clochard | 20 Dec 20:17 2014
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Matteo Tassinari_Il Fluido della Luna + L'attualità del Kampf

Il Fluido della Luna
 
 

http://alicea33.blogspot.it/2014/12/il-fluido-della-luna.html

                                                                                                                      
 
"Forse non per tutti, di certo per i Pink Floyd, che nel 1972 erano già una band famosa, dalla credibilità alternativa, fortemente connessa a un'idea di sperimentazione, non soltanto sonora ma anche fisica, di evocazione d'immaginari nuovi, di mondi lontani, oppure vicini ma mai visti. Come capitava spesso in quegli anni aurei, era musica che riusciva a essere vendibile senza perdere l'anima sostanzialmente non compromessa alle regole del mercato discografico, che portava il diretto imprinting della leggenda barrettiana tra i leggendari della musica progressive psichedelico e il diamante pazzo, Syd Barrett, dal quale non si sono mai separati."
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


L'attualità del Kampf

 
 
 
http://alicea33.blogspot.it/2014/12/il-libro-del-male.html   
 
 
 
                                       
 
 
 
"Si è dovuti    arrivare al 2006 perché  in Germania venisse pubblicata una ricostruzione minuziosa della storia del Mein Kampf che si ferma al 1945. Senza volersi inserire nei dibattiti storiografici che accompagnano il vasto campo della storia del nazismo, qualche indagine storica ha inteso solo colmare qualche lacuna, attraverso il racconto dello strano destino di questo libro. La finalità, sia detto fin dall'inizio, non è soltanto storica, ma è anche morale e politica. La storia del Kampf offre lezioni tutt'altro che prive di valore per l'epoca attuale. Indagare su questo libro significa di fatto tentare di rispondere a due domande di enorme portata. Nella bibbia nazista, Hitler aveva già preannunciato la maggior parte dei suoi crimini futuri, tutti i politici dell’epoca, ambasciatori, plenipotenziari, avevano potuto prevenire il massacro che poi ebbe inizio. Il terrore programmato, il progetto razzista e totalitario, la dichiarata volontà di dominare il mondo, è sempre stata evidente da 200 anni e niente giustificazioni."
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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rattodeuropa@alice.it | 20 Dec 14:15 2014
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noterelle sparse

Rileggendo le "tre ecologie" di F. Guattari non ho resistito al desiderio di segnarmi passi come questo:

"La nozione di interesse collettivo dovrebbe venir allargata a delle attività che, a breve termine, non danno profitto a nessuno, ma che, a lungo termine, sono portatrici di un arricchimento processuale per l'insieme dell'umanità".

Wishful thinking ? Certamente. Ma la cosa assume sfumature meno consolatorie se riferita a quanto il Nostro scriveva qualche pagina prima:

"Quello che condanna il sistema di valorizzazione capistalistico è il suo carattere di equivalente generale, che appiattisce tutti gli altri modi di valorizzazione, i quali pertanto si trovano alienati alla sua egemonia".

Bisognerebbe sicuramente leggere l'originale in francese. Ma se prendiamo per buona l'idea che il carattere di equivalente generale "condanna" il sistema di valorizzazione capitalistico, dovremmo chiederci se, e  in che modo, potrebbe riuscire davvero a farlo.

Forse Guattari suggeriva qualcosa a riguardo qui:

"A questo sarebbe opportuno opporre, se non sovrapporre, degli strumenti di valorizzazione fondati sulle produzioni esistenziali che non possono venir determinate unicamente in funzione di un tempo di lavoro astratto, né di un profitto capitalista dato per scontato".

La mia impressione generale è quella che su questi discorsi bisogna ragionare con molta attenzione. Perché è proprio la forma peculiare del lavoro cognitivo del "crowdsourcing" a rivelare la presenza di zone di pruduzione antagoniste che non andrebbero trascurate.

Pensiamo, ad esempio, a uno dei passaggi conclusivi del testo intitolato "Cooperazione e produzione immateriale nel free software" uscito nel collettaneo "L'era del capitalismo cognitivo" edito da Ombre COrte. I due autori scrivono:

"Lo sviluppo del processo cooperativo di produzione del free software intorno al sistema GNU/Linux - con il suo forte contenuto innovativo - senza essere fuori alla dinamica di produzione capitalista, mette in opera delle forze sociali che si determinano in larga misura fuori dai soli meccanismi dell'economia."

E' un'intuzione interessante - il lavoro è ormai di qualche anno fa - su cui probabilmente ci si dovrebbe esercitare con maggiore impegno.
Soprattutto perché quella disoccupazione giovanile al 40% non si lascia convincere facilmente da una retorica rivoluzionaria obsoleta e priva di qualunque effettualità. Chiede, invece, progettualità e prospettive, antagoniste quanto si vuole, ma che sul lungo periodo funzionino !

r.






Resistenza2 | 17 Dec 14:16 2014

[resistenza.pcarc] Gli insegnamenti di Gramsci. Costruire la Rivoluzione in Italia e America Latina - Napoli 19 dicembre



Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC)
Via Tanaro, 7 - 20128 Milano - Tel/Fax 02.26306454
e-mail: carc <at> riseup.net – sito: www.carc.it



Venerdì 19 dicembre 2014

Ore 16

Gli insegnamenti di Gramsci. Costruire la Rivoluzione in Italia e America Latina

l’Asilo, Vico Maffei 4, S. Gregorio Armeno - Napoli



Il 19 dicembre, la Commissione Rinascita Gramsci del Partito dei CARC, organizza l'incontro "Gli insegnamenti di Gramsci. Costruire la rivoluzione in Italia e in America Latina", a Napoli, dalle 16 alle 20, all’ex Asilo Filangieri, (vico Giuseppe Maffei 4, zona San Gregorio Armeno) con la partecipazione del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli, l’Associazione Trisol del ALBA e L’Associazione Nazionale delle Reti e le Organizzazioni Sociali (ANROS – Italia).

L’iniziativa è un momento della cooperazione tra il Partito dei CARC e le forze che rappresentano e sostengono la rivoluzione bolivariana in Italia e che avrà seguito nell'incontro italiano di solidarietà con la rivoluzione bolivariana  che si terrà nell’aprile del 2015, anch’esso a Napoli.
Interverrà il Primo Segretario dell’Ambasciata a Roma della Repubblica Bolivariana del Venezuela, la Console a Napoli ed esponenti della Commissione.
Si parlerà del contributo che Antonio Gramsci porta al movimento per il progresso dei popoli in America Latina, della sua rinascita e del completamento dell’opera da lui intrapresa per fare dell’Italia un paese con un governo fondato sulla partecipazione delle masse popolari, il cui fine è la realizzazione piena degli interessi e delle aspirazioni delle masse stesse.

Sarà una occasione per considerare i problemi e le soluzioni per il processo in corso nel costruire la rivoluzione in un paese imperialista come è l’Italia e nei paesi in cui si sperimenta la costruzione del socialismo come il Venezuela e come Cuba, per capire in cosa i processi sono differenti e in cosa sono simili, a partire dalle questioni di fondo di cui  Gramsci tratta, tra le prime il modo in cui si stabilisce l’egemonia necessaria per conquistare il potere e costruire il socialismo e la necessità e il significato della riforma morale e intellettuale degli uomini e delle donne che costruiscono la nuova società.



Commissione Rinascita Gramsci
Partito dei CARC
<!-- <at> page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm; direction: ltr; color: #000000; line-height: 150%; text-align: justify; widows: 0; orphans: 0 } P.western { font-family: "Times New Roman", serif; font-size: 10pt; so-language: it-IT } P.cjk { font-family: "MS ??", "MS Mincho"; font-size: 10pt } P.ctl { font-family: "Times New Roman", serif; font-size: 12pt; so-language: ar-SA } A:link { color: #0000ff } -->



A norma di legge potete essere esclusi da questa lista di distribuzione,
RISPONDENDO A QUESTO MESSAGGIO con la richiesta di CANCELLAZIONE

Cordiali saluti dalla redazione di:
RESISTENZA

Dir. resp. G. Maj - Redazione c/o Centro Nazionale del P.CARC: via Tanaro 7 - 20128 Milano; tel./fax 02.26.30.64.54

Reg. Trib.MI n. 484/19.9.94 - stamp. in proprio il 31/05/11. Per abbonamenti nazionali ed esteri e
sottoscrizioni: CCP 60973856 intestato a M. Maj

Sito: www.carc.it
Rattus Norvegicus | 18 Dec 13:19 2014
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l'omertà del precario

Due righe su Mafia Capitale e dintorni potrebbero anche essere utili 
per capire qualcosa in più del lavoro precario, ad averne il tempo e la 
voglia.

Leggevo da qualche parte* che il comune di Roma lo scorso anno 
ha destinato 24 milioni di euro alla voce "immigrazione" di cui solo il 
14% ha raggiunto lo scopo istituzionale.

Di fronte a questi dati c'è 
sempre qualche salame che sta lì a chiedersi com'è mai non se n'è 
accorto nessuno, se del caso insinuando connivenze e complicità. Ora va 
bene chiedersi com'è mai non se ne è accorto l'assessore ai servizi 
sociali, ma è assai meno nobile chiedersi perché l'operatore X, con 
contratto precario, non ha denunciato questo e quell'episodio.

Per 
quel che posso dire sulla base della mia esperienza personale, penso 
che certe dinamiche erano del tutto chiare a chiunque avesse voglia di 
guardare. Il vero punto è che in situazioni come quelle nessuno aveva 
voglia di guardare e men che meno di parlare.

Al CPA (Centro di Pronta 
Accoglienza) avevo all'inizio un contratto che aveva durata mensile. 
Diventava poi bimestrale e in seguito semestrale. Il che dovrebbe 
essere sufficiente a capire che in quei posti ci si sta attaccati con 
lo sputo. Basta un soffio di vento a farti volare via.
Come se non 
bastasse, in molti contratti vi sono formule esplicite che invitano a 
non raccontare a non parlare etc. Cose che all'interno di contratti 
seri hanno un significato economico, legato a segreti aziendali e cose 
del genere, ma che appiccicate in un contrattino di terzo settore hanno 
tutto il sapore di larvate minacce omertose.

Personalmente, visto che 
non "tengo famiglia" a volte mi sono preso il lusso di attraversare 
quei luoghi per così dire "a muso duro", senza risparmiare al momento 
opportuno critiche o strappi. Ma la collega tunisina per esempio, che 
stava lì anche perché madrelingua araba, non poteva certo fare 
altrettanto. 

Così, le inqualificabili e odiose carogne che lucravano 
sui giovani migranti, potevano contare sul silenzio delle vittime più 
dirette (i minori) e su quello delle vittime indirette (gli operatori).

Facciamo un esempio: immaginate di dover gestire di notte diciotto 
minori, maschi e femmine, che vanno dal quindicenne rumeno che c'ha 
tutti e due i genitori dentro per rapina a mano armata, alla giovane 
prostituta nigeriana, fino al bambino di otto anni italiano benestante 
che sta lì perché il padre voleva ammazzare la madre e la poveretta è 
scappata col pargolo...

Sul piano normativo, un lavoro del genere 
richiederebbe almeno un operatore ogni tre ragazzi. Quindi per diciotto 
ragazzi ci vorrebbero almeno sei operatori.
(E questo  perché c'è  una 
montagna di lavoro burocratico da smaltire, anche la notte: denunce di 
allontantamento, pratiche di ingresso per i nuovi giunti etc.)

Beh, lo 
facevamo regolarmente in due (2). Per evitare le conseguenze più 
devastanti era stata istituita una formula relativa al lavoro su 
"emergenze" in cui un terzo operatore poteva intervenire su chiamata, 
in casi realmente problematici, con una paga oraria all'incirca doppia 
(se ne aveva tempo e voglia).

Ora, l'emergenza era quasi quotidiana: 
si andava dall'autolesionismo (ce ce n'era uno che si tagliava un 
giorno sì e un no), alle risse e alle aggressioni con motivazioni 
razziali (frequenti quelle ai danni delle giovani di colore), fino alle 
visite notturne della polizia che identificava questo o quello perché 
nell'arco della giornata aveva commesso dei reati.

Ma questo scenario 
demenziale, a mio modo di vedere, non era del tutto inevitabile: 
rapporti leali con gli adolescenti di quel tipo sono possibili ma a 
determinate condizioni. Esistono per esempio delle forme basilari di 
lealtà, di rispetto, che possono funzionare con loro, entro certi 
limiti. Tuttavia se mancano le condizioni minime per lavorare, se 
mancano persone, competenze e chiarezza di intenti, l'emergenza 
permanente è assicurata. Il punto è che un operatore in emergenza 
pagato doppio per un turno, costa comunque meno di uno o due operatori 
in più "fissi". E quindi "lunga vita all'emergenza".

Sotto questo 
profilo devo dire che oggi, dopo essere passato per queste esperienze, 
quando leggo sui giornali notizie tipo quelle delle maestre della 
scuola Cip Ciop che picchiano i bambini, resto sempre un po' perplesso.

Non ho mai picchiato nessuno in vita mia, figuriamoci i bambini, però 
mi chiedo: quanti bambini avevano? Quanto erano pagate? E insomma, 
quanti fenomeni di questo tipo sono conseguenza della necessità di 
lavorare e dell'impossibilità di farlo decentemente?

Francamente, a 
volte trovo controintuitivo che in questo paese ci si accanisca allo 
stesso modo e con la stessa foga per far uscire di galera due militari 
ben pagati implicati in un omicidio come i famosi Marò e per mandare in 
galera due giovani donne sottopagate e disperate come quelle che 
lavoravano alla scuola Cip e Ciop di Pistoia.

Tutta questa tirata 
anche per dire che se alcune zone del lavoro precario sono 
oggettivamente difficili da vedere e da raggiungere è altrettanto vero 
che aguzzare lo sguardo non è un'esperienza gratificante per nessuno. 

Se è vero come è vero che Mafia Capitale lucrava sulle risorse del 
sociale, è altrettanto evidente che tanta gente che a sinistra ha fatto 
brillanti carriere politiche sotto la bandiera del terzo settore oggi 
sembra cadere dalle nuvole. (Tutti sti vecchi mosconi a sx, che 
cianciano di solidarietà, mutualismo e "bla bla bla fratelli")

Quanto 
ad Alex: è molto bravo, ma certo non è il tipo che si mette a girare 
per le fasce di scarto delle metropoli a mettere il naso nel lavoro 
necroforo che vi si svolge.

saluti
rattus

*
http://www.ilsecoloxix.it/p/blog/2014/12/05/ARaRCmmC-capitale_silenzio_network.shtml

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 18 Dec 08:30 2014
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R: Re: R: Re: Precari e centri sociali fanno strike, ma si parla di articolo 18

"Ora, inutile piangere sul latte versato. La situazione è grama. O siamo capaci 
di ricostruire un'autonomia di proposizione e di pensiero >in grado di 
confrontarsi da pari a pari con le istituzioni di potere oppure
è puro velleitarismo". 

C'è poi un altro fatto. Se l'opposizione al governo Renzi viene rappresentata 
dalla reazionaria Camusso che mira solo e soltanto al ritorno della 
concertazione, e da Landini che mira soltanto al lavoro, qualsiasi lavoro per 
tutti,  non ce la caviamo più, andiamo sempre più a fondo.

La sconfitta della MayDay rischia di ripetersi pari pari anche sulla questione 
del reddito garantito. In Italia tutto è regolato dal principio per cui "ad 
ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria", cioè il sistema ha 
già in se il suo avatar antisistema, cosicchè l'unico effetto che produce la 
coppia di forze è quello di un peggioramento della nostra situazione. Dovremmo 
allora ragionare sul concetto di accelerazione.

Un modelo de financiación de la Renta Básica para el conjunto del Reino de 
España: sí, se puede y es racional

"Este artículo es un resumido avance de cómo se puede financiar una renta 
básica (RB) en el conjunto del Reino de España dejando al margen la Comunidad 
Autónoma Vasca y Navarra por el hecho de que no entran dentro del llamado 
régimen fiscal común. A finales de 2013 realizamos un estudio de financiación 
para Cataluña y algunos meses después para Guipúzcoa. En ambos casos, los 
estudios ofrecían unos resultados bastante parecidos"
http://www.sinpermiso.info/articulos/ficheros/rbuesp.pdf.

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 17 Dec 21:27 2014
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R: Re: Precari e centri sociali fanno strike, ma si parla di articolo 18

MayDay MayDay ...abbiamo un problema

https://www.youtube.com/watch?v=a9tf49drPKY

>----Messaggio originale----
>Da: catpurusa <at> gmail.com
>Data: 17/12/2014 16.01
>A: <neurogreen <at> liste.comodino.org>
>Ogg: Re: [neurogreen] Precari e centri sociali fanno strike, ma si parla di 
articolo 18
>
>ritardato......riscontro!
>e secondo te come mai?perchè LA May day, nonostante 13 anni di vita
>non è diventato forza sociale? è responsabiltà di alex ? o di tutti
>coloro che provano a cambiare le cose ma contano quanto kunta kinte? o
>è colpa degli zingari?
>
>Il 17 dicembre 2014 14:51, Flora Bobigny <f.bobigny <at> gmail.com> ha scritto:
>> E' il solito Alex commentatore, media attivista che campa ancora sulle
>> responsabilità altrui MAI sulle sue:
>>  perchè il May day, nonostante 13 anni di vita non è  diventato forza
>> sociale?
>>
>>
>>
>> Il giorno 25 novembre 2014 12:29, purusa <catpurusa <at> gmail.com> ha scritto:
>>>
>>> dal creatore della lista neurogreen, nonchè ispiratore dei migliori
>>> momenti
>>> di autorganizzazione creativo_precaria in ita(ra)glia ed in europa:
>>> (alex, mi manchi ;-)
>>>
>>> Precari e centri sociali fanno strike, ma si parla di articolo 18
>>> di Alex Foti
>>> Facciamo un bilancio dopo dieci giorni. Il 14 novembre è successo
>>> qualcosa di clamoroso di cui pochi hanno fatto finta di accorgersi e a
>>> cui pochi hanno dato il giusto valore. I precari italiani per la prima
>>> volta sono riusciti nell’impresa di bloccare il paese protestando
>>> contro l’austerità e la disoccupazione giovanile. Lo sciopero sociale
>>> è apparso nel titolo di prima pagina del Corriere della Sera, ma le
>>> televisioni hanno puntato i riflettori sulla manifestazione di Milano
>>> contro il governo guidata dal segretario della Fiom Maurizio Landini e
>>> dalla segretaria della Cgil Susanna Camusso, riportando il discorso
>>> dentro un frame vecchio di dieci anni: articolo 18 sì contro articolo
>>> 18 no.
>>>
>>> Ma chi c’è dietro il successo inaspettato del 14 novembre?
>>>
>>> Quando sui mezzi di informazione si parla di movimenti, le
>>> mistificazioni abbondano. A leggere Dario Di Vico sul Corriere della
>>> Sera, sono stati i Cobas del sessantottardo Piero Bernocchi. Eppure
>>> bastava avere un minimo di dimestichezza con i social network, per
>>> rendersi conto che la giornata di mobilitazione autoconvocata in tutte
>>> le città italiane era stata preparata con cura da una rete di
>>> attivisti, collettivi e centri sociali, soprattutto romani, ma anche
>>> milanesi, bolognesi, padovani, torinesi, napoletani, nello
>>> #strikemeeting di metà settembre.
>>>
>>> In quel weekend, negli incontri all’università Sapienza di Roma e in
>>> centri sociali come Laboratorio Zero, Acrobax e Strike gli attivisti
>>> hanno riannodato il filo rosso delle lotte contro la precarietà degli
>>> anni duemila (EuroMayDay, San Precario) per proiettarle finalmente nel
>>> nuovo contesto della Grande recessione, con la gioventù dell’Europa
>>> meridionale per metà disoccupata. Uno sciopero metropolitano per il
>>> basic income e contro il Jobs act. Per farla finita con gli stage non
>>> pagati: zero lavoro gratis, a cominciare dall’Expo di Milano.
>>>
>>>
>>>
>>> 
--------------------------------------------------------------------------------
>>>
>>> È così che è nato lo sciopero sociale, a cui subito hanno aderito i
>>> sindacati di base (Usb, Cub, Usi e, certo, i Cobas). E siccome
>>> l’iconografia dice più di cento slogan, i manifestanti hanno creato
>>> degli avatar stilizzati e colorati alla lego-playmobil per
>>> rappresentare i tanti volti del precariato: addetto al call center,
>>> infermiera, ricercatore, programmatrice. Molti attivisti hanno ripreso
>>> quelle icone nel proprio profilo twitter e facebook. E il tam tam è
>>> partito. Bloccheremo l’Italia, avevano detto gli attivisti
>>> all’assemblea Blockupy di Bruxelles. Tedeschi e spagnoli della
>>> sinistra europea avevano storto il naso. Hanno avuto torto.
>>>
>>> Lo sciopero sociale non sarebbe stato così dirompente (Roma bloccata,
>>> sabotaggio a Genova; scontri a Milano, Padova, Pisa; la tangenziale di
>>> Napoli occupata dal corteo eccetera) senza la partecipazione dei
>>> collettivi studenteschi. Secondo la perenne logica del riot porn, in
>>> effetti i mezzi d’informazione hanno dato più spazio alle cariche
>>> della polizia e della guardia di finanza a Milano contro il corteo
>>> autorizzato vicino all’università Statale e al pestaggio a tradimento
>>> di liceali nell’androne dell’arcivescovado in piazza Fontana, invece
>>> che alla Roma di #incrocialebraccia: la capitale bloccata da studenti,
>>> precari e lavoratori.
>>>
>>> Ora si tratta di vedere se l’Italia precaria si è risvegliata al pari
>>> di Spagna e Grecia contro la crisi economica. Ma non sarà la sinistra
>>> al governo a decidere. La lezione della rivoluzione democratica e
>>> ugualitaria che agita il mondo dal 2011 è che la dinamica della
>>> politica e della società dipende dai movimenti, la loro mobilitazione,
>>> le loro rivendicazioni.
>>>
>>> In ogni caso, le agitazioni messe in moto dallo sciopero sociale sono
>>> condivise all’interno di una rete europea (il 14 novembre gli
>>> intermittents francesi hanno occupato la sede dell’Ocse a Parigi): è
>>> la rete di Agora99, Blockupy, D1920, che comprende attivisti,
>>> antifascisti e collettivi noborder e tutti gli spazi sociali che hanno
>>> partecipato ad azioni coordinate in tutta Europa.
>>>
>>> La rete D1920, composta da studenti, agricoltori, impiegati pubblici e
>>> sindacalisti, è riuscita a occupare la sede della Commissione e a
>>> bloccare il quartiere europeo di Bruxelles il 19 dicembre 2013. Per
>>> quanto riguarda Blockupy, in attesa di una data certa per
>>> l’inaugurazione del nuovo grattacielo della Banca centrale europea a
>>> Francoforte, ha organizzato un Blockupy Festival sul Meno che è
>>> partito il 20 novembre ed è durato tutto il weekend.
>>>
>>> Ma l’appuntamento più promettente è quello del prossimo 19 dicembre a
>>> Bruxelles, contro le lobby finanziarie che dettano le direttive della
>>> Commissione europea.
>>>
>>> Alex Foti, attivista, creatore di EuroMayDay e fondatore di MilanoX.
>>> Ha scritto Anarchy in the EU (Agenzia X) e Essere di sinistra oggi (Il
>>> Saggiatore).
>>>
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>>> ---------- Forwarded message ----------
>>> From: Alex Foti <alex.foti <at> gmail.com>
>>> Date: 2014-11-25 11:38 GMT+01:00
>>> Subject: Re: [Radical-europe] Précariat. Pour une critique de la
>>> société de la précarité, sous la direction de Silvia Contarini et Luca
>>> Marsi
>>> To: Giuseppe Allegri <giuseppe.allegri <at> gmail.com>, radical-europe
>>> <Radical-europe <at> listes.agora.eu.org>, Marco <marco <at> blablaxpress.org>
>>>
>>>
>>> congratulations! je voulais te dire et vous dire que on m'a publié
>>> hier celui-ci sur la grève sociale en italie;)
>>>
>>>
>>> http://www.internazionale.it/opinione/alex-foti/2014/11/24/precari-e-
centri-sociali-fanno-strike-ma-si-parla-di-articolo-18
>>>
>>> baci europrecari
>>>
>>> lx
>>>
>>> 2014-11-24 10:26 GMT+01:00 Giuseppe Allegri <giuseppe.allegri <at> gmail.com>:
>>> >
>>> > Dear All,
>>> > a french book on Précariat (with Christian Laval, Patrick Cingolani,
>>> > Judith Revel, Federico Chicci, etc.), with an abstract of my
>>> > "L’insubordination au travail du « Cinquième État ». Énoncés collectifs 
et
>>> > invention institutionnelle":
>>> >
>>> > http://furiacervelli.blogspot.it/2014/11/prove-tecniche-di-
insubordinazione-al.html
>>> >
>>> > ciao,
>>> > peppe
>>> >
>>> >
>>> >
>>> > http://www.decitre.fr/livres/precariat-pour-une-critique-de-la-societe-
de-la-precarite-9782840161974.html
>>> >
>>> >      Introduction, Silvia Contarini et Luca Marsi
>>> > La précarité comme « art de vivre » à l’époque néolibérale; Christian
>>> > Laval
>>> > Industries culturelles et précarité, ambivalences de l’ascétisme dans le
>>> > monde; Patrick Cingolani
>>> > Lignes de fuite et stries du capitalisme cognitif. Parcours d’autonomie
>>> > professionnelle et espaces expressifs de la précarité dans le «district 
du
>>> > plaisir»; Federico Chicchi et Mauro Turrini
>>> > L’insubordination au travail du « Cinquième État ». Énoncés collectifs
>>> > et invention institutionnelle; Giuseppe Allegri
>>> > Un précariat fragmenté. Le commissariat d’exposition d’art contemporain
>>> > en France; Laurent Jeanpierre et Isabelle Mayaud
>>> > Qu’aura été la Précarité ? Futurs possibles d’un concept; Joost de
>>> > Bloois et Frans-Willem Korsten
>>> > Esthétisation et normalisation de la précarité dans la société
>>> > néolibérale; Luca Marsi
>>> > Féminisation du travail et précarisation de l’existence: deux paradigmes
>>> > superposés; Judith Revel
>>> > Sauvagerie, nomadisme, précarité. Un récit primitiviste; Federico
>>> > Luisetti
>>> > De la précarité à la convivialité; Gustavo Esteva et Irene Ragazzini
>>> >
>>> > Bibliographie
>>> >
>>> > _______________________________________________
>>> > Radical-europe mailing list
>>> > Radical-europe <at> listes.agora.eu.org
>>> > http://listes.agora.eu.org/listinfo/radical-europe
>>> >
>>>
>>>
>>> _______________________________________________
>>> Radical-europe mailing list
>>> Radical-europe <at> listes.agora.eu.org
>>> http://listes.agora.eu.org/listinfo/radical-europe
>>>
>>> [][][][]][
>>> NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
>>> ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
>>> http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen
>>>
>>
>
>[][][][]][
>NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
>ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
>http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen
>
>

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 17 Dec 21:11 2014
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R: Bifo in Mexico

Suggestivo racconto. Bifo alla fine si domanda "Cosa sta succedendo negli Stati Uniti dove si prepara la dimostrazione nazionale a Washington?"

E' tempo di una rivoluzione?  .......
    
Quando la legge non prevede la giustizia, è il momento di cambiare la legge. - See more at: http://translate.googleusercontent.com/translate_c?depth=1&hl=it&prev=/search%3Fq%3Ddedefensa%26biw%3D1076%26bih%3D647&rurl=translate.google.it&sl=fr&u=http://www.intrepidreport.com/archives/14618&usg=ALkJrhgdGKL0YYLnkDhaeMSubEna6_oT_w#sthash.zfOIeaC2.dpu
E 'tempo di una rivoluzione?
E 'tempo di una rivoluzione?
http://www.intrepidreport.com/archives/14618

----Messaggio originale----
Da: claudio.tullii1 <at> alice.it
Data: 17/12/2014 19.03
A: <neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: [neurogreen] Bifo in Mexico

Cr*,
 
11 dicembre

mexicoDF

alle cinque di mattina mi sono svegliato perché non riuscivo a respirare. Merda. Il dottore me l’ha detto: non andare mai in luoghi che siano più in alto dei mille metri: il mostro metropolitano più spaventoso della terra si trova a duemilacinquecento. Per non parlare dell’inquinamento spaventoso della conurbazione di trenta milioni di abitanti. Mi sparo due milligrammi di cortisone, poi tre poi quattro. Dormo, mi sveglio, dormo mi sveglio di nuovo, mi viene a prendere Eugenio. E comincia il tormento. Avenida insurgentes è la strada più lunga del mondo, un biscione di cinquantatré chilometri che attraversa l’immensa metropoli da sud a nord.
Milioni di disgraziati la percorrono ogni giorno perché l’inferno salariato li obbliga a farlo, ma basta un percorso su Insurgentes per capire che siamo in trappola. Eugenio chiacchiera amabilmente e io amabilmente rispondo, ma i miei polmoni si stringono poco alla volta come noccioline spaventate. I can’t breathe, I can’t breathe. E’ questo, lo so, il segno del tempo che inizia. Ne usciremo vivi? E come? Mentre l’economia mondiale è un autobus lanciato a tutta velocità verso il precipizio adesso il petrolio scende a 60 dollari al barile. Un affarone per chiunque voglia continuare a strangolare l’umanità. Per fortuna la recessione ha ridotto un po’ i consumi di petrolio negli ultimi anni ma ora gli strangolatori vogliono rilanciare il loro piano di strangolamento. E’ naturale.
Mezz’ora, un’ora un’ora e un quarto un’ora e mezza… il traffico è bloccato in ogni punto della Insurgentes, il cielo è grigio e l’aria mefitica. Faccio un esercizio di yoga nella mia mente e continuo a chiacchierare amabilmente con Eugenio. Un’ora e quaranta, un’ora e quarantacinque. Un’ora e cinquanta e compare la UNAM, siamo salvi. Con ritardo raggiungo gli amici che mi aspettano. All’interno dell’edificio protetto da immense lastre di cristallo l’aria sembra essere meno , respiro lentamente, la testa mi gira follemente, non capisco quasi niente, e fra un’ora debbo parlare. Alle cinque del pomeriggio l’anfiteatro comincia a riempirsi, vado in bagno, mi sparo cortisone nella garganta, entro, mi siedo. Molti amici mi abbracciano che non vedevo da anni. Il panico da asma si dirada, la voce non mi viene fuori ma poco alla volta ci riuscirò.
Ricorderò queste due ore e mezzo di discussione come un incubo. Parlo per quaranta minuti come mi hanno chiesto di fare, la voce cresce poco alla volta, e seguo il filo del mio ragionamento con quel poco di ossigeno che alimenta il cervello. Quella che stiamo vivendo, dico, è l’agonia del capitalismo neoliberale, e dobbiamo saperlo: nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Chi sono i cosiddetti Narcos, chi sono gli Zeta? Nient’altro che neoliberisti coerenti, neo-darwinisti sociali radicali. Io non posso parlare del Messico perché questo lo conoscete meglio voi. L’anfiteatro è pieno di gente, seduti per terra, seduti sui gradini là in fondo. Posso però parlarvi del continente euro-asiatico che si trova sul bordo di una guerra civile generalizzata.
Posso parlarvi della distruzione del progetto europeo che gli agenti del dogma finanziario hanno ormai portato alla sua fase finale. Il collasso è imminente, ma non sappiamo quali forme assumerà. Può assumere le forme della violenza fascista, può assumere le forme di una vittoria nazionalista in Francia. Il Fronte nazionale ha come obiettivo centrale la rottura dell’alleanza con la Germania, il nemico dell’identità francese: questo obiettivo sta per realizzarsi. La prevista vittoria del Fronte nazionale sarebbe l’inizio di una fase convulsa di guerra razziale in molte regioni d’Europa, un marasma sociale che porterebbe a compimento la distruzione della vita civile che i nazi-liberisti hanno intrapreso da trent’anni.
Ma il collasso può assumere un’altra forma, e a questo dobbiamo lavorare, anche se i margini sono stretti. Fino a pochi mesi fa potevamo dire, come ancora dice Tsipras, che i veri europeisti siamo noi, e che noi soltanto possiamo salvare l’Unione dalle conseguenze del dogma neoliberale. La finanza globale ha attaccato il progetto europeo da Maastricht in poi e ora il signor Juncker, quell’orrendo maiale che offriva sconti alle corporation che investivano in Lussemburgo ma non intende far sconti ai lavoratori europei, sta per dare il colpo di grazia alla nuca della società europea. Tsipras ripete che noi siamo qua per salvare l’Europa da questi sfruttatori, che solo una svolta radicale delle politiche sociali può restituire al progetto europeo una possibilità.
Ci ho creduto, l’ho detto e scritto, ma ora non ci credo più più. E’ finita, il cadavere dell’Unione europea è steso per terra come uno stoccafisso. L’Unione finge di esistere soltanto perché il sistema finanziario non ha ancora finito di succhiare il sangue che resta nelle vene della società.
Ma è finita, e ora occorre riconoscerlo e agire di conseguenza. O lo faremo noi o lo faranno i fascisti.
Basta con l’euro, e venga l’apocalisse. Nell’apocalisse troveremo il modo di reinventare forme di organizzazione autonoma della società, creeremo strutture di autodifesa armata, sperimenteremo forme di riappropriazione della ricchezza che ci hanno sottratto. Sapremo farlo? Non lo so, ma non c’è altra strada che l’autorganizzazione del lavoro cognitivo per la destrutturazione del castello di automatismi suicidi costruiti dal finazismo
e per la ricombinazione dei saperi e delle tecniche secondo un principio di valore d’uso e non di accumulazione.
Quando finisco inizia una discussione densissima, tesa e tranquilla allo stesso tempo. Quel che è successo in Messico negli ultimi anni, quella mattanza ininterrotta che i giornali attribuiscono ai narcos per tranquillizzare la buona coscienza della borghesia internazionale, è un anticipo di quel che accadrà in Europa se non saremo capaci di tagliare la strada agli assassini.
Un ragazzo con la barba interviene per dire che il tono della discussione è troppo teso, che non dobbiamo lasciarci spingere ad accettare i toni emergenziali, né le modalità psichiche del panico. Autoterapia in progress. Quando la discussione volge al termine inizia un rito che non mi aspettavo. Qualcuno, in mezzo al pubblico grida: Uno.. e qualcuno gli risponde: Dos… poi molti dicono: tres. Poi tutti urlano all’unisono Quatros… Cinco… Seis… e così continua, in un crescendo che fa venire la pelle d’oca, fino a quarantatre, quando le voci di centinaia di persone bellissime, di intellettuali coltissimi, di ragazzi e ragazze, di maestri e maestre all’unisono cantano: VIVOS LOS LLEVARON VIVOS LOS QUEREMOS.
Cosa sta succedendo in Messico? Cosa sta succedendo negli Stati Uniti dove si prepara la dimostrazione nazionale a Washington?

singolarità qualunque
 
"Non esistono soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche" (U. Beck)
 


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singolarità qualunque | 17 Dec 19:41 2014
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Colpiscene 1 per educarne 100!

Cr*,
 

Spagna, uccisa a colpi di pistola la politica con 12 stipendi pubblici

Il popolo spagnolo reagisce alla crisi con un omicidio.

-Angelo Iervolino- 20 maggio 2014 – La crisi economica sta attanagliando molti paesi Europei. Quasi finita la prima fase dove molta gente si è suicidata, sta iniziando la seconda fase, quella della reazione popolare. In Spagna alcuni giorni fa è stata uccisa Isabel Carrasco presidente della Provincia spagnola di Leon. Sarebbero state due donne, madre e figlia, ad aver freddato a colpi di pistola la donna 59 enne, esponente del Partito Popolare. Si presume per il licenziamento della giovane, Monteserrat Triana Martinez, congedata dall’amministrazione provinciale. A riconoscere le due donne, che sono la moglie e la figlia di un ispettore della polizia spagnola, è stato un agente in pensione, testimone dell’agguato. Di certo ormai la pressione sulla popolazione in molti paesi d’Europa sta diventando insostenibile e quindi tasse elevate e licenziamenti nel settore pubblico potrebbero scatenare delle razioni a catena molto pericolose che potrebbero costare la vita a molti politici, ovviamente nessuno ci sta a morire senza reagire, e dopo l’ondata di suicidi si prevede una ondata di omicidi, da parte di gente disperata che non ha nulla da perdere, quindi può succedere di tutto, la bomba Europa sta per esplodere. 

La deputata del Partito Popolare Isabel Carrasco, oltre ad essere indagata per cattiva gestione di denaro pubblico e corruzione, ricopriva ben 12 incarichi pubblici, percependone i relativi stipendi:

Presidente del Partito Popolare di León.
Consigliere del Comune di León.
Presidente della Provincia di León.
Presidente del Consorzio dell’Aeroporto di León.
Presidente dell’Istituto Leonese di Cultura.
Presidente del Consorzio Provinciale del Turismo.
Presidente di Gersul, Consorzio per la gestione dei residui solidi urbani di León.
Consigliera di Tinsa, società di tassazione leader del mercato immobiliare spagnolo (fino al 2010).
Consigliera della banca Caja España.
Consigliera dell’Assemblea Generale di Caja España.
Consigliera di Viproelco (gestita al 50% da Caja España), che gestisce il mercato delle case popolari.
Consigliera della rete immobiliaria Inmocasa.
Vicepresidente di Invergestión, società d’investimenti nel mercato immobiliare.

Isabel Carasco era in politica da 30 anni. Uno dei suoi primi incarichi, nel 1987, fu la nomina da parte dell’allora presidente della giunta di Castilla y Leon José Maria Aznar, a delegata territoriale della giunta provinciale, incarico che mantenne fino al 1991.

Entrata al Senato nel 2003, un anno dopo fu nominata presidente provinciale del Partito Popolare. Eletta nel 2007 presidente della Provincia di Leon grazie alla maggioranza assoluta conquistata nelle urne, da febbraio era indagata per presunti episodi di malversazione di fondi pubblici.

Fonte:

http://www.imolaoggi.it/2014/05/19/spagna-uccisa-a-colpi-di-pistola-la-politica-con-12-stipendi-pubblici/


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singolarità qualunque | 17 Dec 19:03 2014
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Bifo in Mexico

Cr*,
 
11 dicembre

mexicoDF

alle cinque di mattina mi sono svegliato perché non riuscivo a respirare. Merda. Il dottore me l’ha detto: non andare mai in luoghi che siano più in alto dei mille metri: il mostro metropolitano più spaventoso della terra si trova a duemilacinquecento. Per non parlare dell’inquinamento spaventoso della conurbazione di trenta milioni di abitanti. Mi sparo due milligrammi di cortisone, poi tre poi quattro. Dormo, mi sveglio, dormo mi sveglio di nuovo, mi viene a prendere Eugenio. E comincia il tormento. Avenida insurgentes è la strada più lunga del mondo, un biscione di cinquantatré chilometri che attraversa l’immensa metropoli da sud a nord.
Milioni di disgraziati la percorrono ogni giorno perché l’inferno salariato li obbliga a farlo, ma basta un percorso su Insurgentes per capire che siamo in trappola. Eugenio chiacchiera amabilmente e io amabilmente rispondo, ma i miei polmoni si stringono poco alla volta come noccioline spaventate. I can’t breathe, I can’t breathe. E’ questo, lo so, il segno del tempo che inizia. Ne usciremo vivi? E come? Mentre l’economia mondiale è un autobus lanciato a tutta velocità verso il precipizio adesso il petrolio scende a 60 dollari al barile. Un affarone per chiunque voglia continuare a strangolare l’umanità. Per fortuna la recessione ha ridotto un po’ i consumi di petrolio negli ultimi anni ma ora gli strangolatori vogliono rilanciare il loro piano di strangolamento. E’ naturale.
Mezz’ora, un’ora un’ora e un quarto un’ora e mezza… il traffico è bloccato in ogni punto della Insurgentes, il cielo è grigio e l’aria mefitica. Faccio un esercizio di yoga nella mia mente e continuo a chiacchierare amabilmente con Eugenio. Un’ora e quaranta, un’ora e quarantacinque. Un’ora e cinquanta e compare la UNAM, siamo salvi. Con ritardo raggiungo gli amici che mi aspettano. All’interno dell’edificio protetto da immense lastre di cristallo l’aria sembra essere meno , respiro lentamente, la testa mi gira follemente, non capisco quasi niente, e fra un’ora debbo parlare. Alle cinque del pomeriggio l’anfiteatro comincia a riempirsi, vado in bagno, mi sparo cortisone nella garganta, entro, mi siedo. Molti amici mi abbracciano che non vedevo da anni. Il panico da asma si dirada, la voce non mi viene fuori ma poco alla volta ci riuscirò.
Ricorderò queste due ore e mezzo di discussione come un incubo. Parlo per quaranta minuti come mi hanno chiesto di fare, la voce cresce poco alla volta, e seguo il filo del mio ragionamento con quel poco di ossigeno che alimenta il cervello. Quella che stiamo vivendo, dico, è l’agonia del capitalismo neoliberale, e dobbiamo saperlo: nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Chi sono i cosiddetti Narcos, chi sono gli Zeta? Nient’altro che neoliberisti coerenti, neo-darwinisti sociali radicali. Io non posso parlare del Messico perché questo lo conoscete meglio voi. L’anfiteatro è pieno di gente, seduti per terra, seduti sui gradini là in fondo. Posso però parlarvi del continente euro-asiatico che si trova sul bordo di una guerra civile generalizzata.
Posso parlarvi della distruzione del progetto europeo che gli agenti del dogma finanziario hanno ormai portato alla sua fase finale. Il collasso è imminente, ma non sappiamo quali forme assumerà. Può assumere le forme della violenza fascista, può assumere le forme di una vittoria nazionalista in Francia. Il Fronte nazionale ha come obiettivo centrale la rottura dell’alleanza con la Germania, il nemico dell’identità francese: questo obiettivo sta per realizzarsi. La prevista vittoria del Fronte nazionale sarebbe l’inizio di una fase convulsa di guerra razziale in molte regioni d’Europa, un marasma sociale che porterebbe a compimento la distruzione della vita civile che i nazi-liberisti hanno intrapreso da trent’anni.
Ma il collasso può assumere un’altra forma, e a questo dobbiamo lavorare, anche se i margini sono stretti. Fino a pochi mesi fa potevamo dire, come ancora dice Tsipras, che i veri europeisti siamo noi, e che noi soltanto possiamo salvare l’Unione dalle conseguenze del dogma neoliberale. La finanza globale ha attaccato il progetto europeo da Maastricht in poi e ora il signor Juncker, quell’orrendo maiale che offriva sconti alle corporation che investivano in Lussemburgo ma non intende far sconti ai lavoratori europei, sta per dare il colpo di grazia alla nuca della società europea. Tsipras ripete che noi siamo qua per salvare l’Europa da questi sfruttatori, che solo una svolta radicale delle politiche sociali può restituire al progetto europeo una possibilità.
Ci ho creduto, l’ho detto e scritto, ma ora non ci credo più più. E’ finita, il cadavere dell’Unione europea è steso per terra come uno stoccafisso. L’Unione finge di esistere soltanto perché il sistema finanziario non ha ancora finito di succhiare il sangue che resta nelle vene della società.
Ma è finita, e ora occorre riconoscerlo e agire di conseguenza. O lo faremo noi o lo faranno i fascisti.
Basta con l’euro, e venga l’apocalisse. Nell’apocalisse troveremo il modo di reinventare forme di organizzazione autonoma della società, creeremo strutture di autodifesa armata, sperimenteremo forme di riappropriazione della ricchezza che ci hanno sottratto. Sapremo farlo? Non lo so, ma non c’è altra strada che l’autorganizzazione del lavoro cognitivo per la destrutturazione del castello di automatismi suicidi costruiti dal finazismo
e per la ricombinazione dei saperi e delle tecniche secondo un principio di valore d’uso e non di accumulazione.
Quando finisco inizia una discussione densissima, tesa e tranquilla allo stesso tempo. Quel che è successo in Messico negli ultimi anni, quella mattanza ininterrotta che i giornali attribuiscono ai narcos per tranquillizzare la buona coscienza della borghesia internazionale, è un anticipo di quel che accadrà in Europa se non saremo capaci di tagliare la strada agli assassini.
Un ragazzo con la barba interviene per dire che il tono della discussione è troppo teso, che non dobbiamo lasciarci spingere ad accettare i toni emergenziali, né le modalità psichiche del panico. Autoterapia in progress. Quando la discussione volge al termine inizia un rito che non mi aspettavo. Qualcuno, in mezzo al pubblico grida: Uno.. e qualcuno gli risponde: Dos… poi molti dicono: tres. Poi tutti urlano all’unisono Quatros… Cinco… Seis… e così continua, in un crescendo che fa venire la pelle d’oca, fino a quarantatre, quando le voci di centinaia di persone bellissime, di intellettuali coltissimi, di ragazzi e ragazze, di maestri e maestre all’unisono cantano: VIVOS LOS LLEVARON VIVOS LOS QUEREMOS.
Cosa sta succedendo in Messico? Cosa sta succedendo negli Stati Uniti dove si prepara la dimostrazione nazionale a Washington?

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"Non esistono soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche" (U. Beck)
 


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singolarità qualunque | 17 Dec 18:49 2014
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Sergio Bologna

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Come il patrimonio teorico dell’operaismo italiano è servito a comprendere la realtà del lavoro postfordista – di Sergio Bologna

Sergio Bologna, protagonista dell’operaismo e del post-operaismo italiano, racconta l’evoluzione di un pensiero politico, vario e ricco di sfaccettature, che attraversa mezzo secolo di elaborazione teorica e azione militante in Italia, dagli anni Sessanta a oggi. Un pensiero che ancora oggi mostra tutta la sua potenziale ricchezza ed è capace di innervarsi con le energie delle nuove generazioni. Perché l’esercizio del pensiero critico è linfa per la comprensione di ciò che è successo e motore di ciò che verrà.

 * * * * *

Il sistema di pensiero che viene riassunto con il nome di “operaismo italiano” non è un sistema organico, racchiuso in un testo fondamentale, in una qualche Bibbia, ma è la somma di diversi contributi teorici provenienti da alcuni intellettuali militanti che hanno fondato le riviste “Quaderni Rossi” e “Classe Operaia”.[1] Raniero Panzieri, Mario Tronti, Toni Negri e Romano Alquati sono quelli che hanno posto le fondamenta del sistema, altri, come Gaspare De Caro, Guido Bianchini, Ferruccio Gambino, Alberto Magnaghi, hanno portato dei contributi essenziali su tematiche specifiche che completavano l’orizzonte del pensiero operaista e gli davano l’impronta di un “sistema” coerente al suo interno, come la storiografia, l’agricoltura, le migrazioni, il territorio.

Operaismo e fordismo

L’esperienza dei gruppi operaisti si è sviluppata in un periodo storico nel quale sembrava che nelle società capitaliste non ci fosse un’alternativa alla produzione di massa caratterizzata da grandi imprese in grado di ottenere forti economie di scala. La grande fabbrica nella quale migliaia di lavoratori svolgevano operazioni sempre più semplificate – mentre le macchine svolgevano operazioni sempre più complesse – sembrava il punto d’arrivo di un processo storico che aveva origine nella nascita dell’industrialismo. La produzione di massa era il modo migliore per produrre beni che costavano poco sul mercato e potevano essere acquistati da tutti, in primo luogo dagli stessi lavoratori che li producevano, anche se si trattava di beni complessi come l’automobile. Così si creavano le premesse per realizzare l’insostituibile integrazione alla produzione di massa, cioè il consumo di massa. Un sistema tanto perfetto e ben funzionante che era stato adottato anche dai paesi dove aveva trionfato la rivoluzione comunista. Anzi, la rivoluzione comunista aveva trionfato in paesi nei quali questo sistema era ancora molto imperfetto, poco sviluppato o addirittura inesistente, sono stati i governi usciti dalla rivoluzione a portare a compimento lo sviluppo del sistema della produzione di massa organizzandola in grandi Kombinat, in complessi industriali con migliaia di lavoratori, estendendola anche all’agricoltura. In Occidente questo sistema veniva chiamato per comodità “fordismo” perché aveva trovato la sua applicazione pratica e teorica più compiuta nell’organizzazione delle fabbriche dell’automobile di Henry Ford. L’idea di base dell’operaismo, mutuata ovviamente dalla teoria marxiana, era che la grande fabbrica con le sue migliaia di operai potesse trasformarsi in un grande terreno fertile per un progetto rivoluzionario e diventare da sede della produzione di massa a spazio liberato dall’oppressione capitalistica. Il capitalismo doveva essere imprigionato nella sua stessa dimora, le mura della sua casa dovevano diventare le sbarre della sua prigione. Il lavoro fordista alla catena di montaggio doveva diventare il terreno di formazione del soggetto rivoluzionario, dell’operaio massa. Come si vede, l’idea primordiale dell’operaismo era il calco, l’impronta rovesciata del fordismo. Senza un’organizzazione sociale come quella della fabbrica fordista l’operaismo avrebbe avuto difficoltà a elaborare il suo progetto rivoluzionario, l’operaio massa si formava come classe dentro un sistema produttivo con particolari caratteristiche tecnologiche, era tutt’uno con questo sistema, che gli forniva i mezzi di sussistenza. L’operaio massa era innanzitutto un salariato, la struttura della sua busta paga era composta da una parte fissa, il salario base, da un parte variabile, collegata alla produttività e da altre voci che corrispondevano ad altrettante conquiste contrattuali come il recupero dell’inflazione, gli assegni familiari, le ore straordinarie, i premi di produzione, le indennità per lavori notturni o nocivi ecc.. L’organizzazione produttiva fordista non era il sistema dominante solo all’interno della fabbrica ma proiettava i suoi rigidi schemi anche sulla società, sulla mobilità urbana ed extraurbana, sugli insediamenti abitativi, sugli orari dei negozi. Migliaia di operai uscivano al mattino presto dalle fabbriche dopo aver fatto il turno di notte ed altrettante migliaia erano in attesa fuori dai cancelli per entrare al primo turno del mattino. Era questo il momento migliore per distribuire e diffondere i volantini di “Classe Operaia” e di “Potere Operaio”, volantini che quasi sempre erano stati scritti su indicazioni fornite da operai delle stesse fabbriche, dopo un lungo lavoro di “conricerca”, di dialogo e di scambio di opinioni e informazioni tra militanti operaisti e operai di fabbrica. L’operaismo quindi è stato in tutto e per tutto l’immagine rovesciata del fordismo, era tutt’uno con il fordismo, viveva in simbiosi con esso, non sembrava immaginabile un operaismo senza una società fordista, senza una produzione di massa, senza l’operaio massa. Con la morte del fordismo avrebbe dovuto morire anche l’operaismo. La società postfordista, la società dell’informazione, la società della prevalenza del terziario e della finanza, del lavoro precario e del lavoro indipendente, avrebbero dovuto essere incomprensibili a chi si era formato sul fordismo. L’operaismo avrebbe dovuto estinguersi lentamente man mano che la figura dell’operaio massa diventava sempre più marginale nelle società occidentali. Invece ciò non è avvenuto, i militanti, gli attivisti, gli intellettuali che avevano condiviso l’esperienza operaista sono stati in grado meglio di altri di cogliere le caratteristiche della nuova formazione capitalistica – che per comodità abbiamo chiamato “postfordista”. Anzi, di tutte le organizzazioni ed i gruppi extraparlamentari degli Anni 70 operanti in Italia, gli eredi dell’operaismo sono rimasti gli unici a tentare, a volte con successo, di elaborare una nuova teoria della liberazione praticabile nella società postfordista, sono gli unici che sono riusciti a tallonare l’evoluzione del capitalismo da Henry Ford a Steve Jobs, producendo analisi convincenti e pratica politica sia con il lavoro salariato sia con il lavoro non salariato. Com’è stato possibile?

Il ruolo dell’intellettuale

Innanzitutto occorre ricordare che l’operaismo non è stato una semplice riproposizione dell’anarcosindacalismo o del Linkskommunismus, gli operaisti non hanno mai creduto che il sistema capitalista, assediato da conflitti industriali sempre più estesi, con una classe operaia sempre più aggressiva, disposta a praticare il blocco della produzione e di qualunque attività propria del lavoro subordinato, sarebbe crollato in seguito a uno sciopero generale prolungato e irreversibile. Queste utopie non appartengono alla tradizione operaista, anche se le tecniche del conflitto industriale che l’operaismo ha cercato di promuovere erano le stesse dell’anarcosindacalismo. L’operaismo non è mai stato indulgente con le semplificazioni, con le facili parole d’ordine, a costo di apparire esercizio di intellettualismo, a costo di essere accusato di eccesso di pensiero astratto. Prima di tutto l’operaismo non ha mai preteso di poter “insegnare” agli operai la via della rivolta o della rivoluzione, al contrario, la pratica operaista della “conricerca” vuol dire semplicemente che il militante deve “imparare” dagli operai, deve saperli ascoltare, mantenendo però sempre il suo ruolo d’intellettuale, che gli consente di trasmettere strumenti di pensiero e di analisi che possono essere utili all’operaio che intende affrontare un percorso collettivo di liberazione. L’operaismo ha sempre rifiutato l’atteggiamento populista, che era molto comune tra i militanti dei gruppi extraparlamentari degli anni 70 in Italia, di camuffarsi da operai, di vestire la tuta blu per assomigliare agli operai, di nascondere con vergogna le proprie origini borghesi. Al contrario, chi ha avuto la fortuna di poter studiare, di frequentare l’Università, di avere a disposizione strumenti per arricchire le proprie conoscenze, per sviluppare uno spirito critico, chi ha avuto la fortuna di poter studiare all’estero, di imparare le lingue, di conoscere meglio e da vicino il pensiero del capitale, chi ha avuto la fortuna di conoscere la storia del movimento operaio, il pensiero marxista, ha il dovere di perfezionare al massimo questi strumenti di conoscenza, di raggiungere con i suoi lavori i livelli più alti di produzione scientifica e di mettere a disposizione di tutti ma in particolare dei lavoratori il suo sapere, le sue conoscenze. Deve concepire se medesimo come una cellula di una struttura di servizio. Questo atteggiamento degli operaisti veniva trattato con disprezzo, venivano chiamati spregiativamente “i professori”, in realtà anche quando i loro principali esponenti si sono trovati a ricoprire ruoli accademici (da Negri a Tronti, da Alquati a Gambino, da Bianchini a Magnaghi) hanno sempre svolto il loro insegnamento come una missione politica, hanno sempre fatto ricerca come fosse una “conricerca”, hanno sempre parlato e scritto lo stesso linguaggio nelle loro pubblicazioni scientifiche e nel materiale di propaganda politica. Il principio regolatore della loro vita d’intellettuali è stato quello di essere sempre se stessi, non di sdoppiarsi in un ruolo di professori ed uno di militanti, facendo gli accademici di giorno e gli operaisti di sera o nei week end. Ed infatti sono stati gli unici professori universitari ad essere messi in galera o ad essere espulsi dall’Università. La repressione si è abbattuta in maniera selettiva su di loro.

La classe operaia come organismo complesso

Da quanto si è detto è facile intuire che il sistema di pensiero operaista non ama gli schematismi e le semplificazioni, al contrario, consapevole dell’estrema complessità della realtà capitalistica, cerca di scandagliare a fondo questa realtà, di rendersi conto dei suoi aspetti palesi e meno palesi. Potremmo dire che ha una grande considerazione dell’avversario, sa che deve combattere una potenza raffinata, brutale e seducente al tempo stesso. Sottovalutare l’avversario è proprio degli stupidi, destinati a sicura sconfitta. Il primo aspetto del sistema capitalistico al quale l’operaismo ha prestato la sua attenzione è stato quello della tecnologia. L’impulso decisivo lo ha dato Raniero Panzieri con la sua lettura innovativa del “Frammento sulle macchine” di Marx pubblicato sul n. 1 dei “Quaderni Rossi”.[2] La tecnologia è lavoro incorporato, essa svolge un ruolo ambivalente, perché “libera” l’operaio da una certa fatica ma al tempo stesso “sottopone” l’operaio ad un maggiore e più rigido controllo. La tecnologia ha il potere di plasmare un certo tipo di forza lavoro, di determinare certe sue caratteristiche professionali, che possono avere dei risvolti specifici anche nella sua mentalità, nella sua cultura e quindi nel suo agire politico. L’operaismo dice che la tecnologia ha il potere di determinare “la composizione tecnica della classe operaia”. Facciamo un esempio. Nelle fabbriche dell’auto degli anni 70 c’erano dei reparti nei quali l’operaio aveva un rapporto individuale con la macchina, ne conosceva tutti i segreti, era in grado di “prepararla”, di attrezzarla ed era molto orgoglioso di questa sua conoscenza che era anche la fonte del suo piccolo potere. Si trattava di operai specializzati con una forte coscienza del proprio ruolo, che venivano considerati la cosiddetta “aristocrazia operaia” ed in genere erano anche i più combattivi, moltissimi erano comunisti e consideravano il loro essere comunisti come una naturale conseguenza del loro essere i più specializzati, i più qualificati, non solo per quanto riguardava la macchina loro affidata, una pressa, un tornio, una fresa, una saldatrice, ma per quanto riguardava l’intero ciclo produttivo; conoscevano la fabbrica in ogni suo angolo, erano in grado quindi di organizzare scioperi improvvisi, blocchi della produzione, fermando i punti nevralgici del ciclo. Trasmettevano il loro sapere ai più giovani ma al tempo stesso avevano un forte senso della gerarchia, ritenevano giusto un sistema salariale fortemente differenziato, il giovane doveva salire gradino dopo gradino la scala della specializzazione. In altri reparti della fabbrica invece c’erano le catene di montaggio, cioè un tipo di tecnologia che non permette un approccio individuale, dove potevano essere inseriti operai e operaie senza nessuna qualificazione. A Milano agli inizi degli Anni 60 nelle fabbriche elettromeccaniche, dove il lavoro alla catena non era spesso pesante come nell’auto, nei reparti del montaggio venivano impiegate le donne, operaie generiche, pagate ovviamente molto meno degli operai addetti alle macchine. Questa classe operaia era quella che l’operaismo definì “operaio massa”, con una mentalità molto diversa dall’operaio specializzato dell’aristocrazia operaia e quindi con delle rivendicazioni opposte: aumenti salariali uguali per tutti, abolizione del cottimo individuale. Rivendicazioni che dovevano suonare come una bestemmia alle orecchie del vecchio operaio comunista che lavorava come attrezzista sulle macchine individuali.

Cosa succede quando negli Anni 80 la fabbrica si disintegra e poco alla volta si diffonde e poi dilaga la tecnologia dell’informazione? Cosa succede quando gli operai di fabbrica, specializzati o meno, operai massa o meno, vengono in parte sostituiti dai robot, in parte vengono licenziati perché la produzione si delocalizza verso i paesi emergenti, perdono la loro forza sociale, la tradizione comunista viene buttata a mare dai partiti di sinistra e la classe operaia non è più un soggetto politico? Succede che il mondo del lavoro si adatta alle nuove tecnologie, viene plasmato dalle nuove tecnologie. Chi proviene dall’esperienza operaista si trova ad avere degli strumenti intellettuali in grado di capire cosa sta succedendo. Come prima aveva osservato il rapporto tra operaio specializzato e macchina individuale o tra operaio massa e catena di montaggio ora osserva il rapporto tra personal computer e soggetto che lo sta utilizzando, mette a confronto due modi di lavorare totalmente differenti, un modo di lavorare fordista, inquadrati in una rigida organizzazione che comprende migliaia di persone in spazi dedicati, ed un modo di lavorare solitario, senza spazi dedicati, capace di determinare i propri ritmi e di accedere in permanenza ad un universo d’informazioni potenzialmente infinito. Al primo momento l’uomo che lavora al personal computer gli appare come un puzzle. E’ un uomo libero? Ha un grado di libertà maggiore dell’operaio schiavo della catena di montaggio? Apparentemente sì. E’ un uomo che ha potere? Potere di negoziazione nei confronti del suo datore di lavoro, quanto ne avevano gli operai che collettivamente fermavano la produzione e trattavano con la direzione? Apparentemente no, anzi sicuramente no, il potere sociale lo si ottiene solo con la coalizione, l’individuo da solo è sempre subalterno. Come dice Michel Serres, “la connettività ha sostituito la collettività”, il lavoratore non vive insieme ad altri lavoratori come lui, a tu per tu, è connesso con altri lavoratori dei quali non conosce né il volto né la voce ma solo l’indirizzo mail. La massa d’informazioni che può procurarsi tramite Internet gli conferisce maggiore potere, maggiore capacità di negoziazione rispetto all’operaio che, schiavo della macchina, non aveva la possibilità di accedere al mondo dell’informazione? No, non ha maggior potere, il solo vantaggio che può avere nei confronti del lavoratore subordinato, operaio o impiegato che sia, è quello di potere usare quelle informazioni per vivere come lavoratore indipendente, come non salariato. Sono bastate quindi poche domande che il vecchio operaista ha rivolto a se stesso sulla natura del lavoro postfordista per capire che il capitalismo aveva fatto un enorme salto in avanti nella capacità di controllare la forza lavoro; il nuovo soggetto, al quale mancava ancora un nome, non aveva soprattutto la possibilità immediata di coalizzarsi, di porsi in maniera negoziale con il datore di lavoro, anzi non sapeva chi fosse il suo datore di lavoro, se medesimo o una terza persona? Per immaginare un percorso di liberazione era necessario ricominciare daccapo, mantenendo fermo però il punto di partenza, quello che tutti ritenevano ormai superato: il problema del lavoro. Era ancora possibile immaginare un percorso di liberazione partendo dal lavoro? Era ancora possibile vedere nell’uomo del personal computer un lavoratore o questa parola “lavoratore”, worker, Arbeiter, travailleur, trabajador, doveva essere cancellata dal vocabolario, perché appartenente ad un’epoca ormai tramontata, cioè all’epoca fordista?

L’idea di lavoro nel postfordismo

La forza dell’elaborazione teorica operaista consiste, come si è detto, nell’affrontare la complessità dei problemi, nell’andare a fondo delle cose, evitando le semplificazioni, le scorciatoie. L’esempio più illuminante lo si può vedere osservando come gli operaisti trattavano il concetto di classe operaia. Per la maggior parte dei militanti politici degli anni 60 e 70 il termine “classe operaia” era una specie di mantra, una parola magica onnicomprensiva. Bastava richiamarsi alla classe operaia per essere considerato una persona appartenente alla “Sinistra”, al movimento operaio, per essere considerato un comunista. Per gli operaisti invece la classe operaia era un universo inesplorato, estremamente differenziato e complesso o, meglio, era il punto di arrivo di un processo lunghissimo, irto di ostacoli, nel corso del quale la forza lavoro prendeva coscienza del proprio ruolo e della propria forza e si presentava sulla scena della società come un protagonista, non come l’appendice del sistema di produzione capitalista. Come ho avuto modo di scrivere in un mio saggio sull’operaismo, “il lavoro collettivo che la pattuglia operaista stava conducendo a contatto diretto con il mondo della produzione di fabbrica cercava di andare a fondo dei diversi piani che compongono il sistema dei rapporti di produzione: l’organizzazione sequenziale del ciclo produttivo, i meccanismi gerarchici che esso produce spontaneamente, le tecniche di disciplinamento e di integrazione che vengono elaborate, l’evoluzione delle tecnologie e dei sistemi di lavorazione, le reazioni ai comportamenti spontanei della forza lavoro, le dinamiche interpersonali all’interno del reparto, i sistemi di comunicazione degli operai durante l’orario di lavoro, la trasmissione dei saperi dagli operai più anziani a quelli più giovani, la formazione di una cultura del conflitto, le divisioni interne alla forza lavoro, l’uso delle pause e dell’orario di mensa, i sistemi retributivi e la loro applicazione differenziata, la presenza del sindacato e le forme di propaganda politica, la coscienza del rischio e i metodi per tutelare la propria integrità fisica e la propria salute, il rapporto con i militanti esterni, il controllo dei tempi e il rapporto con il cottimo, l’ambiente di lavoro e via dicendo”.[3] L’uomo con il personal computer, in quanto lavoratore, cioè persona che cede un determinato prodotto intellettuale a terzi in cambio di una retribuzione per poter sopravvivere, doveva presentare la stessa, se non maggiore, complessità. Cominciamo dalle cose più semplici. Per esempio: quale forma assume la sua retribuzione? La vecchia forma del salario oppure la forma dell’onorario? Viene pagato a ore o a prestazione professionale? Ha un orario di lavoro? I parametri fondamentali per definire un lavoratore sono il salario e l’orario, la sua vita privata, la sua esistenza personale, la sua quotidianità, i suoi consumi, i suoi rapporti di coppia, il suo standard di vita sono determinati in tutto o in parte da questi due parametri. E’ una visione molto materialista, rozzamente materialista, alla quale l’ideologia della modernità oppone la teoria che ciò che conta nell’individuo non è la sua condizione materiale ma è la sua personalità, il suo carattere, se è ottimista o pessimista, socievole o scontroso, seducente o scostante, portato alla leadership o sottomesso, espansivo o silenzioso, disinvolto o timido, che ha “carattere” o non ne ha. Ma, a ben vedere, il più rozzo materialismo è meno ingannevole del soggettivismo esasperato, dell’individualismo sterile e illusorio, che sono, a ben vedere, dispositivi ideologici che hanno lo scopo di dissolvere la nozione di “lavoro”. La concezione moderna di lavoro contenuta nell’ideologia della modernità è che esso non è più un’attività umana conto terzi in cambio di mezzi di sussistenza ma attività in cui l’individuo estrinseca la propria personalità, conosce meglio se stesso, è quasi un incontro mistico. “Il lavoro è un dono di Dio” ho sentito un giorno dire da un dirigente sindacale cattolico, il lavoro non rientra nel mondo delle merci ma in quello della psicologia umana. Da questa ideologia nasce l’idea del lavoro come “dono” dell’individuo alla collettività, nasce la giustificazione del lavoro gratuito, del lavoro malpagato. Il principio marxista che considera il lavoro il terreno primordiale sia dell’antagonismo sociale che della cooperazione tra individui, il terreno sia del conflitto che della solidarietà, viene completamente cancellato.

White collar e knowledge worker

Che nome diamo all’uomo con il personal computer? Abbiamo accettato il nome che gli aveva affibbiato l’ideologia dominante, knowledge worker, ci sembrava utile perché conteneva la parola “worker” e quindi nessuno poteva negare che si trattasse di una persona la cui essenza viene definita dal lavoro. Abbiamo cominciato a ragionare su questa definizione. Poteva assomigliare al white collar del fordismo? La risorsa analitica che potevamo mettere in campo era quella delle inchieste sui tecnici di produzione apparse sin dai primi numeri di “Classe Operaia” e poi divenute una costante della teoria e della pratica operaista. Quanto più complessa diventava la tecnologia, quanto più sofisticate diventavano le macchine, tanto maggiore era l’importanza della forza lavoro dotata di conoscenze tecniche. Il capitalismo incorporava dentro i suoi processi produttivi sempre maggiori contenuti scientifici, la produzione industriale di massa aveva alle spalle i laboratori di ricerca delle università e dei reparti specializzati delle aziende. I tecnici potevano essere rappresentati come una nuova classe, che avrebbe potuto avere uno sviluppo analogo a quello della classe operaia. Già nella storia del movimento operaio, durante i movimenti rivoluzionari dei consigli alla fine della prima guerra mondiale, i brain worker avevano svolto un ruolo positivo ed erano stati considerati dal comunismo delle origini una componente essenziale della classe rivoluzionaria. Non è un caso che l’operaismo, durante le rivolte studentesche del ’68, era più diffuso nella facoltà scientifiche che in quelle umanistiche. Ma l’uomo con il personal computer non poteva esser definito banalmente un white collar perché il mondo del lavoro non era costituito soltanto da lavoro subordinato, da lavoro salariato, bensì da tanti lavoratori indipendenti che fornivano le loro prestazioni, anche se avevano un solo committente, lavorando a casa o in spazi di coworking o in un caffé Starbuck. Il white collar condivideva con gli operai gli spazi dell’azienda, aveva orari di lavoro simili, era a contatto quotidiano con i problemi della produzione. Ci trovavamo di fronte ad un mutamento antropologico, non solo a un mutamento sociologico. Se avessimo dovuto ragionare ancora in termini sociologici avremmo dovuto dire che la divisione chiara tra classi che il sistema fordista aveva determinato non era più riconoscibile nella società dell’informazione e quindi i nostri parametri dovevano cambiare. Restava fermo invece il punto di partenza, cioè la convinzione che la tecnologia ha un effetto fortissimo sulla vita e la mentalità del soggetto che usa questa tecnologia per stare nel mondo, per lavorare, per guadagnarsi da vivere, per comunicare. Il nostro interesse, la nostra analisi, dovevano concentrarsi sulla figura del knowledge worker e scandagliare le caratteristiche intrinseche a quella moltitudine che formava la nuova middle class, un aggregato sociale che ormai non aveva più i valori della vecchia borghesia, che non era più capace di sfruttare il lavoro altrui perché ancora non capiva come faceva a non sfruttare se stesso. L’estrazione di plusvalore ormai si trasferiva sempre più dalla sfera produttiva alla sfera finanziaria, le enormi disuguaglianze di reddito che sempre più si accumulavano nelle società capitaliste, l’impoverimento progressivo della middle class, si spiegavano meglio analizzando le dinamiche finanziarie che quelle della produzione di massa. Anche su questo terreno l’operaismo poteva mostrare una sua superiorità, perché, unico tra le componenti dei movimenti di protesta degli Anni 70, aveva affrontato le problematiche della politica monetaria e dei grandi flussi finanziari internazionali, soprattutto con il lavoro svolto dalla redazione della rivista “Primo maggio”.

Il caso italiano

Infine, la ragione forse decisiva per la quale l’operaismo ha avuto gioco facile nel comprendere la natura del postfordismo è stata la sua origine italiana. Tra tutti gli stati del capitalismo avanzato l’Italia è stata il paese che ha portato avanti la disgregazione della grande fabbrica in maniera più radicale. L’Italia è stata all’avanguardia nel cosiddetto “decentramento produttivo”, nella frammentazione dell’impresa in tante piccole e minuscole aziende artigiane. Nel giro di un decennio, dal 1980 al 1990, l’Italia diventa il paese dei “distretti industriali”, aree specializzate in determinate produzioni, soprattutto in produzioni a basso valore aggiunto (tessile-abbigliamento, cuoio e calzature, arredo per la casa), caratterizzate dalla presenza di piccole e medie imprese. Il sistema del decentramento produttivo comporta due vantaggi rispetto alla fabbrica fordista: diminuisce i costi di produzione e riduce il rischio di conflitti industriali. Una parte delle lavorazioni vengono date in outsourcing, spesso agli stessi operai che vengono trasformati in artigiani fornitori, il numero dei dipendenti diminuisce drasticamente e si riduce la massa salariale e l’effetto di rivendicazioni sindacali. Siamo a metà tra fordismo e postfordismo o, se vogliamo, siamo in presenza di un postfordismo “dall’alto”. I vantaggi di questo sistema consentono la formazione anche di grandi imprese multinazionali, come Benetton e Luxottica. I distretti industriali si diffondono in particolare nelle regioni a forte controllo sociale, nel Veneto cattolico e nell’Emilia Romagna comunista. Il Partito Comunista Italiano sposa l’ideologia del decentramento produttivo come un “capitalismo dal volto umano” sostenibile perché privo di conflitti, il fine principale di una comunità civile sembra quello, dopo il decennio di forti conflitti e scontri di classe, della pace sociale. Gli intellettuali che provengono dall’esperienza operaista colgono immediatamente questa trasformazione, che viene accentuata e resa più radicale anche dai movimenti di protesta del ’77, i quali rappresentano con le tematiche della soggettività, dell’ambiente, del rifiuto del lavoro normato, disciplinato, irreggimentato, una specie di postfordismo “dal basso”, un desiderio di liberazione che non teme di contrapporsi alla stessa classe operaia. Sin dalle prime grandi ristrutturazioni di aziende dell’auto (Innocenti di Milano, anni 1974-75) con l’uso massiccio della Cassa Integrazione, gli operaisti seguono da vicino queste trasformazioni, l’analisi del decentramento produttivo è uno dei temi centrali sia di riviste come “Primo Maggio” che di gruppi universitari di ricerca, in particolare a Milano alla Facoltà di Architettura dove insegna Alberto Magnaghi.[4] Non sono gli unici, anzi molti laboratori universitari, nel Veneto, in Emilia Romagna, in Toscana, nel Mezzogiorno, seguono con interesse la trasformazione del modello fordista, la differenza sta che nell’analisi dei gruppi che mantengono il retaggio dell’operaismo il decentramento produttivo viene visto come un attacco all’unità della classe operaia, come una rivincita del capitalismo dalle sconfitte dell’”autunno caldo”, mentre gli altri gruppi di ricercatori vedono nel decentramento produttivo solo una nuova frontiera del capitalismo, con molti risvolti positivi. E’ il periodo in cui Toni Negri promuove il movimento di Autonomia e teorizza l’emergere dell’”operaio sociale”. Quindi la percezione del cambiamento e di un cambiamento epocale è, si può dire, immediata. Il movimento del ’77 sembra per un momento intravedere uno sbocco libertario del postfordismo, ma è solo una fiammata, l’anno successivo i gruppi della lotta armata alzano il tiro e raggiungono l’apice della loro azione con il rapimento Moro (marzo 1978). Un anno dopo, il 7 aprile 1979, parte l’ondata di arresti di tutti i militanti del disciolto “Potere Operaio”. Non ci sarà più nessuna “via libertaria al postfordismo”, il cambiamento di paradigma del capitale porterà solo ed unicamente il segno della rivincita di classe.

L’operaismo e le nuove generazioni degli Anni 90

Per un decennio la talpa operaista smette di scavare. In realtà “il periodo d’oro” dell’operaismo si era chiuso già da un pezzo. Per Tronti, Asor Rosa, Cacciari ed altri si era chiuso già prima del ’68 con il loro ingresso nel PCI, per Negri ed altri compagni si era chiuso probabilmente con lo scioglimento di “Potere Operaio”.[5] Non c’è mai stata una discussione sulla periodizzazione storica dell’operaismo, non ci sono dubbi sulla sua data di nascita ma non c’è nessun accordo sulla sua data di morte, anche perché una teoria politica che è anche una metodologia conoscitiva non muore mai finché c’è qualcuno che ritiene utilizzabili i suoi strumenti analitici e le sue conseguenze pratiche. Sicché possiamo ben parlare di un “post-operaismo” intendendo con questo il riaffiorare di un interesse per i suoi paradigmi presso una nuova generazione di militanti e di ricercatori nati alla fine degli Anni Sessanta e che all’inizio degli Anni Novanta avevano vent’anni. La rivista “Primo Maggio” è stata senza dubbio un’iniziativa culturale che esplicitamente si richiamava all’operaismo, le sue pubblicazioni cessano nell’autunno 1988 con il numero 29, ma proprio negli ultimi anni, quando a dirigerla erano Cesare Bermani e Bruno Cartosio, s’erano avvicinati alla redazione alcuni giovani che in seguito avrebbero avuto un ruolo nella critica al postfordismo e nei tentativi di organizzare il precariato, il lavoro cognitivo, all’interno dei centri sociali.[6] Altri si erano buttati a capofitto nell’informatica e nella cultura digitale contribuendo a creare l’area italiana del movimento cyberpunk e del movimento hacker, avendo come punto di riferimento iniziale la Libreria Calusca di Primo Moroni a Milano, che era stata anche il centro propulsore della distribuzione di “Primo maggio”. Raffaele “Valvola” Scelsi e Ermanno “Gomma” Guarneri[7] saranno tra i fondatori della rivista “Decoder” e poi della casa editrice Shake, che ha svolto un ruolo fondamentale nella diffusione della “civiltà del computer” e della cultura digitale. Essi, assieme a Rosie Ficocelli, Paola Mezza e Marco Philopat (il quale fonderà poi una propria casa editrice), appartengono alle nuove generazioni fortemente influenzate dall’operaismo, che intraprenderanno dei percorsi politici originali e innovativi. Altri ancora avevano avuto come maestri e docenti universitari i fondatori dell’operaismo e quindi facevano tesoro del loro insegnamento, come Devi Sacchetto, allievo di Ferruccio Gambino, o Emiliana Armano, allieva di Romano Alquati, che oggi è tra le ricercatrici più attive a livello internazionale sulle tematiche del precariato.[8] Questa nuova generazione, nata e cresciuta nel postfordismo, si serve per la sua crescita teorica e per le sue prime produzioni di saggi e di riflessioni della rivista “Altreragioni”, nata nel 1991 nel clima di tensione politica creato dalla guerra del Golfo, per iniziativa di alcuni tra i primi collaboratori di “Classe Operaia”, di “Quaderni Piacentini” e dell’Istituto Ernesto de Martino. Michele Ranchetti, uno dei più importanti intellettuali italiani del dopoguerra, storico, saggista, direttore editoriale, pittore, poeta, musicista, Franco Fortini, poeta, scrittore, critico letterario, già vicino ai “Quaderni Rossi”, Edoarda Masi, sinologa, bibliotecaria, saggista, collaboratrice di “Quaderni piacentini” assieme a Sergio Bologna, Ferruccio Gambino, Pier Paolo Poggio, Lapo Berti, Guido De Masi, Cesare Bermani, Bruno Cartosio, Primo Moroni, Giovanna Procacci (tutti nomi che troviamo anche tra i collaboratori di “Primo Maggio”) ed altri lanciano l’iniziativa della rivista “Altreragioni” alla quale si avvicinano immediatamente i giovani della nuova generazione che aveva subìto l’influsso dell’operaismo. Uno di questi è Andrea Fumagalli, che negli anni successivi, assieme alla compagna Cristina Morini (che apre la discussione sulla femminilizzazione del lavoro, ndr.), rappresenterà un punto di riferimento teorico e politico dei movimenti del precariato e del “cognitariato” (pensiamo all’esperienza di San Precario e della MayDay, ndr.). Dopo i primi numeri la rivista sarà diretta da Ferruccio Gambino e Giovanna Procacci, mentre Sergio Bologna, Primo Moroni, Lapo Berti, Christian Marazzi, Pier Paolo Poggio, Mavì Defilippi, Marco Cabassi ed altri daranno vita ad un’altra iniziativa che ha avuto una certa importanza nel raccogliere l’eredità operaista, la “Libera Università di Milano e del suo Hinterland (LUMHI)”. Due i temi centrali della sua attività culturale: la battaglia contro il revisionismo storico e la definizione dei soggetti sociali del postfordismo. Dall’attività della LUMHI nasce in co-edizione Shake-Feltrinelli l’opera collettiva che rappresenta una svolta nell’analisi di classe post-operaista: “Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia” a cura di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli.[9] E’ il 1997, vecchia e nuova generazione hanno trovato qui un terreno comune di dialogo e di produzione analitica.

Le tesi e le ricerche di alcuni ex militanti dei gruppi operaisti riguardanti la condizione dell’uomo moderno nel postfordismo e nell’economia del debito hanno trovato largo riscontro anche sul piano internazionale, è il caso per esempio di Maurizio Lazzarato, che si era laureato a Padova ed aveva avuto come insegnanti Toni Negri, Ferruccio Gambino, Ferrari Bravo e Sergio Bologna. La nuova generazione affronta anche la storia dell’operaismo, comincia a scriverla a partire dalle testimonianze dei principali protagonisti.[10] Dall’estero, non soltanto dall’Italia, arrivano altri contributi che, riflettendo sulla storia dell’operaismo, ne vogliono trarre, come “Storming Heaven” di Steve Wright,[11] un bilancio culturale e politico. Oggi la fonte principale per i documenti originali dell’operaismo è la collana “Biblioteca dell’operaismo” della casa editrice Derive&Approdi di Roma, fondata da un compagno di “Potere Operaio”, Sergio Bianchi.

Uno studio di caso sul passaggio da una società industriale fordista a una società del terziario avanzato in un quartiere di Milano è stato analizzato nel documentario di Sabina Bologna “Oltre il ponte. Storie di lavoro.”[12]

Il ruolo della Libreria Calusca di Milano

A questo punto è necessario mettere a fuoco il ruolo molto importante che ha avuto Primo Moroni e la sua Libreria Calusca nel creare un ponte tra la cultura operaista e le nuove generazioni.[13] La Libreria, durante gli anni 70 e 80, ha svolto una funzione difficilmente classificabile con i parametri tradizionali delle organizzazioni culturali. E’ stata un luogo d’incontro, di convergenza, di dialogo tra tendenze politiche le più diverse, ma con un’accentuata simpatia per il filone operaista, per i diversi filoni anarchici, per le tendenze situazioniste e internazionaliste. Tradizioni e tendenze, come si vede, fortemente diverse tra di loro o anche conflittuali ma che trovavano accoglienza e rifugio (nei tempi duri) in un luogo che era straordinario perché eccezionale era la personalità del suo titolare, Primo Moroni, uomo di grande cultura e di ancora maggiore sensibilità per l’innovazione culturale, pur non avendo nessuna formazione universitaria. Ex ballerino del varietà, ex rappresentante librario, figlio di ristoratori toscani immigrati a Milano, cresciuto in quartieri popolari dove la piccola malavita locale aveva modi e codici di onore molto diversi da quelli della mafia, dove magari si rubava ai ricchi per dare ai poveri, ultima propaggine di quella “mala” milanese che agli inizi del ‘900 popolava i quartieri del Ticinese e viveva in simbiosi nelle “case di ringhiera” con il proletariato industriale e l’artigianato tradizionale fortemente influenzati dal socialismo. Ladri, rapinatori, ricettatori, prostitute indipendenti, scassinatori, falsari vivevano accanto alla pellicciaia, al tipografo, all’operaio elettromeccanico, al bottaio, al falegname e formavano un amalgama molto resistente alla mentalità della società borghese. Erano i componenti di un’unica cultura proletaria che difendeva le sue prerogative ed ammetteva al suo interno le pratiche di illegalità e di esproprio. Attorno a questo mondo sono sorti miti e leggende, è nato un vero e proprio Canzoniere che negli anni 60 e 70 è tornato di moda, soprattutto tra i movimenti di protesta che esaltavano molte forme di illegalità. Primo Moroni era capace di dialogare sia con le ultime tracce di questo mondo sia con gli intellettuali di “Classe Operaia”. Egli riconosceva nell’operaismo il sistema di pensiero politico più innovativo, ne era affascinato, così come era attratto dal pensiero situazionista. Quando nel 1973 gli presentammo il nostro progetto di “Primo maggio” ne colse immediatamente la ricchezza d’idee ed il rigore scientifico e divenne l’editore e il distributore della rivista. Quando, dopo il 1971/72, iniziarono le prime azioni di guerriglia urbana e fecero la loro comparsa le Brigate Rosse e altri gruppi armati, Primo Moroni non esitò a tenere in libreria e a diffondere le loro pubblicazioni e i loro scritti; quando le carceri cominciarono a riempirsi di compagni che militavano nei gruppi extraparlamentari la Libreria di Moroni divenne un punto di riferimento per l’invio di materiali di lettura nelle carceri. Fu così che la rivista “Primo Maggio” ebbe una diffusione ampia nelle prigioni (circa 500 copie per numero venivano inviate in carcere su richiesta dei detenuti). Questa attività naturalmente portò gli inquirenti e la polizia a considerare “Primo maggio” una rivista vicina al terrorismo e solo grazie a delle prese di posizione decise di alcuni membri della redazione, anche nei confronti di Toni Negri, fu possibile evitare l’identificazione tra la nostra rivista e i gruppi dell’Autonomia o i gruppi armati. Negli Anni 80 e 90 tutta la controcultura giovanile delle nuove generazioni che entravano nell’èra digitale faceva riferimento alla Calusca, la quale nel frattempo era diventata anche una struttura di soccorso ai vecchi militanti che scontavano molti anni di carcere, soprattutto a quelli privi di ogni sostegno, senza organizzazioni di riferimento, che avevano perduto tutto, casa, famiglia, lavoro. Abbiamo visto spesso queste persone, sempre ex operai o comunque gente di origine proletaria, uscire dal carcere a Milano, magari dopo vent’anni trascorsi nelle prigioni di alta sicurezza di tutta Italia e, non sapendo dove rivolgersi per un aiuto, arrivare in Libreria Calusca a chiedere un prestito per un biglietto del treno, in modo da andare sulla tomba dei genitori morti nel frattempo in qualche paesino del Sud. In Primo Moroni trovavano sempre solidarietà proletaria. La sua Libreria dunque metteva insieme i superstiti della cultura operaista, i giovani dei centri sociali e dei movimenti cyberpunk, i reduci della lotta armata ma anche moltissime persone di autentici sentimenti democratici, docenti universitari, professionisti, insegnanti. La Calusca era una specie di “zona franca” dove persone diversissime e ambienti che non avevano alcun contatto tra di loro s’incontravano e si rispettavano. Primo Moroni era un grandissimo affabulatore, non ha scritto molto ma ha rilasciato molte interviste e testimonianze. Senza Primo Moroni l’operaismo non avrebbe mai raggiunto le giovani generazioni dell’èra digitale.

Il post-operaismo e la sindacalizzazione dei self employed

La caratteristica specifica del pensiero dell’operaismo è la sua stretta aderenza alla realtà, è il suo rapporto costante con l’azione, con la pratica militante. Gli scritti della tradizione operaista non sono destinati alla mera lettura o alla mera propaganda, il loro rigore scientifico non è destinato alla valutazione accademica, il loro messaggio è un messaggio puramente politico, esso deve produrre azione, mobilitazione, conflitto, confronto. L’analisi non deve restare pura analisi, non avrebbe alcun senso se restasse allo stadio di analisi, anche la più sofisticata. L’analisi può essere anche parziale, insufficiente, ma deve produrre mobilitazione, deve risvegliare le coscienze, deve mettere in moto delle dinamiche soggettive che portano le persone a tutelare e difendere i propri diritti, la propria dignità, sul lavoro, nei rapporti di lavoro. Le analisi contenute nel volume “Il lavoro autonomo di seconda generazione” sono state anche duramente criticate dalla sociologia accademica, con qualche ragione, ma quelle pagine hanno trovato ascolto in coloro che cominciavano a muoversi per conto proprio per costituire una rappresentanza sindacale dei self employed. E così doveva essere. Se la critica accademica è arrivata a definire sprezzantemente le nostre analisi del lavoro autonomo come “inutilizzabili”[14] a noi non importa gran che, ne prendiamo atto ma l’importante per noi è che le nostre analisi vengano comprese, assimilate e condivise da coloro i quali vivono di lavoro autonomo, da coloro che del lavoro indipendente non salariato fanno dipendere la loro sopravvivenza. Queste persone hanno saputo utilizzare le nostre analisi ed hanno smentito in tal modo la critica accademica. Alla fine degli Anni 90 negli Stati Uniti e agli inizi del nuovo Millennio in Italia si sono costituite delle associazioni di difesa dei lavoratori indipendenti, dei freelance, i quali storicamente sia al di qua che al di là dell’Atlantico sono sempre stati esclusi dal welfare state e dallo stesso diritto del lavoro perché considerati “imprese”. Poiché queste figure professionali, esplose con l’avvento dell’informatica, appartengono socialmente alla lower middle class, l’identificazione con il mondo dell’imprenditoria piuttosto che con il mondo dei lavoratori è stata un pesante retaggio della loro cultura borghese. Le organizzazioni sindacali dei lavoratori dipendenti non li hanno mai presi in considerazione, non li hanno considerati come soggetti facenti parte del mondo del lavoro. Solo in epoca assai recente, negli ultimi due anni, in Italia il sindacato CGIL, timoroso di vedersi sfuggire di mano una rappresentanza di questi gruppi sociali che avevano iniziato ad autoorganizzarsi, ha cominciato a creare dei gruppi di lavoro dedicati ai professionisti ed ai self employed. Il post operaismo è riuscito quindi a cogliere questa trasformazione del mondo del lavoro, è riuscito a dare un pensiero collettivo ai self employed, a renderli consapevoli della loro identità di lavoratori, ha dimostrato l’assurdità di considerare una persona come un’impresa (the one-man/one woman business), l’impresa è sempre un’organizzazione complessa di cooperazione tra più persone con diversi ruoli per la creazione di profitto in cambio dell’erogazione di salari. Quali sono le principali rivendicazioni dei self employed? In primo luogo il riconoscimento del loro diritto, come cittadini, a un’assistenza pubblica in caso di malattia, a sussidi di disoccupazione e ad un trattamento fiscale pari a quello dei lavoratori dipendenti.[15] L’attività di pressione che le associazioni di difesa dei diritti dei self employed ha esercitato in Europa negli ultimi cinque anni ha ottenuto qualche risultato, in particolare la dichiarazione del parlamento europeo del gennaio 2014 nella quale si afferma che tutti i cittadini hanno gli stessi diritti indipendentemente dal lavoro che svolgono.[16]

Molto maggiore ampiezza ha assunto invece la sindacalizzazione dei freelance negli Stati Uniti grazie a una donna, Sara Horowitz, che negli ultimi anni del Novecento ha saputo creare la Freelancers Union (FU), che oggi conta quasi 250 mila iscritti. Grazie al sostegno finanziario di molte Fondazioni private, la FU ha costituito una Insurance Company che offre ai soci copertura finanziaria e assistenza in caso di malattia.[17]

In Italia l’associazione che ha recepito le analisi post operaiste è l’Associazione Consulenti Terziario Avanzato (ACTA), fondata a Milano nel 2003, purtroppo ancora molto piccola, circa 2000 soci, ma riconosciuta come sister organization dalla Freelancers Union.[18] ACTA è membro anche dell’European Forum of Independent Professionals, di cui detiene la Vicepresidenza.[19] Se nella storia del movimento operaio dei salariati la sindacalizzazione si accompagnava sempre a un’adesione alle idee socialiste, nella sindacalizzazione dei self employed prevale l’apoliticità, ma anche perché non esiste più una forza politica di sinistra a livello europeo. In Italia, per esempio, dove esisteva il più forte Partito Comunista dell’Occidente, non c’è più traccia di un pensiero sociale d’ispirazione marxista, se non in movimenti sociali che non sono rappresentati in Parlamento. Il Partito Democratico, che è in parte l’erede del vecchio Partito Comunista e che nel corso degli anni ha cambiato nome più volte per cercare di cancellare le tracce delle sue origini marxiste, è oggi una formazione politica che sposa interamente le dottrine neoliberali delle lobbies finanziarie. Essere apolitici non significa non avere idee politiche ma non riconoscersi nei partiti rappresentati nel Parlamento.

Conclusioni

Il pensiero operaista ha dimostrato di sapersi rinnovare e di saper interpretare le grandi trasformazioni della società e dei modi di lavorare. Ma le speranze dell’operaismo, i valori morali, civili e sociali per i quali si era battuto sono stati brutalmente combattuti ed emarginati, quasi cancellati, dal pensiero neoliberale dell’epoca postfordista ed in particolare dalle classi dirigenti italiane di origine cattolica, socialista o liberale. La sistematica persecuzione dei militanti di “Potere Operaio”, talvolta più ossessiva di quella rivolta contro i militanti della guerriglia urbana, l’emarginazione del pensiero operaista dalla scena culturale ed accademica non sono riusciti tuttavia a impedire che le nuove generazioni riconoscessero in quel pensiero uno strumento utile di liberazione. Le classi dirigenti che hanno combattuto con stupido accanimento l’operaismo sono le stesse che hanno trascinato l’Italia nella condizione miserevole, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista civile, di oggi. Il 40% di disoccupazione giovanile non è forse l’aspetto più grave della miseria delle nuove generazioni, il precariato di milioni di persone, i bassi salari, gli stages gratuiti, oltre all’assenza di tutele, sono altrettanto, se non ancora più gravi. Se finalmente un giorno questa massa di cittadini umiliati troverà la forza di ribellarsi, il pensiero operaista e post-operaista tornerà ad avere un’ampia diffusione e forse avrà ancora lunga vita.

[1] Per coloro che hanno partecipato alla nascita del pensiero operaista scriverne la storia non è facile, si rischia sempre d’introdurre delle forzature soggettive; pertanto questo articolo va interpretato come una testimonianza piuttosto che una ricostruzione storica; forse per una deformazione professionale ho cercato altre volte di scrivere la storia dell’operaismo in forma di testimonianza, v. Sergio Bologna, Workerism: An inside View. From the Mass-Worker to Self-employed Labour, in “Beyond Marx. Theorising the Global Labour Relations of the Twenty-First century”, ed. by Marcel van den Linden and Karl Heinz Roth, in collaboration with Max Henninger, Brill, Leyden-Boston 2014, p. 121-143; il testo italiano è pubblicato in “L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Vol. III, Il sistema e i movimenti, Europa 1945-1989”, a cura di Pier Paolo Poggio, Jaca Book, Milano, 2011, pp. 205-222. L’opera più completa sulla storia dell’operaismo è “L’operaismo degli Anni Sessanta. Da ‘Quaderni Rossi’ a ‘Classe Operaia’”, a cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana, introduzione di Mario Tronti, Derive&Approdi editore, Roma 2008, in allegato un CD con tutta la collezione di “Classe Operaia”.

[2] Raniero Panzieri, Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, in “Quaderni Rossi”, n. 1, p. 53 sgg, 1961.

[3] “L’altronovecento” cit., vol III, pp. 205-206, testo inglese in “Beyond Marx” cit., p. 122.

[4] Queste analisi sono state pubblicate per la maggior parte sulla rivista “Quaderni del Territorio”, fondata da Alberto Magnaghi e durata dal 1975 al 1979. Sono appena usciti in una nuova edizione i quaderni dal carcere che Magnaghi ha scritto tra il 1979 e il 1982, durante la sua detenzione nelle prigioni di Milano e di Roma, “Un’idea di libertà”, con prefazione di Alberto Asor Rosa e postfazione di Rossana Rossanda, Derive&Approdi editore, Roma 2014.

[5] “L’operaismo italiano degli Anni Sessanta comincia con la nascita dei ‘Quaderni Rossi’ e finisce con la morte di ‘Classe Operaia’. Punto.” (Mario Tronti in “L’operaismo italiano” cit., p. 5).

[6] “La rivista ‘Primo Maggio’ (1973-1989)”, a cura di Cesare Bermani, con il DVD di tutti i numeri della rivista, Derive&Approdi, Roma 2010.

[7] V. il suo contributo nel numero 22 di “Primo Maggio”, autunno 1984.

[8] Non bisogna dimenticare i contributi importanti di Luciano Ferrari-Bravo, che ha partecipato all’attività dei gruppi operaisti sin dalle origini; una parte dei suoi scritti sono stati pubblicati nel volume “Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico”, prefazione di Sergio Bologna, Il Manifesto Libri, 2001.

[9] Il volume è pubblicato in co-edizione Shake-Feltrinelli nel 1997 a Milano.

[10] “Futuro anteriore. Dai ‘Quaderni Rossi’ ai movimenti globali. Ricchezze e limiti dell’operaismo italiano”, a cura di Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero, Derive&Approdi, Roma 2002.

[11] “Storming Heaven. Class composition and struggle in Italian Autonomist Marxism”, Pluto Press, London 2002.

[12] Derive&Approdi ha raccontato com’è nato e come si è realizzato questo progetto nell’opuscolo “Dalla classe operaia alla creative class. Le trasformazioni di un quartiere di Milano” che contiene anche il DVD con il documentario, della durata di 39’, con sottotitoli in inglese.

[13] Calusca è il nome di un vicolo che sbocca sulla piazza Sant’Eustorgio, nel quartiere Ticinese di Milano, la sua origine deriva dall’espressione dialettale ca’ lusc (case losche, postriboli). La Libreria fu poi spostata qualche centinaio di metri più avanti, in Corso di Porta Ticinese, e successivamente in via Conchetta, sul Naviglio Pavese, dove esiste tuttora dentro un centro sociale (Cox 18). Primo Moroni è morto di cancro nel 1998, un suo profilo è pubblicato nel volume 77 (2012) del “Dizionario Biografico degli Italiani” dell’Enciclopedia Treccani.

[14] Vedi in particolare la recensione di Paolo Barbieri dell’Università di Trento per l’Istituto Cattaneo, www.cattaneo.org/archivi/biblio/pdf/Bologna-Fumagalli 1997 (Barbieri).pdf. Questa critica è stata rivolta in particolare alle “Dieci tesi sul lavoro autonomo di seconda generazione” nel volume a cura di Bologna e Fumagalli, “Il lavoro autonomo ecc.” cit., pp. 13-42.

[15] Un’analisi del processo di sindacalizzazione dei self employed in Dario Banfi, Sergio Bologna, “Vita de freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro.”, Feltrinelli, Milano 2011, in particolare l’ultimo capitolo.

[16] 2013/2111 (INI) – 14.01.2014 Texte adopté du Parlement Lecture unique

[17] www.freelancersunion.org. Il sito è lo strumento più efficace di propaganda e informazione sulle attività delle associazioni dei self employed.

[18] www.actainrete.it.

[19] www.efip.org. Joel Dullroy, un attivista di EFIP che risiede a Berlino, ha lanciato quest’anno la campagna per un movimento dei freelance: www.freelancersmovement.org.


singolarità qualunque
 
"Non esistono soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche" (U. Beck)
 


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purusa | 17 Dec 16:07 2014
Picon

17 dicembre 2014 : Assalto a Chiomonte, i No Tav assolti dall'accusa di terrorismo

queste sono notizie che ci piacciono!

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NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
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