clochard | 21 Oct 21:06 2014
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Libro VIAGGIO NELLE CARCERI, recensione di un uomo ombra


“Viaggio nelle carceri”: la recensione di un uomo ombra
 
 

 

 

I “buoni” hanno bisogno dei cattivi e del carcere per apparire buoni.
(Frase urlata durante un Consiglio di disciplina quando ero detenuto nel carcere dell’Asinara, nel lontano 1992)

  

 

     Leggo di giorno e di notte. Se potessi, leggerei anche quando dormo. E spero che nell’aldilà esistano i libri perché non potrei riposare in pace neppure da morto senza leggere. Il periodo più brutto della mia vita è stato quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis e all’isolamento diurno e notturno perché mi avevano proibito di tenere i libri in cella. Ho perdonato tante cose allo Stato, comprese le botte, gli abusi e i soprusi, ma non riesco ancora a perdonargli di quando mi sbatteva in punizione nelle celle lisce lasciandomi senza libri.

In quei periodi mi era venuta l’idea che se l’ “Assassino dei Sogni” (il carcere come lo chiamano i detenuti) mi vietava di leggere i libri li potevo però scrivere per poi leggere. E così ho iniziato a scrivere. Ho ancora tanti manoscritti di quel periodo sotto la mia branda e spero un giorno di liberare almeno loro.

     Non vi nascondo che, anche se adesso posso tenere i libri nella mia cella, leggo anche quando il mattino vado in bagno. Non mettetevi a ridere, ma lì ci porto i libri più belli. Non so fuori, ma in carcere il bagno funziona anche un po’ come biblioteca. E oggi ci ho portato il libro di Davide La Cara e di Antonino Castorina “Viaggio nelle carceri” (Editore EIR; ISBN 9 788869 330063; prezzo 14,00). Questa mattina la lettura di questo libro mi ha talmente coinvolto che senza che me ne accorgessi ho perso la cognizione del tempo. E non mi sono accorto che era l’ora della conta (l’orario di quando le guardie passano a contare i detenuti per controllare se durante la notte qualche detenuto ha segato le sbarre ed è scappato). Poi ho sentito la guardia bussare allo spioncino per invitarmi a farmi vedere (in carcere non si può stare tranquilli neppure al cesso) e sono uscito dal bagno con il libro in mano per comunicare alla guardia che rinunciavo all’ora d’aria. Subito dopo mi sono messo tranquillo a leggere. Ci tenevo a finire questo libro, sia perché conosco uno degli autori (Davide La Cara) che mi è venuto a trovare in carcere con la deputata Laura Coccia, sia perché nel libro c’è anche il contributo del mio “Diavolo Custode” (Nadia Bizzotto della Comunità Papa Giovanni XXIII) con il capitolo dal titolo “L’ergastolo è una pena di morte viva” ed ero curioso di sapere cosa avevano scritto.

           Forse a questo punto penso che mi toccherebbe scrivere qualcosa sul contenuto del libro, ma non lo farò perché preferisco che andiate a comprarlo e lo leggiate per poi fare il passaparola con gli amici, i parenti e i vicini di casa. In questo modo scoprirete da soli il “Viaggio nelle carceri” che hanno scritto i due autori del libro, perché io non so come si facciano le recensioni.

Posso solo ringraziare Davide e Antonino di avere avuto il coraggio di scrivere questo libro per fare conoscere l’inferno delle nostre Patrie Galere che una buona parte della nostra classe politica ha creato e che mal governa.

Non vi nascondo che a volte penso che la “criminalità” (organizzata o non), è un osso di cui le società capitaliste non vogliono (o forse non possono) fare a meno. E le galere servono a questo tipo di società per produrre criminalità e recidiva, per poi sfruttarla a fini elettorali.

 

Mi addolora dirlo, ma in carcere è come se il bene sia passato dall’altra parte, quella del male. Spero di sbagliarmi. E voglia il buon Dio (il Dio dei prigionieri) che il mio pessimismo rimanga infondato, ma mi auguro che in Italia un giorno tutti i “buoni” si fermino a riflettere se non sia il caso di non guardare solo agli effetti del male, ma risalire alle cause e alle colpe.

 

        Un’ultima cosa: a mio parere, questo libro conferma che il carcere ha clamorosamente fallito il suo obiettivo di fare diminuire i reati e che la galera nel nostro Paese viola sistematicamente i diritti fondamentali. Non solo, ma distrugge anche la dignità umana dei detenuti e delle loro famiglie. 

Buona lettura. E buona vita. Un abbraccio fra le sbarre.

 

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova, 2014

www.carmelomusumeci.com

 


Le carceri italiane, nel loro complesso, sono la maggior vergogna del nostro Paese. Esse rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si abbia mai avuta. (Filippo Turati, 1904)

Viaggio nelle carceri, edito da EIR, è il percorso di due giovani del Pd, Davide La Cara e Antonino Castorina, dentro alcuni degli istituti di pena tra i più problematici d’Italia: Rebibbia e Regina Coeli a Roma, Due Palazzi a Padova, Vibo Valentia, Poggioreale a Napoli, San Pietro a Reggio Calabria, l’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto e il Coroneo di Trieste.

Il risultato è una puntuale denuncia delle carenze dell'istituzione carceraria nella realtà italiana, ma anche  un'indicazione di nuove prospettive possibili, quali una riforma della giustizia che incida sul ruolo e sul funzionamento del carcere a cominciare dall'abolizione dell'ergastolo.

 

 

 

Libri: "Viaggio nelle carceri", a cura di Nino Castorina e Davide La Cara

 

 

 

 

di Andrea Di Consoli

 

Il Sole 24 Ore,  ottobre 2014

 

Le carceri italiane, "fabbriche di delinquenti". Un dato su tutti, a proposito di carceri sovraffollate: "Nel complesso di Rebibbia sono reclusi 1.735 detenuti, il doppio dei posti disponibili, vi lavorano circa 500 agenti, la metà di quanti previsti in pianta organica". Sono informazioni che si traggono dal libro collettaneo "Viaggio nelle carceri" (Editori Riuniti, pagg. 112, € 14,,00) a cura di Nino Castorina e Davide La Cara, un lavoro a più mani che ha come obiettivo quello di rendere applicato il disatteso articolo 27 della Costituzione italiana, che recita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

 

Il saggio di Nadia Bizzotto, per esempio, si chiede proprio come possa la pena dell'ergastolo conciliarsi con questo dettato costituzionale. Per disumanità di condizione, per mancanza di progettualità pedagogica, per disorganizzazione endemica, colui che oggi viene recluso in un carcere italiano è quasi certamente candidato al peggioramento della propria condizione, rischiando di dover dare ragione a Filippo Turati, il quale sosteneva che "le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti o scuole di perfezionamento di malfattori". Chiude il libro un'interessante intervista a Raffaele Sollecito.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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clochard | 21 Oct 20:32 2014
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Sciopero generale 14 novembre

Sciopero generale 14 novembre

DI TUTTO IL LAVORO DIPENDENTE, PUBBLICO E PRIVATO

 

 

 

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rossana123@libero.it | 21 Oct 09:25 2014
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R: A proposito del concetto di Stato-nazione

"Io alle economie di scala, che disintegrano le economie territoriali, tipiche 
della globalizzazione ci rinuncio eccome. Come alla finanza globale. Senza 
entrambe si vive. In una globalizzazione senza nazione c'è il modello 
capitalistico..." 

Mi pare che più che andare sul random si siano chiarite due posizioni 
differenti.

Il problema non è a cosa siamo pronti a rinunciare o cosa ci piace di più, ma 
cosa c'è nei fatti adesso.
Se il mondo si sta muovendo verso un periodo di grande competizione fra 
potenze e ciò che si intravede è una ulteriore recessione con effetti più 
devastanti di quella del 2008, noi che si dice?

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NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

mcsilvan_@libero.it | 20 Oct 22:00 2014
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R: A proposito del concetto di Stato-nazione

> Non lo so.

mi sembra la parte più convincente di tutto il papello :) non sarebbe malaccio 
ricordarsi che lo stato nazione si sviluppa proprio attorno, e grazie, alla 
prima globalizzazione dell'800. Come, quando la seconda globalizzazione si 
sviluppa dopo l'89, proliferano
gli stati-patria. Il concetto di globalizzazione qui è curiosamente 
scheletrico. Io alle economie di scala, che disintegrano le economie 
territoriali, tipiche della globalizzazione ci rinuncio eccome. Come alla 
finanza globale. Senza entrambe si vive. In una globalizzazione
senza nazione c'è il modello capitalistico di Singapore: dove, letteralmente 
parlando, vale tutto senza elementi di regolazione (la nazione serve a questo 
come tentativo di regolazione della globalizzazione, basta vedere la 
legislazione a protezione del lavoro in francia, germania tra 8 e 900).
la mia impressione è che si vada sul random :)

mcs

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http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

singolarità qualunque | 20 Oct 19:02 2014
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A proposito del concetto di Stato-nazione

Cr*,
 

A proposito del concetto di Stato-nazione

 
di ANTONIO NEGRI * [Français]

«Nazione» è stato, per molto tempo, un concetto difficilmente definibile al di fuori di quell’altro concetto che era lo Stato-nazione. Oggi le cose sono molto differenti.

Ma cominciamo dall’inizio, dunque precisamente dal concetto di Stato-nazione. Due elementi gli hanno dato forma: il primo, politico e giuridico, era quello di Stato; il secondo, storico, etnico e culturale, era il concetto di nazione. Tuttavia, è a partire dal concetto di Stato-nazione che la nazione è diventata una realtà, che la forza sovrana ha dato origine alla nazione. Quando parliamo di nazione, dobbiamo sempre ricordare questa genesi. In ogni caso, la «nazione» è un concetto del quale sono stati proposti vari criteri di definizione, con differenti radici ideologiche. Di solito si prova ad afferrarlo sotto tre profili.

In primo luogo, una categoria che comprende i dati naturali, per esempio l’elemento etnico (la popolazione) e l’elemento geografico (il territorio). L’elemento etnico è stato talvolta collegato con l’idea di razza, anche se il concetto di razza non dà luogo che raramente, secondo i teorici della nazione, a un’applicazione biologica. Quando era questo il caso, si trattava – non solo nel caso ignobile del nazismo – di operazioni politiche prive di ogni fondamento scientifico, in ogni caso terroriste, distruttive e aggressive.

La seconda categoria comprende fattori culturali come la lingua, la cultura, la religione e/o la continuità dello Stato. In alcuni casi può esserci una stretta relazione tra la prima e la seconda categoria: il criterio etnico e il criterio linguistico possono, per esempio, confondersi, così come il criterio politico e il criterio religioso.

Una terza categoria di elementi di definizione comprende i fattori soggettivi: la coscienza, la volontà, il sentimento nazionale. Sulla base di tali criteri, il concetto di nazione non trova il suo fondamento in qualcosa di predefinito ma, al contrario, in un atto di volontà più o meno determinabile da parte dei membri della popolazione – e ciò costituisce la nazione stessa. Per questo Ernest Renan definiva la nazione come un «plebiscito quotidiano».

Altri autori hanno stabilito una classificazione sulla base dell’opposizione tra due criteri fondamentali: un modo «naturalista» e un modo «volontarista». Spesso il naturalismo è attribuito ai pensatori tedeschi, mentre il volontarismo è qualificato quasi come un «cliché» francese… Ma la distinzione è ovviamente molta incerta – basti ricordare che Fichte, nei suoi Reden und Die Deutsche Nation, qualifica la nazione come un atto di coscienza e di volontà, e non di natura.

Che dire allora? Se ci atteniamo alla vecchia definizione dello Stato-nazione è assolutamente evidente che il concetto di nazione possiede un carattere complesso, ambiguo e difficilmente determinabile: i criteri proposti non solo si oppongono gli uni agli altri, ma spesso si sovrappongono; e anche quando la definizione del concetto di nazione vuole essere completa e precisa, deve inevitabilmente evitare o ignorare la molteplicità delle differenze e delle condizioni storiche delle quali la nazione è ancora il risultato. Si aggiunga, inoltre, che le dottrine della nazione non sono mai riuscite a determinare in maniera precisa il concetto di realtà nazionale e quello di comportamento nazionale.

Solo partendo dall’esame dello sviluppo storico del concetto di nazione si può arrivare direttamente al cuore del problema – il problema del rapporto tra lo Stato e la nazione. Si deve riconoscere che sono soprattutto le grandi unificazioni del XIX secolo (la Germania, l’Italia, ecc.) ad avere messo in evidenza un processo che provava a far coincidere la nazione con lo Stato. E’ attraverso questa identificazione che la nazione è stata considerata per molto tempo come un concetto centrale delle dottrine politiche. E’ sufficiente qui fare riferimento alle scuole storiografiche che hanno predominato in tutti i paesi europei, ma non solo: il diritto – privato e pubblico – è divenuto nel XIX secolo un’emanazione dello Stato-nazione, e tutti i concetti antagonisti, anche se molto frequenti, sono stati ridotti al silenzio. Tra il XIX e il XX secolo, das Volk, the People, la Nation hanno, per così dire, imposto al biopolitico la loro dittatura.

Si deve anche notare che la fusione tra il concetto di nazione e di Stato non sarebbe stata sufficiente per ottenere l’adesione dei cittadini e per legittimare l’obbedienza – soprattutto negli «stati di eccezione e di necessità» – se tale fusione non fosse stata, essa stessa, attraversata dal riferimento alla patria – un concetto di origini antichissime, con una lunga storia alle spalle e con un pesante fardello emotivo. Se la nazione è il frutto delle circostanze e se lo Stato è un’istituzione convenzionale, la patria è, al contrario, il risultato di una scelta – ed è questa scelta, questo giudizio di valore che ha probabilmente prodotto, tra il XVIII e il XIX secolo, la connessione culturale tra gli altri due concetti, lo Stato e la nazione. La nazione diviene una patria e lo Stato l’apparato nello stesso tempo di forza e di diritto, nel quale si afferma e si organizza la nazione, polarizzando su di sé l’amore e la devozione riservata alla patria, il sommo bene. È del tutto evidente che in questa fusione risuonano degli echi rousseauiani, e ancor di più, come vedremo, delle sonorità romantiche. Le caratteristiche dell’unificazione dei concetti di Stato e di nazione secondo Hegel sono tuttavia molto meno poetiche. Lo Stato per Hegel non è una costruzione astratta: emerge attraverso il riconoscimento di un dato economico e sociale (la società civile) e l’affermazione del principio nazionale inteso come attore della storia. Hegel è il vero teorico dello Stato moderno perché, andando al di là di ciò che pensavano i teorici della sovranità del XVI e XVII secolo e i teorici della società civile del XVIII secolo, considera il fattore della nazionalità come preponderante.

È chiaro che quello che dico è riduttivo rispetto alla dimensione del fenomeno «nazione», e me ne scuso. Ma la riduzione che opero qui non vuole avere effetti mistificatori: il concetto di nazione è sempre contraddittorio, esalta il valore che essa impone, congiunge all’amore il dispotismo. E accorda al soggetto la cittadinanza solo se questa è accompagnata dall’alienazione e dalla soggezione. Anche quando la dimensione patriottica del concetto viene considerata come centrale, le contraddizioni permangono –abbiamo da questo punto di vista un testo formidabile, Pro Patria mori in Medieval Political Thought, di Ernst H. Kantorowicz. Per Kantorowicz, all’interno del concetto di patria si trovano due tensioni opposte che vi convivono e sono unificate sin dall’epoca medievale. Da un lato, il sentimento di vivere nella nazione, politicamente, patriotticamente, come se si fosse in un «corpo mistico»; e con essa, l’idea che tale adesione possa e debba produrre delle condotte e delle conseguenze sociali. «Coloro che dichiarano guerra al Santo Regno di Francia dichiarano guerra al Re Gesù». Dall’altro, quando lo Stato secolare esalta, attraverso il concetto di patria, la sua sovranità e il suo potere, impone anche al cittadino un’obbedienza che è un sacrificio, un’identità che lo rende generosamente disponibile allo Stato. Di conseguenza, le due dimensioni dello Stato-nazione si ritrovano nella sua genealogia, e nel concetto di patria.

Torniamo a ciò che ci interessa. Lo Stato-nazione è dunque stato la grande realtà politica prodotta dal XIX secolo, il risultato di un processo storico complesso ed eterogeneo che è stato raddoppiato da un’elaborazione teorica altrettanto complessa ed eterogenea. Lo sviluppo delle principali correnti politiche che si sono scontrate in Europa fino all’inizio del XX secolo è stato fortemente condizionato da questa imponente realtà – e questo condizionamento emerge attraverso la mediazione generale che le teorie politiche, liberali socialiste cristiane, hanno costruito nei confronti del concetto di nazione. Da questo punto di vista, sarebbe interessante sottolineare fino a che punto l’ideologia e la pratica politica del socialismo sia stata bilanciata tra internazionalismo e patriottismo, tra cosmopolitismo e nazionalismo.

Prima di arrivare alla crisi attuale, e magari discutere del risveglio dell’idea di nazione, è necessario definire degli altri elementi inclusi nella concezione che il XIX e il XX secolo hanno avuto di essa, e che completano la sua definizione originaria. Infatti, non si può comprendere la realtà dello Stato-nazione se non immergiamo il suo concetto nella storia del capitalismo moderno. Certo, non si tratta di dimenticare che in alcuni Stati europei la costituzione della nazione è stata anteriore alla nascita del capitalismo – ma questa costruzione della nazione, prodotta dalle monarchie assolutistiche come in Gran Bretagna, in Francia e in Spagna, cambia radicalmente di fronte alle caratteristiche che saranno più tardi – e una volta per tutte – fissate sull’identità etnica e culturale della nazione nel contesto dello sviluppo capitalistico. Lo Stato-nazione non ha una sola anima (per così dire – e al di là di ogni ambiguità) che sarà ideale, legata al patriottismo e alla passione dell’identità. Possiede anche un’anima che possiamo chiamare materialista – nella quale l’identità e il patriottismo trovano spesso la loro espressione attraverso l’egoismo e l’aggressività verso l’altro.

Lo Stato-nazione moderno, non dobbiamo mai dimenticarlo, nasce dal romanticismo, come una lotta contro il giacobinismo rivoluzionario e l’espansionismo napoleonico, contro l’illuminismo rivoluzionario (e le sue derive); più precisamente: traduce l’affermazione dell’identità nazionale in un principio «reazionario» nei confronti dell’universalismo, un principio cioè di differenza, e spesso di esclusione, per tutti coloro che, sotto l’aspetto del suolo o sotto l’aspetto del sangue, non ne fanno parte. Dobbiamo qui ricordare l’evoluzione del giovane Hegel – fra molti altri senza dubbio, poiché egli aderirà al giacobinismo rivoluzionario francese, arrivando poi alla consapevolezza che «la Germania non ha una metafisica» (volendo dire con ciò che la Germania non aveva uno Stato unitario sovrano). Questa idea si sviluppa più tardi, nel pensiero hegeliano della maturità, attraverso la costruzione di una dialettica tra l’economico e il politico, tra l’istanza capitalistica e l’istanza sovrana, che diviene decisiva per la costruzione del Reich tedesco e della potenza capitalistica tedesca.

È su queste basi che lo Stato nazione si lega strettamente allo sviluppo capitalistico. I grandi Stati sovrani della modernità – la Gran Bretagna e la Francia –, come ho ricordato, avevano già dato luogo all’accumulazione primitiva del capitale; essi avevano anche rovesciato la resistenza della dimensione comune e degli usi agrari pre-capitalistici favorendo il processo di accumulazione manifatturiera. Tuttavia, ben al di là di quella che è stata l’espropriazione dei commons e l’accumulazione primitiva, è solo nel quadro dello Stato-nazione moderno che le forme giuridiche, amministrative e politiche adattate alla stabilizzazione della crescita capitalistica e alla formazione dello Stato borghese si organizzano. In sintesi: l’anima contro-rivoluzionaria e anti-illuminista era stata alla base della formazione delle ideologie e della più recente formazione dello Stato-nazione; quell’anima, dunque, sotto la spinta dello sviluppo capitalistico, si incarnerà in figure che non potevano essere all’inizio del tutto prevedibili, ma che furono ben presto considerate come fondamentali nell’esercizio del potere statale e nello sviluppo del potere economico «di classe». Tali figure furono ugualmente decisive nel mantenimento dell’unità della nazione di fronte alle difficoltà dell’accumulazione e alle esplosioni della lotta di classe. È in questa situazione che lo Stato-nazione europeo esprime pienamente la sua vera vocazione. Intendo con ciò: le figure della conquista coloniale, le pratiche dell’aggressione imperialista, le produzioni ideologiche fasciste, fino ad arrivare alla produzione di mostruose macchine da guerra alle quali è stata legata l’esistenza stessa della nazione.

«L’amor di patria» – mai espressione è stata probabilmente più appropriata – ci impedisce di seguire questo filo fino alla fine e di descrivere attentamente i risultati, meglio, le derive terribili, di questo sviluppo. La barbarie del colonialismo è ben nota; la violenza delle conquiste e delle aggressioni imperialiste, di volta in volta, risorge e riappare sullo sfondo della nostra attualità; ma è sicuramente sul fascismo e sui suoi suoi deliri imperialisti che la nostra attenzione deve concentrarsi: sui milioni di morti che le guerre del XX secolo hanno lasciato alle loro spalle. E’ qui che il concetto di patria e quello di nazione prendono congedo l’uno dall’altro in maniera definitiva? Che le passioni legate all’amore per il vicinato e per questa specie di famiglia allargata che, per ciascuno di noi, il proprio paese rappresenta, non arrivano più a riconoscersi nelle avventure e nelle strutture dello Stato-nazione? Può darsi. Quello che è certo è che, a questo punto, una nuova storia del concetto inizia. Probabilmente un nuovo modo di considerarsi come cittadini è nato. Cittadini del mondo? Ancora una volta: può darsi. Alcuni lamentano oggi che il concetto di nazione è stato sconvolto e per così dire rovesciato dalle strutture del mercato globalizzato. Tuttavia, la transizione dall’economia internazionale – un’economia fondata sugli Stati-nazione e sulla loro interazione nel mercato mondiale – all’economia globalizzata, nella quale il capitale è capace di funzionare ad un livello planetario, e che riduce gli Stati-nazione al ruolo di semplici articolazioni del potere globale, questa svolta, dunque, deve essere considerata come felice. Ed è felice, se compariamo le nuove condizioni nelle quali gli uomini vivono nel contesto globalizzato alle loro condizioni quando le nazioni si massacravano a vicenda.

Non abbiamo l’illusione che queste nuove condizioni eliminino i disaccordi tra i popoli e mettano fine alle guerre. Sappiamo bene che le violenze provocate dai nazionalismi sono, a poco a poco, rimpiazzate da violenze ancora più feroci, radicate negli odi religiosi e nell’ingiunzione sacrale, e che si deve rilevare il ritorno del razzismo all’interno e all’esterno delle comunità nazionali, anche qui, in Europa. Certo: tutto ciò è terribile. Ma da qualche parte nella nostra coscienza, sentiamo che, al di là di questi episodi, un mondo nel quale tali orrori saranno impossibili ci aspetta. Il capitalismo ha creato la globalizzazione; si tratta ora di costruire a livello globale una società democratica.

Ma riprendiamo lo studio delle caratteristiche di riferimento dello Stato nazione, che tornano di nuovo. Lo Stato-nazione è stato un concetto «centripeto»: la nazione offriva in effetti al governo, ad una funzione centralizzata del comando, un carattere assoluto che garantiva il passaggio dalla decisione all’esecuzione degli atti del governo. Kantorowicz è molto chiaro: ci sono due corpi del governo. Il primo è la funzione reale, la sovranità, la nazione, che presiede alla definizione del carattere assoluto del potere sovrano, è la monarchia. Il secondo corpo vive e muore, è la contingenza e la discontinuità del governo, della rappresentanza politica, i blocchi e le interruzioni storiche della vita degli Stati – ma questo carattere «mortale» è attraversato dall’effetto sovrano che ne garantisce l’immunità e ne impedisce la decadenza. Questi due corpi, queste due funzioni del potere, oggi, nel mondo contemporaneo, sono appassiti e tendono a dissolversi almeno in parte.

Tuttavia, il concetto di Stato-nazione non si dissolve semplicemente a causa della transizione da un’economia mondiale a un’economia globalizzata, quest’ultima caratterizzata da un’interconnessione finanziaria su scala planetaria. Il declino dello Stato-nazione è stato accompagnato da un’altra transizione, che ha determinato il passaggio dal governo alla governance – una transizione che segnala l’ibridazione tra il pubblico statale e il privato del mercato ma che soprattutto rivela, tra i vari aspetti del carattere giuridico del mercato, la dimensione reale del commercio globale. Questa trasformazione sfida l’unità dei sistemi di legittimazione dello Stato-nazione, del diritto internazionale privato e pubblico, smussa la capacità del governo e iscrive ad un livello globale le figure e le funzioni degli organi di regolazione capitalistica.

Ci si potrà allora chiedere, ben al di là di tutte le ideologie e di tutte le storiografie benedette dalla nazione stessa, se la genesi e la composizione degli Stati-nazione, la loro realtà storica, non debbano a loro volta essere restituite non tanto ad un’origine che si sarebbe trasformata in telos e si sarebbe così realizzata, quanto ad una sorta di «pot-pourri» costituente indefinito – ad un nodo di incontri/scontri tra popolazioni, gruppi e forme di governo differenti; alle dinamiche contraddittorie che coinvolgono frazioni capitalistiche, maneggi aristocratici, insurrezioni democratiche; allo sviluppo discontinuo di strategie neo-mercantiliste, di manipolazioni fiscali e doganali, ecc. Ancora, per alcuni Stati-nazione più periferici, alle conseguenze e le derive dei movimenti coloniali e delle strategie imperialiste – e soprattutto ai movimenti della popolazione che ne sono determinati. Per finire, oggi, ai modi della comunicazione e del trasporto, alla porosità e alla plasticità delle frontiere, ecc. Tutte le determinazioni, non solamente naturaliste ma culturali dello Stato-nazione, sembrano di fatto dissolversi di fronte a questi sconvolgimenti e a queste trasformazioni.

Non avete l’impressione, mentre descriviamo così rapidamente la storia del concetto di Stato-nazione, che si tratta in realtà di qualcosa d’artificiale e di precario, di qualcosa che oramai appartiene a una dimensione arcaica? Che – considerato sul piano della sua genesi – è qualcosa che attiene all’azzardo, alla precarietà e all’incertezza? E al di là di questa genesi, quando si parla del declino dello Stato-nazione moderno, quando si parla dei deliri fascisti e dei milioni di vittime delle guerre, della violenza e dell’odio, che il concetto è semplicemente divenuto l’emblema di una storia terribile, quasi il segno di una rimozione radicale? E che il concetto di patria possiede a sua volta degli aspetti perversi? Non credo che ciascuno di noi possa dare una risposta pacifica a tali domande. Se però riuscissimo a rifiutare cum ira et studio di riconoscerci in questa identità, riusciremmo anche a riconoscerci in un mondo differente. Tra un attimo proveremo a discutere delle avventure di questa nuova esistenza post-moderna. Ma se, per un istante ancora, guardiamo indietro, potremmo dire oggi allo Stato-nazione quello che fu detto della fine dell’Impero romano: sul modello del «latifundia detruere imperium» – il latifundium distrusse l’Impero – oggi, «gli Stati-nazione hanno distrutto la sovranità moderna».

Proviamo ora a ragionare su quell’elemento di «nazionalità» (intendo con questa parola il riflesso pallido e nostalgico del sentimento nazionale situato nell’ideologia) che riappare oggi negli eventi che ci circondano, e soprattutto nei conflitti tra i protagonisti dell’ordine globalizzato. Sono, mi sembra, dei ritorni d’egoismo che cercano una dignità nella memoria, meglio ancora, nella nostalgia della storia nazionale. Essi trovano uno spazio propizio nella crisi che la globalizzazione sta attraversando. Alla fine del XX secolo, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del dualismo delle storie d’Occidente e d’Oriente, la globalizzazione è stata accompagnata da un grande sforzo per ricostruire nuovi sistemi giuridici e politici a livello planetario. Il fallimento delle élite mondiali nel costruire un nuovo ordine è stato tuttavia clamoroso. Ne misuriamo oggi le conseguenze – e tali conseguenze si manifestano nella crisi del mercato, nella caduta della produzione globale, nelle incertezze monetarie, nella difficoltà a controllare i movimenti della finanza… Chi avrebbe potuto prevedere che le conseguenze del nuovo ordine – che alla caduta del Muro tutti salutarono con tanta gioia – sarebbero state di questa natura?

Ne è seguita una pericolosa assenza di chiarezza nei rapporti internazionali e una serie di disaccordi, di conflitti e di incomprensioni tra i suoi attori: tutto ciò rende difficile orientarsi. All’unità dell’ordine globalizzato (scambi commerciali e finanziari) hanno fatto seguito rotture e tentativi di riconfigurazione dello stesso paesaggio globalizzato – non più attraverso gli stessi Stati-nazione ma attraverso il rapporto tra strutture continentali. All’America del Nord, alla Cina, all’Europa in divenire, all’America Latina, all’India – che conservano una certa solidità geopolitica –, corrispondono nella crisi delle basi regolate dal soft power americano dei veri cataclismi politici. Oramai i movimenti di una parte del pianeta determinano – positivamente o negativamente, a seconda dei casi – quelli di tutti gli altri elementi del sistema globalizzato. Nella crisi del sistema globale emerge, inoltre, con grande violenza, la crisi di accumulazione capitalistica e dello sviluppo delle istituzioni democratiche. Alla dimensione macro corrisponde la dimensione micro, e viceversa. La geopolitica e le crisi industriali e finanziarie, le diseguaglianze crescenti dei sistemi sociali, ecc., si rinviano a vicenda le cause e gli effetti. Potremmo proseguire a lungo in questa descrizione della crisi attuale nella sua dimensione globale, nello stesso tempo interna e esterna agli Stati. Ma le caratteristiche che ho descritto sono sufficienti, mi sembra, per comprendere la ragione per la quale, in numerosi paesi, l’esigenza di un ritorno alle politiche nazionali e i tentativi di rendere nuovamente lo Stato nazione il punto d’imputazione e di responsabilità dello sviluppo, tornano con forza alla ribalta.

La nostalgia dello Stato nazione è inutile, anzi pericolosa: la dimensione globale nella quale il capitalismo si è organizzato costituisce un quadro fisso per il movimento di tutte le istituzioni, qualunque esse siano – statali o politiche, industriali o finanziarie. Esse agiscono sul terreno globale e hanno delle enormi difficoltà a ritornare all’interno di un quadro nazionale. Un ritorno all’indietro rispetto alla globalizzazione è impossibile, anche se il caos sembra determinarne la forma. Inoltre: ogni volta che le identità nazionali riappaiono, lo fanno confondendosi con le ideologie e le pratiche religiose e fanatiche. Il patriottismo, che era una religione laica, si è trasformato in idolatria razziale o in fanatismo religioso. Se nella sua storia il nazionalismo ha avuto dei momenti creativi e ha dato luogo alla fusione di popoli e persone differenti, se il concetto di nazione in alcuni casi ha mobilitato passioni generose e un nobile senso di libertà, oggi, il concetto di nazione si presenta sotto un’altra forma: pieno di rancore, perché il ritorno al passato è difficile se non impossibile e perché tale impotenza si ritorce contro degli avversari fittizi e immaginari – dei nemici ai quali è attribuita la causa delle difficoltà attuali. Il populismo è la forma nella quale tali sentimenti duri e puri di odio si presentano. Esso non minaccia soltanto l’ordine nazionale ma, evidentemente, anche la forma democratica del governo. Si vuole trasformare la democrazia e trasformarla, ricostruirla, a partire da una regola nazionale considerata come giusta? Ma come si possono dimenticare le diseguaglianze, le divisioni di classe, le vicissitudini di una regola nazionale sempre esposta alla guerra? Oggi l’idea di nazione, poiché rinuncia all’utopia di un ordine internazionale all’insegna della globalizzazione e a quella di un ordine democratico all’insegna dell’internazionalismo democratico, ci espone semplicemente al ridicolo.

Passiamo ora a un ultimo problema. La crisi del capitalismo maturo e globalizzato esiste, non possiamo certo metterla in dubbio. Si svolge di fronte ai nostri occhi da qualche anno. E non possiamo certo dubitare delle sue conseguenze, che saranno ancora durevoli. Possiamo con ciò concludere che se la globalizzazione ha rappresentato il trionfo del capitalismo, ne costituisce anche la malattia? Una malattia letale? Non credo che si possa rispondere in maniera così definitiva e assertiva. Quello che sembra evidente è che la crisi si è instaurata precisamente là dove il potere capitalista si era affermato con maggiore determinazione, cioè su un tale livello di astrazione del potere, di distanza nei confronti dei movimenti dei cittadini che sembravano aver reso il capitale globale definitivamente autonomo dalla sua potenza – e fuori dalla portata di eventuali resistenze che si sarebbero eventualmente opposte ad esso. Ma l’autonomia e la consistenza che lo caratterizzano diventano ogni giorno più povere – povere di valore, incapaci di progresso, cieche di fronte al deteriorarsi delle condizioni dello sviluppo, insensibili alle spinte vitali e alle innovazioni cooperative. È interessante (e simbolicamente appassionante) sottolineare che la crisi finanziaria – che è legata agli effetti dell’organizzazione dell’ordine del capitale finanziario – si sviluppa essenzialmente sul terreno monetario. Sì, precisamente quella moneta che era stata così tanto legata all’immaginario nazionale. Ma è senza dubbio ancora più interessante constatare che la crisi della moneta in questione corrisponde a un meccanismo globale. Per questa ragione, non ci si può in alcun caso proteggere dalla crisi nascondendosi dietro la propria moneta nazionale – si rischierebbe puramente e semplicemente la catastrofe.

Dunque, la mia conclusione è che non possiamo fuggire dalla globalizzazione. E che, senza dubbio, la sola via di salvezza che ci permetterà anche di essere liberi sarà quella di un esodo democratico dallo Stato-nazione. Che cosa significa? Significa che se noi teniamo a quello che, nella nazione, consideriamo come positivo e creativo, se teniamo alla sua lingua e letteratura – se essa ne possiede una –, o alla sua memoria e immaginazione – se ne vale la pena – o, ancora, ai suoi paesaggi, all’odore della terra e ai suoi rilievi – che sono a volte le cose più care che abbiamo – se noi teniamo a tutto questo e a molte altre cose ancora, dovremo rinunciare a fare della nazione uno Stato. In che modo ciò sarà possibile? Non lo so.

Tuttavia, negli ultimi giorni, ho avuto tra le mani il libro di un antropologo dell’Università di Yale, James C. Scott – un libro recente il cui titolo è Zomia. The Art of Not Being Governed. «Zomia» è il termine impiegato da James C. Scott per designare tutti i territori che si trovano a un’altitudine superiore ai 300 metri, che attraversano cinque paesi (il Vietnam, la Cambogia, il Laos, la Tailandia e la Birmania) e cinque province della Cina e che vanno dalle alte valli del Vietnam alle regioni del nord-est indiano. Ci sono circa 100 milioni di persone, che appartengono a delle minoranze etniche e linguistiche di una varietà davvero «sconcertante». Bene: queste popolazioni non sono, come vorrebbero considerarle i segmenti degli Stati-nazione che le sfiorano marginalmente, una sorta di moltitudini non ancora diventate popoli. Sono delle moltitudini, sì, ma che sono precisamente fuggite da questa possibilità, che si sono sottratte alle differenti forme di oppressione che gli sono state proposte. La costruzione dello Stato-nazione nelle valli sotto il territorio di Zomia significava la schiavitù, la coscrizione (cioè il servizio militare obbligatorio), le imposte, le epidemie, le guerre. Queste moltitudini sono fuggite da tutto ciò. La crisi dello Stato-nazione ci offre come unica via di salvezza la stessa fuga che alcune popolazioni, precisamente al momento della nascita dello Stato, hanno scelto? Senza dubbio non è questa la buona soluzione, o in tutti casi non sotto questa forma. Ma dei problemi che dobbiamo affrontare non ne siamo i responsabili. Quando tali problemi si pongono è bene procedere per tentativi per provare a inventare: non un ritorno all’indietro ma una nuova sperimentazione.

 

* Traduzione dal francese di Francesco Brancaccio

 

singolarità qualunque
 
"Non esistono soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche" (U. Beck)
 


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rossana123@libero.it | 20 Oct 17:53 2014
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R: Re: invito bolognese: ven 24 ottobre <at> Sala Poeti - Strada Maggiore 45, h 9,30-18 LAVORO GRATUITO COME NUOVA FABBRICA DI SOGGETTIVITÀ

ci si vedrà senz'altro, vediamo dove e a che ora. Certo è che se arriverai in treno non potrai fermarti con l'autobus in strada maggiore perchè è chiusa.
Non so bene chi sia più masochsta, se USB o CGIL, visti i fischi che si è presa la Camusso a Terni. USB a Bologna manifesterà dopo quello che è successo sabato. Vedremo i suoi effetti materiali e immateriali (ah ah ah).
Come dici tu si ha l'impressione di vedere due entità che ripetono sempre la stessa storia, per cui alla fine entrambe operano solo su alcune  "circostanze".


----Messaggio originale----
Da: giuseppe.allegri <at> gmail.com
Data: 20/10/2014 17.19
A: "neurogreen <at> liste.comodino.org"<neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: Re: [neurogreen] invito bolognese: ven 24 ottobre <at> Sala Poeti - Strada Maggiore 45, h 9,30-18 LAVORO GRATUITO COME NUOVA FABBRICA DI SOGGETTIVITÀ

In effetti hai ragione, cara Ross! La giornata di studi è stata organizzata da mesi (mi avevano invitato praticamente quest'estate!), quindi prima che si proclamasse lo sciopero...certo che la puntualità USB nel posizionarsi il giorno prima della manifestazione camussiana del 25 sembra ripetere il già visto dei tempi andati: quando anch'io lavoravo e potevo rivendicare il fare sciopero ;-)

alla fine ci si vedrà in qualche baretto bolognese: tra la strada e l'università!? 

2014-10-20 16:09 GMT+02:00 rossana123 <at> libero.it <rossana123 <at> libero.it>:
 "Confini e misure del lavoro emergente".

Il giorno dello sciopero generale!

A BOLOGNA MANIFESTAZIONE ORE 9 PIAZZA XX SETTEMBRE

Venerdì 24 ottobre l’Unione Sindacale di Base ha proclamato lo sciopero generale nazionale di 24 ore in tutto il lavoro pubblico e privato.

 Lo sciopero è indetto contro il jobs act e le politiche  dettate dalla troika al governo Renzi sul lavoro e la pubblica amministrazione e contro il blocco dei contratti nel pubblico impiego; per l’occupazione e in difesa dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori.

 Lo sciopero coinvolgerà i lavoratori di tutti i settori pubblici e privati.

 In particolare a Bologna il trasporto  pubblico locale sciopererà dalle 8,30-16,30 e dalle 19 a fine giornata.

Le scuole di ogni ordine e grado e gli asili nido sciopereranno per l’intera giornata  e non sarà garantita l’apertura mentre nella sanità pubblica e privata saranno garantiti solo i servizi essenziali.

Nel settore della logistica si sciopererà in tutti i turni compreso quello serale.

Sciopereranno anche i lavoratori del trasporto ferroviario in particolare nella fascia dalle ore 9 alle ore 17 mentre i lavoratori del commercio e delle cooperative sociali come quelli dell’industria potranno scioperare per l’intera giornata per tutti i turni di lavoro.

In occasione dello sciopero si terrà una manifestazione che partirà alle ore 9 da Piazza XX Settembre.





rossana123@libero.it | 20 Oct 16:09 2014
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R: invito bolognese: ven 24 ottobre <at> Sala Poeti - Strada Maggiore 45, h 9,30-18 LAVORO GRATUITO COME NUOVA FABBRICA DI SOGGETTIVITÀ

 "Confini e misure del lavoro emergente".

Il giorno dello sciopero generale!

A BOLOGNA MANIFESTAZIONE ORE 9 PIAZZA XX SETTEMBRE

Venerdì 24 ottobre l’Unione Sindacale di Base ha proclamato lo sciopero generale nazionale di 24 ore in tutto il lavoro pubblico e privato.

 Lo sciopero è indetto contro il jobs act e le politiche  dettate dalla troika al governo Renzi sul lavoro e la pubblica amministrazione e contro il blocco dei contratti nel pubblico impiego; per l’occupazione e in difesa dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori.

 Lo sciopero coinvolgerà i lavoratori di tutti i settori pubblici e privati.

 In particolare a Bologna il trasporto  pubblico locale sciopererà dalle 8,30-16,30 e dalle 19 a fine giornata.

Le scuole di ogni ordine e grado e gli asili nido sciopereranno per l’intera giornata  e non sarà garantita l’apertura mentre nella sanità pubblica e privata saranno garantiti solo i servizi essenziali.

Nel settore della logistica si sciopererà in tutti i turni compreso quello serale.

Sciopereranno anche i lavoratori del trasporto ferroviario in particolare nella fascia dalle ore 9 alle ore 17 mentre i lavoratori del commercio e delle cooperative sociali come quelli dell’industria potranno scioperare per l’intera giornata per tutti i turni di lavoro.

In occasione dello sciopero si terrà una manifestazione che partirà alle ore 9 da Piazza XX Settembre.


rossana123@libero.it | 20 Oct 14:03 2014
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A proposito del concetto di Stato-nazione

http://www.euronomade.info/?p=3459

di ANTONIO NEGRI 

«Nazione» è stato, per molto tempo, un concetto difficilmente definibile al di fuori di quell’altro concetto che era lo Stato-nazione. Oggi le cose sono molto differenti.

Ma cominciamo dall’inizio, dunque precisamente dal concetto di Stato-nazione. Due elementi gli hanno dato forma: il primo, politico e giuridico, era quello di Stato; il secondo, storico, etnico e culturale, era il concetto di nazione. Tuttavia, è a partire dal concetto di Stato-nazione che la nazione è diventata una realtà, che la forza sovrana ha dato origine alla nazione. Quando parliamo di nazione, dobbiamo sempre ricordare questa genesi. In ogni caso, la «nazione» è un concetto del quale sono stati proposti vari criteri di definizione, con differenti radici ideologiche. Di solito si prova ad afferrarlo sotto tre profili.

In primo luogo, una categoria che comprende i dati naturali, per esempio l’elemento etnico (la popolazione) e l’elemento geografico (il territorio). L’elemento etnico è stato talvolta collegato con l’idea di razza, anche se il concetto di razza non dà luogo che raramente, secondo i teorici della nazione, a un’applicazione biologica. Quando era questo il caso, si trattava – non solo nel caso ignobile del nazismo – di operazioni politiche prive di ogni fondamento scientifico, in ogni caso terroriste, distruttive e aggressive.

La seconda categoria comprende fattori culturali come la lingua, la cultura, la religione e/o la continuità dello Stato. In alcuni casi può esserci una stretta relazione tra la prima e la seconda categoria: il criterio etnico e il criterio linguistico possono, per esempio, confondersi, così come il criterio politico e il criterio religioso.

Una terza categoria di elementi di definizione comprende i fattori soggettivi: la coscienza, la volontà, il sentimento nazionale. Sulla base di tali criteri, il concetto di nazione non trova il suo fondamento in qualcosa di predefinito ma, al contrario, in un atto di volontà più o meno determinabile da parte dei membri della popolazione – e ciò costituisce la nazione stessa. Per questo Ernest Renan definiva la nazione come un «plebiscito quotidiano».

Altri autori hanno stabilito una classificazione sulla base dell’opposizione tra due criteri fondamentali: un modo «naturalista» e un modo «volontarista». Spesso il naturalismo è attribuito ai pensatori tedeschi, mentre il volontarismo è qualificato quasi come un «cliché» francese… Ma la distinzione è ovviamente molta incerta – basti ricordare che Fichte, nei suoi Reden und Die Deutsche Nation, qualifica la nazione come un atto di coscienza e di volontà, e non di natura.

Che dire allora? Se ci atteniamo alla vecchia definizione dello Stato-nazione è assolutamente evidente che il concetto di nazione possiede un carattere complesso, ambiguo e difficilmente determinabile: i criteri proposti non solo si oppongono gli uni agli altri, ma spesso si sovrappongono; e anche quando la definizione del concetto di nazione vuole essere completa e precisa, deve inevitabilmente evitare o ignorare la molteplicità delle differenze e delle condizioni storiche delle quali la nazione è ancora il risultato. Si aggiunga, inoltre, che le dottrine della nazione non sono mai riuscite a determinare in maniera precisa il concetto di realtà nazionale e quello di comportamento nazionale.

Solo partendo dall’esame dello sviluppo storico del concetto di nazione si può arrivare direttamente al cuore del problema – il problema del rapporto tra lo Stato e la nazione. Si deve riconoscere che sono soprattutto le grandi unificazioni del XIX secolo (la Germania, l’Italia, ecc.) ad avere messo in evidenza un processo che provava a far coincidere la nazione con lo Stato. E’ attraverso questa identificazione che la nazione è stata considerata per molto tempo come un concetto centrale delle dottrine politiche. E’ sufficiente qui fare riferimento alle scuole storiografiche che hanno predominato in tutti i paesi europei, ma non solo: il diritto – privato e pubblico – è divenuto nel XIX secolo un’emanazione dello Stato-nazione, e tutti i concetti antagonisti, anche se molto frequenti, sono stati ridotti al silenzio. Tra il XIX e il XX secolo, das Volk, the People, la Nation hanno, per così dire, imposto al biopolitico la loro dittatura.

Si deve anche notare che la fusione tra il concetto di nazione e di Stato non sarebbe stata sufficiente per ottenere l’adesione dei cittadini e per legittimare l’obbedienza – soprattutto negli «stati di eccezione e di necessità» – se tale fusione non fosse stata, essa stessa, attraversata dal riferimento alla patria – un concetto di origini antichissime, con una lunga storia alle spalle e con un pesante fardello emotivo. Se la nazione è il frutto delle circostanze e se lo Stato è un’istituzione convenzionale, la patria è, al contrario, il risultato di una scelta – ed è questa scelta, questo giudizio di valore che ha probabilmente prodotto, tra il XVIII e il XIX secolo, la connessione culturale tra gli altri due concetti, lo Stato e la nazione. La nazione diviene una patria e lo Stato l’apparato nello stesso tempo di forza e di diritto, nel quale si afferma e si organizza la nazione, polarizzando su di sé l’amore e la devozione riservata alla patria, il sommo bene. È del tutto evidente che in questa fusione risuonano degli echi rousseauiani, e ancor di più, come vedremo, delle sonorità romantiche. Le caratteristiche dell’unificazione dei concetti di Stato e di nazione secondo Hegel sono tuttavia molto meno poetiche. Lo Stato per Hegel non è una costruzione astratta: emerge attraverso il riconoscimento di un dato economico e sociale (la società civile) e l’affermazione del principio nazionale inteso come attore della storia. Hegel è il vero teorico dello Stato moderno perché, andando al di là di ciò che pensavano i teorici della sovranità del XVI e XVII secolo e i teorici della società civile del XVIII secolo, considera il fattore della nazionalità come preponderante.

È chiaro che quello che dico è riduttivo rispetto alla dimensione del fenomeno «nazione», e me ne scuso. Ma la riduzione che opero qui non vuole avere effetti mistificatori: il concetto di nazione è sempre contraddittorio, esalta il valore che essa impone, congiunge all’amore il dispotismo. E accorda al soggetto la cittadinanza solo se questa è accompagnata dall’alienazione e dalla soggezione. Anche quando la dimensione patriottica del concetto viene considerata come centrale, le contraddizioni permangono –abbiamo da questo punto di vista un testo formidabile, Pro Patria mori in Medieval Political Thought, di Ernst H. Kantorowicz. Per Kantorowicz, all’interno del concetto di patria si trovano due tensioni opposte che vi convivono e sono unificate sin dall’epoca medievale. Da un lato, il sentimento di vivere nella nazione, politicamente, patriotticamente, come se si fosse in un «corpo mistico»; e con essa, l’idea che tale adesione possa e debba produrre delle condotte e delle conseguenze sociali. «Coloro che dichiarano guerra al Santo Regno di Francia dichiarano guerra al Re Gesù». Dall’altro, quando lo Stato secolare esalta, attraverso il concetto di patria, la sua sovranità e il suo potere, impone anche al cittadino un’obbedienza che è un sacrificio, un’identità che lo rende generosamente disponibile allo Stato. Di conseguenza, le due dimensioni dello Stato-nazione si ritrovano nella sua genealogia, e nel concetto di patria.

Torniamo a ciò che ci interessa. Lo Stato-nazione è dunque stato la grande realtà politica prodotta dal XIX secolo, il risultato di un processo storico complesso ed eterogeneo che è stato raddoppiato da un’elaborazione teorica altrettanto complessa ed eterogenea. Lo sviluppo delle principali correnti politiche che si sono scontrate in Europa fino all’inizio del XX secolo è stato fortemente condizionato da questa imponente realtà – e questo condizionamento emerge attraverso la mediazione generale che le teorie politiche, liberali socialiste cristiane, hanno costruito nei confronti del concetto di nazione. Da questo punto di vista, sarebbe interessante sottolineare fino a che punto l’ideologia e la pratica politica del socialismo sia stata bilanciata tra internazionalismo e patriottismo, tra cosmopolitismo e nazionalismo.

Prima di arrivare alla crisi attuale, e magari discutere del risveglio dell’idea di nazione, è necessario definire degli altri elementi inclusi nella concezione che il XIX e il XX secolo hanno avuto di essa, e che completano la sua definizione originaria. Infatti, non si può comprendere la realtà dello Stato-nazione se non immergiamo il suo concetto nella storia del capitalismo moderno. Certo, non si tratta di dimenticare che in alcuni Stati europei la costituzione della nazione è stata anteriore alla nascita del capitalismo – ma questa costruzione della nazione, prodotta dalle monarchie assolutistiche come in Gran Bretagna, in Francia e in Spagna, cambia radicalmente di fronte alle caratteristiche che saranno più tardi – e una volta per tutte – fissate sull’identità etnica e culturale della nazione nel contesto dello sviluppo capitalistico. Lo Stato-nazione non ha una sola anima (per così dire – e al di là di ogni ambiguità) che sarà ideale, legata al patriottismo e alla passione dell’identità. Possiede anche un’anima che possiamo chiamare materialista – nella quale l’identità e il patriottismo trovano spesso la loro espressione attraverso l’egoismo e l’aggressività verso l’altro.

Lo Stato-nazione moderno, non dobbiamo mai dimenticarlo, nasce dal romanticismo, come una lotta contro il giacobinismo rivoluzionario e l’espansionismo napoleonico, contro l’illuminismo rivoluzionario (e le sue derive); più precisamente: traduce l’affermazione dell’identità nazionale in un principio «reazionario» nei confronti dell’universalismo, un principio cioè di differenza, e spesso di esclusione, per tutti coloro che, sotto l’aspetto del suolo o sotto l’aspetto del sangue, non ne fanno parte. Dobbiamo qui ricordare l’evoluzione del giovane Hegel – fra molti altri senza dubbio, poiché egli aderirà al giacobinismo rivoluzionario francese, arrivando poi alla consapevolezza che «la Germania non ha una metafisica» (volendo dire con ciò che la Germania non aveva uno Stato unitario sovrano). Questa idea si sviluppa più tardi, nel pensiero hegeliano della maturità, attraverso la costruzione di una dialettica tra l’economico e il politico, tra l’istanza capitalistica e l’istanza sovrana, che diviene decisiva per la costruzione del Reich tedesco e della potenza capitalistica tedesca.

È su queste basi che lo Stato nazione si lega strettamente allo sviluppo capitalistico. I grandi Stati sovrani della modernità – la Gran Bretagna e la Francia –, come ho ricordato, avevano già dato luogo all’accumulazione primitiva del capitale; essi avevano anche rovesciato la resistenza della dimensione comune e degli usi agrari pre-capitalistici favorendo il processo di accumulazione manifatturiera. Tuttavia, ben al di là di quella che è stata l’espropriazione dei commons e l’accumulazione primitiva, è solo nel quadro dello Stato-nazione moderno che le forme giuridiche, amministrative e politiche adattate alla stabilizzazione della crescita capitalistica e alla formazione dello Stato borghese si organizzano. In sintesi: l’anima contro-rivoluzionaria e anti-illuminista era stata alla base della formazione delle ideologie e della più recente formazione dello Stato-nazione; quell’anima, dunque, sotto la spinta dello sviluppo capitalistico, si incarnerà in figure che non potevano essere all’inizio del tutto prevedibili, ma che furono ben presto considerate come fondamentali nell’esercizio del potere statale e nello sviluppo del potere economico «di classe». Tali figure furono ugualmente decisive nel mantenimento dell’unità della nazione di fronte alle difficoltà dell’accumulazione e alle esplosioni della lotta di classe. È in questa situazione che lo Stato-nazione europeo esprime pienamente la sua vera vocazione. Intendo con ciò: le figure della conquista coloniale, le pratiche dell’aggressione imperialista, le produzioni ideologiche fasciste, fino ad arrivare alla produzione di mostruose macchine da guerra alle quali è stata legata l’esistenza stessa della nazione.

«L’amor di patria» – mai espressione è stata probabilmente più appropriata – ci impedisce di seguire questo filo fino alla fine e di descrivere attentamente i risultati, meglio, le derive terribili, di questo sviluppo. La barbarie del colonialismo è ben nota; la violenza delle conquiste e delle aggressioni imperialiste, di volta in volta, risorge e riappare sullo sfondo della nostra attualità; ma è sicuramente sul fascismo e sui suoi suoi deliri imperialisti che la nostra attenzione deve concentrarsi: sui milioni di morti che le guerre del XX secolo hanno lasciato alle loro spalle. E’ qui che il concetto di patria e quello di nazione prendono congedo l’uno dall’altro in maniera definitiva? Che le passioni legate all’amore per il vicinato e per questa specie di famiglia allargata che, per ciascuno di noi, il proprio paese rappresenta, non arrivano più a riconoscersi nelle avventure e nelle strutture dello Stato-nazione? Può darsi. Quello che è certo è che, a questo punto, una nuova storia del concetto inizia. Probabilmente un nuovo modo di considerarsi come cittadini è nato. Cittadini del mondo? Ancora una volta: può darsi. Alcuni lamentano oggi che il concetto di nazione è stato sconvolto e per così dire rovesciato dalle strutture del mercato globalizzato. Tuttavia, la transizione dall’economia internazionale – un’economia fondata sugli Stati-nazione e sulla loro interazione nel mercato mondiale – all’economia globalizzata, nella quale il capitale è capace di funzionare ad un livello planetario, e che riduce gli Stati-nazione al ruolo di semplici articolazioni del potere globale, questa svolta, dunque, deve essere considerata come felice. Ed è felice, se compariamo le nuove condizioni nelle quali gli uomini vivono nel contesto globalizzato alle loro condizioni quando le nazioni si massacravano a vicenda.

Non abbiamo l’illusione che queste nuove condizioni eliminino i disaccordi tra i popoli e mettano fine alle guerre. Sappiamo bene che le violenze provocate dai nazionalismi sono, a poco a poco, rimpiazzate da violenze ancora più feroci, radicate negli odi religiosi e nell’ingiunzione sacrale, e che si deve rilevare il ritorno del razzismo all’interno e all’esterno delle comunità nazionali, anche qui, in Europa. Certo: tutto ciò è terribile. Ma da qualche parte nella nostra coscienza, sentiamo che, al di là di questi episodi, un mondo nel quale tali orrori saranno impossibili ci aspetta. Il capitalismo ha creato la globalizzazione; si tratta ora di costruire a livello globale una società democratica.

Ma riprendiamo lo studio delle caratteristiche di riferimento dello Stato nazione, che tornano di nuovo. Lo Stato-nazione è stato un concetto «centripeto»: la nazione offriva in effetti al governo, ad una funzione centralizzata del comando, un carattere assoluto che garantiva il passaggio dalla decisione all’esecuzione degli atti del governo. Kantorowicz è molto chiaro: ci sono due corpi del governo. Il primo è la funzione reale, la sovranità, la nazione, che presiede alla definizione del carattere assoluto del potere sovrano, è la monarchia. Il secondo corpo vive e muore, è la contingenza e la discontinuità del governo, della rappresentanza politica, i blocchi e le interruzioni storiche della vita degli Stati – ma questo carattere «mortale» è attraversato dall’effetto sovrano che ne garantisce l’immunità e ne impedisce la decadenza. Questi due corpi, queste due funzioni del potere, oggi, nel mondo contemporaneo, sono appassiti e tendono a dissolversi almeno in parte.

Tuttavia, il concetto di Stato-nazione non si dissolve semplicemente a causa della transizione da un’economia mondiale a un’economia globalizzata, quest’ultima caratterizzata da un’interconnessione finanziaria su scala planetaria. Il declino dello Stato-nazione è stato accompagnato da un’altra transizione, che ha determinato il passaggio dal governo alla governance – una transizione che segnala l’ibridazione tra il pubblico statale e il privato del mercato ma che soprattutto rivela, tra i vari aspetti del carattere giuridico del mercato, la dimensione reale del commercio globale. Questa trasformazione sfida l’unità dei sistemi di legittimazione dello Stato-nazione, del diritto internazionale privato e pubblico, smussa la capacità del governo e iscrive ad un livello globale le figure e le funzioni degli organi di regolazione capitalistica.

Ci si potrà allora chiedere, ben al di là di tutte le ideologie e di tutte le storiografie benedette dalla nazione stessa, se la genesi e la composizione degli Stati-nazione, la loro realtà storica, non debbano a loro volta essere restituite non tanto ad un’origine che si sarebbe trasformata in telos e si sarebbe così realizzata, quanto ad una sorta di «pot-pourri» costituente indefinito – ad un nodo di incontri/scontri tra popolazioni, gruppi e forme di governo differenti; alle dinamiche contraddittorie che coinvolgono frazioni capitalistiche, maneggi aristocratici, insurrezioni democratiche; allo sviluppo discontinuo di strategie neo-mercantiliste, di manipolazioni fiscali e doganali, ecc. Ancora, per alcuni Stati-nazione più periferici, alle conseguenze e le derive dei movimenti coloniali e delle strategie imperialiste – e soprattutto ai movimenti della popolazione che ne sono determinati. Per finire, oggi, ai modi della comunicazione e del trasporto, alla porosità e alla plasticità delle frontiere, ecc. Tutte le determinazioni, non solamente naturaliste ma culturali dello Stato-nazione, sembrano di fatto dissolversi di fronte a questi sconvolgimenti e a queste trasformazioni.

Non avete l’impressione, mentre descriviamo così rapidamente la storia del concetto di Stato-nazione, che si tratta in realtà di qualcosa d’artificiale e di precario, di qualcosa che oramai appartiene a una dimensione arcaica? Che – considerato sul piano della sua genesi – è qualcosa che attiene all’azzardo, alla precarietà e all’incertezza? E al di là di questa genesi, quando si parla del declino dello Stato-nazione moderno, quando si parla dei deliri fascisti e dei milioni di vittime delle guerre, della violenza e dell’odio, che il concetto è semplicemente divenuto l’emblema di una storia terribile, quasi il segno di una rimozione radicale? E che il concetto di patria possiede a sua volta degli aspetti perversi? Non credo che ciascuno di noi possa dare una risposta pacifica a tali domande. Se però riuscissimo a rifiutare cum ira et studio di riconoscerci in questa identità, riusciremmo anche a riconoscerci in un mondo differente. Tra un attimo proveremo a discutere delle avventure di questa nuova esistenza post-moderna. Ma se, per un istante ancora, guardiamo indietro, potremmo dire oggi allo Stato-nazione quello che fu detto della fine dell’Impero romano: sul modello del «latifundia detruere imperium» – il latifundium distrusse l’Impero – oggi, «gli Stati-nazione hanno distrutto la sovranità moderna».

Proviamo ora a ragionare su quell’elemento di «nazionalità» (intendo con questa parola il riflesso pallido e nostalgico del sentimento nazionale situato nell’ideologia) che riappare oggi negli eventi che ci circondano, e soprattutto nei conflitti tra i protagonisti dell’ordine globalizzato. Sono, mi sembra, dei ritorni d’egoismo che cercano una dignità nella memoria, meglio ancora, nella nostalgia della storia nazionale. Essi trovano uno spazio propizio nella crisi che la globalizzazione sta attraversando. Alla fine del XX secolo, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del dualismo delle storie d’Occidente e d’Oriente, la globalizzazione è stata accompagnata da un grande sforzo per ricostruire nuovi sistemi giuridici e politici a livello planetario. Il fallimento delle élite mondiali nel costruire un nuovo ordine è stato tuttavia clamoroso. Ne misuriamo oggi le conseguenze – e tali conseguenze si manifestano nella crisi del mercato, nella caduta della produzione globale, nelle incertezze monetarie, nella difficoltà a controllare i movimenti della finanza… Chi avrebbe potuto prevedere che le conseguenze del nuovo ordine – che alla caduta del Muro tutti salutarono con tanta gioia – sarebbero state di questa natura?

Ne è seguita una pericolosa assenza di chiarezza nei rapporti internazionali e una serie di disaccordi, di conflitti e di incomprensioni tra i suoi attori: tutto ciò rende difficile orientarsi. All’unità dell’ordine globalizzato (scambi commerciali e finanziari) hanno fatto seguito rotture e tentativi di riconfigurazione dello stesso paesaggio globalizzato – non più attraverso gli stessi Stati-nazione ma attraverso il rapporto tra strutture continentali. All’America del Nord, alla Cina, all’Europa in divenire, all’America Latina, all’India – che conservano una certa solidità geopolitica –, corrispondono nella crisi delle basi regolate dal soft power americano dei veri cataclismi politici. Oramai i movimenti di una parte del pianeta determinano – positivamente o negativamente, a seconda dei casi – quelli di tutti gli altri elementi del sistema globalizzato. Nella crisi del sistema globale emerge, inoltre, con grande violenza, la crisi di accumulazione capitalistica e dello sviluppo delle istituzioni democratiche. Alla dimensione macro corrisponde la dimensione micro, e viceversa. La geopolitica e le crisi industriali e finanziarie, le diseguaglianze crescenti dei sistemi sociali, ecc., si rinviano a vicenda le cause e gli effetti. Potremmo proseguire a lungo in questa descrizione della crisi attuale nella sua dimensione globale, nello stesso tempo interna e esterna agli Stati. Ma le caratteristiche che ho descritto sono sufficienti, mi sembra, per comprendere la ragione per la quale, in numerosi paesi, l’esigenza di un ritorno alle politiche nazionali e i tentativi di rendere nuovamente lo Stato nazione il punto d’imputazione e di responsabilità dello sviluppo, tornano con forza alla ribalta.

La nostalgia dello Stato nazione è inutile, anzi pericolosa: la dimensione globale nella quale il capitalismo si è organizzato costituisce un quadro fisso per il movimento di tutte le istituzioni, qualunque esse siano – statali o politiche, industriali o finanziarie. Esse agiscono sul terreno globale e hanno delle enormi difficoltà a ritornare all’interno di un quadro nazionale. Un ritorno all’indietro rispetto alla globalizzazione è impossibile, anche se il caos sembra determinarne la forma. Inoltre: ogni volta che le identità nazionali riappaiono, lo fanno confondendosi con le ideologie e le pratiche religiose e fanatiche. Il patriottismo, che era una religione laica, si è trasformato in idolatria razziale o in fanatismo religioso. Se nella sua storia il nazionalismo ha avuto dei momenti creativi e ha dato luogo alla fusione di popoli e persone differenti, se il concetto di nazione in alcuni casi ha mobilitato passioni generose e un nobile senso di libertà, oggi, il concetto di nazione si presenta sotto un’altra forma: pieno di rancore, perché il ritorno al passato è difficile se non impossibile e perché tale impotenza si ritorce contro degli avversari fittizi e immaginari – dei nemici ai quali è attribuita la causa delle difficoltà attuali. Il populismo è la forma nella quale tali sentimenti duri e puri di odio si presentano. Esso non minaccia soltanto l’ordine nazionale ma, evidentemente, anche la forma democratica del governo. Si vuole trasformare la democrazia e trasformarla, ricostruirla, a partire da una regola nazionale considerata come giusta? Ma come si possono dimenticare le diseguaglianze, le divisioni di classe, le vicissitudini di una regola nazionale sempre esposta alla guerra? Oggi l’idea di nazione, poiché rinuncia all’utopia di un ordine internazionale all’insegna della globalizzazione e a quella di un ordine democratico all’insegna dell’internazionalismo democratico, ci espone semplicemente al ridicolo.

Passiamo ora a un ultimo problema. La crisi del capitalismo maturo e globalizzato esiste, non possiamo certo metterla in dubbio. Si svolge di fronte ai nostri occhi da qualche anno. E non possiamo certo dubitare delle sue conseguenze, che saranno ancora durevoli. Possiamo con ciò concludere che se la globalizzazione ha rappresentato il trionfo del capitalismo, ne costituisce anche la malattia? Una malattia letale? Non credo che si possa rispondere in maniera così definitiva e assertiva. Quello che sembra evidente è che la crisi si è instaurata precisamente là dove il potere capitalista si era affermato con maggiore determinazione, cioè su un tale livello di astrazione del potere, di distanza nei confronti dei movimenti dei cittadini che sembravano aver reso il capitale globale definitivamente autonomo dalla sua potenza – e fuori dalla portata di eventuali resistenze che si sarebbero eventualmente opposte ad esso. Ma l’autonomia e la consistenza che lo caratterizzano diventano ogni giorno più povere – povere di valore, incapaci di progresso, cieche di fronte al deteriorarsi delle condizioni dello sviluppo, insensibili alle spinte vitali e alle innovazioni cooperative. È interessante (e simbolicamente appassionante) sottolineare che la crisi finanziaria – che è legata agli effetti dell’organizzazione dell’ordine del capitale finanziario – si sviluppa essenzialmente sul terreno monetario. Sì, precisamente quella moneta che era stata così tanto legata all’immaginario nazionale. Ma è senza dubbio ancora più interessante constatare che la crisi della moneta in questione corrisponde a un meccanismo globale. Per questa ragione, non ci si può in alcun caso proteggere dalla crisi nascondendosi dietro la propria moneta nazionale – si rischierebbe puramente e semplicemente la catastrofe.

Dunque, la mia conclusione è che non possiamo fuggire dalla globalizzazione. E che, senza dubbio, la sola via di salvezza che ci permetterà anche di essere liberi sarà quella di un esodo democratico dallo Stato-nazione. Che cosa significa? Significa che se noi teniamo a quello che, nella nazione, consideriamo come positivo e creativo, se teniamo alla sua lingua e letteratura – se essa ne possiede una –, o alla sua memoria e immaginazione – se ne vale la pena – o, ancora, ai suoi paesaggi, all’odore della terra e ai suoi rilievi – che sono a volte le cose più care che abbiamo – se noi teniamo a tutto questo e a molte altre cose ancora, dovremo rinunciare a fare della nazione uno Stato. In che modo ciò sarà possibile? Non lo so.

Tuttavia, negli ultimi giorni, ho avuto tra le mani il libro di un antropologo dell’Università di Yale, James C. Scott – un libro recente il cui titolo è Zomia. The Art of Not Being Governed. «Zomia» è il termine impiegato da James C. Scott per designare tutti i territori che si trovano a un’altitudine superiore ai 300 metri, che attraversano cinque paesi (il Vietnam, la Cambogia, il Laos, la Tailandia e la Birmania) e cinque province della Cina e che vanno dalle alte valli del Vietnam alle regioni del nord-est indiano. Ci sono circa 100 milioni di persone, che appartengono a delle minoranze etniche e linguistiche di una varietà davvero «sconcertante». Bene: queste popolazioni non sono, come vorrebbero considerarle i segmenti degli Stati-nazione che le sfiorano marginalmente, una sorta di moltitudini non ancora diventate popoli. Sono delle moltitudini, sì, ma che sono precisamente fuggite da questa possibilità, che si sono sottratte alle differenti forme di oppressione che gli sono state proposte. La costruzione dello Stato-nazione nelle valli sotto il territorio di Zomia significava la schiavitù, la coscrizione (cioè il servizio militare obbligatorio), le imposte, le epidemie, le guerre. Queste moltitudini sono fuggite da tutto ciò. La crisi dello Stato-nazione ci offre come unica via di salvezza la stessa fuga che alcune popolazioni, precisamente al momento della nascita dello Stato, hanno scelto? Senza dubbio non è questa la buona soluzione, o in tutti casi non sotto questa forma. Ma dei problemi che dobbiamo affrontare non ne siamo i responsabili. Quando tali problemi si pongono è bene procedere per tentativi per provare a inventare: non un ritorno all’indietro ma una nuova sperimentazione.

 

* Traduzione dal francese di Francesco Brancaccio

Giuseppe Allegri | 20 Oct 13:20 2014
Picon

invito bolognese: ven 24 ottobre <at> Sala Poeti - Strada Maggiore 45, h 9,30-18 LAVORO GRATUITO COME NUOVA FABBRICA DI SOGGETTIVITÀ

Car <at> ,
mi permetto di girarvi l'invito a una giornata di presentazione dell'ultimo numero della rivista Sociologia del Lavoro, n. 133/2014, dedicato a "Confini e misure del lavoro emergente".

sotto il programma e il link.

Un abbraccio,
peppe


http://www.sde.unibo.it/it/eventi/fffcfree-and-unpaid-work-gratuity-collaborative-activity-and-precariousness

FREE AND UNPAID WORK,GRATUITY, COLLABORATIVE ACTIVITY AND PRECARIOUSNESS

Processes of Subjectivity in the Age of Digital Production

24/10/2014 dalle 09:30 alle 19:00

Dove Sala Poeti - Strada Maggiore 45

Partecipanti PROGRAMMA
ore 9.30 - Saluti e benvenuto – Giovanni Pieretti (Direttore del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna) e Michele La Rosa (Direttore della Rivista Sociologia del lavoro)

Introduzione al tema dei lavori: Eran Fisher (via SKYPE)

Prima sessione - ore 10
LAVORO GRATUITO COME NUOVA FABBRICA DI SOGGETTIVITÀ [FREE AND UNPAID WORK AS NEW FACTORY OF SUBJECTIVITY]
Introduzione e coordinamento Federico Chicchi
- Mauro Turrini, Marco Savioli e Federico Chicchi - Soggettività intermittenti. Un’inchiesta sulla scomposizione del lavoro nell’ambito delle industrie creative
- Discussant: Antonella Corsani - discussione in aula
- Annalisa Murgia, Luca Zambelli e Maurizio Teli - Ai confini dei libri, tra passione e lavoro. Mettersi in rete per resistere alla precarietà
- Discussant: Cristina Morini – discussione in aula
- Salvatore Cominu e Kristin Carls - Lavoratori sociali, dal dono alla gratuità eterodiretta. Riflessioni ai margini di una mobilitazione di lavoratrici e lavoratori delle cooperative sociali
Discussant: Andrea Fumagalli - discussione in aula

PAUSA PRANZO

Seconda sessione - ore 14,30
- Marco Briziarelli (via SKYPE) - The Dialectics of Voluntariat 2.0: Producing Neoliberal Subjectivity through Facebook
- Anna Cossetta e Sergio Labate – Il lavoro gratuito in rete: tra paradossi del dono e del riconoscimento
Discussant: Maurizio Teli - discussione in aula
Conclusioni e rilanci Emiliana Armano

PAUSA CAFFÈ

Ore 16,30 – CAPITALISMO E CRISI: DEBITO, LAVORO GRATUITO, PRECARIETÀ [CAPITALISM AND CRISIS: DEBT, FREE WORK, PRECARIOUSNESS]
Introducono e coordinano Elisabetta Risi ed Emanuele Leonardi
Intervengono: Andrew Ross, Sergio Bologna [interviene a video], Christian Marazzi
Conclusioni e rilanci: Beppe Allegri e Roberto Ciccarelli


Rattus Norvegicus | 19 Oct 07:48 2014
Picon

The Internet's own boy

Tra le molte considerazioni che il bel film documentario di 
Knoppenberger su Aroon Swartz si tira dietro, spicca quella della 
determinazione, dell'accanimento con cui le istituzioni USA hanno 
perseguito l'obiettivo di distruggere moralmente e psichicamente Aroon 
Swartz. Nelle nostre società lo stato abdica assai  frequentemente e 
con modalità spesso arbitrarie alle sue funzioni di giudizio e di pena. 
Vuoi per i costo dei lavori giudiziari vuoi per l'affollamento delle 
carceri, spesso gli apparati della giustizia non vedono o fingono di 
non vedere. Se pure vedono, non approfondiscono. Quando gli eventi non 
sono sui giornali e non fanno rumore, spesso la macchina si ferma alle 
indagini preliminari.  

Proprio per questo la vicenda Swartz non può 
essere considerata casuale. 
Il fatto che Aroon avesse scaricato un 
enorme archivio di articoli scientifici (JSTOR) provenienti del MIT 
sarebbe potuto tranquillamente passare in giudicato. Non c'erano i 
termini per parlare seriamente di "crimine informatico". 

Forse la 
cosa che mi ha più impressionato del documentario è stata una delle 
dichiarazioni del padre di Aroon, che senza arroganza né risentimenti 
ha affermato che la difesa legale di Aroon era costata alla famiglia, 
fino al momento del suicidio, oltre un milione di dollari. 

Casomai, 
quando si ragiona sulla depressione di Swartz ci sarebbe da domandarsi 
quale attività dell'inconscio collettivo riesca a trasformare i 
comprensibili sentimenti di rabbia e frustrazione scatenati da una 
volgarissima persecuzione politico giudiziaria in un fenomeno 
classificabile in nosografia sotto il termine di "depressione". Detto 
in altri termini, non si capisce perché i problemi oggettivi che quella 
persecuzione scatenava nella vita di Aroon siano stati del tutto 
rimossi, per lasciar filtrare l'ipotesi di un disagio psichico. Ciò che 
è peggio, lo stesso Aroon, evidentemente sotto pressione, s'era 
convinto di essere malato. Questo è un aspetto che il documentario non 
esplora adeguatamente.

Un altro limite del documentario sta  nel non 
indagare a sufficienza il lavoro di lobby che spingeva avanti la 
persecuzione. Di questo lavoro sporco fa parte anche l'isolamento 
politico che ha circondato Aroon nel corso della causa. Tralasciamo 
l'ipotesi che vi sia stato una sorta di "pianto del coccodrillo" su 
Swartz da parte dei guru dell'informatica open access come Lessig o 
Khale.( Questo è, in effetti, uno dei "rumors" che si sono maggiormente 
diffusi negli ambienti hacker dopo la morte del giovane programmatore. 
Ma non abbiamo materia per sparare sentenze). Può darsi che Lessig non 
abbia fatto sentire il suo "peso" politico con una esplicita presa di 
posizione in difesa di Swartz. Ma devono essere decisamente più duri i 
giudizi contro il MIT, parte lesa, che non ha alzato un dito in favore 
di Swartz, che pure aveva agito per difendere i principi di 
"pubblicità" della scienza che il MIT da decenni afferma di sostenere.

In ogni caso, tutto questo difficilmente si riesce a spiegare con un 
manipolo di giudici bacchettoni in cerca di gloria nella loro battaglia 
contro il crimine informatico. Deve esserci dell'altro.

Il 
documentario effettivamente lascia intendere, sia pure a sprazzi, che 
il problema era politico. Il manifesto di Eremo suonava come una sfida 
esplicita e pesante contro le lobby politiche ed economiche che fanno 
profitti sull'attività scientifica e la proprietà intellettuale.

Per 
molto versi il caso Swartz, in termini di lettura politica, si rivela 
una vera cartina tornasole per capire le problematiche politiche che 
ruotano intorno alla proprietà intellettuale. Per certi versi è perfino 
più illuminante della vicenda Wikileaks e del datagate per comprendere 
le vere ragioni del controllo sulla circolazione libera delle 
informazioni. Stupisce che, perfino a fronte di queste evidenze, ci sia 
chi accusa la cyberculture di astrazione metafisica e di scarsa 
efficacia nella lotta politica.

Questa dovrebbe essere la versione 
sottotitolata in italiano del docuemntario:

http://www.opensubtitles.org/it/subtitles/5790417/the-internet-s-own-boy-the-story-of-aaron-swartz-it

rattus

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

singolarità qualunque | 17 Oct 22:10 2014
Picon

Graeber

Cr*,
 

Graeber a proposito della resistenza curda

Pubblicato il 11 ottobre 2014 · in Interventi ·

[L'antropologo David Graeber ha appena pubblicato un articolo in cui sostiene da una prospettiva libertaria e antiautoritaria la lotta dei combattenti curdi del PKK e delle combattenti del YJA Star e l'esperimento autogestionario nella zona di Rojava, sollevando una serie di parallelismi con le vicende della Guerra civile spagnola del 1936 (dall'importanza della lotta condotta dalle donne curde alle strategie di non intervento dei paesi circostanti). David Graeber, che ha pubblicato svariati libri in italiano, ha concesso a Carmilla la facoltà di riprendere in traduzione italiana il suo articolo, comparso in originale qui. La traduzione italiana del testo - fatte salve poche modifiche, è stata recuperata da questo link.] A.P.

Nel 1937, mio padre si arruolò volontario per combattere nelle Brigate Internazionali in difesa della Repubblica Spagnola. Quello che sarebbe stato un colpo di Stato fascista era stato temporaneamente fermato da un sollevamento dei lavoratori, condotto da anarchici e socialisti, e nella maggior parte della Spagna ne seguì una genuina rivoluzione sociale che portò intere città sotto il controllo di sistemi di democrazia diretta, le fabbriche sotto la gestione operaia e le donne ad assumere sempre più potere.

I rivoluzionari spagnoli speravano di creare la visione di una società libera cui il mondo intero avrebbe potuto ispirarsi. Invece, i poteri mondiali dichiararono una politica di “non intervento” e mantennero un rigoroso embargo nei confronti della repubblica, persino dopo che Hitler e Mussolini, apparenti sostenitori di tale politica di “non intervento”, iniziarono a fare affluire truppe e armi per rinforzare la fazione fascista. Ne risultarono anni di guerra civile terminati con la soppressione della rivoluzione e con uno dei più sanguinosi massacri del secolo.

Non avrei mai pensato di vedere, nel corso della mia vita, la stessa cosa accadere nuovamente. Ovviamente, nessun evento storico accade realmente due volte. Ci sono infinite differenze fra quello che accadde in Spagna nel 1936 e quello che sta accadendo ora in Rojava, le tre province a larga maggioranza curda nel nord della Siria. Ma alcune delle somiglianze sono così stringenti e così preoccupanti che credo sia un dovere morale per me, cresciuto in una famiglia le cui idee politiche furono in molti modi definite dalla Rivoluzione spagnola, dire: non possiamo fare sì che tutto ciò finisca ancora una volta allo stesso modo.

La regione autonoma del Rojava, così come esiste oggi, è uno dei pochi raggi di luce – un raggio di luce molto luminoso, a dire il vero – a emergere dalla tragedia della Rivoluzione siriana. Dopo aver scacciato gli agenti del regime di Assad nel 2011, nonostante l’ostilità di quasi tutti i suoi vicini, il Rojava non solo ha mantenuto la sua indipendenza, ma si è configurato come un considerevole esperimento democratico. Sono state create assemblee popolari che costituiscono il supremo organo decisionale, consigli che rispettano un attento equilibrio etnico (in ogni municipalità, per esempio, le tre cariche più importanti devono essere ricoperte da un curdo, un arabo e un assiro o armeno cristiano, e almeno uno dei tre deve essere una donna), ci sono consigli delle donne e dei giovani, e, in un richiamo degno di nota alle Mujeres Libres della Spagna, c’è un’armata composta esclusivamente da donne, la milizia “YJA Star” (l’”Unione delle donne libere”, la cui stella nel nome si riferisce all’antica dea mesopotamica Ishtar), che ha condotto una larga parte delle operazioni di combattimento contro le forze dello Stato Islamico.

Come può qualcosa come tutto questo accadere ed essere tuttavia perlopiù ignorato dalla comunità internazionale, persino, almeno in gran parte, dalla sinistra internazionale? Principalmente, sembra, perché il partito rivoluzionario del Rojava, il PYD, lavora in alleanza con il turco Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), un movimento combattente marxista impegnato sin dagli anni Settanta in una lunga guerra contro lo Stato turco. La Nato, gli Stati Uniti e l’Unione Europea lo classificano ufficialmente come “organizzazione terroristica”. Nel frattempo, l’opinione di sinistra lo descrive spesso come Stalinista.

Ma, in realtà, il PKK non assomiglia neppure lontanamente al vecchio, organizzato verticalmente, partito Leninista che era una volta. La sua evoluzione interna, e la conversione intellettuale del suo fondatore, Abdullah Ocalan, detenuto in un’isola-prigione turca dal 1999, lo hanno condotto a cambiare radicalmente i propri scopi e le proprie tattiche.

Il PKK ha dichiarato che esso non cerca nemmeno più di creare uno Stato curdo. Invece, ispirato in parte dalla visione dell’ecologista sociale e anarchico Murray Bookchin, ha adottato una visione di “municipalismo libertario”, invitando i curdi a formare libere comunità basate sull’autogoverno, basate sui principi della democrazia diretta, che si federeranno tra loro aldilà dei confini nazionali – che si spera che col tempo diventino sempre più privi di significato. In questo modo, suggeriscono i curdi, la loro lotta potrebbe diventare un modello per un movimento globale verso una radicale e genuina democrazia, un’economia cooperativa e la graduale dissoluzione dello stato-nazione burocratico.

A partire dal 2005 il PKK, ispirato dalla strategia dei ribelli zapatisti in Chiapas, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nei confronti dello Stato turco e ha iniziato a concentrare i propri sforzi nello sviluppo di strutture democratiche nei territori di cui già ha il controllo. Alcuni si sono chiesti quanto realmente sinceri siano questi sforzi. Ovviamente, elementi autoritari rimangono. Ma quello che è successo in Rojava, dove la Rivoluzione siriana ha dato ai curdi radicali la possibilità di condurre tali esperimenti su territori ampi e confinanti fra loro, suggerisce che tutto ciò è tutt’altro che un’operazione di facciata. Sono stati formati consigli, assemblee e milizie popolari, le proprietà del regime sono state trasformate in cooperative condotte dai lavoratori – e tutto nonostante i continui attacchi dalle forze fasciste dell’ISIS. Il risultato combacia perfettamente con ogni definizione possibile di “rivoluzione sociale”. Nel Medio Oriente, almeno, tali sforzi sono stati notati: particolarmente dopo che il PKK e le forze del Rojava per combattere efficacemente e con successo nei territori dell’ISIS in Iraq per salvare migliaia di rifugiati Yezidi intrappolati sul Monte Sinjar dopo che le locali milizie peshmerga avevano abbandonato il campo di battaglia. Queste azioni sono state ampiamente celebrate nella regione, ma, significativamente, non fecero affatto notizia sulla stampa europea o nord-americana.

Ora, l’ISIS è tornato, con una gran quantità di carri armati americani e di artiglieria pesante sottratti alle forze irachene, per vendicarsi contro molte di quelle stesse milizie rivoluzionarie a Kobané, dichiarando la loro intenzione di massacrare e ridurre in schiavitù – si, letteralmente ridurre in schiavitù – l’intera popolazione civile. Nel frattempo, l’armata turca staziona sui confini, impedendo che rinforzi e munizioni raggiungano i difensori, e gli aeroplani americani ronzano sopra la testa compiendo occasionali, simbolici bombardamenti dall’effetto di una puntura di spillo, giusto per poter dire che non è vero che non fanno niente contro un gruppo in guerra con i difensori di uno dei più grandi esperimenti democratici mondiali.

Se oggi c’è un analogo dei Falangisti assassini e superficialmente devoti di Franco, chi potrebbe essere se non l’ISIS? Se c’è un analogo delle Mujeres Libres di Spagna, chi potrebbero essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobané? Davvero il mondo – e questa volta, cosa più scandalosa di tutte, la sinistra internazionale, si sta rendendo complice del lasciare che la storia ripeta se stessa?


singolarità qualunque
 
"Non esistono soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche" (U. Beck)
 


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Gmane