rossana | 10 Feb 16:51

A proposito di banche....

Il quotidiano Handelsblatt presenta una classifica degli istituti bancari
che hanno saputo destreggiarsi al meglio nel corso della crisi. Nonostante
le difficoltà degli ultimi anni Bank of America mantiene la terza posizione
per introiti annuali; il secondo posto va ad un'altra statunitense: Wells
Fargo. Il primo posto spetta tuttavia ad un istituto europeo: la britannica
Hsbc con oltre 27 miliardi di utile annuo. Tra le banche dell'Eurozona la
migliore è di gran lunga Santander: quarto posto con 20 miliardi di utile
nel 2011 ad un miliardo di distanza da Jp Morgan Chase. Decimo posto per la
cinese China COnstruction Bank, primo tra gli istituti estremo-orientali.
http://www.handelsblatt.com/unternehmen/banken/top-15-die-wertvollsten-bank-
marken-der-welt/6183410.html?slp=false&p=15&a=false#imagena

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Grecia in fiamme!

Cr*,
 
 
obzudi | 10 Feb 15:08
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La guerra contro la Siria è già cominciata?


10 Febbraio 2012

Fausto Sorini, della segreteria nazionale del PdCI, responsabile esteri

Secondo fonti militari israeliane, citate dai media del loro Paese, unità 
delle forze speciali del Qatar e del Regno Unito - con il sostegno logistico 
degli Stati Uniti - sarebbero già entrate illegalmente in Siria, violando la 
sovranità del Paese e senza alcun mandato delle Nazioni Unite: anzi, in 
aperta violazione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che, grazie al veto di 
Russia e Cina, ha bloccato il tentativo di Stati Uniti, Francia e Gran 
Bretagna - con l'aperto e gravissimo sostegno del governo italiano - di dare 
una copertura legale Onu all'aggressione imperialista in corso contro il 
legittimo governo della Siria.

Mentre ci chiediamo chi bombarderà il Qatar e il Regno Unito per aver così 
apertamente violato la carta dell'Onu (così come ieri fu fatto nei confronti 
delle violazioni di Saddam Hussein in Kuwait..), denunciamo apertamente il 
gravissimo orientamento del governo italiano e del suo ministro degli esteri 
che, in flagrante violazione dello Statuto delle Nazioni Unite, sta dando 
copertura politica ai preparativi di una nuova guerra di aggressione.

Mettiamo in guarda l'opinione pubblica da una escalation propagandistica in 
corso sui media italiani volta a preparare l'opinione pubblica alla guerra 
in nome - naturalmente - dell'ennesimo "intervento umanitario".

Ci chiediamo quale sia in proposito l'orientamento della Presidenza della 
Repubblica, che dovrebbe essere di tutela rigorosa della Costituzione e di 
garanzia che la nostra Repubblica rispetti lo statuto delle Nazioni Unite.

Invitiamo tutte le forze politiche, siano esse rappresentate o meno nel 
Parlamento italiano, ed in particolare le forze di sinistra e quelle che si 
richiamano alla Costituzione, ad opporsi con forza e con coerenza a questo 
ennesimo tentativo in corso, dopo la Libia, di provocare una nuova guerra di 
aggressione nella contigua regione mediterranea, e di coinvolgere in essa il 
nostro Paese.

Invitiamo tutte le componenti del movimento per la pace, quale che sia il 
giudizio che esse danno sulla situazione in Siria - che è comunque materia 
di competenza del popolo siriano - a svolgere quantomeno un'azione 
tempestiva di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sullo sviluppi 
gravissimi della situazione e sui pericoli che essa comporta per il nostro 
Paese.

Invitiamo tutte le compagne e i compagni del nostro partito ad operare in 
questo senso fin dalle prossime ore, a partire dalla divulgazione in tutte 
le forme possibili della presente presa di posizione dei comunisti italiani 
e di quelle che il Partito ha reso pubbliche nei giorni scorsi (pdci.it).

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obzudi | 10 Feb 15:04
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Siria vista dal pcs

Contributo del Partito Comunista Siriano al 13° incontro internazionale dei 
Partiti Comunisti e Operai

02 Febbraio 2012

Presentato da Ammar Bagdache, Segretario generale del Comitato Centrale del 
Partito Comunista Siriano.

Cari compagni:

In primo luogo, vorrei ringraziare i compagni del Partito Comunista di 
Grecia per aver ospitato il 13° Incontro Internazionale dei Partiti 
Comunisti e Operai, nonostante il loro grande coinvolgimento nello scontro 
di classe nelle complesse condizioni affrontate dal loro paese.

Compagni, il titolo del nostro incontro "Il socialismo è il futuro" esprime 
la giusta soluzione all'amara situazione che tutta l'umanità ha di fronte, 
in particolare durante gli ultimi venti anni dalla dissoluzione dell'Unione 
Sovietica e la caduta del sistema socialista. Caratteristiche di questa 
epoca sono l'attacco continuo ai diritti e ai redditi dei lavoratori in 
generale e della classe operaia in particolare, la grande spinta al 
saccheggio dei popoli da parte dei cosiddetti partiti di stato e la 
dichiarazione di guerre coloniali da parte dell'imperialismo mondiale, al 
fine di stabilire la sua egemonia internazionale. Ma la forte crisi 
politica, sociale ed economica, piuttosto che la potente crisi che il 
sistema capitalistico mondiale ha passato e sta passando, così come le 
sconfitte e battute d'arresto che hanno colpito gli eserciti imperialisti in 
molte parti del mondo, soprattutto in Asia centrale e occidentale, tutto ciò 
mostra chiaramente che il capitalismo non è la fine della strada, non è la 
fine della storia. Se fosse così, questo significherebbe la fine disastrosa 
di tutta l'umanità.

Il Partito Comunista Siriano ritiene che gli sviluppi a cui ha assistito e 
assiste il mondo contemporaneo dimostrano la correttezza degli insegnamenti 
del marxismo-leninismo, che l'umanità sta vivendo nella fase della crisi 
generale del capitalismo, che la sua caratteristica principale è la 
transizione dal capitalismo al socialismo. Nel corso degli ultimissimi anni, 
il capitalismo ha dimostrato la sua completa incapacità di risolvere 
qualsiasi problema si trovi di fronte l'umanità, ma al contrario, gli 
sviluppi del capitalismo hanno aggravato - in assenza di un'alternativa 
economica e sociale e di un forte deterrente internazionale che l'Unione 
Sovietica e il sistema sociale nei paesi dell'Europa centrale e orientale 
rappresentavano - tutte le contraddizioni che l'umanità sperimenta ed 
aumentato la miseria dei più. Ma ciò che è successo durante il recente 
periodo ha mostrato chiaramente che il capitalismo è diventato incapace 
anche di trovare sistemi adeguati per proteggere le forze produttive, cosa 
che aumenta e approfondisce tutte le sue contraddizioni. Tali contraddizioni 
non possono essere risolte solo con la creazione di un quadro adeguato per 
le forze produttive contemporanee, attraverso la proprietà sociale dei mezzi 
di produzione. È attraverso la vittoria della rivoluzione sociale, che si 
apre l'orizzonte per la costruzione di una società comunista, che spingerà 
l'umanità dal regno della necessità al regno della libertà.

Sì, lo sviluppo degli eventi negli ultimi due decenni dopo la caduta del 
blocco socialista, ha mostrato chiaramente alle grandi masse che il sistema 
capitalista è un brutale sistema che porta impoverimento, un costante 
aumento dello sfruttamento, l'emarginazione di un numero crescente di 
persone e nuove guerre coloniali che sono diventate possibili dopo il 
cedimento dell'Unione Sovietica.

I fatti dimostrano che le masse in varie parti del mondo, rifiutano il 
capitalismo e aumenta la loro disponibilità a lottare per farlo cadere. Ma 
nello stesso tempo la maggior parte di queste masse non ha raggiunto la 
comprensione che l'alternativa a questo sistema brutale sta nel sistema 
sociale basato sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione e sul potere 
della classe operaia, all'interno di un quadro di uno stato sociale che 
differisce radicalmente dal punto di vista economico, sociale, politico e 
morale dalla natura di quelli esistenti.

Il mancato arrivo delle masse oppresse a questa comprensione ha molte cause, 
tra cui:

1. L'offuscamento dell'immagine del socialismo reale che esisteva e che 
realmente ha cambiato la faccia del mondo. Il più brillante esempio di ciò 
che il socialismo ha fatto è il collasso del sistema internazionale 
coloniale. Ma la propaganda dei media internazionali, perfettamente 
organizzata, continuata e programmata ha offuscato l'immagine di tutto il 
periodo delle alternative sociali esistenti su più di un sesto della terra. 
Dobbiamo dire che questa campagna in corso, che demonizza l'aspetto della 
reale alternativa socialista per cui i marxisti-leninisti lottano, ha avuto 
successo.

2. Al momento, i successi dei media borghesi per convincere le persone che 
le alternative di "sinistra" stanno in ciò che i partiti propongono, sono un 
tradimento dell'identità di classe comunista - nonostante la maggior parte 
di questi partiti portino il nome di comunisti - una alternativa di riforma 
socialdemocratica. E' chiaro che questa "alternativa" che i riformatori 
propongono è una miscela di misure volte ad "abbellire" e "migliorare" il 
capitalismo, non ad abbatterlo. I fatti dimostrano che la gran parte dello 
sforzo di questi partiti consiste nel lottare contro il comunismo e il 
pensiero marxista-leninista. Ma a causa dell'azione della macchina mediatica 
borghese, questi movimenti e i loro rappresentanti sembrano l'unica vera 
"sinistra" realista. Ma poiché il definirsi con certi nomi non è in nessun 
modo legato al contenuto, questa situazione conferma ancora una volta la 
tesi leninista che la lotta efficace contro l'imperialismo si combina con la 
continua lotta contro il revisionismo e l'opportunismo.

3. Gli attuali regimi esistenti sotto i vari nomi socialisti non sono 
collegati al socialismo da alcun legame in termini di rapporti di produzione 
dominanti in questi paesi, essendo chiaramente rapporti capitalistici di 
produzione. Il collegamento di questi paesi con il socialismo è un legame 
storico non attuale. Recentemente abbiamo ritenuto che c'è la corsa a 
muoversi in questa direzione per guadagnare nel presente, a loro parere, e 
forse perdere nel futuro.

4. C'è un fattore molto importante che è la limitata influenza dei media 
comunisti a causa della loro povera base materiale, con alcune importanti 
eccezioni, come i nostri compagni greci, dove i comunisti hanno una radio e 
una televisione.

Sì, compagni, la masse rifiutano la situazione attuale, ma queste masse non 
riescono a raggiungere l'unica soluzione attraverso il lavoro duro, la lotta 
continua e crescente di forze di avanguardia.

Le circostanze attuali impongono ai partiti comunisti la necessità di essere 
veri partiti di avanguardia, non solo dicendolo, ma facendola derivare dalla 
chiarezza di pensiero, dalla forza dei ranghi e rivolgendosi ogni giorno a 
un pubblico più ampio.

Cari compagni:

Il movimento di liberazione nazionale arabo si pone in prima linea prima 
contro l'imperialismo globale. L'imperialismo, soprattutto la sua forza 
all'attacco, che è l'imperialismo americano, ha ricevuto colpi dolorosi 
dalle fazioni del movimento di liberazione nazionale arabo, dall'aggressione 
sionista di Israele contro il Libano del 2006 a una serie di sollevazioni 
popolari contro i regimi arabi reazionari fedeli all'America e che hanno 
avuto palesi rapporti con il sionismo, come i regimi egiziano e tunisino le 
cui teste sono cadute, anche se i popoli egiziano e tunisino devono fare 
ancora di più al fine di approfondire e sviluppare la loro liberazione e 
rivoluzione nazionale.

L'imperialismo globale lancia oggi un feroce contrattacco contro il 
movimento di liberazione nazionale arabo. Il volto più chiaro di questo 
attacco, in termini di obiettivi di espansione, è l'aggressione della NATO 
contro la Libia in pieno coordinamento con i regimi arabi reazionari. C'è 
stato un tentativo di coprire questa aggressione con una facciata di parole 
familiari e slogan falsanti quali "diffondere la democrazia" e "diritti 
umani".

Lo scopo principale della violazione della Libia e della sua brutale rapina 
consiste nel ripristinare l'integrità dell'impero che vacilla sotto i colpi 
delle sconfitte e delle successive delusioni.

Così come il crescente attacco perfettamente programmato e lanciato contro 
la Siria. Questo paese che ha un'impostazione chiara contro l'imperialismo e 
il sionismo e i loro piani espansionistici nella regione, questo paese che 
sostiene i movimenti di resistenza e di liberazione, a differenza di tutti i 
regimi arabi reazionari dall'oceano al Golfo. I paesi imperialisti così come 
i regimi autocratici traditori del Golfo assegnano grandi mezzi, utilizzando 
i metodi più insidiosi e i mezzi più sporchi, per rovesciare il regime 
siriano antimperialista.

Il partito comunista siriano ha subito messo in guardia su questo pericolo. 
Ha testualmente affermato nel rapporto politico della 11a Conferenza del 
Partito Comunista Siriano che ha tenuto nel mese di ottobre 2010: "E' sempre 
più chiaro che questo attacco alla Siria - che presenta molti aspetti di 
pressioni politiche, minacce militari, sabotaggio economico e tessitura di 
cospirazioni - mira a realizzare trasformazioni radicali per cambiare la 
faccia nazionale della Siria, tra cui il rovesciamento del regime esistente, 
il quale dipende da una larga alleanza nazionale e il cui principale 
obiettivo è proteggere e rafforzare la sovranità nazionale".

Per quanto riguarda la situazione attuale in Siria, vale la pena notare i 
seguenti punti:

- I piani dell'imperialismo e della reazione interna per rovesciare il 
regime siriano antimperialista, mediante ampie rivolte popolari 
generosamente finanziate dai regimi reazionari del Golfo, hanno fallito, a 
causa del fatto che la maggioranza delle masse popolari, soprattutto nei 
principali centri del paese non è andato in questa direzione. Ma al 
contrario, Damasco, Aleppo e molte città siriane hanno assistito a 
manifestazioni di massa che condannano la cospirazione, gridando contro 
l'imperialismo, il sionismo e gli arabi reazionari.

- Dopo questo fallimento, le forze reazionarie si sono convertite a nuovi 
metodi di natura criminale, come omicidi individuali, in alcuni casi di 
omicidi collettivi di natura settaria e azioni di sabotaggio, come 
bombardare la ferrovia e tentare di bruciare le fabbriche soprattutto quelle 
appartenenti al settore pubblico. Vale la pena ricordare che gli omicidi 
singoli mirano in particolare a uomini di scienza e di cultura (ricercatori, 
medici, ecc.), così come mirano a militanti che hanno esperienza elevata, 
come i piloti al fine di indebolire le capacità di difesa nazionale. 
L'uccisione collettiva è stata fatta da terroristi in modo casuale, a 
seguito dei quali cadevano vittime bambini, donne e uomini anziani al fine 
di provocare i sentimenti di odio e minando ogni possibilità di stabilità.

- In parallelo con la crescente pressione sulla Siria, esercitata da tempo 
da parte degli stati e dei centri imperialisti o dai regimi arabi reazionari 
legati a questi centri, utilizzando la Lega degli Stati arabi, vi è 
l'obiettivo di questa attività frenetica dei reazionari arabi che è di 
fornire il pretesto per far assumere decisioni aggressive contro la Siria da 
parte del Consiglio di Sicurezza e di altri organi delle Nazioni Unite sotto 
la copertura della cosiddetta legittimazione araba, che è completamente 
falsa. Inoltre, i regimi del Golfo hanno generosamente finanziato in Siria 
tutte le forme di movimenti reazionari interni.

Così come la Turchia - che è il braccio della NATO nella regione - svolge un 
ruolo essenziale nell'esercizio di tutti i tipi di pressioni sulla Siria, da 
quelle politiche passando per le pressioni economiche, arrivando fino al 
sostegno diretto alle organizzazioni armate terroristiche e ad accogliere i 
leader di queste organizzazioni sulla propria terra.

Il regime in Siria ha approvato molte leggi e regolamenti per l'espansione 
delle libertà democratiche nel paese. Ma tutte queste aperture hanno 
ricevuto il rifiuto dogmatico da parte delle forze reazionarie. Queste forze 
stanno cercando di rovesciare il regime, in accordo con gli infiltrati 
dell'imperialismo e del sionismo. Finché la Siria manterrà il suo approccio 
antimperialista, i piani di espansione imperialisti non potranno avere piena 
attuazione nel Mediterraneo orientale, in particolare il nuovo grande 
progetto per il Medio oriente e in altre parole il grande progetto sionista.

La posizione del Partito Comunista Siriano è chiara e sta nel combattere i 
progetti imperialisti e sostenere il regime nazionale e il suo approccio 
contro i progetti dell'imperialismo, sostenere le riforme democratiche, che 
in generale si avvicinano alle indicazioni del programma del nostro partito 
in questo ambito. Così come la lotta costante al fine di riconsiderare 
l'orientamento economico liberale e tutte le leggi che lo incarnano. 
Ricordiamo sempre è questo orientamento che ha preparato il terreno adatto 
al lavoro sovversivo delle forze reazionarie. Il suo abbandono rafforzerà 
l'approccio anti-coloniale della Siria e rafforzerà l'adesione delle masse 
ad esso.

Quando guardiamo alla situazione in Siria, dobbiamo tener conto che le forze 
di opposizione non costituiscono un'alternativa democratica. La forza 
d'attacco reazionario è l'organizzazione dei Fratelli Musulmani che si è 
macchiata di stragi in stretto legame con l'imperialismo e i regimi arabi 
reazionari, mentre i liberali di tutti i tipi sono usati come cortina 
fumogena da queste forze oscurantiste.

Prepariamo il nostro popolo per tutte le eventualità, compresa la lotta 
contro l'aggressione militare. Siamo certi che se quest'aggressione si 
verificherà, la Siria si trasformerà in una tomba per gli aggressori. Il 
popolo siriano ha un radicato patrimonio nazionale di lotta contro il 
colonialismo. Non per nulla uno dei rappresentanti più intelligenti 
dell'imperialismo francese, Charles de Gaulle, disse: "E' illusorio pensare 
di poter soggiogare la Siria", sì "la Siria non si inginocchia".

Cogliamo l'occasione per ringraziare tutti i Partiti fratelli comunisti e 
operai che contribuiscono in solidarietà con la giusta causa della lotta di 
liberazione nazionale del popolo siriano e resistono alle menzogne e ai 
veleni dei media imperialisti.

Cari compagni, le circostanze dello scontro crescente tra lavoro e capitale 
e tra le forze di liberazione e l'imperialismo globale richiedono di 
aumentare il legame tra i partiti del movimento comunista internazionale 
sulla base dell'internazionalismo proletario. Si richiede anche un lavoro 
duro e serio al fine di consolidare ed espandere il fronte antimperialista 
mondiale, in una applicazione creativa del grande slogan marxista-leninista: 
"Lavoratori e popoli oppressi del mondo unitevi".

www.syriancp.org, syriancommunistparty <at> gmail.com

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rossana | 10 Feb 14:09

Siria: la CGIL partecipa alla manifestazione del 19 febbraio a Roma per fermare massacro

I fanatici delle guerre umanitarie sono sempre al lavoro. Dopo quella in
Libia vorrebbero l'intervento in Siria?

Chissà perché non fanno mai riferimento ai traffici d'armi.....
Deposito Armi Isola della Maddalena
http://www.eliolannutti.it/blog/2011/07/deposito-armi-isola-della-maddalena/

e neanche di chi è impegnato ad addestrare....... 
http://rt.com/news/britain-qatar-troops-syria-893/

Siria: la CGIL partecipa alla manifestazione del 19 febbraio a Roma per
fermare massacro

La tragedia che sta vivendo la popolazione siriana, da undici mesi alla
mercé della violenza e della repressione del regime di Bashar Assad, non è
ancora sufficiente affinché la comunità internazionale trovi un accordo per
esercitare tutte le pressioni politiche e diplomatiche per porre fine a
quella che oramai è una guerra civile.

Di nuovo lo spettro di soluzioni armate e di interventi funzionali agli
interessi geo-politici delle diverse potenze, sullo sfondo nella stessa
inconcludente discussione nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite,
richiede una forte presa di posizione della società civile.

E' urgente riportare la responsabilità dei governi e degli stati all'azione
prioritaria di protezione della popolazione civile ed alla responsabilità di
tutta la comunità internazionale per la tutela dei diritti umani, prima
ancora di ogni calcolo o interesse particolare.

Le notizie che provengono dalla Siria sono un bollettino di guerra, ogni
giorno decine e decine di morti. Questo massacro va fermato, subito e senza
un nuovo intervento armato. La CGIL, insieme alla Tavola della Pace,
aderisce quindi alla manifestazione del 19 febbraio a Roma, a convocata dal
Consiglio Nazionale Siriano.
http://www.cgil.it/DettaglioDocumento.aspx?ID=18378

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mcsilvan_@libero.it | 10 Feb 09:40
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Repubblica


Stamani un numero imprecisato di pagine di propaganda sia a Monti che a Obama. Dopo la decima ho perso il
conto. Per non fare torto a nessuno si cantano le lodi sia al presidente americano che al premier italiano.
E' informazione questa? Se dovevi capire da Repubblica come era andato l'importante vertice tra Obama e
Hu-Jintao del 2009, ad esempio, ti saresti trovato a credere che il mondo fosse il pianeta del sollucchero :)
Il media ritual dei vertici è un rito di connessione sociale. Repubblica lo fa funzionare in questo modo.
Poi per capire cosa effettivamente sia successo a Washington ci vorranno altre fonti. Per esempio, per
capire che la Merkel aveva dato "picche" al primo vertice con Monti, nonostante i canti del quotidiano di
Ezio Mauro, ci sono volute settimane.

mcs

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rossana | 10 Feb 07:39

Petrolio: il punto di non ritorno è ormai superato

Molto più dell’ambiente in pericolo, saranno i dolori dell’economia alle prese con un’offerta ormai incapace di crescere a farci ridurre l’uso dei combustibili fossili di James Murray e David King

 

In molte parti del mondo, e in particolare negli Stati Uniti, un insistente dibattito sulla qualità della scienza del cambiamento climatico e i dubbi sulle dimensioni degli impatti ambientali negativi hanno fatto da remora alle scelte politiche di riduzione della crescita delle emissioni di gas-serra. Ma può esserci una ragione più persuasiva per abbassare le emissioni globali: l’impatto del calo dell’offerta petrolifera sull’economia.

La produzione di combustibili fossili di cui possiamo disporre è minore di quanto molti credano. A partire dal 2005, la produzione convenzionale di petrolio greggio non è cresciuta di pari passo con la crescita della domanda. Noi sosteniamo che il mercato del petrolio è passato a un nuovo e diverso stato, in una di quelle che in fisica si chiamano transizioni di fase: oggi la produzione è «anelastica», incapace cioè di seguire la crescita della domanda, e questo spinge i prezzi a oscillare in modo selvaggio. Le risorse degli altri combustibili fossili non sembrano in grado di colmare il buco.

© Barry Lewis/In Pictures/CorbisI ripidi picchi dei prezzi dei combustibili che derivano da questa situazione possono provocare crisi economiche, e hanno contribuito a quella da cui il mondo si sta risollevando. È ben poco probabile che l’economia del futuro sia in grado di sopportare quel che ci riservano i prezzi del petrolio. Solo allontanandoci dai combustibili fossili possiamo, al tempo stesso, assicurare più solide prospettive economiche e affrontare le sfide del cambiamento climatico. È una trasformazione che richiederà interi decenni, ma è necessario che abbia inizio subito.

La produzione di petrolio greggio è cresciuta di pari passo con la domanda dal 1998 al 2005. Ma poi qualcosa è cambiato. La produzione è rimasta grosso modo costante per tutti gli ultimi sette anni, malgrado un aumento del prezzo di circa il 15 per cento all’anno (considerando il prezzo del Brent sulla piazza di Londra), dai circa 15 dollari al barile del 1998 agli oltre 140 dollari al barile del 2008. Il prezzo continua a riflettere la domanda: è sceso fino a circa 35 dollari al barile nel 2009 grazie alla recessione del 2008-2009, per poi risalire con il miglioramento dell’economia globale fino ai 120 dollari al barile, e ridiscendere al suo attuale valore di 111 dollari. Ma la catena di fornitura non è stata capace di tenere il ritmo della crescita della domanda e dei prezzi.

L’idea di un «picco del petrolio» – che la produzione globale dovesse raggiungere un massimo e poi declinare – è in giro da decenni, con gli accademici impegnati a discutere se fosse già stato superato o se dovesse ancora venire. La tipica risposta degli operatori del settore è far notare la crescita delle stime delle riserve globali – i quantitativi sotterranei noti che possono essere commercialmente prodotti.

La produzione dei campi petroliferi sta declinando in tutto il mondo a tassi compresi tra il 4,5 per cento e il 6,7 per cento all’anno


Ma questi dati sono fuorvianti. Il reale volume delle riserve accertate è oscurato dal segreto; le previsioni delle aziende petrolifere di stato non sono verificate e sembrano essere esagerate. Inoltre, e soprattutto, le riserve richiedono spesso dai 6 ai 10 anni di perforazioni e sviluppo per entrare a far parte dell’offerta, e nel frattempo avrà cominciato a esaurirsi qualche altro campo petrolifero più vecchio. È molto più sensato guardare invece agli andamenti della produzione effettiva, e questi sono meno incoraggianti. Anche se le riserve sono, a quanto pare, in crescita, la percentuale disponibile per la produzione sta scendendo.

Negli Stati Uniti, per esempio, la produzione come percentuale delle riserve è costantemente diminuita dal 9 per cento del 1980 al 6 per cento di oggi. La produzione dei campi petroliferi in tutto il mondo sta declinando a tassi compresi più o meno tra il 4,5 per cento e il 6,7 per cento all’anno. È solo aggiungendo la produzione proveniente da nuovi pozzi che la produzione complessiva mondiale sta riuscendo a restare costante.

La produzione di petrolio ha toccato il tetto 
Fino al 2005, la produzione ha seguito la domanda, ma poi è rimasta ferma malgrado l’aumento dei prezzi sia continuato. La linea azzurra indica la produzione, in milioni di barili al giorno; quella in rosso il prezzo del petrolio in dollari USA/barile.

Transizione di fase
Il brusco cambiamento verificatosi nell’economia del petrolio è ben visibile nel diagramma di dispersione prezzi/produzione. Sono evidenziate una fase «elastica» (la produzione è in grado di rispondere alla domanda, modulando i prezzi), un «punto di transizione» e la successiva fase «anelastica» (in cui la produzione non tiene più il passo della domanda, con ampie oscillazioni dei prezzi). L’asse verticale indica i prezzi spot a livello mondiale (dollari USA/barile) e quello orizzontale la produzione di petrolio greggio (milioni di barili di petrolio al giorno).

Nel 2005 la produzione globale di greggio convenzionale ha raggiunto i 72 milioni circa di barili al giorno. Da allora in poi, la capacità produttiva sembra aver raggiunto un tetto al livello di 75 milioni di barili al giorno. Il grafico che mette a confronto prezzi e produzione dal 1988 a oggi mostra questa evidentissima transizione, da un periodo in cui l’offerta era in grado di rispondere elasticamente alla crescita dei prezzi dovuta all’aumento della domanda a un periodo in cui non riesce più a farlo.

Il risultato è che i prezzi oscillano selvaggiamente in risposta a modesti cambiamenti della domanda. Già altri hanno fatto osservare che intorno all’anno 2005 c’è stato questo cambio di passo nell’economia del petrolio, ma questo è un punto che va fermamente inculcato nella mente di tutti coloro che hanno il compito prendere decisioni di ordine politico.

© Ocean/Corbis

Facile accesso

Non stiamo restando senza petrolio; ma stiamo finendo il petrolio che può essere prodotto con facilità e a basso prezzo. Le proiezioni dell’Energy Information Administration degli Stati Uniti prevedono una crescita del 30 per cento della produzione petrolifera da oggi al 2030. Tutto l’incremento è attribuito a progetti non identificati – petrolio, vale a dire, che ancora deve essere scoperto. Anche se la produzione dei campi già esistenti dovesse miracolosamente smettere di diminuire, un aumento del genere richiederebbe per il 2030 una nuova produzione di 22 milioni di barili al giorno. Se continuerà, realisticamente, un declino del 5 per cento all’anno, avremmo bisogno di nuovi campi petroliferi che diano più di 64 milioni di barili di petrolio al giorno di nuova produzione – una cifra grosso modo equivalente all’intera produzione odierna. A nostro avviso, è molto improbabile che ciò accada.

Non sarà il petrolio non convenzionale a colmare la differenza. La produzione di petrolio a partire dalle sabbie bituminose del Canada – la cosiddetta «ultima dose del petrodipendente» - dovrebbe raggiungere, secondo le attese, appena i 4,7 milioni di barili al giorno per il 2035. Quello ottenuto dalle sabbie bituminose del Venezuela è attualmente meno di 2 milioni di barili al giorno, con ben poche prospettive di spettacolari aumenti.

Molti studi recenti suggeriscono che il carbone disponibile sia meno abbondante di quanto finora dato per assodato


Molti credono che il carbone sarà la soluzione ai nostri problemi energetici, e che rimarrà a buon mercato ancora per decenni. Ma parecchi studi recenti suggeriscono invece che il carbone disponibile è meno abbondante di quanto si sia finora dato per assodato. La produzione di carbone degli Stati Uniti ha toccato il suo massimo nel 2002, e la produzione mondiale di energia da carbone, secondo le proiezioni, dovrebbe toccare il suo acme già nel 2025.

A ogni aggiornamento delle cifre delle riserve di carbone, le stime sono in genere riviste al ribasso: l’ammontare stimato delle riserve mondiali (che per il 79 per cento sono detenute da Stati Uniti, Russia, India, Cina, Australia e Sud Africa) è stato ridotto di più del 50 per cento nel 2005, al livello di 861 gigatonnellate (miliardi di tonnellate). Il relativo studio poneva la produzione finale di carbone (il quantitativo totale che l’umanità sarà in grado di estrarre dal suolo) a 1163 gigatonnellate. Una stima indipendente della produzione finale formulata nel 2011 è arrivata a un valore di sole 680 gigatonnellate, del 40 per cento più bassa del valore stimato nel 2005 e circa cinque volte inferiore a quanto era stato assunto in alcuni precedenti scenari ad altro consumo di carbone dell’IPCC (l’organismo dell’ONU sul cambiamento climatico).

Il comitato del National Research Council degli Stati Uniti incaricato della valutazione di ricerca, tecnologia e risorse carbonifere ai fini della politica energetica ha osservato nel 2007 che «le attuali stime delle riserve di carbone sono basate su metodi che non sono stati mai più sottoposti a revisione o riesame dopo la loro prima formulazione nel 1974 […] i metodi aggiornati indicano che solo una piccola frazione delle riserve precedentemente stimate è costituita da riserve effettivamente estraibili».

Il gas naturale è ancora abbondante, e ne sono state effettuate grosse scoperte di recente, in particolare in Israele e in Mozambico. Le centrali a gas naturale forniscono il 25 per cento dell’elettricità generata negli Stati Uniti, e la cifra è in aumento. La produzione del gas naturale convenzionale negli Stati Uniti ha toccato il massimo nel 2001, ma le aziende energetiche hanno fatto grossi sforzi per promuovere l’idea che la fatturazione idraulica delle rocce scistose (o scisti bituminosi) condurrà a una vera e propria «età del gas naturale».

Non c’è alcun dubbio sul fatto che le risorse di gas ricavabile dalle rocce scistose negli Stati Uniti sono immense, ma recenti rapporti fanno pensare che sia le riserve che i futuri tassi di produzione siano stati sostanzialmente esagerati. Per siti come gli scisti di Barnes e Fayetteville, dove è possibile studiare una lunga storia di produzione, vi è stato un declino annuo dei tassi di produzione estremamente forte. Il consulente geologico Arthur Barman, direttore della Labyrinth Consulting Services di Sugar Land, nel Texas, ed esperto di livello mondiale dell’estrazione di gas da rocce scistose, ha posto questo declino a livelli compresi tra il 60 e il 90 per cento. Fra i pozzi di estrazione del gas dagli scisti in attività da più di cinque anni, circa il 30 per cento è ormai sub-commerciale in seguito a tale rapido declino, unito al basso prezzo del gas.

Ostacoli alla crescita

Cosa vuol dire tutto questo per l’economia globale, così strettamente legata alle risorse fisiche? Delle 11 recessioni verificatesi negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, 10, fra cui la più recente, sono state precedute da un balzo improvviso dei prezzi del petrolio. Sembra esser chiaro che non è stato solo un problema creditizio, il cosiddetto credit crunch, a dar l’avvio alla recessione del 2008, ma anche l’assai meno pubblicizzata e discussa «stretta» dei prezzi del petrolio. Gli alti prezzi dell’energia pesano sui bilanci delle famiglie e remano contro la ripresa economica.

© Redlink/CorbisSia gli Stati Uniti che l’Europa spendono 1 miliardo di dollari al giorno per importare petrolio. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito dai 75 centesimi al litro del 2010 ai 95 centesimi al litro del 2011. E dato che negli Stati Uniti se ne consumano circa 1,4 miliardi di litri al giorno, il paese ha speso circa 280 milioni di dollari al giorno in più per acquistare benzina, lasciando meno denaro a disposizione per le spese discrezionali.

Un altro efficace esempio dell’effetto della crescita dei prezzi del petrolio lo si può vedere in Italia. Nel 1999, quando il paese ha adottato l’euro, l’attivo commerciale annuo del paese era pari a 22 miliardi di dollari. Da allora, la sua bilancia commerciale è cambiata in modo notevolissimo, e oggi l’Italia ha un passivo di 36 miliardi di dollari. Anche se le cause di questa svolta sono molte, fra cui la crescita delle importazioni dalla Cina, l’aumento del prezzo del petrolio è la più importante di tutte. Malgrado un calo delle importazioni pari a 388.000 barili al giorno rispetto al 1999, l’Italia spende oggi 55 miliardi di dollari all’anno per importare petrolio, rispetto ai 12 miliardi del 1999. La differenza è prossima al corrente deficit della bilancia commerciale. Il prezzo del petrolio ha probabilmente dato un forte contributo alla crisi dell’euro nell’Europa meridionale, i cui paesi dipendono completamente dal petrolio estero.

Malgrado un calo delle importazioni pari a 388.000 barili al giorno rispetto al 1999, l’Italia spende oggi 55 miliardi di dollari all’anno per importare petrolio


L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha detto con grande chiarezza che l’economia globale è a rischio quando i prezzi del petrolio sono superiori ai 100 dollari al barile – come sono stati negli ultimi anni, e come certamente continueranno a essere, data la risposa anelastica della produzione globale. Storicamente, il legame tra produzione petrolifera e crescita economica globale è molto stretto.

Se la produzione di petrolio non può crescere, ciò implica che non può crescere neppure l’economia. E questa è una prospettiva così spaventosa che molti hanno semplicemente evitato di prenderla in considerazione. Il Fondo Monetario Internazionale, per esempio, continua a prevedere una crescita economica pari al 4 per cento del prodotto interno lordo per i prossimi 5 anni, vicina ai massimi storici del periodo successivo al 1980. Eppure, per realizzarla ci vorrebbe o un eroico incremento della produzione di petrolio del 3 per cento all’anno, o un aumento dell’efficienza dell’uso del petrolio, o una crescita a maggiore efficienza energetica o una rapida sostituzione del petrolio con altre fonti di combustibili. Economisti e politici discutono continuamente di politiche che portino al ritorno alla crescita economica, ma dato che mancano di riconoscere la centralità del problema dell’alto prezzo dell’energia, non hanno identificato la necessaria soluzione: svezzare la società dai combustibili fossili.

© Michael Interisano/Design Pics/CorbisNel Regno Unito, un gruppo di lavoro costituito da alcuni grandi gruppi (la Industry Taskforce on Peak Oil and Energy Security) e il Department of Energy and Climate Change del governo sono assai consapevoli di questi rischi, e si sono impegnati a lavorare insieme per salvaguardare il paese e la sua economia dalla crescita dei prezzi del petrolio. Il gruppo, formatosi nel 2008, ha messo in guardia la Gran Bretagna dal farsi trovare impreparata dalla stretta petrolifera, e ha detto che le politiche rivolte ad affrontare il «picco petrolifero» devono essere inserite tra quelle prioritarie.

Nel 2011, il suo presidente, John Miles, ha detto: «Dobbiamo definire i rischi e sviluppare ragionevoli piani d’emergenza. Ciò vuol dire ripensare criticamente a ciò che dovremmo fare da subito se sapessimo che nei prossimi cinque anni i prezzi del petrolio si impenneranno». Un analogo riconoscimento congiunto da parte del governo federale e del settore privato è assente negli Stati Uniti, in cui le relative azioni sono state in larga misura intraprese a livello di singolo stato o di singola città. Il governo britannico ha preso con una decisione parlamentare l’impegno a diminuire le emissioni di biossido di carbonio dell’ 80 per cento, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2050. il Congresso degli Stati Uniti ha respinto ogni impegno di questo genere.

Agire più in fretta

Cambiamento climatico e nuovi sviluppi nella produzione di combustibili fossili sono in genere visti come fenomeni separati. Ma in realtà sono strettamente legati. Del rischio di una limitazione dell’offerta di combustibili fossili bisogna certamente tenere conto quando si considerano le incertezze legate ai futuri cambiamenti climatici. Gli approcci di cui c’è bisogno per affrontare gli impatti economici della scarsità di risorse e quelli del cambiamento del clima sono gli stessi: andare oltre la dipendenza dalle fonti energetiche date dai combustibili fossili.

Mentre le implicazioni dei cambiamenti del clima non hanno indotto che a lente risposte politiche, le conseguenze economiche tendono a spingere all’azione a breve termine. Dai dati storici sappiamo che quando i prezzi del petrolio si impennano, l’economia risponde nel giro di un anno. I governi che trascurano di fare i loro piani rispetto al declino della produzione di combustibili fossili subiranno colpi potenzialmente assai seri all’economia ben prima che l’innalzamento del livello dei mari inondi le loro coste o i raccolti agricoli comincino catastroficamente a mancare.

© Roger Wood/CORBISLe soluzioni non hanno nulla di segreto o di misterioso. Globalmente, noi otteniamo 55 x 10 ^ 18 joule di energia utile da 475 x 10 ^ 18 joule di energia primaria ricavata da combustibili fossili, biomasse e centrali nucleari. La differenza è dovuta a perdite energetiche e inefficienze dei processi di trasmissione e conversione. Incrementando l’efficienza, potremmo ottenere la stessa quantità di energia utile bruciando meno combustibile.

Dobbiamo specificare degli obiettivi di conservazione per migliorare l’efficienza dell’uso dell’energia ricavata dai combustibili fossili. Di ciò fa parte tassare il petrolio per tenere alti i prezzi e incoraggiare riduzioni del suo impiego; incoraggiare l’energia nucleare; domandarsi se e come la crescita economica possa andare avanti senza aumenti della disponibilità di combustibili fossili; abbassare i limiti di velocità sulle strade e incoraggiare il trasporto pubblico; o rimodulare gli incentivi fiscali a favore dello sviluppo delle energie rinnovabili.

È una trasformazione che richiederà decenni, quindi bisogna cominciare il più presto possibile. Sottolineare gli imperativi economici a breve termine imposti dai prezzi del petrolio dovrebbe bastare a spingere i governi ad agire subito.


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James Murray lavora alla School of Oceanography dell’Università dello stato di Washington a Seattle, Washington 98195, USA. È stato fondatore e direttore del Program on Climate Change dell’Università dello stato di Washington.
David King dirige la Smith School of Enterprise and the Environment dell’Università di Oxford, Oxford OX1 2BQ, ed è chief scientific adviser della banca UBS. È stato chief scientific adviser per il governo britannico nel periodo 2000-2007.
(L'originale di questo articolo è stato pubblicato su Nature, n.481, 26 gennaio 2012; riproduzione autorizzata)

iku@tiscali.it | 9 Feb 22:03
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storia

http://storiamestre.it/2012/02/storiaglobalelavoro/

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rattus norvegicus | 9 Feb 21:10
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Testo F. Berardi


Novità interessanti da Franco Berardi:

http://www.looponline.info/index.php/component/content/article/761-a-beirut-per-leggere-il-futuro

Un saluto

Rattus

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obzudi | 9 Feb 19:54
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un rottame a 45 anni....

La "vecchiaia" sul lavoro comincia a 45 anni

di Rita Querzè

Fino a quando gli italiani sono materia plasmabile nelle mani di 
aziende-pigmalioni, bramose di sfruttarne i talenti? «Fino a 50-55 anni», si 
sarebbe risposto fino a pochi anni fa. Poi si diventa obsoleti come un 
Commodore 64.

La novità è che questa età si è via via erosa. Per i responsabili del 
personale oggi cominci a essere vecchio già a 45 anni. Addirittura a 40.

E questo vale per chi ha l'ormai mitico posto fisso. Quelli che sono fuori, 
a caccia di un impiego, il problema lo sentono ancora di più.

Chi lo dice? Un po' tutti. Dai direttori del personale alle società di 
selezione. E anche il sindacato. Per chi avesse ancora qualche dubbio, il 
fenomeno è certificato da un'indagine che sarà presentata oggi dall'osservatorio 
sul Diversity management dellaSda Bocconi.

I ricercatori dell'università milanese hanno indagato le cause di 
discriminazione in azienda. Dall'aspetto fisico alla provenienza etnica. 
Pensavano che, come al solito, il problema principale sarebbe stato la 
discriminazione di genere, a svantaggio delle donne. Invece, sorpresa: la 
maggior fonte di disagio è diventata l'età.

«I lavoratori dipendenti dopo i 45 anni mostrano un'evidente difficoltà. Si 
sentono inascoltati. E sempre più esclusi. Difficile dar loro torto: le 
nostre verifiche ci dicono che le carriere si fanno entro i 40 anni.

Dopo i 45 le imprese smettono di investire su di te. Basta incentivi alla 
valutazione della persona. Basta programmi di sviluppo dedicato», è la 
spietata constatazione di Simona Cuomo, a capo dell'osservatorio sul 
Diversity Management della Sda Bocconi. «Eppure parliamo di persone che 
rappresentano oltre il 30% degli occupati del nostro Paese - continua 
Cuomo -. Le politiche del lavoro del governo e quelle delle singole aziende 
dovrebbero tenerne conto. Anche perché si tratta di gente che ha ancora 
voglia di dare».

La sorpresa dei ricercatori Bocconi deriva dal fatto che la stessa indagine 
viene ripetuta da tre anni e mai si era rilevato che l'età fosse un problema 
per il 52% dei dipendenti mentre il genere «solo» per il 44%.

Seguono altri motivi di disagio come il tipo di laurea: mortificati, nel 32% 
dei casi, soprattutto i possessori di lauree umanistiche. Per finire, l'aspetto 
fisico (27% dei casi).

Perché questa tendenza ha subìto un'accelerazione negli ultimi due-tre anni?

Ha una spiegazione il presidente di Gidp, associazione dei direttori del 
personale, Paolo Citterio: «La crisi ha contribuito. Prima della riforma 
delle pensioni targata governo Monti si sono utilizzate dosi massicce di 
prepensionamenti. Con "scivoli" verso il ritiro. Così i 45enni si sono resi 
conto in un colpo solo di aver perso il treno della carriera e di avere il 
fiato sul collo di giovani trentenni valorizzati per la disinvoltura con le 
tecnologie».

Ed eccoci alla seconda motivazione del fenomeno. Le tecnologie, appunto. 
«Spesso si tratta di un alibi - osserva Enrico Finzi, sociologo e presidente 
di AstraRicerche -. Le nostre indagini constatano ogni giorno come l'utilizzo 
di Internet stia diventando familiare anche in classi d'età elevate, ben 
oltre i quarant'anni. La ragione non detta spesso è un'altra.

Glistipendi dei lavoratori maturi sono più pesanti. E le imprese si fanno 
tentare. Ma quello a cui stiamo assistendo è un fenomeno drammatico e 
iniquo. Per di più dannoso per il Paese: si sprecano risorse professionali».

La situazione delle donne merita una postilla. «Qui la frustrazione è 
massima - aggiunge il sociologo -. Perché spesso si tratta di signore che 
hanno faticato per guadagnarsi un posto al sole, poi hanno gestito la 
difficile fase della maternità in azienda. E quando cominciano a sentirsi un 
po' più libere perché hanno i figli preadolescenti vengono messe da parte».

Come si diceva all'inizio, il problema riguarda tutti, a tutti i livelli. 
«Capita che si licenzi un dirigente, a volte anche un quadro, per affidare 
le sue responsabilità a una persona più giovane e con un inquadramento 
inferiore che costa meno. Spesso si tratta anche di quarantenni», constata 
tra gli altri Guido Carella, presidente di Manageritalia, associazione dei 
dirigenti dei servizi.

Per quanto riguarda i posti da commesso, impiegato o cassiera, basta dare un'occhiata 
alle inserzioni di ricerca personale. Qui l'età è messa nero su bianco, 
nonostante sia proibito. E sempre si legge: «Massimo trentenne».

«È vero, pochi in Italia rispettano la legge - ammette Gilberto Marchi, 
presidente di Assores, associazione delle società di selezione -. Va detto, 
però, che ci sono quarantenni con inglese elementare e scarsa dimestichezza 
con l'informatica che entrano in crisi appena l'azienda chiede di cambiare 
città nel raggio di 50 chilometri».

In effetti quella dei quarantenni di oggi è l'ultima generazione salita sul 
treno del posto fisso. Dopo di loro il diluvio (di contratti a termine e 
collaborazioni). Ma è anche vero che se fino a 30 anni rischi di fare l'apprendista 
e dai 40 sei già da buttare, il tempo del fulgore professionale risulta 
limitato a un batter di ciglia. E allora sorge un dubbio. cor-blog

http://obzudi-2.blogspot.com/

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rossana | 9 Feb 17:10

Compriamo spazzaneve, non gli F35

Fatto sta che gli spazzaneve non rientrano nella logica dell'attuale modello
di sviluppo (mai messa seriamente in discussione da alcuno).

Di Tommaso Di Francesco

Siamo a più di quaranta vittime per l'ondata di maltempo e neve che si è
abbattuta in Italia. Del resto, si dirà, siamo nella media, sono centinaia
in Europa, soprattutto a est, tra i senza tetto e i settori più poveri della
società, lì dove il welfare è stato già cancellato.

Ma in Italia - storicamente alla prova di terremoti, allagamenti, frane,
alluvioni e gelo - è ancora più sorprendente ed è più di un bollettino di
guerra. E' il risultato della mancata previsione e del mancato controllo del
territorio, dell'incuria verso i servizi collettivi, della strumentalità e
manipolazione con cui si è organizzata nel Belpaese la cosiddetta
"protezione civile". A morire e a soffrire sono i più deboli, i malati, gli
anziani, le donne, i bambini. Dovrebbero essere i più protetti civilmente,
invece in questa occasione sono stati e sono abbandonati.

Isolati nei paesi che nessuno può ancora raggiungere o sulle strade
cittadine e sulle autostrade bloccate, mentre si rimpallano responsabilità
per scoprire che i mezzi o sono pochi o proprio non ci sono, che gli
spazzaneve magari vecchi sono inutilizzati, nascosti nei depositi comunali,
che chi li ha non li usa per paura di rovinarli, che l'energia viene
sprecata e comincia a mancare. Così precipita nella scoperta del disastro la
consapevolezza mancata sulla realtà della crisi del paese.

È un bollettino di guerra persa. E la metafora con la guerra non è
occasionale. Perché, mentre abbiamo inviato costosissimi contingenti
militari a combattere sanguinose quanto inutili e controproducenti guerre
prima in Iraq, ancora in Afghanistan e infine in Libia, accade che alcuni
comandi territoriali dell'esercito italiano alla richiesta di soccorso dai
comuni colpiti dalla neve, non solo non si sono precipitati ad aiutare, ma
al contrario hanno inviato in modo solerte il conto preventivo delle spese.
Ha su questo risposto ieri il ministro dell'ambiente Clini: "Per ora i
soccorsi militari non costeranno ai comuni". Ma non è questione ambientale.
Dovrebbe parlare il generale-ministro della difesa Giampaolo Di Paola che ha
il potere effettivo di indirizzare l'operatività delle Forze Armate. Che
infatti tace. Del resto come stupirsi di questo silenzio? Il
ministro-generale della Nato Di Paola, con vellutato e ovattato appoggio
bipartisan, sta per comprare ben131 cacciabombardieri F-35 al costo
complessivo di più di 15 miliardi di euro, l'equivalente del 40% della
finanziaria lacrime e sangue che il governo tecnico Monti vuole imporre a
tutti noi. Un costo che andrà ad aggravare pesantemente il debito pubblico e
che sarà finalizzato alla guerra. L' F-35 infatti è uno strumento,
"fulmineo, distruttivo e inaspettato", di morte, è concepito per le missioni
di attacco, compreso il first strike, il micidiale primo colpo con missili
armati anche di testate atomiche.

Un solo F-35 costa almeno 110 milioni di euro. Quanti spazzaneve si possono
comprare con il costo di un solo cacciabombardiere di morte? Cosa merita un
paese che, per riempire gli arsenali militari, cancella la sicurezza civile
e i servizi sociali?

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Gmane