bensons@libero.it | 26 May 12:53 2016
Picon

Argo Panoptes e la lotta di classe asimmetrica. Una conversazione con Joe Vannelli


http://www.radiocane.info/argo-panoptes/
giuseppe-1955@libero.it | 25 May 21:21 2016
Picon

R: Re[3]: ieri APaz avrebbe fatto 60 anni...

perché Roma è una città libera e democratica adesso? che l'Isis se la prenda pure...


----Messaggio originale----
Da: mcsilvan_ <at> libero.it
Data: 25/05/2016 20.59
A: "neurogreen <at> liste.comodino.org"<neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: Re[3]: [neurogreen] ieri APaz avrebbe fatto 60 anni...

Mamma mia sono tornato a casa accendo tv c'è la figliola di Berlinguer che rivendica il padre, la Serracchiani che si accrediterebbe come nipotina, poi ci sarebbe chi protesterebbe pure se l'Isis si prendesse Roma

--
Inviato da Libero Mail per Android

mercoledì, 25 maggio 2016, 11:03AM +02:00 da Giuseppe Allegri <giuseppe.allegri <at> gmail.com>:

dici bene, cara Ross, qui non ce la possiamo fare...questa insopportabile nostalgia del pci, anche tra i più giovani, oltre che per i loro nonni e padri, che siano al governo in maggioranza, nella minoranza di governo, all'opposizione, fuori dal parlamento, sui giornali, è tutto un rimpiangere berlinguer, ora anche togliatti, oggi mi pare De Giovanni, quindi Ingrao e il pci tutto...

ci sarebbe da scrivere un "contro berlinguer" come qualcuno, con molto azzardo e però piacere, scrisse "contro pasolini"... mah...

2016-05-24 19:20 GMT+02:00 giuseppe-1955 <at> libero.it <giuseppe-1955 <at> libero.it>:
mai coperte:-)

----Messaggio originale----
Da: rossana <rossana123 <at> fastwebnet.it>
Data: 24/05/2016 18.46

A: <neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: Re: [neurogreen] ieri APaz avrebbe fatto 60 anni...

beh dai, ci sono anche app che portano le università sul cellulare. Che vuoi di più?


Il 24/05/2016 18:13, giuseppe-1955 <at> libero.it ha scritto:
università? ci sono ancora?


----Messaggio originale----
Da: rossana <rossana123 <at> fastwebnet.it>
Data: 24/05/2016 18.04
A: <neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: Re: [neurogreen] ieri APaz avrebbe fatto 60 anni...

già, ma si può sempre creare una start-up. Non è lo slogan di moda all'università?

Il 24/05/2016 17:46, giuseppe-1955 <at> libero.it ha scritto:
ma le conseguenze di questi giochini sono reali...


----Messaggio originale----
Da: rossana <rossana123 <at> fastwebnet.it>
Data: 24/05/2016 17.37
A: <neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: Re: [neurogreen] ieri APaz avrebbe fatto 60 anni...

qui la storia c'entra poco, ormai in Italia si gioca con le figurine.  Puoi barare, puoi incazzarti, puoi esultare, ma è diventato tutto un gioco.


Il 24/05/2016 17:16, giuseppe-1955 <at> libero.it ha scritto:
ritorno a Berlinguer? e la storia del secondo Novecento non la studia più nessuno?


----Messaggio originale----
Da: rossana <rossana123 <at> fastwebnet.it>
Data: 24/05/2016 17.13
A: <neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: Re: [neurogreen] ieri APaz avrebbe fatto 60 anni...

tutto questo revival di berlinguer da renzi ai 5S ai vecchi del pc e SI, ognuno che dice guai a chi lo tocca, vuo dire che non ce la possiamo fare. Altrochè Bruxelles....Parigi e chissà

Il 24/05/2016 17:03, mcsilvan_ <at> libero.it ha scritto:

Berlinguerismo malattia senile dell'anticomunismo

--
Inviato da Libero Mail per Android

martedì, 24 maggio 2016, 04:51PM +02:00 da rossana <rossana123 <at> fastwebnet.it>:

bella peppe

https://www.youtube.com/watch?v=55DVV1sCgt8&list=RD55DVV1sCgt8#t=127

e va bene, un soldo per ng si può dare, ciao



Il 24/05/2016 12:04, Giuseppe Allegri ha scritto:
così vi posto questi auguri, oggi che tutti si rivendicano berlingueristi...
e approfitto per dire a Ema che mi consideri della ballotta dei sottoscrittori!
Un abbraccio,
peppe

e parto con un ricordo di Tanino Liberatore:
http://www.wired.it/play/fumetti/2016/05/20/tanino-liberatore-ricordo-andrea-pazienza/

Buon compleanno vecchio Paz, che ne avresti fatti 60 oggi!
«La vecchiezza è una Roma, senza burle e senza ciance, che non prove richiede dall'attore, ma una completa, autentica rovina» (Gli ultimi giorni di Pompeo – Fino all'estremo).
E allora ricordarti così, mentre scrivi alla redazione di Linus e Alter, ultimo scorcio del 1977: «... e così "la città futura", il settimanale dei giovani berlingueristi, esce nel numero 9 con un servizio su Bologna (la città presente). Non è un servizio sensazionale [...] Non è niente di eccezionale, lo sappiamo, i mostri si riproducono all'infinito. Mi sono incazzato (mi vergogno di essermi stupito) perché tutti quei discorsi stampati su piombo erano impaginati in maniera egregia e, per come si dice alleggerirli, Adornato e gli altri hanno pensato bene di schiaffare in alto a destra il mio amico Pentothal di aprile. Non voglio commentare ancora, io credo che tu non li abbia autorizzati, ne sono sicuro, e allora pretendo che si scusino, loro che sono educati, che precisino, loro che sono precisi, e che paghino, loro che non hanno mai pagato. Io sto da un'altra parte. Che trovino tra le loro fila gli illustratori, gli scrittori, i musicisti, i poeti, i cantori del compromesso storico, dei carri armati, del lavoro, della Siberia».
Loro che non hanno mai pagato, oramai vecchissimi e nuovissimi berlingueristi, di lotta e di governo, imperituri can
tori del compromesso storico, dei carri armati, del lavoro, della Siberia, caro giovanissimo, amato APaz, che sempre più ci manchi, sotto il sole infuocato di San Menaio, all'ombra barocca di Roma, tra i palmizi di San Benedetto del Tronto, nei pressi del lungomare di Pescara, nelle viuzze di Montepulciano...


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Rattus Norvegicus | 25 May 17:35 2016
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R: Re: L'alba dei Robot


Grazie Ben,
sono un po' commosso. Forse è vero che qualche volta 
ho brontolato all'indirizzo del manfo, ma in ogni caso l'ho sempre 
considerato l'unico giornale veramente degno di essere letto in Italia. 
Quindi, davvero, un onore. 

Per quanto mi riguarda il pezzo è a 
completa disposizione del giornale. Devo fare però due precisazioni. La 
prima è che neurogreen andrebbe menzionata perché le cose che scriviamo 
qui sono parte a tutto e a tutti. La seconda è che si tratta di un 
pezzo che appartiene a un progettino di lavoro, di cui forse hai saputo 
qualcosa, concepito e realizzato a due teste e a quattro mani. Il testo 
l'ho messo a nome di rattus ma Fabrizio Fassio ne è coautore a tutti 
gli effetti. Quindi se esce sul giornale va messo a nome di entrambi. E 
visto che stiamo aggiustando gli ultimi capitoli delle sudate carte, 
sarebbe bello menzionare almeno il titolo del nascituro, che è "I 
visionari".
Ultimo ma non l'ultimo, ho già visto tre o quattro refusi 
gravi e una svista logica grossa. Quindi, sebbene sono sicuro che li 
hai beccati prima di me, sarei contento di aggiustarli e mandarti la 
cosa corretta in pvt. (Su cui poi ovviamente intervenite come 
credete). 

un abbraccio

rat

rat

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ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana | 25 May 15:37 2016
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Testo di Lettere agli eretici

https://ia902501.us.archive.org/0/items/EnricoBerlinguerLettereAgliEretici/Enrico%20Berlinguer%20%20Lettere%20agli%20eretici.pdf

da Lettera VII: Una missione di fiducia (ad Antonio Negri)

(7) Di Antonio Negri la data di nascita non è certa. Ha frequentato « la 
scuola del movimento », rimanendo poi sempre « a contatto con la realtà 
di classe », seppur talvota « in modo faticoso ed asmatico ». E' il 
massimo esponente italiano dell' « essere contro, essere per ed essere 
con » e non nutre dubbio alcuno circa « la ricchezza dei suoi bisogni e 
desideri ». Predilige il « proletario sporco che parla di comunismo » e 
non gli imposrta se esso si presenta nella veste tradizionale di « 
operaio con magliette a strisce » o in quella più aggiornata di freak. 
Ispiratore teorico dei gruppi cosiddetti autonomi.

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Rattus Norvegicus | 25 May 10:22 2016
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L'alba dei Robot


Qualche appunto- 
Graditissime le critiche le obiezioni,  le verdure.

ciao

Rattus

___________________________

L'ALBA DEI ROBOT

«Se ad 
esempio l'applicazione universale della tecnologia dovesse creare le 
premesse della 'società senza lavoro' sarà necessaria una grande 
attenzione per individuare gli strumenti migliori per un'equa 
distribuzione dei benefici del nuovo sistema economico. I metodi 
tradizionali porterebbero  semplicemente i profitti a poche persone e 
minimi benefici a una frustrata maggioranza. La rivoluzione elettronica 
sarà stata veramente rivoluzionaria se sarà riuscita a creare una 
società equa, con un alto livello di democrazia industriale e con 
possibilità di realizzazione creativa per tutti». 

Alexander King

('Rivoluzione microelettronica' pag. 
306)                                                       

Negli 
ultimi mesi ha provocato un certo scalpore in Italia un articolo del 
saggista britannico John Lanchester pubblicato dalla London Review of 
Books e tradotto in italiano da “Internazionale”. Intitolato “Il 
capitalismo dei Robot”, l'articolo di Lanchester consta di una 
documentata analisi della situazione planetaria del lavoro sotto la 
pressione dello sviluppo  tecnologico e dell’automazione. Tra i dati 
più spettacolari presentati da Lanchester spiccano la netta vittoria di 
Watson, ultimo software IBM in materia di intelligenza artificiale, al 
gioco a quiz televisivo Jeopardy!,  i successi del traduttore di Google 
e l'annuncio di Terry Gou, fondatore di Foxconn, della sua intenzione 
di sostituire con dei robot il milione di dipendenti della celebre 
azienda elettronica. Come scrive Lanchester: 

«Se mettiamo insieme 
tutte queste cose, possiamo iniziare a capire perché molte persone 
pensano che sia in arrivo un grande cambiamento basato sull'influenza 
dell'informatica e della tecnologia sulla nostra vita quotidiana»

Che 
molte persone pensino qualcosa del genere è senz'altro vero, basti 
citare titoli di grande successo come “Postcapitalismo” di Mason o 
altri importanti lavori pubblicati recentemente come “Rise of robots” 
di Martin Ford.  Sul palco delle Ted conference, seguite da centinaia 
di migliaia di persone sui canali video di youtube, si susseguono 
giovani e brillanti pensatori che, nel nome del reddito di 
cittadinanza, snocciolano grafici e tabelle che rivelano impietosamente 
il trend progressivo e inesorabile della fine del lavoro sotto la 
pressione dell'automazione. In Italia il giornalista Riccardo Staglianò 
ha pubblicato un libro intitolato significativamente “Al posto tuo”  in 
cui denuncia i meccanismi attraverso cui le macchine informatiche 
stanno progressivamente privando del lavoro categorie fino a qualche 
tempo fa considerate intoccabili: assicuratori, autotrasportatori, 
farmacisti, insegnanti, marittimi.
È arrivato il momento di chiedersi  
se analisi di questo genere facciano proprio ora, per la prima volta, 
la loro apparizione nella storia delle idee o, piuttosto, vengano 
riproposte in modo abbastanza ciclico, ad ogni nuovo giro di giostra. 
Inutile dire che si rilevano fatti abbastanza consistenti a favore di 
questa seconda ipotesi. Per esempio, possiamo soffermarci su questa 
citazione tratta da un discorso del premio Nobel per l'economia Wassily 
Leontief:

«Il ruolo degli esseri umani come fattore più importante del 
processo produttivo è destinato a diminuire nella stessa misura in cui, 
nel settore agricolo, quello del cavallo è prima diminuito, poi 
completamente scomparso, in seguito all'adozione massiccia del 
trattore». 

Bene. Questa affermazione - del tutto condivisibile -  
venne pronunciata da Leontief nel corso di un convegno del 1983. È 
stata poi citata in un celebre libro di Jeremy Rifkin del 1995 
intitolato “La fine del lavoro” e oggi ricompare - a distanza di oltre 
trent'anni dalla sua prima enunciazione - nell'articolo di Lanchester 
pubblicato in Italia su Internazionale.

Le cose sono due: o dai tempi 
di quella affermazione di Leontief il motore della storia s'è imballato 
e le ruote della critica girano a vuoto, oppure dev'esserci qualcosa 
che ci sfugge ed è necessario comprendere. Se andiamo a guardare i 
ragionamenti in materia di sostituzione del lavoro da parte dei robot 
troviamo un quadro che non è affatto diverso. Rifkin scriveva in 
proposito nel 1995 che:

“Più del 75% della forza lavoro occupata nella 
maggior parte della nazioni industrializzate svolge funzioni ripetitive 
semplici. Macchine automatizzate, robot, e computer sempre più 
sofisticati possono eseguire molte, se non la maggior parte di tali 
mansioni. Nei soli Stati Uniti, ciò significa che nei prossimi anni più 
di 90 dei 124 milioni di individui che costituiscono la forza lavoro 
sono potenzialmente esposti al rischio di essere sostituiti da una 
macchina”.

L'ottimo Lanchester, nel recente articolo di cui si è 
detto, pur con qualche comprensibile diversità di cifre, si trova a 
ribadire sostanzialmente lo stesso concetto. Dopo aver riportato i dati 
di una ricerca di alto profilo realizzata recentemente a Oxford dagli 
economisti Carl  Benedikt Frey e Michael Osborne, egli scrive:

“Nel 
giro di una ventina d'anni il 47 per cento dei posti di lavoro 
rientrerà nella categoria ad alto rischio. Cioè sarà potenzialmente 
automatizzabile”.

Tutto bene, escluso il fatto che, in questo caso, 
tra le due affermazioni sull'erosione del lavoro, quella di Rifkin e 
quella di Lanchester, sono trascorsi  vent'anni. Non sono pochi. E le 
due affermazioni non sono molto diverse.
La possibilità che si tratti 
di affermazioni prive di consistenza è a nostro giudizio estremamente 
remota, se non del tutto inesistente. Si tratta di analisi serie, che 
descrivono delle tendenze in atto nel mondo del lavoro su cui è molto 
difficile equivocare. Diviene allora estremamente interessante capire 
per quale incantesimo si ripresentino ciclicamente, come fossero novità 
dell'ultim’ora, senza riuscire ad entrare in modo stabile nelle nostre 
strategie politiche e nella nostra vita personale, con tutto quello che 
ne consegue in termini di disagio sociale ed errori strategici nelle 
politiche della sinistra. 

Paul Mason in un articolo del 17 Febbraio 
del 2016 uscito sul Guardian si trova involontariamente  a dare una 
risposta a questo paradosso quando afferma che, nel lavoro di 
previsione di Frey e Osborne di cui si discuteva qualche riga sopra, si 
sostiene che le forme di occupazione indicate sono “suscettibili” di 
sostituzione a mezzo di macchine. Il problema, secondo Mason, è 
nascosto nell'espressione “suscettibili”. Quelle forme di occupazione 
sono sostituibili ma probabilmente non saranno interamente sostituite 
per la semplice ragione che, almeno in parte, si preferirà continuare 
distribuire lavori inutili, male organizzati e a bassissima 
retribuzione. La sostituzione del lavoro umano da parte delle macchine 
avviene cioé in un modo per così dire “strisciante” e non privo di 
sottili discriminazioni.

L'idea siano in corso processi di questo 
genere genere è stata recentemente sostenuta dall'antropologo David 
Graeber che, in un articolo intitolato “Il secolo del lavoro inutile”, 
ha saputo mettere in evidenza la proliferazione di lavori non 
necessari:

«Enormi schiere di persone, soprattutto in Europa e 
Nordamerica, trascorrono tutta la loro vita professionale eseguendo 
compiti che segretamente ritengono inutili. I danni morali e spirituali 
che derivano da questa situazione sono profondi».

 Qualcosa di simile 
deve essere accaduto anche nei precedenti cicli di innovazione 
tecnologica: il lavoro inutile, analogamente alla sottoccupazione e al 
precariato, sono serviti a mascherare e a tamponare l'effetto diretto e 
immediato di riduzione del lavoro prodotto dall'automazione avanzata.
A 
confermare questa idea sono i dati che riguardano il tempo 
effettivamente dedicato al lavoro. Recentemente, il prof. Luca Ricolfi 
ha presentato un grafico, elaborato dalla fondazione Hume su dati della 
Banca d'Italia, che indica come in Italia il tempo di vita 
effettivamente dedicato al lavoro renumerato si sia progressivamente 
ridotto dal 40% dei primi del Novecento fino al 16% attuale. Ammettendo 
che questa riduzione sia in parte dovuta anche a cause contingenti, 
come ad esempio l'aumentata speranza di vita, la ragione sostanziale, 
come sostiene lo stesso Ricolfi, è il basso tasso di occupazione. Ma 
prendersela con il basso tasso di occupazione e con le politiche 
nazionali del lavoro è come mettere il carro davanti ai buoi. La 
ragione principale del basso tasso di occupazione è l'automazione, 
esattamente come avevano previsto Marx e Keynes.  
 Certo, a prima 
vista, è meglio un lavoro inutile, o nella peggiore delle ipotesi un 
lavoretto, che niente. Tuttavia Mason e, si parva licet, anche chi 
scrive, preferirebbero a questo punto la brace, se non proprio sul 
piano personale, almeno sul piano delle politiche generali. Nella  
brace della disoccupazione generalizzata si smetterebbe di nascondere 
la testa sotto la sabbia. Se, come sostiene Graeber, il lavoro inutile 
danneggia moralmente le persone, cosa dire della riduzione progressiva 
dei  diritti dei lavoratori e del proliferare di forme di contratto 
sempre più leggere, a tempo, per lavori da perseguire fin quanto 
conviene e non un minuto di più: dal lavoro a tempo determinato, a 
quello interinale e su chiamata, al lavoro parziale, ai freelance.  

Vale ripeterlo, molte delle analisi legate alle nuove tecnologie 
presentano delle sconcertanti ripetizioni in cui tematiche e concetti 
essenzialmente analoghi vengono riproposti a distanza di pochi anni: 
che si tratti di ragionamenti sulla privacy, sulla cashless society o 
sulla crescita esponenziale della potenza di calcolo dei processori. Di 
solito tali argomenti si ripresentano a distanza di qualche tempo l’uno 
dall’altro, sulla scia di novità tecnologiche o di eventi di cronaca, 
spesso senza alcun riferimento ai dibattiti e agli studi che li hanno 
preceduti. Si può sostenere, prendendo in prestito un celebre aforisma 
di Mark Twain che, se la storia delle idee riguardo le tecnologie 
informatiche non si ripete, spesso fa rima. Anche nel nostro caso, 
quindi, il ripetersi delle argomentazioni dei luddisti e delle 
obiezioni nei loro confronti, può essere considerato come l'effetto di 
un ciclico riproporsi, con intensità crescente, dei medesimi problemi 
innescati dai progressi della tecnologia informatica. La situazione 
rende  tuttavia indispensabile spiegare questa "intensità crescente".  
Come ha scritto l'epistemologa e filosofa francese Isabelle Stangers in 
un libro del 1998:

«Gli economisti hanno bisogno di credere che poiché 
il funzionamento economico ha “sempre” riassorbito, finora, le crisi 
dell'occupazione, è sempre riuscito a produrre un certo equilibrio, i 
soli problemi che pone la crisi attuale sono problemi di transizione».

 Secondo la Stangers gli scienziati più smaliziati, per esempio quelli 
alle prese con la complessità dei fenomeni biologici, a differenza 
degli economisti, sono attenti a quelle che lei definisce le 
“dimensioni impietose della storia”.
Se dunque i cicli dell'innovazione 
e dell'automazione esigono costi umani sempre più alti, questi 
scienziati sanno anche bene che, in ogni caso, nella storia non tutti i 
fenomeni continuano ad oscillare all'infinito. Per esempio, alla teoria 
di molti economisti, secondo la quale ad ogni momentanea crisi 
provocata da un ciclo di innovazione tecnologica segue una 
proliferazione di nuove opportunità occupazionali, il professor Moshe 
Vardi, che insegna ingegneria computazionale alla Rice University di 
Houston, risponde in modo piccato. Si tratta, a suo modo di vedere, di 
una deliberata confusione per far passare delle semplici tendenze di 
trend per leggi immutabili dell'economica:

«È un po' come sostenere 
non potremo mai esaurire le risorse ittiche degli oceani perché nel 
mare ci sarà comunque sempre più pesce» 

Diviene allora indispensabile 
che quanti a tutt'oggi si ispirano alla tradizione del movimento 
operaio inizino ad accostarsi a questi problemi con una sensibilità 
meno sensazionalistica e politicamente più matura. 

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rossana | 25 May 09:10 2016
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Nel ground zero della Politica

«Non ti riconosco», un viaggio nella crisi del «made in Italy» a firma 
di Marco Revelli per Einaudi. Un libro sulla fine della grande fabbrica 
e dei distretti industriali, orfani di qualsiasi progetto di liberazione 
sociale

di Benedetto Vecchi

Un lungo viaggio per l’Italia, facendo tappa nelle città, le regioni, i 
luoghi che ne hanno scandito la storia nel lungo Novecento. È quanto fa 
Marco Revelli nel volume Non ti riconosco (Einaudi, pp. 250, euro 20). 
Il punto di partenza non poteva che essere Torino, la città operaia per 
eccellenza che Revelli conosce benissimo. Lì è cresciuto come 
intellettuale, lì è cresciuto politicamente. A questa company town ha 
dedicato altri libri e innumerevoli di articoli e saggi. Torino era il 
luogo di un modello di società da cambiare per costruire una «città 
futura». Non è andata così, come è noto.

Torino è diventata il ground zero del Novecento italiano. Di quella 
classe operaia che ha incendiato le menti di molti militanti ci sono 
solo flebili tracce, il resto sono aree dismesse, terreni inquinati, 
rottami, ruggine e una immensa sequenza di templi del consumo che ne 
hanno ridisegnato la geografia, anche sociale. Il centro storico è stato 
però ripulito, rimesso a nuovo; i sindaci che si sono succeduti negli 
ultimi dieci, venti anni hanno solo accompagnato l’approfondirsi della 
sua morte come città simbolo dell’Italia industriale. Alcuni con 
pragmatismo, altri con complice subalternità ai piani della Fiat di 
abbandonare la città per proiettarsi sul palcoscenico impalpabile della 
finanza. Come in tanti altri luoghi, gli operai cacciati dalla fabbrica 
non hanno avuto altra alternativa che sopravvivere alla lenta, ma 
progressiva desertificazione sociale; l’élite invece si è 
«deterritorializzata», recidendo i suoi legami con il territorio, altra 
parola magica che tutto dice per non affermare nulla.
Alla fine di un mondo

Si intuisce così il perché il titolo del libro è Non ti riconosco. Nel 
percorrerla, Revelli annota il disorientamento, lo smarrimento di chi 
quella città l’ha vissuta seguendo cortei, riunioni, incontri, studiando 
come solo un appassionato intellettuale militante sa fare. La classe 
operaia però non c’è più come soggetto politico. Esistono gli operai, 
che entrano ed escono dalla fabbrica con gli occhi e la testa bassa. 
Sono ridotti a merce, forza-lavoro, non più lavoro vivo, non più classe. 
Questo capitolo è la storia di una apocalisse sociale, culturale. E 
anche se l’autore non lo cita mai, ci sono forti echi di un grande 
interprete della «fine di un mondo», cioè Ernesto De Martino. Soltanto 
che il filosofo e antropologo italiano parlava della fine del mondo 
contadino, individuando nel progresso e nell’industria le avvisaglie di 
una nuova era.

Nella pagine torinesi di Revelli, di indizi di un nuovo da lì a venire 
ce ne sono ben poche pochi. Tante invece le avvisaglie di una rabbia 
sorda, di un ribollire di sentimenti tristi, di un razzismo strisciante, 
sempre pronti a sfociare in un pogrom, specialmente se l’altro da sé ha 
lo stigma dello zingaro.
Questa rabbia oscena, violenta consegna anche una seconda chiave di 
lettura del libro. Il «non ti riconosco» non si riferisce infatti solo 
alla morfologia sociale e urbanistica dei luoghi, ma anche al rifiuto 
diffuso di non riconoscere l’«eterogeneo umano», meglio l’altro da sé.

L’apocalisse sociale e culturale ha lasciato sul terreno molti frammenti 
tossici e per il momento ci si può solo accontentare di incontrare delle 
oasi, come quella che chiude il capitolo torinese, quando l’autore 
descrive un luogo dove uomini e donne si incontrano per condividere 
conoscenze e saperi. Si chiama coworking ed è frequentato da makers, 
quelle donne e uomini che provano ad immaginare prodotti, attività 
lavorative fondate sulla condivisione. Revelli evoca la sharing economy, 
ultima frontiera del «lavorare comunicando» sotto il regime del 
capitalismo che qualcuno in vena di classificazioni definisce 
«capitalismo 4.0», quasi fosse la nuova realise di un programma 
informatico invece che una variazione di un rapporto sociale di 
produzione, sempre diverso, ma sempre eguale.
Las Vegas in Brianza

La seconda tappa è la Brianza. È meticoloso Revelli nel descrivere i 
luoghi, le strade che conducono a una città fantasma che nelle 
intenzioni del suo ideatore doveva essere la Las Vegas italiana. Città 
del divertimento, un parco a tema per i sogni di godimento di una 
borghesia molto provinciale che aveva fatto diventare quella parte 
d’Italia un vitale distretto industriale. Decine, centinaia, migliaia di 
piccole imprese con una manciata di operai di qualità che macinava e 
faceva aumentare fatturati e ricchezza. Modello sociale e produttivo in 
antitesi con la grande fabbrica, dove il sogno di cessare di essere 
operaio per diventare padroni di se stessi ha scandito cinquanta anni di 
storia locale. Anche qui rimane ben poco di quel sogno, che per un breve 
periodo – i formidabili anni Settanta – ha pure alimentato 
conflittualità radicali. Non c’era l’operaio-massa, ma i figli di una 
modernizzazione che nutriva sogni, bisogni, desideri che il capitalismo 
2.0 non poteva soddisfare. Il distretto, meglio i distretti industriali 
della Brianza si sono smontati come la panna montata. Questa volta la 
parola d’accesso alla comprensione di quel che è avvenuto è globalizzazione.

Zygmunt Bauman ha scritto che la fabbrica che funziona di più nella 
globalizzazione è quella delle vite da scarto. Tale affermazione vale, 
seguendo il percorso di Revelli, anche per l’Italia, in particolar modo 
quando si giunge nel nord-est.

Del nord-est in molti hanno scritto. Scrittori, filosofi, sociologi ne 
hanno tratteggiato la parabola ascendente e il tonfo seguito all’entrata 
della Cina nel club dei ricchi chiamato Organizzazione mondiale del 
commercio, meglio conosciuto come Wto. Da allora il susseguirsi 
interrotto di capannoni con villette adiacenti che scandisce la mappa 
del nord-est è stato ridotto a un triste catena di ruggine, erbacce. E 
di disperazione, visto il numero crescente di suicidi, visto che le 
banche hanno sbarrato le linee del credito perché l’insolvenza cresceva 
a causa dei mancati pagamenti della pubblica amministrazione o di 
committenti che hanno chiuso i battenti. Revelli parla, prendendo a 
prestito il titolo di un romanzo sulla crisi del nord-est, dell’effetto 
domino. Sta di fatto che questa «terza Italia» è passata dal miracolo 
economico alla implosione nell’arco di venti anni. Anche qui la rabbia 
schiuma e diventa xenofobia, razzismo.

Dopo questa nuova apocalisse sociale rimane ben poco da salvare. 
Revelli, tuttavia, scorge i prodromi di un capitalismo 4.0. Imprenditori 
che hanno introiettato il senso del limite, che dosano pazientemente 
consolidamento e investimenti per allargarsi. Che puntano 
sull’innovazione usando un lessico che ricorda quello dei makers 
torinesi: open source, condivisione della conoscenza, reciprocità, cura 
delle relazioni umane, valorizzazione delle competenze. Non un nuovo 
inizio, ma oasi in un paesaggio arido e vuoto. Anche qui niente 
politica. Nelle oasi si riprendono le forze, non si immagina un mondo 
nuovo, manda a dire l’autore. Ma forse è proprio da qui, da queste 
tendenze che la politica andrebbe ripensata. Non per improbabili 
alleanze tra imprenditoria illuminata e lavoratori della conoscenza, 
bensì per far sì che l’«eterogeneo umano» messo al lavoro si riappropri 
di ciò che produce.

Anche nel nord-est impera il lessico della paura e dell’odio. Ai negri, 
zingari, sono aggiunti i cinesi, protagonisti delle pagine dedicate a 
Prato, capitale del tessile made in Italy.
Bruciati vivi

Il libro di Revelli ha ripetizioni e differenze. Su queste ultime va 
posta l’attenzione. Prato è la città dove uomini e donne provenienti 
dalla Cina si uccidono di lavoro per poter immaginare un futuro. Dodici, 
sedici, diciotto ore a sgobbare, cosi come facevani i pratesi durante il 
periodo d’oro del distretto del tessile. Senza pagare le tasse, 
ignorando le regole sulla sicurezza, al punto che possono bruciare in un 
capannone perché rinchiusi là dentro da un padrone di turno. Qui il 
libro ci consegna pagine commoventi, da groppo in gola. E dove la 
scrittura di Revelli, misurata e curata come non mai nei suoi libri, non 
concede nulla alla retorica pietistica per quei poveracci bruciati vivi. 
Quei sette uomini e donne bruciati vivi nel sonno sono come quei pratesi 
che per tutto il Novecento sono morti di lavoro.

Il lettore è poi catapultato all’Ilva di Taranto, per poi proseguire 
fino alla piana di Gioia Tauro.

In questo squarcio di Sud il sogno progressista, anche comunista di 
vedere nello sviluppo industriale una possibilità per le «plebi 
meridionali» di affrancarsi da secoli di schiavitù tracima nell’incubo 
delle tantissime morti da cancro in una città ormai prigioniera di una 
fabbrica che uccide. E dove gli operai, come a Torino, hanno gli occhi e 
la testa bassa. Costretti a morire di cancro per sopravvivere. E che 
votano, a maggioranza, la proprio lenta, probabile condanna a morte 
bocciando un referendum che chiedeva la chiusura dell’Ilva,

A Gioia Tauro invece le cattedrali dell’industrializzazione hanno fatto 
arricchire faccendieri, imprenditori in abito blu. E la criminalità 
organizzata, diventa impresa globale, che usa il porto come una base per 
i suoi traffici e come bancomat, visto che chi lo usa come punto di 
attracco per i container deve pagare una quota alle ’ndrine. Qui si 
intrecciano faccendieri, criminali e imprenditori che scendono a patti 
con loro.
I marchi dei container scaricati nel porto di Gioia Tauro rivelano i 
legami di questo lembo d’Italia con il Messico (il narcotraffico), la 
Cina per l’export di merci scadenti e l’import di rifiuti industriali. 
Una logistica dove algoritmi sofisticati, piccoli padroncini e facchini 
costituiscono il medium di una valorizzazione capitalistica in cui 
l’economia criminale è una parte integrante.
Senza futuro

Anche nella piana di Gioia Tauro c’è una piccola oasi, ma è talmente 
piccola che serve solo a dare testimonianza di un imprenditore pulito e 
innovativo, che vive segregato nella sua fabbrica sorvegliata e protetta 
dall’esercito perché la ’ndrangheta vorrebbe farla saltare visto che il 
padrone non si prostrato alla «consuetudine» del pizzo. Per trovare una 
possibile via d’uscita da questa apocalisse sociale bisogna prendere il 
traghetto e sbarcare a Lampedusa. All’isola è dedicato l’ultimo testo 
che compone il libro. Il più commovente, il più arrabbiato. Ma è qui, in 
questo luogo di confine, il più periferico di una Italia 
irriconoscibile, che c’è il riconoscimento dell’eterogeneo umano. Per 
chi è al confine l’incontro con l’altro è scontato, così come il 
guardarsi negli occhi e vedere nell’altro da sé l’«eterogeneo comune».

È quello di Revelli un bello e disperante reportage sull’Italia del 
primo ventennio degli anni duemila. Quel che cattura l’attenzione è la 
tonalità no future della narrazione. C’è però poca immaginazione 
politica in questo libro, quasi che l’autore non sia più interessato 
all’antica domanda sul «che fare». La ricerca di una risposta può 
aiutare a ricomporre un puzzle e far sì che lo smarrimento che si ha non 
diventi evasione, disimpegno. È quell’«eterogeneo comune» che occorre 
indagare senza pulsioni essenzialiste visto che le dimensioni tipiche 
della specie sono diventate mezzi di produzione. Non si tratta, infatti, 
di cogliere l’essenza dell’essere umano, bensì di come l’individuo 
sociale produce un comune che viene espropriato desertificando la 
realtà. Un nodo difficile da sciogliere, ma indispensabile affinché le 
tante, diversificate forze-lavoro possono cessare di essere merci e 
diventare lavoro vivo, cooperazione sociale e produttiva, momento di 
liberazione. Con disincanto, certo. Con realismo, certo. Ma con la 
convinzione, forte, che le oasi non sono solo luoghi dove riprendere le 
forze, ma anche in cui è possibile cambiare le relazioni sociali 
all’interno e poi all’esterno dell’oasi stessa. Perché la terra promessa 
sarà tale soltanto se la trasformazione avviene qui e ora.

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rossana | 25 May 09:09 2016
Picon

L’impossibile uscita dalla scena politica

Una riflessione sulle nuove percezioni dei luoghi e dei soggetti che li 
attraversano quando baraonde e rivoluzioni non cambiano il mondo, ma 
risvegliano un tarlo nell’impalcatura dell’ordine dominante. A partire 
dal «Tumulto» di Hans Magnus Enzensberger

di Marco Bascetta

«Tumulto», a dire il vero il titolo scelto dall’autore per il singolare 
montaggio di scritti che compongono il volume di Hans Magnus 
Enzensberger datato 2014 e oggi tradotto da Daniela Idra per Einaudi 
(pp. 236, euro 19,50, già recensito su Alias della domenica da Roberto 
Gilodi il 1 maggio scorso) è piuttosto fuorviante. Il tumulto nasce, si 
approfondisce e si esaurisce in uno spazio e in un tempo suoi propri, 
intensi, circoscritti, perfettamente identificabili. Nell’arco temporale 
che gli è concesso e nello spazio che racchiude il suo svolgersi muterà 
la natura e il senso dei luoghi, la percezione e l’autopercezione dei 
soggetti che li attraversano. Seppure non rappresenta, come vorrebbe la 
dottrina rivoluzionaria, la tappa di un percorso verso il mondo nuovo, 
lascerà comunque il segno di una possibilità, un principio di correzione 
o un tarlo nell’impalcatura dell’ordine dominante.
Per queste sue caratteristiche, dunque, il tumulto poco si attaglia a 
quella sorta di Grand Tour attraverso il mondo in subbuglio degli anni 
Sessanta e Settanta che Enzensberger ricostruisce tramite frammenti di 
memoria, appunti di viaggio e la finzione del vecchio autore (classe 
1929) che intervista il sé stesso di cinquant’anni prima. Tra i due, 
malgrado alcune domande insidiose e qualche benevola insofferenza, 
sembra permanere una sostanziale sintonia.
Un lucido flâneur

Dai tumulti, in realtà, Hans Magnus si tiene piuttosto alla larga. Non è 
a Parigi nel maggio ’68, non in Germania durante i disordini della 
«settimana di Pasqua» che seguirono l’attentato contro Rudi Dutschke, né 
a Praga nei giorni dell’invasione sovietica. Nessun attraversamento 
delle insorgenze che scossero violentemente gli Stati Uniti in 
quell’anno. Di tutto questo filtra nella sua memoria una eco piuttosto 
attutita, sommaria, talvolta addirittura sbiadita. Eppure dai ricordi di 
questo acuto flâneur che si sposta dall’Unione sovietica di Krusciov (di 
cui ci offre un memorabile ritratto dal vivo) alla Cuba degli anni 
Sessanta, dalla Cecoslovacchia alla Cambogia, da Londra agli Usa, tra la 
prigionia soporifera dei convegni culturali «progressisti», continui 
tentativi di fuga e incontri straordinari con i più importanti 
intellettuali e scrittori del tempo, prende forma il mosaico di un mondo 
che l’ordine di priorità degli storici non ci saprebbe restituire 
altrettanto vividamente. In realtà il filo che collega questo lungo e 
tortuoso peregrinare attraverso le frontiere della guerra fredda è più 
un amore in cerca della sua dimora che non un progetto di conoscenza o 
di formazione politica. Amore irrequieto, ma anch’esso narrato con un 
distacco privo di sentimentalismi.

Singolarmente è proprio la Germania a rimanere ai margini di questa 
narrazione, a suscitare quasi una pudica ombra di fastidio nell’autore 
considerato tra le voci più importanti dell’intellighenzia critica 
tedesca del dopoguerra e un ispiratore decisivo della rivolta 
antiautoritaria. Alla rivista da lui fondata nel 1965, che fu guida 
imprescindibile del movimento in Germania, Kursbuch, è dedicato solo 
qualche sporadico accenno. In quella radicale frattura generazionale, 
con la sua baldanza e le sue tragedie, che fu il ’68 tedesco, 
Enzensberger non intende addentrarsi eccessivamente.
Nella sua memoria di quel tempo sembra prevalere molta diffidenza e la 
pulsione, già allora dominante, a non lasciarsi troppo coinvolgere, a 
restare piuttosto in disparte. Dà una mano a compagni delle cui 
illusioni sorride, ma non se ne lascia invadere la vita. Tumulto, 
Wirrwarr, baraonda, tutto quello che volete, ma non certo la Rivoluzione 
di cui molti fantasticavano si trovasse dietro l’angolo. Gli 
innumerevoli gruppuscoli marxisti leninisti che si accapigliavano a 
colpi di citazioni tratte dai sacri testi, ciascuno autoproclamandosi 
solennemente «Il Partito» erano uno spettacolo piuttosto comico già 
all’epoca. Così come lo erano le teatrali provocazioni della Kommune 1 
di Kunzelmann, Langhans e Teufel che del mondo cambiarono soprattutto le 
prime pagine indignate della stampa popolare tedesca. Eppure, tanto la 
«carnevalata» (così De Gaulle aveva definito il maggio francese) dei 
comunardi, quanto i dogmatici ricettari della Rivoluzione marxista 
leninista e perfino la vocazione sacrificale della Rote Armee Fraktion 
in Germania avevano molto a che fare con la reazione estrema, talvolta 
ingenua o scomposta, a quella frana catastrofica dell’eticità borghese 
che era stato il nazionalsocialismo. Mai una generazione aveva potuto 
percepire così nitidamente la contiguità tra le buone maniere e il 
crimine. E votarsi senza mediazioni a tutto quello che il terzo Reich 
aveva inteso combattere e annientare o, al contrario, avversare ciò che 
aveva coltivato.
Antichi spettri

Enzensberger, a suo modo, è partecipe di questo imperativo morale, ma lo 
esercita, per così dire, in termini di sottrazione. La sua memoria 
trattiene il seguente episodio: siamo nel 1966 a Francoforte sulla 
piazza del Roemerberg. La grande coalizione tra Spd e Cdu intende 
approvare i Notstandsgesetze, una insidiosa legislazione di emergenza 
che permetterà in larga misura la sospensione dei diritti politici e 
democratici e che passò in Parlamento nel maggio del 1968 (ai tempi di 
Hollande non desterebbe più stupore). Ad opporsi restano solo il 
movimento extraparlamentare e il sindacato metalmeccanico Ig Metall. 
Enzensberger parla dal palco del Roemerberg di fronte a 25mila persone, 
ma non appena percepisce l’effetto trascinante delle sue parole sui 
manifestanti subito gli appare con disgusto lo spettro di Joseph 
Goebbels che nel celebre discorso dello Sportpalast nel febbraio del 
1943 chiamava il popolo tedesco alla «guerra totale». Si ripromette 
allora di non salire mai più su una tribuna. E avrebbe sempre mantenuto 
questa promessa. Non importa che l’appello fosse quella volta in difesa 
della democrazia, è nel carisma mobilitante delle parole rivolte 
dall’uno ai molti che si annida il male. Una simile sensibilità poteva 
appartenere solo a un intellettuale tedesco cresciuto nel dopoguerra. 
Rappresenta una scelta morale ben diversa dalla appassionata oratoria di 
Rudi Dutschke, ma altrettanto legittima e schierata in qualche modo 
dalla stessa parte.
Ma questi anticorpi, che la generazione del ’68 aveva iniettato con la 
sua insubordinazione priva di tatto nella società tedesca, denunciando 
il labile confine tra anticomunismo, morale borghese e politica 
autoritaria, sono considerati oggi da una opinione pubblica che va 
progressivamente scivolando verso la destra come una insopportabile 
remora politica.

Qual è la parola d’ordine «culturale» che risuona con sempre maggiore 
insistenza dalle tribune di Alternative fuer Deutschland, l’astro 
nascente della destra nazionalista tedesca? «Facciamola finita con la 
Germania sessantottina!». Il che significa anche per i vari Thilo 
Sarrazin (l’esponente socialdemocratico che si è assunto la difesa, 
tramite best sellers, dell’identità tedesca contro la minaccia 
straniera), per buona parte di un’opinione pubblica bisognosa di 
orgoglio nazionale e di una società desiderosa di perseguire senza 
vincoli i propri interessi: «facciamola finita con l’espiazione delle 
colpe del terzo Reich!». Dalla Germania, insomma, non può essere ancora 
preteso un di più di democrazia e solidarietà in conseguenza della sua 
storia, né il pudico trattenimento della sua potenza. Cosicché della 
scomparsa della «Germania sessantottina» c’è poco da rallegrarsi.
Attori diversi

Degli esiti del «tumulto» Enzensberger esprime un giudizio tanto diffuso 
quanto assai poco brillante: «l’opposizione al sistema è diventata il 
semplice relè della modernizzazione. Ha accelerato il processo di 
apprendimento della società capitalistica più decisamente dei suoi 
sostenitori». Fatto sta che nel 2014, quando il volume è stato messo 
insieme, era ben chiaro che questo «processo di apprendimento» aveva 
preso tutt’altra direzione. L’odiata socialdemocrazia «traditrice» che i 
maldestri rivoluzionari avrebbero loro malgrado condotto alla vittoria 
si sgretola, ormai irriconoscibile, in uno scialbo tramonto; i sindacati 
ai quali gli estremisti avrebbero insegnato, contestandoli, a colmare le 
proprie lacune, hanno continuato a perdere forza contrattuale e presa 
sulla società; la democratizzazione dell’università di massa è andata a 
farsi benedire e gli psicofarmaci hanno riguadagnato terreno sulla 
pedagogia antiautoritaria. Insomma anche gli effetti «deviati» del 
movimento, la sua stessa «normalizzazione» scompaiono così dalla scena.

Nella logica del tumulto, l’esaurirsi di ogni suo effetto, compresi 
quelli «indesiderati», richiama la necessità del suo ripetersi. In altre 
forme, certo, in altri contesti. Il riaffacciarsi di una possibilità, 
accompagnata, chissà, da inevitabili illusioni, ma forse più aderente 
agli obiettivi che si prefigge.
Enzensberger dichiara il suo ritiro (dal movimento?) e si compiace della 
libertà che questa decisione gli procura. Ma non fa mancare un pensiero 
ai «perdenti», ai diversi attori di quell’ormai remoto «tumulto» («non 
riuscivo e non riesco a sbarazzarmi di un residuo di complicità»). La 
sua commemorazione, tuttavia, provoca un brivido di disagio: «Li 
annovero tutti, non importa da quale parte stessero; tanto il manovale 
Josef Bachmann – che fu condannato a sette anni di carcere per tentato 
omicidio e in cella si soffocò con un sacchetto di plastica – quanto 
colui che voleva uccidere, Dutschke, che nove anni dopo in Danimarca è 
affogato nella vasca da bagno. Il radicalismo non conosce misericordia». 
Misericordia forse no, ma qualche distinzione gli è pure dovuta. 
Dall’imbianchino psicolabile imbottito di furore anticomunista che sparò 
i tre proiettili contro il leader dell’Sds discendono, infatti, i 
neonazisti, probabilmente altrettanto disturbati e manipolati, che 
incendiano gli alloggi destinati ai migranti o massacrano per strada chi 
ha la pelle di un altro colore. Da Rudi Dutschke, piuttosto, i cittadini 
e le cittadine, i movimenti e le associazioni che ai migranti hanno 
portato aiuto e solidarietà, battendosi per i loro diritti.

Anche i «perdenti», se di questo si tratta, non sono tutti uguali. A 
riprova del fatto che, in fondo, «ritirarsi» non è affatto possibile e 
la memoria non può mai sottrarsi al confronto con il presente in cui 
viene raccolta.

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giuseppe-1955@libero.it | 24 May 17:16 2016
Picon

R: Re: ieri APaz avrebbe fatto 60 anni...

ritorno a Berlinguer? e la storia del secondo Novecento non la studia più nessuno?


----Messaggio originale----
Da: rossana <rossana123 <at> fastwebnet.it>
Data: 24/05/2016 17.13
A: <neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: Re: [neurogreen] ieri APaz avrebbe fatto 60 anni...

tutto questo revival di berlinguer da renzi ai 5S ai vecchi del pc e SI, ognuno che dice guai a chi lo tocca, vuo dire che non ce la possiamo fare. Altrochè Bruxelles....Parigi e chissà

Il 24/05/2016 17:03, mcsilvan_ <at> libero.it ha scritto:

Berlinguerismo malattia senile dell'anticomunismo

--
Inviato da Libero Mail per Android

martedì, 24 maggio 2016, 04:51PM +02:00 da rossana <rossana123 <at> fastwebnet.it>:

bella peppe

https://www.youtube.com/watch?v=55DVV1sCgt8&list=RD55DVV1sCgt8#t=127

e va bene, un soldo per ng si può dare, ciao



Il 24/05/2016 12:04, Giuseppe Allegri ha scritto:
così vi posto questi auguri, oggi che tutti si rivendicano berlingueristi...
e approfitto per dire a Ema che mi consideri della ballotta dei sottoscrittori!
Un abbraccio,
peppe

e parto con un ricordo di Tanino Liberatore:
http://www.wired.it/play/fumetti/2016/05/20/tanino-liberatore-ricordo-andrea-pazienza/

Buon compleanno vecchio Paz, che ne avresti fatti 60 oggi!
«La vecchiezza è una Roma, senza burle e senza ciance, che non prove richiede dall'attore, ma una completa, autentica rovina» (Gli ultimi giorni di Pompeo – Fino all'estremo).
E allora ricordarti così, mentre scrivi alla redazione di Linus e Alter, ultimo scorcio del 1977: «... e così "la città futura", il settimanale dei giovani berlingueristi, esce nel numero 9 con un servizio su Bologna (la città presente). Non è un servizio sensazionale [...] Non è niente di eccezionale, lo sappiamo, i mostri si riproducono all'infinito. Mi sono incazzato (mi vergogno di essermi stupito) perché tutti quei discorsi stampati su piombo erano impaginati in maniera egregia e, per come si dice alleggerirli, Adornato e gli altri hanno pensato bene di schiaffare in alto a destra il mio amico Pentothal di aprile. Non voglio commentare ancora, io credo che tu non li abbia autorizzati, ne sono sicuro, e allora pretendo che si scusino, loro che sono educati, che precisino, loro che sono precisi, e che paghino, loro che non hanno mai pagato. Io sto da un'altra parte. Che trovino tra le loro fila gli illustratori, gli scrittori, i musicisti, i poeti, i cantori del compromesso storico, dei carri armati, del lavoro, della Siberia».
Loro che non hanno mai pagato, oramai vecchissimi e nuovissimi berlingueristi, di lotta e di governo, imperituri can
tori del compromesso storico, dei carri armati, del lavoro, della Siberia, caro giovanissimo, amato APaz, che sempre più ci manchi, sotto il sole infuocato di San Menaio, all'ombra barocca di Roma, tra i palmizi di San Benedetto del Tronto, nei pressi del lungomare di Pescara, nelle viuzze di Montepulciano...


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Giuseppe Allegri | 24 May 12:04 2016
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ieri APaz avrebbe fatto 60 anni...

così vi posto questi auguri, oggi che tutti si rivendicano berlingueristi...
e approfitto per dire a Ema che mi consideri della ballotta dei sottoscrittori!
Un abbraccio,
peppe

e parto con un ricordo di Tanino Liberatore:
http://www.wired.it/play/fumetti/2016/05/20/tanino-liberatore-ricordo-andrea-pazienza/

Buon compleanno vecchio Paz, che ne avresti fatti 60 oggi!
«La vecchiezza è una Roma, senza burle e senza ciance, che non prove richiede dall'attore, ma una completa, autentica rovina» (Gli ultimi giorni di Pompeo – Fino all'estremo).
E allora ricordarti così, mentre scrivi alla redazione di Linus e Alter, ultimo scorcio del 1977: «... e così "la città futura", il settimanale dei giovani berlingueristi, esce nel numero 9 con un servizio su Bologna (la città presente). Non è un servizio sensazionale [...] Non è niente di eccezionale, lo sappiamo, i mostri si riproducono all'infinito. Mi sono incazzato (mi vergogno di essermi stupito) perché tutti quei discorsi stampati su piombo erano impaginati in maniera egregia e, per come si dice alleggerirli, Adornato e gli altri hanno pensato bene di schiaffare in alto a destra il mio amico Pentothal di aprile. Non voglio commentare ancora, io credo che tu non li abbia autorizzati, ne sono sicuro, e allora pretendo che si scusino, loro che sono educati, che precisino, loro che sono precisi, e che paghino, loro che non hanno mai pagato. Io sto da un'altra parte. Che trovino tra le loro fila gli illustratori, gli scrittori, i musicisti, i poeti, i cantori del compromesso storico, dei carri armati, del lavoro, della Siberia».
Loro che non hanno mai pagato, oramai vecchissimi e nuovissimi berlingueristi, di lotta e di governo, imperituri can
tori del compromesso storico, dei carri armati, del lavoro, della Siberia, caro giovanissimo, amato APaz, che sempre più ci manchi, sotto il sole infuocato di San Menaio, all'ombra barocca di Roma, tra i palmizi di San Benedetto del Tronto, nei pressi del lungomare di Pescara, nelle viuzze di Montepulciano...
rossana | 24 May 11:50 2016
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Una scoreggia ci seppellirà?

di Franco Berardi Bifo*

L’era Thatcher comincia a declinare? Clicca per EliminareIl consenso di cui godeva l’ideologia neoliberista negli anni Ottanta e Novanta entrò in crisi a Seattle nel 1999. Negli anni successivi al 2008 la fede nel Mercato è rapidamente crollata: oggi solo i lupi della classe finanziaria esaltano l’autoregolazione perfetta del capitalismo assoluto e solo gli imbecilli ci credono. Dopo il gigantesco intervento con cui i governi di tutto il mondo dopo il 2008 hanno gettato nella disperazione e nella miseria milioni di persone per salvare il sistema bancario, la maggioranza della popolazione sa che l’assolutismo finanziario è una trappola mortale anche se non sa come se ne possa uscire.

Poiché talvolta la disperazione sconvolge la ragione, ecco che forse inizia l’epoca Trump. Cerchiamo di descriverne le linee generali: il cervello sociale è stato sequestrato dall’astrazione tecno-finanziaria, e il corpo della società scollegato dal cervello si dibatte come un gigante idiota che mena colpi devastanti contro se stesso. Per analizzare il viluppo di ignoranza cinismo e irragionevolezza che sta emergendo, siamo costretti a usare una parola che fa orrore. Il concetto di «razza» è destituito di ogni fondamento scientifico, ciononostante nell’inconscio contemporaneo esplode con forza mitologica. Negli Stati Uniti d’America l’elezione di un presidente nero ha messo in moto da tempo nell’inconscio collettivo una reazione che oggi prende forma intorno alla figura di Donald Trump. Nei paesi occidentali sono all’opera le dinamiche dalle quali nel ventesimo secolo scaturì il fascismo, ma troppi aspetti del contesto tecnico, mediatico e produttivo sono mutati rispetto al Novecento perché la parola fascismo possa esprimere a pieno quel che sta accadendo. Può la parola «trumpismo» definire la tendenza che va emergendo a livello globale?

Nomen est omen: la parola «trump» in inglese significa diverse cose: briscola, carta vincente, e come verbo significa sconfiggere, travolgere, e anche ingannare. E per finire significa scoreggia, o peto se preferite. Credo che abbiamo trovato il modo per definire il fascismo che viene. Violenza, ossessione identitaria, razzismo e guerra, come il fascismo del secolo passato, moltiplicato però dalla potenza dei media. Ecco la carta vincente che sta travolgendo le difese della civiltà. Sarà una scoreggia che ci seppellirà?

L’era Trump è segnata da un ritorno della corporeità: una corporeità decerebrata. L’impoverimento della classe operaia bianca e l’impotenza della politica, insieme alla frustrazione del maschio bianco cui la birra ha gonfiato lo stomaco e stordito il cervello, hanno risvegliato il razzismo nascosto nel profondo del corpo idiota della popolazione occidentale. Il declino della razza bianca fu percepito da Arthur de Gobineau (autore dell’Essai sur l’inégalité des races humaines, 1855), come tendenza cui si doveva secondo lui reagire proteggendo la razza dei dominatori dall’assedio delle razze sottoposte al dominio del colonialismo.

Sulle tracce di Gobineau, nel secolo ventesimo il Nazionalsocialismo organizzò la paura aggressiva della razza bianca: l’attacco finanziario scatenato dalla Francia e dall’Inghilterra contro la Germania sconfitta aveva impoverito la classe operaia tedesca. Hitler si rivolse agli operai tedeschi immiseriti e disse loro: non appartenete a una classe sociale sfruttata, ma a una razza superiore che le razze inferiori stanno aggredendo. Gli ebrei sono i più pericolosi perché si sono infiltrati tra di noi e stanno erodendo dall’interno la superiore nostra civiltà, si sono impadroniti delle banche e le usano per rovinarci economicamente, poi apriranno la porta ai comunisti e ai negri. Sounds familiar? È quello che oggi sta ripetendo un fronte unito che va dal russo Putin al polacco Kazinski all’ungherese Orban all’italiano Salvini alla francese Le Pen all’austriaco Hofer all’americano Donald Trump, discendente del Ku Klux Klan e truffatore miliardario.

Non sappiamo al momento se questo individuo sarà presidente della più grande potenza militare del pianeta, io tendo a pensare che non lo sarà. La persona che rappresenta la dittatura neoliberista è destinata forse a vincere le elezioni di novembre, ma questo non distruggerà la forza del gigante decerebrato. L’era della reazione bianca è cominciata da quando la classe operaia è stata sconfitta insieme all’internazionalismo e alla ragione umana.

Il globalismo liberista e l’anti-globalismo razzista sono i due attori della scena che si delinea all’orizzonte del nostro tempo. Il globalismo liberista ha generato le forze del trumpismo anti-globale, ma ora questi due attori divorziano in modo violento e tra loro si scatena una guerra. L’antiglobalismo trumpista (o nazismo della razza dominatrice) si nutre e si allea obiettivamente con il suo apparente nemico: il fascismo delle razze dominate, il terrorismo islamista, il nazionalismo castale induista, il narco-machismo messicano…

Esiste un terzo attore, capace di rappresentare l’autonomia della società e la forza progressiva dell’intelligenza? E come può manifestarsi, emergere, organizzarsi? Quale strategia possiamo elaborare per sopravvivere all’incombente guerra civile planetaria? Come possiamo prepararci al dopo?

Il terzo attore si è presentato sulla scena delle elezioni nord-americane. La schiacciante maggioranza dei ventenni – la prima generazione connettiva, coloro che hanno imparato più parole da una macchina che dalla mamma – ha votato per un vecchietto che si autodefinisce socialista e predica ai passeri che si fermano ad ascoltarlo prima di svolazzare.

Perché i ventenni staunitensi fanno questo? È chiaro che Sanders non sarà presidente degli Stati Uniti. Il capitalismo americano può tollerare un fascista scoreggione che mobilita gli operai bianchi sconfitti, ma non un socialista colto e gentile. Questo è chiaro. E allora perché i giovani votano per lui? Io credo che la motivazione di milioni di giovani che votano per Bernie sia prima di tutto etica ed estetica. A loro fanno pena, e anche un po’ ribrezzo, quei loro genitori cinquantenni che hanno vissuto la vita piegati dall’arrivismo, dalla competizione e dal cinismo. Non vogliono essere così. Non vinceranno queste elezioni ma nel prossimo decennio, mentre il mondo si fa sempre più scuro, diverranno i quadri della Silicon Valley globale, saranno i cervelli che muovono il mondo. E nel frattempo imparano l’amicizia tra ingegneri e poeti e si preparano a sabotare, smantellare e riprogrammare la macchina globale. Perché questo è il solo modo per liberare il mondo dalla violenza di Thatcher e di Trump.

Ammesso che fra dieci anni il mondo ci sia ancora.

.

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Emanuele | 24 May 09:54 2016

Ci risiamo con la colletta

Car* neurogreeners,
dovreste sapere già tutto, ma non è detto che ve lo ricordiate: abbiamo 
preso l'impegno, come lista di discussione Neurogreen, di sostenere il 
collettivo Comodino, che ci fornisce l'infrastruttura informatica, con 
una lauta donazione annuale di ben 100 euri (cento euri, in lettere, o 
più correttamente cento euro, poi magari consulto il sito dell'Accademia 
della Crusca).

E insomma, in qualità di responsabile della lista, ho anche la 
responsabilità di tener fede a questo impegno, ovvero incassare le 
vostre offerte e girarle a Comodino tramite bonifico.

Nulla vieta di fare un bonifico parziale per conto vostro, come si è 
sempre fatto, basta che mi diate conferma della cifra versata perché 
devo tenere i conti!

Altrimenti potete versarmi le offerte tramite carta di credito online 
(vi mando il link per email), conto PayPal o ricarica Postepay.

Chi vive a Roma, o magari ci passa, può anche consegnarmi l'obolo, come 
si dice, brevi manu, se si riesce a incontrarsi...

Per la cifra, a me piace contare le/i partecipanti per fare la divisione 
in parti uguali, ma naturalmente siete liber* di versare la cifra che 
volete voi senza aspettare tutta la trafila di appelli, scadenze e 
messaggi circolari.

La buona notizia è che quest'anno ho già rimediato i primi 15 euri, 
quindi partiamo da un totale di 85.

Fatemi avere le vostre adesioni, preferibilmente in pvt, con tutte le 
vostre preferenze.

Grazie in anticipo, saluti e baci
Ema

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NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen


Gmane