’hotel utilizzato dai giornalisti stranieri..
Mohyeldin ha scritto delle tragiche morti in un tweet "4 bambini palestinesi 
uccisi in un solo attacco aereo israeliano. Pochi minuti prima che fossero 
uccisi stavo calciando una palla con loro”. Ha inviato le foto e un video dei 
genitori devastati, e messo in discussione un portavoce del Dipartimento di 
Stato degli Stati Uniti che aveva accusato il movimento islamista palestinese 
che governa Gaza, Hamas, della morte dei quattro giovani.
Solo dopo forti dimostrazioni di solidarietà, Ayman Mohyeldin è potuto 
ritornare a Gaza per riprendere il suo lavoro di corrispondente.
http://crooksandliars.com/2014/07/nbc-reporter-ayman-mohyeldin-returns-gaza

La giornalista della CNN Diana Magnay ha subito la stessa sorte perché ha 
descritto come "feccia" gli israeliani che sulla collina sopra Sderot hanno 
brindato per la caduta delle bombe nel terreno di Gaza e poi minacciato di 
“distruggere la nostra macchina se dico una parola sbagliata”. La giornalista è 
stata spedita a Mosca.
http://www.huffingtonpost.com/2014/07/18/cnn-diana-magnay-israel-
gaza_n_5598866.html

In questo scenario internazionale la diplomazia europea brilla per la sua 
inefficacia di fronte alla morte, distruzione e sofferenza umana della povera 
Striscia di Gaza bombardata da aria, terra e mare, mentre si sottopone alla 
volontà degli Stati Uniti affinché siano imposte sanzioni più severe verso la 
Russia. Diversi Stati membri dell'UE hanno chiesto il divieto di vendere armi 
alla Russia e tutti hanno chiesto l’apertura di una inchiesta internazionale. 
Ma se gli Stati Uniti cercano di rassicurare il pubblico americano e il mondo 
che possiedono una strategia e gli strumenti per combattere le minacce odierne 
con il nuovo National Security Strategy, l’Europa non possiede una vera 
politica estera e di difesa comune.
http://www.defense.gov/pubs/2014_Quadrennial_Defense_Review.pdf

La Germania invita la Francia a non consegnare due navi da guerra “Mistral” 
alla marina russa (accordo del valore di 1,2 miliardi di euro). La Spagna si 
allinea alla posizione tedesca (non ha contratti con la Russia in corso) e in 
ogni caso valuterà “caso per caso” le richieste di licenze di esportazione. 
Germania e Regno Unito hanno congelato le licenze dopo che la Russia ha annesso 
la Crimea. L’Italia, che vorrebbe ridurre le tensioni tra Stati Uniti, Europa e 
Russia, non ha ancora deciso la sua pozione. Belgio, Finlandia, Paesi Bassi e 
Svezia hanno per ora sospeso i contratti in corso.

Diversa è la posizione europea nei confronti di Israele. La Germania ha 
appoggiato l'invasione israeliana di Gaza e il Parlamento europeo ha chiesto 
“la fine immediata dei lanci di razzi su Israele e dell'azione militare 
israeliana contro Gaza. I deputati europei hanno chiesto che il responsabile 
della politica estera dell'UE e gli Stati membri facciano di più per sostenere 
un cessate il fuoco immediato, per fermare tutti gli atti di violenza che 
minacciano i civili e per convincere israeliani e palestinesi a riprendere i 
colloqui di pace diretti”. http://www.europarl.europa.eu/portal/it

I deputati europei però non hanno preteso la sospensione dell'associazione di 
Israele a Horizon 2020, il nuovo programma di ricerca e innovazione dell'Ue, 
che rafforzerà la cooperazione tra ricercatori e innovatori israeliani e 
dell'Ue. L'accordo è stato firmato a giugno dal capo della delegazione Ue in 
Israele, l'ambasciatore Lars Faaborg-Andersen, e dal ministro della Scienza, 
Tecnologia e Spazio http://europa.eu/rapid/press-release_IP-14-633_en.htm
Nessun paese europeo ha chiesto all’Italia di fermare la vendita degli 
addestratori M346 a Israele e, nonostante le continue ostilità tra Israele e 
Gaza, nel 2012 le licenze per esportazione di armi dall'Europa a Israele hanno 
avuto un incremento del 290% http://oneworld.org/2014/01/28/european-arms-sales-
to-middle-east-hit-record-high/

Nonostante l’appello “Il commercio delle armi e l'attacco di Israele su Gaza” 
sottoscritto da autorevoli autorità che si conclude con “Facciamo appello alle 
Nazioni Unite e ai governi di tutto il mondo di adottare misure immediate per 
attuare un embargo militare globale e giuridicamente vincolante per Israele, 
simile a quello inflitto al Sud Africa durante l'apartheid”, tutto tace. http:
//www.theguardian.com/world/2014/jul/18/arms-trade-israel-attack-gaza
Di fatto lo scambio di armi è reciproco visto che Israele ha diffuso la 
notizia di aver venduto per più di 7 miliardi di dollari sistemi d’arma a 20 
paesi fra cui Spagna, Stati Uniti, Kenya, Corea del Sud e Regno Unito. L'elenco 
non comprende i nomi di altri Stati per motivi di sicurezza. http://archive.
today/8EMXp

Piuttosto Israele ha potuto reclutare più di 100 ragazzi inglesi che hanno 
chiesto di partecipare a fianco delle forze israeliane nella guerra di Gaza 
visto che per la legge britannica non è reato entrare a far parte di un 
esercito straniero http://www.presstv.ir/detail/2014/07/19/371937/israel-
recruits-britons-to-join-gaza-war/
E ancora una volta si può affermare che Israele usa le bombe "flechette", 
quelle che spargono intorno migliaia di frammenti mortali di acciaio, arma 
questa particolarmente crudele il cui uso è vietato dalla legge internazionale, 
http://www.theguardian.com/world/2014/jul/20/israel-using-flechette-shells-in-
gaza, così come il gas tossico che provoca sintomi da soffocamento http://www.
presstv.ir/detail/2014/07/18/371859/israel-uses-toxic-gas-to-kill-gazans/

Ismael Hossein-zadeh, professore del Dipartimento di economia e finanza alla 
Drake University, ha scritto della diabolica alleanza tra il complesso militare-
industriale e lobby israeliana, e del caos pianificato in Medio Oriente.
Sostanzialmente afferma che il caos che imperversa in Medio Oriente non è 
frutto di un fallimento o di politiche contraddittorie degli Stati Uniti. Tutt’
altro. In realtà il caos è da considerarsi un successo del complesso militare 
industriale e di chi sostiene la teoria della “Grande Israele”.
I semi del caos sono stati piantati circa 25 anni fa quando il muro di Berlino 
è crollato: c’è chi ha festeggiato la fine del militarismo e l'alba dei 
"dividendi della pace", in particolare dovuti dal riorientamento di parte del 
budget del Pentagono verso i bisogni sociali e non militari; e chi
beneficia della guerra e del militarismo che ha cominciato a ridefinire una 
dottrina sul nuovo mondo multipolare. Si trattava di andare oltre la 
tradizionale "minaccia sovietica" attraverso la teorizzazione di nuove minacce, 
gli "stati canaglia", l'Islam radicale e il "terrorismo globale". Proprio come 
i beneficiari dei dividendi di guerra, il complesso militare-industriale, i 
sostenitori della "Grande Israele" percepiscono la pace tra Israele e i suoi 
vicini palestinesi un pericolo perché, secondo una serie di risoluzioni delle 
Nazioni Unite, la pace significherebbe il ritorno di Israele ai suoi confini 
pre-1967, cioè il suo ritiro dalla Cisgiordania e Striscia di Gaza.
Con una piccola guerra qui, una piccola guerra là, una guerra a bassa 
intensità in un paese x e una guerra a media intensità nel paese y, va in onda 
la cinica strategia che serve a mantenere alti gli stanziamenti per il 
complesso militare industriale, senza causare conflitti importanti o mondiali 
che potrebbero paralizzare il mercato. Il caos in Medio Oriente, in Africa e 
nell’Europa Orientale/Ucraina è la prova di questa politica premeditata.
http://www.intrepidreport.com/archives/13652

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

Marinus Van der Lubbe | 22 Jul 23:01 2014
Picon

Fwd: Lettera sull'antisionismo

IL LATO CATTIVO
Aggiornamento del blog

Lettera sull'antisionismo

R. F.

[...] Il minimo, non oso nemmeno dire di solidarietà, ma di rispetto che possiamo avere per i proletari palestinesi, ultimi tra gli ultimi, impone in primo luogo di essere lucidi e disillusi sulla situazione attuale, di non trattarli né come dei rincoglioniti che si fanno abbindolare da Hamas, né come dei santi investiti dal Mandato del Cielo Proletario. Cercando – ove possibile, con atti, parole, scritti – di far saltare il dispositivo antisionista, alla stessa maniera in cui cerchiamo di far saltare l'antimondialismo (difesa del capitale nazionale contro il capitale mondializzato, o del capitale industriale contro il capitale finanziario), il pacifismo (rivendicazione della pace capitalista contro la guerra) e tutte le proposte di gestione alternativa del capitale, che fanno parte del corso quotidiano della lotta di classe e allo stesso tempo non permettono in nessun caso di essere semplicemente raddrizzate o radicalizzate (si tratterebbe allora, nel caso che ci occupa, di un antisionismo «di classe» o «rivoluzionario», che è semplicemente una contraddizione in termini). Senza per questo ricadere nell'illusione immediatista di credere che si potrebbe mettere in avanti quella che si chiama, nel gergo politicante, un'alternativa credibile. Il comunismo non è il prodotto di una scelta, è un movimento storico. Con questo approccio ho cercato di affrontare la questione in queste pagine. Fermo restando che, a forza di ragionamenti fatti a colpi di categorie borghesi come «diritto», «giustizia» e «popolo», non solo risulta ormai ben difficile immaginare una soluzione qualsivoglia, ma è diventato quasi impossibile anche soltanto dire cose sensate al riguardo.



http://illatocattivo.blogspot.it/


https://www.facebook.com/illato.cattivo






--
"L'abolizione dello scambio, della divisione del lavoro, della merce, della proprietà, dello Stato, delle classi non sono misure da prendersi dopo la vittoria della rivoluzione, ma le sole misure attraverso le quali la rivoluzione possa trionfare" (RS)

Gmane