rossana123@libero.it | 1 Nov 09:45 2014
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Due euro is meglio che one “Alla fine sarà Berlino a uscire dall’euro”. Un autorevole leak

Ritorna una vecchia idea:

Separazione consensuale, l’Italia resta nella moneta bis. Girotondo di analisti: Lombardi, Pilati e Zingales

Roma. L’euro come lo conosciamo oggi potrebbe non esserci più tra qualche mese o al massimo entro un paio d’anni. Non perché decideremo di uscirne noi italiani, sempre più indebitati e ancora alla ricerca di un sentiero di crescita sostenibile e duratura. Ma perché l’euro – così com’è oggi – non sarà più ritenuto sostenibile in Germania, cioè nel paese in cui tutto è sembrato girare finora per il verso giusto, anche grazie alla moneta unica. Sarà Berlino ad abbandonare questo euro, per ragioni politiche prim’ancora che economiche, trascinando con sé un manipolo di paesi nordici consenzienti. L’Italia, più che tornare alla lira o a un’altra valuta nazionale, farà parte di una sorta di “euro 2”, assieme ad altri paesi cosiddetti “periferici”, forse perfino la Francia. E non sarà necessariamente un dramma.

 Tale ragionamento, che pure a livello accademico qualcuno aveva già ipotizzato negli anni che hanno seguìto lo scoppio della crisi, il Foglio lo ha sentito formulare in queste ore da parte di un esponente di primo piano della finanza italiana. Anzi, di primissimo piano. Una personalità lontana dalla politica e che per indole e formazione non si diverte a impressionare l’interlocutore con qualche boutade ad effetto. Ad adiuvandum, ecco cosa scrive l’Economist in edicola nel suo editoriale di apertura, intitolato “Il più grande problema economico del pianeta”, cioè l’Eurozona che sta per ammalarsi di deflazione e che, secondo il settimanale, è “sull’orlo della terza recessione in sei anni”: “Con il debito di Italia e Grecia che continuerà a crescere, gli investitori si prenderanno uno spavento, i politici populisti guadagneranno terreno e – più prima che poi – l’euro collasserà”. “Più prima che poi”, quindi, perché “il tempo a disposizione dei leader europei sta finendo”. Anche per questo, all’indomani della pubblicazione dei risultati degli stress test della Banca centrale europea sugli istituti di credito che ieri hanno depresso le Borse del Vecchio continente, abbiamo chiesto ad alcuni osservatori di ragionare a caldo sull’ipotesi di una scissione dell’euro per iniziativa di Berlino, ovviamente riservandosi in futuro di discutere delle necessarie tecnicalità che pure non sarebbero di poco conto.

 “Nella situazione attuale, un’uscita della Germania dall’euro sarebbe almeno in astratto la soluzione migliore”, dice al Foglio Luigi Zingales, economista dell’Università di Chicago che ne ha anche scritto nel suo ultimo libro, “Europa o no” (Rizzoli). “Un’uscita dall’euro che avvenisse ‘dall’alto’ – dice Zingales – sarebbe innanzitutto molto più gestibile rispetto a un’uscita di un paese come l’Italia. Perché è più facile tenere la gente fuori che tenerla dentro”. Si spieghi. “L’euro dei paesi nordici, che io chiamo ‘neuro’ – dice Zingales con un filo di ironia – sarebbe destinato a rivalutarsi rispetto a un euro del Club med. Di conseguenza, i cittadini tedeschi non avrebbero nessuna ragione di fuggire dai propri istituti di credito, come invece farebbero i correntisti italiani nel caso di un ritorno alla lira che sarebbe per forza di cose svalutata massicciamente e che potrebbe indurre una crisi bancaria generalizzata, con annesse prospettive di default. Ci sarebbe piuttosto una corsa di tutti gli altri europei a depositare i soldi nelle banche tedesche per beneficiare della rivalutazione che i depositi subirebbero dopo la separazione. Il governo tedesco, avendo tutto l’interesse a limitare questo processo di ‘marchizzazione’, o trasformazione in marchi, dei depositi, si attrezzerebbe per limitare l’afflusso. Alla fine italiani e spagnoli se ne farebbero una ragione”. Con il debito pubblico monstre dell’Italia si rischierebbe però l’apocalisse: “Nient’affatto. Non ci sarebbe automaticamente un default. L’euro-sud, o euro 2, si svaluterebbe certo rispetto al dollaro e anche rispetto al ‘neuro’. Ma questo ci consentirebbe almeno in un primo momento di tornare più competitivi, senza passare per un lungo processo deflattivo come quello che si annuncia”. Soprattutto i contraccolpi per il debito pubblico sarebbero limitati o addirittura nulli perché il rischio inflazione, o “rischio argentino”, sarebbe mitigato rispetto all’ipotesi di uscita solitaria di un paese mediterraneo: “L’uscita dall’euro, se messa in atto dai soli primi della classe, non consentirebbe automaticamente all’Italia di stampare moneta ad libitum e per qualsiasi futura esigenza di politica fiscale, come qualcuno vorrebbe. Questo rispetto ai mercati internazionali offrirebbe una forma di garanzia”. Le necessarie riforme per rilanciare la competitività delle economie periferiche non potranno essere rimandate per sempre; si tratterebbe soltanto di riguadagnare un’ultima chance di portarle a termine. “Una Banca centrale europea, limitata al solo Club Med, rimarrebbe comunque in piedi e operativa. Nell’interesse dei paesi rimasti, funzionerebbe come una struttura seria ma non più eccessivamente rigida come è invece oggi per ragioni politiche”.

 ARTICOLI CORRELATI Cari tedeschi, mollate l'euro Caro euro, Auf Wiedersehen C’è una trattativa a Berlino. Come e dove si negozia la Finanziaria Contro lo spettro della deflazione servono misure molto più radicali Euro 1, euro 2, euro 3 Industria giù, cattivi presagi a Berlino Intesa Italia-Ue sui fondi europei. Katainen non esclude correzioni alla manovra La deflazione e il governo Renzi secondo De Benedetti Ragioni tedesche per spingere Berlino fuori da quest’euro ammaccato Sud nel baratro: rischio desertificazione. Cresce la disoccupazione Perfino a Berlino potrebbe convenire una seperazione consensuale e ordinata, piuttosto che il colpo di testa (obbligato) di un solo grande paese, sostiene Domenico Lombardi, responsabile del programma economico del think tank canadese Cigi: “Rispetto allo scenario anarchico e incontrollabile creato dalla svalutazione unilaterale delle economie più deboli, in questo scenario la Germania cercherebbe di conservare il minimo di disciplina richiesto per il funzionamento del mercato unico, agevolando l’aggregazione delle economie ‘meno veloci’ in una nuova sotto-area monetaria. Rispetto a quest’ultima, cercherebbe comnque di imporre una sua disciplina, pur meno stringente, perché essa potrebbe svalutare ma in modo coordinato con la nuova area del marco”. Lombardi, che comunque allo stato attuale vede come preponderanti i benefici dello status quo per l’economia tedesca, dice che nell’ipotesi di una fuoriuscita dall’alto Berlino rimuoverebbe, almeno parzialmente, “la deriva deflazionistica che pesa sull’attuale configurazione dell’Eurozona, imbrigliando allo stesso tempo le economie meno ‘disciplinate’, ma non al punto da comprimerne la dinamica propulsiva, in tal modo salvaguardando importanti mercati di sbocco per il suo export dai quali dipende la capacità del proprio sistema manifatturiero di beneficiare di economie di scala sufficienti a competere anche su mercati terzi”. In via teorica, dunque, l’abbandono della Germania “sarebbe una soluzione utile per una ragione di fondo”, dice Antonio Pilati, consigliere della Rai e osservatore di scenari geopolitici, autore del libro “Europa, sovranità dimezzata” (Ibl Libri): “Oggi la moneta unica comprende economie troppo differenziate tra loro, e oltre un decennio di disciplina comune non ha fatto che accrescere queste differenze. Avere due aree valutarie invece che una porterebbe a una razionalizzazione del sistema con due aree più omogenee al loro interno”.

 Sulla fattibilità economica di questo storico divorzio consensuale, tutti gli analisti interpellati dal Foglio si riservano di ragionare più a lungo. Soprattutto, nessuno si sogna di poter stimare alla perfezione cosa accadrebbe durante una simile “transizione”. Ma accettando di stare alla domanda posta dal Foglio – e dando seguito allo spunto fornito dall’autorevole esponente della comunità finanziaria italiana – i nostri interlocutori ragionano sulla fattibilità politica del tutto. Quale potrebbe essere, innanzitutto, la molla che spinge Berlino ad abbandonare la moneta unica? Certo, i segnali di una frenata dell’economia tedesca si susseguono da mesi: ancora ieri l’Ifo, l’indice che misura la fiducia degli imprenditori, si è attestato a 103,2, in flessione da settembre e con un dato inferiore alle attese. E’ pure vero che il governo di Angela Merkel ha tagliato le stime di crescita del pil per l’anno in corso, a più 1,2 per cento dal più 1,8 stimato in precedenza. Tuttavia il paese gode ancora di vantaggi robusti garantiti dallo status quo: dai costi di finanziamento del debito pubblico contenuti come mai prima, alla relativa debolezza del cambio dell’euro che non sarebbe giustificata dalla sua potenza esportatrice. Ma tentiamo di spingere lo sguardo ancora più in là, dal domani contingente all’avvenire possibile. “Una quota crescente dell’opinione pubblica tedesca in Germania vuole perseguire l’abbandono dell’euro da parte di Berlino – osserva Pilati – Il partito Alternative für Deutschland propone esattamente questo, e i suoi consensi sono saliti: dal 5 per cento delle elezioni federali nel settembre 2013 al 7 per cento delle elezioni europee nel maggio scorso, fino a risultati anche maggiori in alcune successive elezioni regionali. Non si tratta di un partito populista, raccoglie il voto di liberali e conservatori classici. Ma parliamo ancora di una minoranza, ovvio, anche perché il mainstream merkeliano per il momento può schierare tra le sue ragioni i grandi benefici che l’economia tedesca trae dallo status quo”.

 

Sempre più spesso, però, la politica nazionale subisce repentine evoluzioni anche in rapporto a quanto accade fuori dai confini e specialmente in ambito europeo. “Una possibile fuoriuscita dall’euro, intesa come iniziativa unilaterale della Germania, è concepibile in uno scenario in cui la capacità della cancelliera Merkel di equilibrare le spinte centrifughe del suo elettorato venisse erosa dalla mancata convergenza di alcune grandi economie dell’euro sul percorso riformista tracciato dal suo esecutivo”, dice Lombardi. Si immagini quanto segue: “Un riacutizzarsi delle pressioni di mercato sull’Eurozona e la frammentazione che potrebbe prodursi in seno al consiglio direttivo della Banca centrale europea in merito alla risposta da contrapporre”. Perché tra chi tira la giacchetta della Merkel, oltre ai professori scapigliati di Alternative für Deutschland, ci sono anche importanti pezzi di establishment, scontenti (per usare un eufemismo) delle scelte della Banca centrale europoea: dalla Bundesbank alla potente industria assicurativa tedesca, solo per fare qualche esempio. “D’altronde è noto che in questo contesto il capitale politico dell’attuale presidente della Bce, Mario Draghi, con l’esecutivo tedesco, si va progressivamente erodendo. Ciò potrebbe spingere la cancelliera a una scelta estrema, nel tentativo di preservare il sistema politico tedesco da spinte nazionalistiche ed eurocentrifughe”.

 Quel problema chiamato “Francia”

 Tutti gli interpellati, però, riflettono pure su un macroscopico ostacolo politico di nome “Francia”. “E’ la grande debolezza di questa ipotesi – ammette Zingales – Parigi economicamente non potrebbe stare al passo dei paesi del ‘neuro’. Il suo costo del lavoro per unità di prodotto è già aumentato del 20 per cento rispetto a quello tedesco. Una competizione delle merci italiane, per di più, le sarebbe fatale. Ma politicamente Parigi non potrebbe accettare quello che vivrebbe comunque come un declassamento. Aggiungo: nemmeno Berlino lascerebbe andare la Francia, probabilmente. Altrimenti la Germania, da sola, sarebbe vista come la Prussia di un ipotetico Quarto Reich”. Pilati aggiunge, concludendo: “Va considerata la debolezza politica ed economica proprio di quei paesi che avrebbero più vantaggi da una suddivisione dell’euro di questo tipo. Francia e Italia oggi sarebbero in grado di spingere la Germania a questo passo?”. La risposta, sottintesa, è “no”. Eppure sempre più spesso, pure nei circoli che contano, si fantastica su un’élite tedesca che a un certo punto, “più prima che poi” per citare l’Economist, possa parafrasare in maniera beffarda la frase di Giulio Andreotti sulla riunificazione delle due Germanie nel 1990: “Amo talmente l’euro che ne preferirei due”.

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/122304/rubriche/alla-fine-sar-berlino-a-uscire-dalleuro-un-autorevole-leak.htm
rossana123@libero.it | 31 Oct 16:00 2014
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Tavolo di confronto al Viminale per la governance delle manifestazioni era R: RE: LO SCANDALO DEL LAVORO GRATUITO

"Dentro questo spazio si danno comportamenti e stili diversificati. Così 
qualche reduce del "rifiuto del lavoro" potrà vantarsi di aver praticato 
l'esodo dal lavoro, vent'anni fa, e coprire di rimbrotti chi oggi fa il 
volontario alla Caritas sulla scia della big society di Cameron... Questo 
volontario delle NGO prende per legge un rimborso di oltre mille dollari che, 
se va a lavorare in un paese povero, gli permette anche di fare dei risparmi."

Il punto è che il rifiuto del lavoro esiste ancora ma non lo si può dire. Da 
un pò di tempo il rifiuto del lavoro è diventato rifiuto del lavoro salariato. 
Ecco le partite iva che poi sono diventate il popolo delle partite iva, le 
piccole cooperative, onlus o altre forme di lavoro in proprio.
Autosfruttamento più o meno felice come dice Sergio Bologna, che in alcuni 
casi coinvolge altre persone con contratti a tempo determinato.

Non parliamo delle NGO nuova forma di colonialismo culturale prima o dopo 
l'arrivo della guerra. Lì ci sguazzano spie, trafficanti ma anche tante brave 
persone.
SEL e cattolici vanno a braccetto e si stanno dando da fare per ottenere 100 
milioni dal governo per costruire i corpi civili di pace che dovrebbero mediare 
i conflitti fuori confine, ma anche quelli che si prevedono qui in Italia. Non 
contenti vogliono occupare lo spazio della prevenzione civile. Si faranno, ma è 
già da un pò che esistono, corsi di formazione, corsi di laurea, ecc. Oggi sul 
Manifesto c'è un articolo di Ciccarelli su "Expo, nel lavoro volontario arriva 
il servizio civile" http://ilmanifesto.info/expo-nel-laboratorio-del-lavoro-
volontario-arriva-il-servizio-civile/

Becchiamoci quanto sindacati, ONG e gruppi cattolici vari ci stanno preparando 
tanto per non dare il reddito di cittadinanza. Come al solito meglio un lavoro 
di merda più o meno mercenario, che il reddito.

E becchiamoci anche la "governance delle manifestazioni" per capire che la 
restaurazione non la porta solo il PD renziano, ma anche quello della CGIL e 
FIOM:

 Tavolo di confronto al Viminale per la governance delle manifestazioni
http://www.interno.gov.
it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/notizie/2098_500_ministro/2014_10_30_informativa_Alfano_Senato_disordini_Rm_Ast.
html_194914801.html

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 30 Oct 18:12 2014
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R: RE: LO SCANDALO DEL LAVORO GRATUITO

Danilo, esci da questo corpo!

ah ah ah, vedi cosa succede quando si evoca il posto fisso...
http://www.youtube.com/watch?v=OJWnyOBQHKI
 
Date: Thu, 30 Oct 2014 17:18:38 +0100
From: rossana123 <at> libero.it
To: neurogreen <at> liste.comodino.org
Subject: [neurogreen] LO SCANDALO DEL LAVORO GRATUITO

http://www.pietroichino.it/?p=11137

TROPPI GIOVANI SI SOTTOPONGONO A UNA LUNGA ANTICAMERA DI STAGES NON RETRIBUITI PER CONCORRERE ALLA RENDITA CHE VIENE DISTRIBUITA A CHI RIESCE A CONQUISTARSI IL POSTO FISSO – PER SANARE QUESTA PIAGA NON SERVONO LE GRIDE MANZONIANE, GLI ISPETTORI E I GIUDICI, MA SERVE ELIMINARE LA RENDITA DEL POSTO FISSO

Articolo di Michele Boldrin, professore presso la Facoltà di Economia della Washington University, pubblicato su il Fatto Quotidiano dell’11 novembre 2010


Sembra che in Italia, per amore o per forza, molta gente lavori “gratis” – ossia, senza un immediato corrispettivo monetario, o quasi. Hanno cominciato (a fare notizia) Marco Travaglio e Vauro, poi è stata la volta di Roberto Benigni nel programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Ma non sono solo le celebrità televisive a lavorare gratuitamente. Tempo fa scoprimmo che molte scuole private quasi non pagano i propri
docenti più giovani i quali, a loro volta, accettano di lavorare perché l’esperienza così accumulata genera “punti” per accedere all’impiego pubblico. L’associazione Libertiamo ha appena lanciato una campagna contro gli “stage gratuiti” che molte aziende offrono a neolaureati, un “limbo degradante”, mentre quelli durante il periodo della scuola sono “fortemente formativi”. Occorre quindi intervenire, anche perché non ci sono solo le imprese private: c’è il praticantato negli studi professionali e pure gli enti pubblici “danno il cattivo esempio”. Insomma, in Italia troppa gente lavora gratis e questo è sfruttamento. Ma il diffondersi del lavoro gratuito è sintomo di patologie economiche differenti da quelle che molti assumono esserne la causa.
PRIMA DI COMINCIARE a riflettere sul problema, verrebbe da chiedersi se esso sia veramente una novità o se, invece, si stiano solo riscoprendo pratiche antiche in abiti moderni. Rispondere a tale quesito richiede un’analisi empirica impossibile qui. Tralasciamola dando per acquisito che, in Italia, il lavoro gratuito sia più diffuso che in altri Paesi. Notiamo, anzitutto, che coloro i quali accettano di prestare i propri servizi senza farsi pagare lo fanno volontariamente. Essendo presumibilmente persone che non agiscono per farsi del male, ritengono che tale azione sia meglio delle alternative (non lavorare, cercare un lavoro più umile ma remunerato, mettersi in proprio, trasferirsi altrove). Nel caso, per esempio, degli insegnanti di scuola privata che lavorano a salari molto bassi, la controparte della transazione è la concessione di un punteggio che aumenta la probabilità di ottenere un posto fisso in una scuola pubblica. Nel caso degli stagisti negli uffici pubblici, vale un meccanismo analogo di compensazione via accumulazione di titoli utili per “vincere il concorso”. Un caso estremo è quello dei ricercatori universitari, che lavorano per anni a stipendi molto bassi nella speranza di poter accedere a una posizione di associato e ordinario. Poiché si accumulano le storie di ricercatori italiani che, emigrando nel Regno Unito, in Svizzera o in Francia, raddoppiano o triplicano il proprio stipendio, per coloro che scelgono di rimanere l’aumento della probabilità d’essere promossi compensa, in valore economico, il sacrificio di lavorare per molti anni a uno stipendio misero. Lo stesso vale per gli stagisti gratuiti nelle grandi aziende: cercano contatti e visibilità che aumentino la probabilità di un’assunzione “regolare”. Anche l’azienda, ovviamente, cerca qualcosa ma quello è più ovvio: lavoro a buon mercato.
Insomma, fatta eccezione per Benigni e gli altri della Rai, la maggioranza delle persone che lavorano gratis lo fanno nella speranza d’ottenere un posto fisso. Qual è, dunque, il valore di un posto fisso? È dato dal valore atteso scontato della differenza tra l’utilità che si ottiene in tale posto e l’utilità che si ottiene nel migliore impiego alternativo (ossia, principalmente, l’utilità che si ottiene migrando o cercando lavoro in un’occupazione diversa da quelle in cui il posto fisso comincia a non essere più tanto frequente, per esempio la piccola industria manifatturiera). Chiamiamo tale differenza “rendita da impiego fisso”. A chi va questa rendita? Dipende dal meccanismo adottato per allocare i posti fissi: molti sono i postulanti e pochi gli eletti, specie nel settore pubblico. Fare uno stage gratuito o insegnare per quattro soldi nella scuola privata sono maniere per comprarsi un biglietto della lotteria che assegna la rendita. E i biglietti li vendono le aziende o gli uffici pubblici presso i quali è possibile, lavorando gratis-o-quasi, acquisire “punti” per l’accesso al posto fisso. Sono questi i veri beneficiari dell’esistenza di tale rendita perché ricevono lavoro gratuito. Per questo l’esempio dei personaggi dello spettacolo citati all’inizio che, per “stare in Tv”, son disposti a lavorare gratis calza a pennello. Andare in Rai (o a Mediaset) permette di appropriarsi di parte delle rendite di duopolio di cui queste due compagnie godono. Ma per andarci occorre che il pubblico ti voglia e il pubblico televisivo, si sa, ha la memoria corta: se per un periodo non vede il tuo viso apparire nello scatolone acceso, si scorda di te. Ecco quindi che diventa conveniente offrirsi anche di lavorare gratis, per un po’, pur di rimanere in televisione. Ora, le rendite da posto fisso non sono di certo paragonabili a quelle che Rai e Mediaset distribuiscono alle loro “stelle”, ma la logica è la medesima.
Che fare? A leggere il dibattito italiano saltano fuori sempre le solite soluzioni. Obblighiamo le aziende a pagare sempre un salario minimo per qualsiasi funzione. Mandiamo gli ispettori del lavoro. Mandiamo la guardia di finanza. Vietiamo tout-court il lavoro “gratuito”, anche se volontario. Mi permetto di suggerire che si tratta di soluzioni inefficaci , genererebbero solo ulteriori vincoli e ulteriori costi di controllo per essere poi raggirate con nuovi e maggiormente subdoli mezzi.
LA RAGIONE per tale previsione, oltre all’esperienza accumulata, sta nella forza della motivazione economica: se c’è una grande rendita di cui appropriarsi qualcuno spenderà risorse per farlo. L’analogia con il caso delle “stelle” televisive serve anche qui: qual’è la soluzione più semplice per eliminare le rendite di duopolio di cui godono Rai e Mediaset? Rendere il settore televisivo più concorrenziale cosicché lavorare in uno dei due gruppi principali non sia l’unica maniera per andare in televisione. Tutti sanno, intuitivamente, che se in Italia vi fossero dieci canali televisivi, uno indipendente dall’altro, le rendite di Rai e Mediaset svanirebbero. Questa analogia suggerisce che esiste una soluzione semplice semplice anche per il problema, molto più serio del lavoro gratuito, una soluzione che elimina distorsioni, e comportamenti illegali e sfruttamento dei giovani alla ricerca del posto fisso: ridurre drasticamente la rendita da posto fisso, specialmente da posto fisso nell’impiego pubblico. Ma nessuno ne parla, chissà perché.


rossana123@libero.it | 30 Oct 17:18 2014
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LO SCANDALO DEL LAVORO GRATUITO

http://www.pietroichino.it/?p=11137

TROPPI GIOVANI SI SOTTOPONGONO A UNA LUNGA ANTICAMERA DI STAGES NON RETRIBUITI PER CONCORRERE ALLA RENDITA CHE VIENE DISTRIBUITA A CHI RIESCE A CONQUISTARSI IL POSTO FISSO – PER SANARE QUESTA PIAGA NON SERVONO LE GRIDE MANZONIANE, GLI ISPETTORI E I GIUDICI, MA SERVE ELIMINARE LA RENDITA DEL POSTO FISSO

Articolo di Michele Boldrin, professore presso la Facoltà di Economia della Washington University, pubblicato su il Fatto Quotidiano dell’11 novembre 2010

Sembra che in Italia, per amore o per forza, molta gente lavori “gratis” – ossia, senza un immediato corrispettivo monetario, o quasi. Hanno cominciato (a fare notizia) Marco Travaglio e Vauro, poi è stata la volta di Roberto Benigni nel programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Ma non sono solo le celebrità televisive a lavorare gratuitamente. Tempo fa scoprimmo che molte scuole private quasi non pagano i propri
docenti più giovani i quali, a loro volta, accettano di lavorare perché l’esperienza così accumulata genera “punti” per accedere all’impiego pubblico. L’associazione Libertiamo ha appena lanciato una campagna contro gli “stage gratuiti” che molte aziende offrono a neolaureati, un “limbo degradante”, mentre quelli durante il periodo della scuola sono “fortemente formativi”. Occorre quindi intervenire, anche perché non ci sono solo le imprese private: c’è il praticantato negli studi professionali e pure gli enti pubblici “danno il cattivo esempio”. Insomma, in Italia troppa gente lavora gratis e questo è sfruttamento. Ma il diffondersi del lavoro gratuito è sintomo di patologie economiche differenti da quelle che molti assumono esserne la causa.

PRIMA DI COMINCIARE a riflettere sul problema, verrebbe da chiedersi se esso sia veramente una novità o se, invece, si stiano solo riscoprendo pratiche antiche in abiti moderni. Rispondere a tale quesito richiede un’analisi empirica impossibile qui. Tralasciamola dando per acquisito che, in Italia, il lavoro gratuito sia più diffuso che in altri Paesi. Notiamo, anzitutto, che coloro i quali accettano di prestare i propri servizi senza farsi pagare lo fanno volontariamente. Essendo presumibilmente persone che non agiscono per farsi del male, ritengono che tale azione sia meglio delle alternative (non lavorare, cercare un lavoro più umile ma remunerato, mettersi in proprio, trasferirsi altrove). Nel caso, per esempio, degli insegnanti di scuola privata che lavorano a salari molto bassi, la controparte della transazione è la concessione di un punteggio che aumenta la probabilità di ottenere un posto fisso in una scuola pubblica. Nel caso degli stagisti negli uffici pubblici, vale un meccanismo analogo di compensazione via accumulazione di titoli utili per “vincere il concorso”. Un caso estremo è quello dei ricercatori universitari, che lavorano per anni a stipendi molto bassi nella speranza di poter accedere a una posizione di associato e ordinario. Poiché si accumulano le storie di ricercatori italiani che, emigrando nel Regno Unito, in Svizzera o in Francia, raddoppiano o triplicano il proprio stipendio, per coloro che scelgono di rimanere l’aumento della probabilità d’essere promossi compensa, in valore economico, il sacrificio di lavorare per molti anni a uno stipendio misero. Lo stesso vale per gli stagisti gratuiti nelle grandi aziende: cercano contatti e visibilità che aumentino la probabilità di un’assunzione “regolare”. Anche l’azienda, ovviamente, cerca qualcosa ma quello è più ovvio: lavoro a buon mercato.

Insomma, fatta eccezione per Benigni e gli altri della Rai, la maggioranza delle persone che lavorano gratis lo fanno nella speranza d’ottenere un posto fisso. Qual è, dunque, il valore di un posto fisso? È dato dal valore atteso scontato della differenza tra l’utilità che si ottiene in tale posto e l’utilità che si ottiene nel migliore impiego alternativo (ossia, principalmente, l’utilità che si ottiene migrando o cercando lavoro in un’occupazione diversa da quelle in cui il posto fisso comincia a non essere più tanto frequente, per esempio la piccola industria manifatturiera). Chiamiamo tale differenza “rendita da impiego fisso”. A chi va questa rendita? Dipende dal meccanismo adottato per allocare i posti fissi: molti sono i postulanti e pochi gli eletti, specie nel settore pubblico. Fare uno stage gratuito o insegnare per quattro soldi nella scuola privata sono maniere per comprarsi un biglietto della lotteria che assegna la rendita. E i biglietti li vendono le aziende o gli uffici pubblici presso i quali è possibile, lavorando gratis-o-quasi, acquisire “punti” per l’accesso al posto fisso. Sono questi i veri beneficiari dell’esistenza di tale rendita perché ricevono lavoro gratuito. Per questo l’esempio dei personaggi dello spettacolo citati all’inizio che, per “stare in Tv”, son disposti a lavorare gratis calza a pennello. Andare in Rai (o a Mediaset) permette di appropriarsi di parte delle rendite di duopolio di cui queste due compagnie godono. Ma per andarci occorre che il pubblico ti voglia e il pubblico televisivo, si sa, ha la memoria corta: se per un periodo non vede il tuo viso apparire nello scatolone acceso, si scorda di te. Ecco quindi che diventa conveniente offrirsi anche di lavorare gratis, per un po’, pur di rimanere in televisione. Ora, le rendite da posto fisso non sono di certo paragonabili a quelle che Rai e Mediaset distribuiscono alle loro “stelle”, ma la logica è la medesima.

Che fare? A leggere il dibattito italiano saltano fuori sempre le solite soluzioni. Obblighiamo le aziende a pagare sempre un salario minimo per qualsiasi funzione. Mandiamo gli ispettori del lavoro. Mandiamo la guardia di finanza. Vietiamo tout-court il lavoro “gratuito”, anche se volontario. Mi permetto di suggerire che si tratta di soluzioni inefficaci , genererebbero solo ulteriori vincoli e ulteriori costi di controllo per essere poi raggirate con nuovi e maggiormente subdoli mezzi.

LA RAGIONE per tale previsione, oltre all’esperienza accumulata, sta nella forza della motivazione economica: se c’è una grande rendita di cui appropriarsi qualcuno spenderà risorse per farlo. L’analogia con il caso delle “stelle” televisive serve anche qui: qual’è la soluzione più semplice per eliminare le rendite di duopolio di cui godono Rai e Mediaset? Rendere il settore televisivo più concorrenziale cosicché lavorare in uno dei due gruppi principali non sia l’unica maniera per andare in televisione. Tutti sanno, intuitivamente, che se in Italia vi fossero dieci canali televisivi, uno indipendente dall’altro, le rendite di Rai e Mediaset svanirebbero. Questa analogia suggerisce che esiste una soluzione semplice semplice anche per il problema, molto più serio del lavoro gratuito, una soluzione che elimina distorsioni, e comportamenti illegali e sfruttamento dei giovani alla ricerca del posto fisso: ridurre drasticamente la rendita da posto fisso, specialmente da posto fisso nell’impiego pubblico. Ma nessuno ne parla, chissà perché.

rossana123@libero.it | 30 Oct 16:57 2014
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I sommersi dell’accademia

29.10.2014

Terre promesse. Nuovo appuntamento con il lavoro gratuito. Questa volta si entra negli atenei dove aspiranti ricercatori e docenti gestiscono esami, laboratori e corsi integrativi, attendendo invano l’apertura delle porte agli «incarichi strutturati»

e il lavoro che regalo, lo regalo spon­ta­nea­mente, di mia volontà, per me sì, è, oltre che etico, anche un gesto quasi nobile. Se invece il lavoro “devo” rega­larlo per tutti i motivi del mondo, no, non è etico, è svi­lente e umi­liante. Anche se poi, in defi­ni­tiva, siamo tutti con debo­lezze e dif­fi­coltà più o meno grandi». Que­sta con­fes­sione in forma ano­nima la tro­viamo in aper­tura dell’ultimo fasci­colo, il numero 133, della rivi­sta di Socio­lo­gia del lavoro (1/2014), tito­lato Con­fini e misure del lavoro emer­gente, curato da Emi­liana Armano, Fede­rico Chic­chi, Eran Fischer, Eli­sa­betta Risi nella loro ricerca col­let­tiva su «gra­tuità, pre­ca­rietà e pro­cessi di sog­get­ti­va­zione nell’era della pro­du­zione digi­tale». E sem­bra essere esem­pli­fi­ca­tiva di una con­di­zione dif­fusa nelle attuali forme del lavoro, sospese tra la rara pos­si­bi­lità di un’autonoma scelta di messa in comune del pro­prio (tempo di) lavoro e la più pres­sante obbe­dienza alla gra­tuità della pre­sta­zione lavo­ra­tiva, di fatto impo­sta senza alcuna libera scelta.

La «gavetta» universitaria

Ma il regno del lavoro gra­tuito, o quasi-gratuito, è, da sem­pre e non da ora, la regola tacita, quanto con­di­visa, per acce­dere al primo girone del cir­cuito uni­ver­si­ta­rio, quello che un tempo avrebbe per­messo di ambire al con­corso per ricer­ca­tore. Un periodo di lavoro gra­tuito – e anche di for­ma­zione vicino al Mae­stro, la tra­di­zio­nale «gavetta» – in cam­bio della pro­messa di essere con­si­de­rato «abile» per entrare nel «sistema acca­de­mico», che da sem­pre pre­vede una prima «valu­ta­zione» tra pari, ante­ce­dente la messa a bando dei posti da ricer­ca­tore e l’eventuale arruo­la­mento. E que­sto periodo tra­di­zio­nal­mente con­fi­nato in un lasso tem­po­rale di pochi anni, nella fase ini­ziale della pro­pria vita acca­de­mica, è sospeso tra l’età ancora scan­zo­nata della gio­vi­nezza, piena di pas­sione nella ricerca e gioia della cono­scenza, e il ripie­ga­mento verso il più com­pleto disin­canto rispetto agli «stili di vita» con­dotti nella cit­ta­della asse­diata dell’accademia uni­ver­si­ta­ria, dove il «quieto vivere» del diven­tare ricer­ca­tori strut­tu­rati è ostag­gio di subor­di­na­zione, silen­zio e omo­lo­ga­zione, pas­sando per le for­che cau­dine di un rap­porto signoria-servitù che spesso incu­pi­sce l’una e l’altra con­di­zione, ma che potrebbe anche aprire le porte di una pos­si­bile insu­bor­di­na­zione. Sarebbe la fase tra l’entusiasmo del dot­to­rato di ricerca e la depres­sione della ricerca di un posto da strut­tu­rato nell’Accademia.

Destrut­tu­rati senza reddito

Pec­cato che ora­mai nean­che esi­sta più il ruolo di ricer­ca­tore a tempo inde­ter­mi­nato per l’ingresso nella car­riera uni­ver­si­ta­ria, in seguito all’entrata in vigore della fami­ge­rata Legge Moratti (l. 230/2005). Pec­cato anche che da circa un ven­ten­nio l’accesso a que­sta fan­to­ma­tica «car­riera» sia sem­pre più diven­tato un collo di bot­ti­glia dove decine di migliaia di precari-e della ricerca e della docenza hanno peren­ne­mente rega­lato le loro pre­sta­zioni lavo­ra­tive, con inter­mit­tenza solo nella retri­bu­zione. La con­di­zione della ricerca e docenza uni­ver­si­ta­ria nell’epoca della pre­ca­rietà strut­tu­rale: con­ti­nuità di lavoro, nell’aleatorietà della retri­bu­zione. Con sot­tile guerra tra poveri, fatta di accuse nean­che tanto velate nei con­fronti del blocco gene­ra­zio­nale dei ricer­ca­tori anziani, una parte dei quali entrati con le sana­to­rie della Prima Repub­blica e a volte dispersi nei sot­to­scala uni­ver­si­tari, in fuga da un lavoro sem­pre più rou­ti­na­rio e lon­tano dalla loro ori­gi­na­ria pas­sione. E sem­pre di più quel lavoro è diven­tato neces­sa­rio nei quo­ti­diani ingra­naggi della «fab­brica» uni­ver­si­ta­ria: dal fun­zio­na­mento dei labo­ra­tori, all’organizzazione di semi­nari e master; dallo svol­gi­mento degli esami, all’appalto di interi corsi. Fino ad arri­vare al con­ti­nuo lavoro buro­cra­tico delle atti­vità di docenza e ricerca al tempo della reto­rica meri­to­cra­tica isti­tu­zio­na­liz­zata nel riem­pi­mento di infi­nite gri­glie valu­ta­tive, fatte di codici, giu­dizi, abstract, para­me­tri, soglie per­cen­tuali, numeri e sta­ti­sti­che che met­tono a dura prova anche il più razio­nale tra ricer­ca­tori e docenti. Man­te­nendo al con­tempo del tutto inal­te­rati i soliti poten­tati acca­de­mici.
Così quella tran­si­to­ria fase di lavoro pre­ca­ria­mente retri­buito, a volte gra­tui­ta­mente offerto, più spesso obbli­ga­to­ria­mente ero­gato, è diven­tata la norma per un’intera gene­ra­zione di «precari-e della ricerca e docenza» che nel corso dell’ultimo quin­di­cen­nio così si erano auto­pro­cla­mati, riven­di­cando un ina­spet­tato pro­ta­go­ni­smo poli­tico con­tro i Mini­stri di allora (nell’ordine: Moratti-Mussi-Gelmini) e pro­vando a for­zare i rap­porti di forza con­so­li­dati nell’Accademia. Per alcuni è stata l’occasione di espli­ci­tare legit­time riven­di­ca­zioni cor­po­ra­tive e sin­da­cali che hanno lasciato il tempo che tro­va­vano. Per pochi è stata la pale­stra di pro­mo­zione per­so­nale di se stessi. Per la gran parte di quei con­trat­ti­sti di ogni tipo, asse­gni­sti di tutte le risme, bor­si­sti dai mille bandi è stato invece il pren­dere con­sa­pe­vo­lezza di un lento pro­cesso di esclu­sione di una gene­ra­zione di forza lavoro pre­ca­ria dal sistema della ricerca e docenza uni­ver­si­ta­ria. Per­ché i pochi che hanno con­ti­nuato a cre­dere al motto di «resi­stere un minuto in più degli altri», non pos­sono più spe­rare nean­che in un con­tratto. Oltre­tutto, dinanzi all’immodificabile sistema di gestione uni­ver­si­ta­ria, il con­ti­nuo defi­nan­zia­mento pub­blico (che quello pri­vato è sem­pre stato al lumi­cino) è diven­tato il gri­mal­dello per irri­gi­dire l’arbitrio dei sog­getti che deci­dono l’accesso.
«C’è il taglio lineare dei finan­zia­menti, la crisi eco­no­mica, la spen­ding review, i posti pra­ti­ca­mente non ci sono, quindi dovete dimo­strare di essere ancora più bravi, dispo­ni­bili e votati al sacri­fi­cio, per­ché la con­cor­renza è spie­tata». Man­cano solo le caval­lette del cele­bre mono­logo di John Belu­shi in fuga dalla splen­dida donna miste­riosa, Car­rie Fisher, in Blues Bro­thers. Ecco ser­vita la meri­to­cra­zia al tempo dell’università strac­ciona. Salvo poi sco­prire inchie­ste per i soliti appalti milio­nari di infi­niti lavori nelle strut­ture uni­ver­si­ta­rie: ma que­sta è un’altra storia.

Soli­tu­dine e comunanza

Chi ha capito molto bene lo stato d’animo esi­sten­ziale dei non più gio­vani ricer­ca­tori pre­cari, ora­mai tran­si­tati nella totale assenza di retri­bu­zione, è stato il «gio­vane» cinema ita­liano, con uno dei mag­giori suc­cessi di que­sta sta­gione: Smetto quando voglio, del tren­tenne Syd­ney Sibi­lia. Lì si narra la sto­ria di un quasi qua­ran­tenne, asse­gni­sta di ricerca senza rin­novo dell’assegno, e dei suoi amici, ora­mai ex-precari della ricerca, già espulsi da labo­ra­tori ed aule uni­ver­si­ta­rie. Deci­dono di met­tere in comune la loro cono­scenza chi­mica e com­mer­ciale per sin­te­tiz­zare e spac­ciare smart drugs tra­mite le quali otte­nere quel red­dito che altri­menti non avreb­bero più dal loro, qua­li­fi­cato, lavoro uni­ver­si­ta­rio. E que­sta sarebbe la vera alter­na­tiva in campo: met­tersi insieme, non neces­sa­ria­mente per pro­durre dro­ghe sin­te­ti­che, ma certo per ripren­dersi quella ric­chezza pro­dotta e della quale si è sem­pre più pri­vati. Per il resto il film dise­gna un qua­dro deso­lante e deso­lato del pano­rama uni­ver­si­ta­rio, dove un eccel­lente Ser­gio Solli, attore di for­ma­zione tea­trale a fianco di Eduardo De Filippo, inter­preta il ruolo del peg­giore barone uni­ver­si­ta­rio: arraf­fone, impre­pa­rato, appros­si­ma­tivo, del tutto auto­cen­trato sul pro­prio, mise­ra­bile, ego.
Ma, al di là di quella che potrebbe essere una carat­te­riz­za­zione da mac­chietta, il film resti­tui­sce alla per­fe­zione il clima di scon­for­tante delu­sione che aleg­gia tra le ultime gene­ra­zioni di studiose/i, docenti, ricer­ca­trici e ricer­ca­tori che hanno let­te­ral­mente man­dato avanti la mac­china uni­ver­si­ta­ria spesso in cam­bio solo della pro­messa irrea­liz­za­bile di acce­dere alla car­riera uni­ver­si­ta­ria. Farsi un buon cur­ri­cu­lum in attesa dei fan­to­ma­tici con­corsi. E per avere que­sto cur­ri­cu­lum biso­gna scal­pi­tare per otte­nere inse­gna­menti pra­ti­ca­mente gra­tuiti, que­stuare per essere incluso in qual­che ricerca, pub­bli­care con fre­ne­sia arti­coli, libri, studi, per­ché ora il motto è Publish or Perish: se non pub­bli­chi, non esisti.

Il com­mer­cio delle promesse

Così quella che dovrebbe essere una breve fase di for­ma­zione acca­de­mica che da sem­pre pre­vede anche la dispo­ni­bi­lità a lavo­rare gra­tui­ta­mente in cam­bio dello svol­gere con pas­sione atti­vità di for­ma­zione, stu­dio, ricerca, e suc­ces­si­va­mente inse­gna­mento, per le quali si sente di avere la «voca­zione», diventa la con­di­zione strut­tu­rale per resi­stere den­tro l’università, a costo di sot­to­stare a infi­niti, pic­coli e grandi, ricatti. Del resto, ancor più nella reto­rica dell’economia della cono­scenza, la mitica car­riera uni­ver­si­ta­ria è la pic­cola patria dell’economia delle pro­messe, dove un vero e pro­prio «com­mer­cio delle pro­messe» viene eser­ci­tato a tutti i livelli della scala gerar­chica. E se pen­siamo che alcuni stu­diosi, tra i quali Pierre-Noël Giraud, sosten­gono da tempo che il fon­da­mento dell’attuale capi­ta­li­smo finan­zia­rio stia in que­sto Com­merce des pro­mes­ses (éd. Le Seuil, già nel 2001) il cor­to­cir­cuito cul­tu­rale, antro­po­lo­gico, esi­sten­ziale tra il lavoro intel­let­tuale e la finan­zia­riz­za­zione dell’economia capi­ta­li­stica diviene espli­cito e senza appello, facen­dosi beffe di qual­siasi esal­ta­zione dell’attuale società della conoscenza.

Per un red­dito di base

C’è solo lo sporco lavoro gra­tuito per rima­nere a galla nell’epoca in cui interi milioni di per­sone sono messe nelle con­di­zioni di dover rim­pian­gere le peg­giori forme del lavoro, mate­riale o intel­let­tuale che sia: quelle in cam­bio del quale nean­che per­ce­pi­sci più un sala­rio, ma ti si asse­gna un posto nel mondo. Per­ché in que­sta società «liquida» se non hai un lavoro non hai cit­ta­di­nanza. Anche per que­sto si dovrà insi­stere, rischiando di fare la fine di un disco incan­tato che nes­suno vuole più ascol­tare, sull’urgenza di un red­dito di base con­tro l’aleatorietà della retri­bu­zione, altri­menti riman­gono solo le laco­ni­che parole che Jona­than Lethem fa pro­nun­ciare al gio­vane, appas­sio­nato ricer­ca­tore e scrit­tore auto­di­datta del libro In difesa di Sen­tieri sel­vaggi: «ora­mai ero abi­tuato a sen­tir par­lare tanti dot­to­randi, rag­go­mi­to­lati den­tro le loro ter­ri­fi­canti car­riere, di monte ore, di bandi di con­corso, di tutto fuor­ché della pas­sione ori­gi­na­ria e ora­mai rat­trap­pita che stava segre­ta­mente al cen­tro del loro lavoro».

3) con­ti­nua. I pre­ce­denti arti­coli sono stati pub­bli­cati il 22 otto­bre (http://​ilma​ni​fe​sto​.info/​l​e​c​o​n​o​m​i​a​-​p​o​l​i​t​i​c​a​-​d​e​l​l​a​-​p​r​o​m​e​s​sa/) e il 25 otto­bre 2014 (http://​ilma​ni​fe​sto​.info/​i​-​s​o​g​n​i​-​i​n​f​r​a​n​t​i​-​d​e​i​-​f​r​e​e​-​l​a​n​ce/)

mcsilvan_@libero.it | 29 Oct 07:56 2014
Picon

R: La lunga marcia dei costituenti

mi sono letto nei giorni scorsi questo testo qui: Crisi industriali complesse e 
accordi di programma di Cristina Sgubin (Giappichelli, 2013) dove si para dell’
elemento di contrapposizione tra diritto comunitario, che segue lo spirito del 
diritto tedesco, che garantisce lo stato sociale di mercato mentre quello 
italiano segue i fondamenti  dello stato sociale di diritto non solo in Italia 
ma anche in Portogallo, Spagna etc, tutti paesi sui quali sono alti sono i 
lamenti delle grandi banche di investimento americane a causa delle troppe 
garanzie costituzionali. E' anche noto come la Germania, oltre che la Francia, 
sia la punta avanzata del processo di finanziarizzazione delle banche. Nel 
senso che le loro banche tendono a trasformarsi in hedge fund rimanendo 
scottate dall'esplosione delle bolle. Mi chiedo quindi
se, piuttosto che decostituzionalizzazione dell'Europa si tratti di 
germanizzazione dell'Ue. A parte che i tedeschi, con le decisioni della corte 
di Karlsruhe, tendono comunque a fare argine alla decostituzionalizzazione 
(poi, ok bisogna vedere nel merito
delle decisioni, come per il ricorso per gli OMT di Draghi) il primato 
ordoliberale dell'impresa, impresso nella costituzione tedesca, è stato 
sicuramente un vettore per la globalizzazione del sistema bancario della RFT. 
Al contrario dell'Italia dove il sistema bancario è stato, ed in parte è ancora 
adesso, ancorato a vincoli nazionali sortendo il risultato, per certi versi 
paradossale, di scottarsi non per gli hedge fund ma per il lento declino 
sistemico italiano.
Parlare di decostituzionalizzazione dell'europa è sicuramente giusto da un 
punto di vista mediterraneo le cose mi sembrano più complicate se si guarda a 
nord.
Nell'ottica della decostituzionalizzazione l'alleanza tra fourth estate e 
finanza è poi decisiva. Non solo per costruire l'onda d'urto che fa saltare la 
presa delle costituzioni sui propri paesi ma anche per spiegare il 
funzionamento dei processi che sfuggono alla costituzionalizzane dei fenomeni. 
Quanto al futuro o ci aspetta ancora una lunga stagione di europa alla 
giapponese, nel senso della stagnazione post bolla inizio '90, o diverse scosse 
telluriche dovute al rallentamento della crescita globale e alle politiche 
delle banche
centrali. In qualsiasi caso non mi sembrano in vista elementi di integrazione 
dei movimenti europei. Questo cambia tanto lo scenario della politica possibile

mcs

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 28 Oct 18:44 2014
Picon

La lunga marcia dei costituenti era R: Re: [BIN ITALIA] Che fine ha fatto il reddito minimo garantito: Roma 5 novembre 2014


"d'altro canto, qualche estate fa ci fu un'inchiesta su come mafia-camorra-ndrangheta pagassero il reddito di cittadinanza in diversi luoghi d'italy..."

vuoi dire che ti regalavano denaro?  A me una estate fa...venire in mente solo questo
http://www.youtube.com/watch?v=p-2J95TeK-M

ma intanto becchiamoci ...la lunga marcia.....

La lunga marcia dei costituenti

28.10.2014

Derive continentali. Una via di uscita dalla «decostituzionalizzazione» degli assetti istituzionali è lastricata di insidie. Per questo le esperienze che contrastano un modello di società basato sul libero mercato possono fornire gli elementi in grado di dar vita a innovativi processi giuridici sia a livello nazionale che sovranazionale. Un percorso di lettura a partire dal volume «Il tempo delle costituzioni»

«Siamo dinanzi», tanto in Ita­lia quanto in Europa, «a un tren­ten­nio di tra­sfor­ma­zioni isti­tu­zio­nali»: si apre con que­sta con­sta­ta­zione il libro curato da Giu­seppe Alle­gri e Giu­seppe Bron­zini, Il tempo delle Costi­tu­zioni. Dall’Italia all’Europa (Mani­fe­sto­li­bri, pp. 191, euro 19). La prima com­mis­sione bica­me­rale per le riforme costi­tu­zio­nali, la cosid­detta «Com­mis­sione Bozzi» che comin­ciò i pro­pri lavori nell’autunno del 1983, e l’approvazione del «Pro­getto Spi­nelli» da parte del Par­la­mento euro­peo nel feb­braio dell’anno suc­ces­sivo segnano l’avvio di una «tran­si­zione» che, tanto in Ita­lia quanto in Europa, appare ben lungi dall’essersi con­clusa. Pur evi­den­te­mente intrec­ciati, i due pro­cessi hanno tempi e carat­teri pecu­liari, da non dimen­ti­care. Con­si­de­rarli insieme, o quan­to­meno met­terli in riso­nanza, aiuta tut­ta­via a illu­mi­nare il campo di ten­sioni e di forze al cui interno si sono pro­dotte tra­sfor­ma­zioni che hanno inve­stito lo stesso con­cetto di costi­tu­zione. È in fondo que­sto il pro­blema al cen­tro del volume, su cui sono chia­mati a con­fron­tarsi, tra gli altri, costi­tu­zio­na­li­sti del cali­bro di Gae­tano Azza­riti, Luigi Fer­ra­joli e Ste­fano Rodotà, giu­ri­sti impe­gnati nelle lotte per i beni comuni (Maria Rosa­ria Marella) e pro­ta­go­ni­sti del dibat­tito cri­tico sulla poli­tica in Europa, come ad esem­pio Étienne Bali­bar, Gia­como Mar­ra­mao e Toni Negri.

Il salto federale

Non è un pro­blema astratto, quello del signi­fi­cato che assume oggi la costi­tu­zione. A seconda del modo in cui la si intende, si pon­gono in modo diverso que­stioni poli­ti­che fon­da­men­tali e del tutto con­crete: non solo l’atteggiamento da tenere di fronte al «patto del Naz­za­reno» o allo stesso attacco all’articolo 18 e a quello sta­tuto dei lavo­ra­tori di cui è stato spesso evi­den­ziato il por­tato appunto «costi­tu­zio­nale», ma anche la pos­si­bi­lità di assu­mere il piano nazio­nale come rife­ri­mento pri­vi­le­giato per la riqua­li­fi­ca­zione della demo­cra­zia o la neces­sità di spo­stare sul ter­reno euro­peo il bari­cen­tro dell’azione poli­tica. E ancora: su quest’ultimo ter­reno, quello della Ue, occorre for­zare un «salto fede­rale» (Bron­zini), in sostan­ziale con­ti­nuità con la moderna sto­ria costi­tu­zio­nale del fede­ra­li­smo, oppure con­viene bat­tere strade nuove, come ad esem­pio quella dell’«integrazione attra­verso la solu­zione dei con­flitti» qui pro­po­sta da Ste­fano Giub­boni e Chri­stian Joer­ges?
Le posi­zioni su que­sti temi pre­senti nel libro curato da Alle­gri e Bron­zini sono assai varie­gate. Quel che col­pi­sce, tut­ta­via, è la sostan­ziale con­ver­genza sulla dia­gnosi, docu­men­tata da un uso tra­sver­sale, per così dire, di un ter­mine forse non ele­gan­tis­simo ma certo effi­cace nel cogliere alcuni carat­teri essen­ziali dello sce­na­rio che abbiamo di fronte: deco­sti­tu­zio­na­liz­za­zione. Che cosa si intende con que­sto ter­mine? La costi­tu­zione, come mostra in modo effi­cace Giso Amen­dola nel suo sag­gio, ha avuto sto­ri­ca­mente due fun­zioni essen­ziali: quella di porsi come «limite e vin­colo all’esercizio del potere», attra­verso un sistema di garan­zie e diritti, e quella di fon­dare l’unità poli­tica dello Stato, arti­co­lan­done l’organizzazione e i rap­porti con i sog­getti. Par­lare di «deco­sti­tu­zio­na­liz­za­zione», come si fa ormai ampia­mente nei dibat­titi giu­ri­dici inter­na­zio­nali, signi­fica richia­mare l’attenzione sull’indebolimento di entrambi que­sti lati della costi­tu­zione. E signi­fica in par­ti­co­lare sot­to­li­neare le ten­denze a una mol­ti­pli­ca­zione di livelli e attori di potere che sfug­gono alla rego­la­zione costi­tu­zio­nale pur inter­ve­nendo, spesso in modo estre­ma­mente inci­sivo, su ter­reni tra­di­zio­nal­mente defi­niti di «rile­vanza costi­tu­zio­nale».
L’Unione Euro­pea è spesso assunta come campo pri­vi­le­giato di ana­lisi di que­ste ten­denze, ma è più in gene­rale l’ampia let­te­ra­tura su diritto e glo­ba­liz­za­zione ad averne messo a fuoco alcuni pro­fili deci­sivi. E l’attenzione si è spesso con­cen­trata, ovvia­mente, sul mutato rap­porto tra eco­no­mia e poli­tica nel tempo del «neo­li­be­ra­li­smo». È un tema cen­trale anche in molti capi­toli di Il tempo delle Costi­tu­zioni. Luigi Fer­ra­joli, ad esem­pio, descrive in modo molto pre­ciso il dop­pio pro­cesso di deco­sti­tu­zio­na­liz­za­zione che si è dispie­gato tanto a livello nazio­nale quanto a livello euro­peo, rin­ve­nen­done il signi­fi­cato di fondo in un «muta­mento in senso libe­ri­sta della costi­tu­zione eco­no­mica delle nostre demo­cra­zie»: ovvero nella crisi di quel modello costi­tu­zio­nale, pre­va­lente nell’Europa occi­den­tale della seconda metà del Nove­cento, «basato sull’ovvia sovra-ordinazione della sfera pub­blica alle sfere eco­no­mi­che pri­vate». In un altro bel con­tri­buto al volume, Giub­boni e Joer­ges ricor­rono all’opera di Karl Pola­nyi per ana­liz­zare cri­ti­ca­mente il movi­mento attra­verso cui i mer­cati hanno ten­tato negli ultimi anni di svin­co­larsi da ogni forma di rego­la­zione sociale e poli­tica, nel qua­dro di un ulte­riore appro­fon­di­mento della mer­ci­fi­ca­zione di lavoro, terra e denaro, ovvero di quelle che l’economista austro-ungherese defi­niva «merci fittizie».

Il mana­ge­ment della crisi

Si tratta di ana­lisi utili e rigo­rose. Di tanto in tanto, tut­ta­via, l’impressione è che l’«economia» e i «mer­cati» ven­gano con­si­de­rati in modo ecces­si­va­mente astratto, senza fare i conti fino in fondo con la mate­ria­lità delle tra­sfor­ma­zioni e dei pro­cessi che costi­tui­scono i carat­teri spe­ci­fici del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo. Non si vuole qui pro­porre un’analisi ridu­zio­ni­stica delle costi­tu­zioni, con­si­de­rate mera «sovra­strut­tura» del rap­porto sociale di capi­tale. Dovrebbe tut­ta­via essere evi­dente che la rego­la­zione costi­tu­zio­nale di que­sto rap­porto si trova di fronte pro­blemi diversi a seconda che il capi­ta­li­smo sia orga­niz­zato su base indu­striale e nazio­nale o su base finan­zia­ria e glo­bale. Diverse sono le dina­mi­che da rego­lare, diversi sono soprat­tutto i sog­getti in campo (per accen­nare a un tema essen­ziale, affron­tato in par­ti­co­lare da Amen­dola, Marella, Bonac­chi e Giorgi nei loro con­tri­buti). Si pone qui la que­stione della «costi­tu­zione finan­zia­ria», per ripren­dere i ter­mini uti­liz­zati da Rodotà, ovvero, seguendo l’analisi di Toni Negri, di un capi­ta­li­smo che pro­prio per via dei pro­cessi di finan­zia­riz­za­zione, assume sem­pre più una natura «estrat­tiva», azze­rando ten­den­zial­mente quel ter­reno di media­zione dia­let­tica tra capi­tale e lavoro su cui si erano impian­tate le costi­tu­zioni post­bel­li­che.
Il mana­ge­ment euro­peo della crisi, ovvero quel «diritto euro­peo dell’emergenza» la cui costru­zione è stata avviata a par­tire dal 2010, è una pecu­liare espres­sione (non l’unica pos­si­bile, e non neces­sa­ria­mente la più ade­guata) delle pro­fonde tra­sfor­ma­zioni inter­ve­nute nella natura stessa del capi­ta­li­smo. Tanto Bron­zini quanto Giub­boni e Joer­ges ana­liz­zano in modo molto effi­cace que­sto regime di gestione della crisi, che ha avuto la pro­pria con­sa­cra­zione nel fiscal com­pact e nell’istituzione del Mes (Mec­ca­ni­smo Euro­peo di Sta­bi­lità). E mostrano bene come esso abbia deter­mi­nato una cesura nella stessa con­ti­nuità del pro­cesso di inte­gra­zione euro­pea, spesso inter­pre­tato attra­verso la for­mula «inte­gra­zione attra­verso il diritto» e il con­nesso rife­ri­mento al «metodo comunitario».

Default demo­cra­tico

La nuova posi­zione (costi­tu­zio­nale, si potrebbe aggiun­gere) della Banca Cen­trale Euro­pea e l’organizzazione di un nuovo com­plesso di norme e poteri a sal­va­guar­dia dell’euro e della disci­plina fiscale, sostan­zial­mente al riparo da ogni «logica di rap­pre­sen­tanza poli­tica e isti­tu­zio­nale» (Bron­zini), hanno por­tato un osser­va­tore attento come Gian­do­me­nico Majone a par­lare del rischio di un pas­sag­gio dal «defi­cit demo­cra­tico» (di cui si parla da molto tempo a pro­po­sito della Ue) a un vero e pro­prio «default demo­cra­tico». Non che man­chino con­flitti e con­trad­di­zioni all’interno di que­sto assetto di potere (ad esem­pio tra la Banca Cen­trale Euro­pea e la Bun­de­sbank): ma tanto i con­flitti quanto le media­zioni si gio­cano all’interno della mede­sima «parte», a con­ferma di quanto si diceva sulla natura del capi­ta­li­smo finan­zia­rio.
Se le cose stanno così come sche­ma­ti­ca­mente le si sono rias­sunte, come costruire un’alternativa in cui possa rico­no­scersi l’altra «parte», ovvero la nostra? La dimen­sione nazio­nale, almeno in Europa, appare del tutto spiaz­zata dai pro­cessi che si sono indi­cati par­lando di deco­sti­tu­zio­na­liz­za­zione e di finan­zia­riz­za­zione del capi­ta­li­smo. Que­sto non signi­fica che debba essere abban­do­nata, ma che la si può riqua­li­fi­care sol­tanto attra­verso un’azione che assuma come obiet­tivo e pre­sup­po­sto la con­qui­sta dello spa­zio euro­peo, strap­pato alle forze che oggi lo domi­nano e a quelle che pre­ten­dono di con­ten­der­glielo agi­tando le parole d’ordine rea­zio­na­rie dei diritti dei popoli e delle nazioni. Diversi con­tri­buti rac­colti nel volume comin­ciano a indi­care gli ele­menti fon­da­men­tali di un pro­gramma poli­tico all’altezza di que­sto com­pito, sul ter­reno di un nuovo wel­fare, di nuovi diritti, di una nuova poli­tica del lavoro e della coo­pe­ra­zione. Si tratta, evi­den­te­mente di un com­pito che non può che essere defi­nito costi­tuente. Ma vale anche qui, a mio giu­di­zio, l’indicazione di Amen­dola, l’invito ad «assu­mere una postura cri­tica non nostal­gica, o sem­pli­ce­mente difen­siva»: una poli­tica costi­tuente in Europa non deve neces­sa­ria­mente essere imma­gi­nata sul modello clas­sico dell’assemblea costi­tuente (per cui oggi man­cano del resto tutte le con­di­zioni poli­ti­che); deve piut­to­sto farsi carico dell’eterogeneità costi­tu­tiva tanto dello spa­zio euro­peo quanto dei regimi di rego­la­zione che lo inve­stono. Deve inven­tare il pro­prio spa­zio a par­tire dalle lotte dei suoi sog­getti: qui l’esempio della Prima Inter­na­zio­nale, «dove da una varietà di ten­denze, gruppi e movi­menti si era giunti a una sin­tesi che ha cam­biato in modo radi­cale i ritmi e le forme della sto­ria uni­ver­sale» (Mar­ra­mao), è dav­vero suggestivo.

Modelli in divenire

Un ulte­riore paral­lelo sto­rico, per con­clu­dere, è offerto da Gabriella Bonac­chi e Chiara Giorgi, sulla trac­cia di una discus­sione del pen­siero di Lelio Basso. Quest’ultimo, in un arti­colo del 1976, ricor­dava le parole rivolte da Fer­di­nand Las­salle agli ope­rai tede­schi più o meno nella stessa epoca in cui fu fon­data la prima Inter­na­zio­nale: la costi­tu­zione «siete anche voi per­ché siete una forza, e la costi­tu­zione è, in ultima istanza, un rap­porto di forze». Certo, Las­salle si rife­riva alla costi­tu­zione in senso mate­riale, e il suo pro­getto poli­tico – dura­mente cri­ti­cato da Marx – pun­tava a un’integrazione dei lavo­ra­tori nello Stato nazio­nale in for­ma­zione. Ma il rife­ri­mento alle forze e al loro rap­porto rimane fon­da­men­tale. E il rap­porto di forze appare oggi in Europa deci­sa­mente sfa­vo­re­vole per i pro­ni­poti degli ope­rai tede­schi di Las­salle (inter­pre­tando il rife­ri­mento in senso meta­fo­rico e non let­te­rale).
L’azione dei movi­menti sociali sullo stesso ter­reno costi­tu­zio­nale, come ricorda Alle­gri, ha tut­ta­via sedi­men­tato un patri­mo­nio di espe­rienze pra­ti­che e teo­ri­che, che negli ultimi anni è stato arric­chito nelle lotte per i beni comuni. Que­ste ultime sono giunte a pre­fi­gu­rare, sia pure non certo linear­mente, «modelli di isti­tu­zione del comune» (Marella). Le lotte den­tro e con­tro la crisi, in par­ti­co­lare ma non solo in Europa meri­dio­nale, hanno fatto emer­gere nuove forme di «sin­da­ca­li­smo sociale» in cui la pra­tica dell’appropriazione diretta (ad esem­pio sul tema dell’abitare) si è coniu­gata con la spe­ri­men­ta­zione di ine­dite moda­lità di nego­zia­zione. Non si può certo trarre un «modello» costi­tu­zio­nale dall’insieme di que­ste espe­rienze (a cui altre potreb­bero essere aggiunte): e tut­ta­via esse indi­cano e qua­li­fi­cano mate­rial­mente alcune dire­zioni in cui muo­versi per affron­tare lo sce­na­rio che ci è con­se­gnato dai pro­cessi di deco­sti­tu­zio­na­liz­za­zione e di finan­zia­riz­za­zione del capi­ta­li­smo. All’ordine del giorno, come si può con­clu­si­va­mente affer­mare com­bi­nando le sug­ge­stioni dei due esempi sto­rici ricor­dati, è oggi la costi­tu­zione di una forza capace di ren­dere sta­bile ed effi­cace l’azione poli­tica lungo quelle direzioni.

Il testo uscirà anche sul sito inter­net: www​.euro​no​made​.info





2014-10-27 17:45 GMT+01:00 mcsilvan_ <at> libero.it <mcsilvan_ <at> libero.it>:
tutta la mia solidarietà per la presenza di un iscritto a Libera, fortunamente posso evitare ogni dibattito o rete con i compulsivi della legalità.

mandagli questa dedica, "nu latitante" del mitico Tommy Riccio

https://www.youtube.com/watch?v=pMIxYnxEuEQ

più è forte la spinta dell'illegalità più presto arriva il reddito garantito, ma questo lo sanno anche i bambini :)

mcs








rossana123@libero.it | 28 Oct 15:32 2014
Picon

La torsione neoliberale del sindacato tradizionale e l’immaginazione del «sindacalismo sociale»: appunti per una discussione

http://www.euronomade.info/?p=2482

di ALBERTO DE NICOLA, BIAGIO QUATTROCCHI.

1. Introduzione

Lo scopo di questi appunti è quello di stimolare una duplice riflessione. Assistiamo, oramai da lungo tempo, ad una profonda trasformazione della funzione del sindacato tradizionale. Con esso intendiamo le organizzazioni eredi del movimento operaio: come la forma sindacale confederale e le esperienze “cogestionarie” tedesche. Questa trasformazione sembra essere profondamente segnata da una torsione in chiave neoliberale del soggetto sindacale, divenuto “istituzione” attiva nel sistema della governance, al pari degli altri soggetti che in essa vi operano. In quanto tale, questa istituzione, sembra sempre di più introiettare quella razionalità governamentale tipica dell’impresa. Dal sindacato come soggetto autonomo per il conflitto sul salario, si assiste alla formazione di una organizzazione manageriale che svolge una funzione attiva nella segmentazione della forza-lavoro e nel processo di trasformazione del welfare.

Il contesto storico in cui questo processo sembra accelerarsi e giungere a compimento è quello della crisi e delle politiche dell’austerity. Le politiche fiscali restrittive e la ferrea disciplina di bilancio hanno momentaneamente raggiunto i risultati stabiliti: in termini redistributivi tra le classi sociali e nello stabilizzare alcuni rapporti di forza in Europa, tra le aree centrali e quelle periferiche. Così la crisi e le politiche di austerity hanno dato vita ad una nuova geografia economica e sociale in Europa. Si tratta, è bene dirlo, di assetti non definitivi e ancora instabili. L’assenza di crescita economica (o i deboli segnali di ripresa in una parte dell’Europa), dopo circa 6 anni di crisi, gioca un ruolo fondamentale nell’instabilità di questi assetti. Ora le élites economiche e politiche, spingono affinché si riprenda il motore dell’accumulazione. Ma questo è il punto: come sarà il nuovo motore?  E che ruolo avranno le organizzazioni sindacali tradizionali?

La seconda questione che affrontiamo riguarda, invece, l’affermazione di nuove soggettività, pratiche di lotta, capacità di autogoverno che alludono alla formazione di quello che ancora provvisoriamente definiamo come «sindacalismo sociale». E’ l’inizio di una ricerca. Serve a fissare le idee e il nostro scopo su questo argomento è quello di verificare delle ipotesi, spingere ad approfondire, richiamando l’attenzione su certi comportamenti collettivi.

2. Sindacato, distribuzione salariale e ruolo dello Stato

A marzo di quest’anno, il ministro del lavoro tedesco socialdemocratico Andrea Nahels, annuncia che il governo della grosse koalition è oramai pronto ad introdurre un «salario minimo», come misura generale, aperta a tutti i settori produttivi. A pochi giorni di distanza, in Italia, il governo Renzi, dichiara la volontà di adottare un bonus fiscale in grado di aumentare le retribuzioni nette dei lavoratori1. Due interventi che, evidentemente, con logiche profondamente diverse, riguardano la mediazione salariale e chiamano in causa lo Stato come soggetto di regolazione. Non è certo la prima volta; d’altro canto, lo Stato, lungo il ciclo neoliberale ha continuato a svolgere una funzione regolativa della redistribuzione attraverso le politiche fiscali, disciplinando gli istituti della contrattazione salariale e attraverso il passaggio dal welfare universale al work-fare e ai sistemi improntati ad una logica di residualità. Questa funzione, che la forma-Stato neoliberale ha continuato a svolgere, non deve evitare di farci vedere alcuni elementi di novità, capaci di indicare possibili tendenze o almeno cambiamenti parziali nel management della crisi. La nostra impressione è che questi interventi di carattere «equitativo» segnalino la volontà di introdurre una nuova modifica nelle relazioni tra Stato e organizzazioni sindacali tradizionali. Al centro di questa modifica, la sostanziale sussunzione dei luoghi della contrattazione all’interno della governance neoliberale; dove le organizzazioni sindacali tradizionali, in qualche caso per riflesso di rapporti di forza sfavorevoli, il più delle volte come risultato di una scelta soggettiva, hanno iniziato a svolgere una funzione “attiva” nel governo neoliberale della forza-lavoro.

Per cogliere questi aspetti è utile affrontare analiticamente queste determinazioni alla luce delle coordinate geografiche, che in modo ancora profondamente instabile, sembrano imporsi nello stesso contesto della crisi: internamente all’Europa e tra questa, gli Usa e i nuovi poli di sviluppo trainanti (BRIC). E’ bene chiarire che queste politiche «equitative» non riguardano solo il rapporto tra centro e periferia all’interno dell’Europa, inteso come relazione tra due spazi-nazione omogenei e stabilmente confinati. La funzione regolativa dello Stato, nello stabilire «salari minimi» nazionali o politiche «minime» di redistribuzione come in Italia, si integra con i livelli di contrattazione, sempre più schiacciati verso il basso (fino al limite del livello aziendale), moltiplicando a dismisura nuove gerarchie territoriali.2 Questa nuova geografia in formazione, produce, quindi, inedite spazialità e le organizzazioni sindacali tradizionali e il ruolo normativo degli Stati svolgono attivamente una funzione di ostacolo alla formazione di una coalizione sociale di lotta a livello europeo.

Iniziamo a chiederci: se di cambiamento interno al management della crisi si tratta, da dove hanno origine queste politiche «equitative» sui salari?

Bisogna probabilmente risalire all’instabilità finanziaria e ai meccanismi di trasmissione con l’economia reale. A far data dal 2012, è stato ampiamente sottolineato, che siamo entrati in una nuova fase della crisi finanziaria europea. Significativo è stato il ruolo svolto dalla politica monetaria della BCE. Draghi, nell’ormai famosa Global Investment Conference di Londra (26 Luglio) afferma: «The Ecb will be ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough». E’ l’inizio di quello che è stata definita la «politica monetaria non convenzionale». Lo scopo, sul piano politico, è stato quello di esercitare una relazione di comando sugli operatori del mercato finanziario, limitando le pressioni speculative sui debiti sovrani, che spingevano per una possibile implosione della zona euro3. Questo risultato è stato ottenuto attribuendo, contro la formalità dei trattati, una parziale funzione di “prestatore di ultima istanza” alla BCE e agendo contemporaneamente: nel sistema privato dei mercati interbancari (mediante il Long Term Refinancing Operations) e acquistando buoni del tesoro sui mercati secondari (Outright Monetary Transactions).

Esula dallo scopo di questa analisi, osservare le tappe della politica monetaria delle principali banche centrali, a partire da questo momento. Conviene, tuttavia, soffermarsi su un dato fondamentale: la FED, ancor prima della BCE, a più riprese, ha iniettato ingenti quantità di liquidità nel mercato finanziario, alimentando la spesa pubblica mediante l’acquisto di titoli. Questa enorme liquidità è rimasta prevalentemente intrappolata nei bilanci delle banche e degli operatori finanziari, mostrando un rallentamento nei meccanismi di trasmissione tra “capitale finanziario” e “capitale produttivo”, su cui si era basata sin dall’inizio la novità neoliberale del money manager capitalism4. Non si è dinanzi ad una svolta nella logica dell’accumulazione, ma queste difficoltà nella trasmissione tra rendita e profitti, dopo sei anni di crisi, si sente che iniziano a spaventare le élites economiche globali5.

Quello a cui assistiamo oramai chiaramente, e su cui bisogna concentrarsi, è che la ripresa della rendita finanziaria non traina l’economia reale, almeno non allo stesso modo di come era accaduto a cominciare dagli anni novanta. Le politiche monetarie mostrano, in questo modo, l’incapacità di uscire dalla crisi, soprattutto in Europa, dove il ruolo svolto dalla BCE è perfettamente integrato con la disciplina di bilancio dell’austerity. Ad essersi inceppato è quel diabolico motore della crescita, così come l’abbiamo conosciuto. L’indebitamento della forza-lavoro precaria, che ha toccato livelli di massa soprattutto nel mondo anglosassone (nella fase pre-crisi), ha rappresentato dagli anni novanta un processo di privatizzazione dei moltiplicatori della domanda effettiva. Ha assicurato che il circuito monetario si chiudesse sul lato della domanda, senza contraccolpi per la realizzazione di quei profitti divenuti rendita, e sollecitando quell’integrazione funzionale tra investimenti in capitale fisso e capitale finanziario (i primi in discesa a vantaggio dei secondi) da parte delle imprese. Inoltre, per tornare agli aspetti della geografa economica, la domanda indebitata è stata il perno attorno a cui  si sono regolati i flussi di scambio commerciale e le partite correnti, tra diverse aree del globo. Internamente all’Europa: tra paesi del centro e della periferia. Tra gli Usa e l’Europa, ma soprattutto tra gli Usa e la Cina.

Nella fase attuale, e questo è il punto, l’indebitamento della forza-lavoro, si presenta, invece, come puro comando sulla vita. Il consumo indebitato, anche a causa degli alti livelli di disoccupazione, non ha più la stessa forza di chiudere il circuito dal lato della domanda e, soprattutto non traina gli investimenti produttivi6. La ripresa di questi meccanismi potrà passare attraverso altre strade e questo cambiamento, inevitabilmente, avrà una ripercussione anche sulla geografia della valorizzazione.

Ora, in questo quadro, in Europa, anche per effetto delle enormi diseguaglianze di reddito, per l’esplosione della povertà e per l’aumento dei livelli della disoccupazione, le élites politiche ed economiche mostrano la volontà di riafferrare un controllo politico, spaventate forse, dai nazionalismi della destra e soprattutto dal blocco dei meccanismi di trasmissione tra finanza e capitale produttivo. Così, le politiche «equitative» da cui siamo partiti, più che mettere radicalmente in discussione la logica della deflazione salariale che ha caratterizzato in modo differenziato tutta l’Europa (intensificatasi negli anni novanta), sembrano svolgere una funzione soprattutto di controllo politico. I governi iniziano a sottolineare la necessità di ripresa di una domanda interna agli Stati, ma con le politiche messe in campo, si è lontani dal cogliere questo obiettivo; piuttosto, quello che muta è l’ordine del discorso neoliberale, che adesso tende a mostrarsi più benevolente con chi la crisi l’ha pagata e la sta ancora pagando.

Questo cambiamento nell’ordine retorico dell’austerity, ha, però, un altro effetto materiale. Dicevamo: è la relazione tra Stato e organizzazioni sindacali tradizionali che continua a mutare – i due attori della governance neoliberale. Ancora una volta, questa mutazione, assume caratteristiche differenziate sul piano dello spazio geografico.

Iniziamo dalla Germania. Due eventi sembrano essere legati tra loro. Prima abbiamo citato la volontà del governo tedesco di introdurre un «salario minimo» orario, che entrerà in vigore definitivamente nel 2015, e che prevede una paga oraria minima universale (con poche eccezioni) di 8,5 euro l’ora. Si tratta di un intervento normativo, unilaterale, deciso dal governo – senza configurarsi come la risposta di una pressione sociale provenuta dalla soggettivazione della forza-lavoro. Non è mai da trascurare nelle mani di chi è l’iniziativa politica. Lo Stato ha ricomposto, sotto il suo comando, il mercato della forza-lavoro. Lasciando al ruolo della soggettività organizzata, una funzione residuale, di settore.

Sandro Chignola, in un lavoro di inchiesta sul sindacato tedesco7, ci ha ricordato che, poco prima di questa proposta di riforma, l’IG-Metall, il forte sindacato metalmeccanico, ha recentemente ottenuto un aumento dei salari del 4,3%. Un risultato che non si vedeva da vent’anni, in un paese che ha fatto della riduzione salariale la leva di un disegno neo-mercantilista.

L’origine di questo risultato è attribuita, secondo gli stessi dirigenti del sindacato, alla loro specifica forma organizzata. Il modello “cogestionario” interpreta il ruolo del sindacato come un agente con la missione di tenere legata la rivendicazione salariale e i livelli occupazionali alla produttività. La relazione tra impresa e sindacati, non è intesa né nei termini di un conflitto distributivo né nei termini di un conflitto sull’organizzazione del lavoro, semmai come opportunità di “democratizzazione del management”. Chignola ci ricorda, inoltre, che uno degli effetti dell’azione di questo sindacato è quello di contribuire a gerarchizzare ulteriormente la forza-lavoro lungo le filiere transnazionali del settore (della produzione dell’auto): «l’aumento dei salari contrattato a livello d’impresa comporta in molti casi la compressione dei salari per i lavoratori delle catene di subappalto e fornitura», oltre la Germania, lungo le catene del valore che si dispiegano ad Est e in sud Europa.

L’intervento normativo dello Stato, così come il ruolo svolto dal sindacato, si mostrano entrambi interni alla logica della valorizzazione capitalistica; inoltre, entrambi svolgono la funzione di regolare la gerarchia degli spazi economici, tra centro e periferia, all’interno dell’Europa. Ed è questa trama dei rapporti geografici disegnata dagli attori della governance, a definire i parametri dentro cui possono operare queste dinamiche sui salari. Così, mentre nei paesi del centro (e lungo le filiere che da questa area si dipanano), può crescere una pressione sui salari lordi, altrove, nella periferia, come in Italia, gli unici spazi concessi alle dinamiche salariali riguardano recuperi giocati grazie alla benevolenza della politica fiscale.

In Italia, il governo Renzi e senza alcuna distinzione le organizzazioni sindacali tradizionali (compresa la Cgil) convergono nella possibilità dell’aumento dei salari agendo esclusivamente sul piano della pressione fiscale. Prima che il governo decidesse di intervenire, con un aumento molto limitato (si dice in media tra i 50 e i 60 euro) che riguarda esclusivamente un segmento della forza-lavoro, si era già assistito da lungo tempo ad una riflessione delle organizzazioni confederali (a partire dalla Cgil) sulla necessità di aumentare i salari attraverso le politiche. D’altro canto, mentre il governo, con il decreto Poletti, ha introdotto un’ennesima dose di precarizzazione nei rapporti di lavoro, le organizzazioni sindacali confederali avevano autonomamente deciso, con il testo unico sulla rappresentanza di gennaio 2014, di abdicare a qualsiasi funzione di conflitto nei luoghi della produzione e di indebolire, fino o a renderla inservibile, la struttura di contrattazione sociale.

Si tratta di processi «equitativi» confinati negli spazi nazionali e nella nuova geografia di valorizzazione che si determina nella crisi. E’, quindi, a partire da questi semplici elementi che lo spazio europeo costituisce la dimensione minima su cui sperimentare la costruzione di percorsi di conflitto.

3. Redistribuzione: dal welfare al workfare

Se da un lato lo speciale ossimoro dell’«austerity espansiva» contiene la possibilità di aumenti salariali controllati e differenziati sul piano geografico; dall’altro lato, le recenti riforme sul Welfare, contribuiscono ad assicurare che sul piano macroeconomico questi cambiamenti non turbino i rapporti di distribuzione del reddito sociale a favore della rendita e dei profitti. Durante la crisi, tutti i Paesi europei, hanno intrapreso riforme di taglio alla spesa per la protezione sociale, di ulteriore privatizzazione e, soprattutto, sono state  ulteriormente inasprite le tecniche di controllo sociale sulla forza-lavoro. Anche su questo terreno, l’iniziativa è pienamente nelle mani dello Stato (e delle organizzazioni sovra-statuali), che non la conduce in modo indipendente, ma insieme agli agenti economico-finanziari privati, e con il contributo del sindacato tradizionale che anche in questo campo svolge la sua funzione attiva.

Qui, per comprendere cosa vogliamo intendere per funzione attiva del sindacato è opportuno ricorrere ad un breve confronto sul piano storico del ruolo stesso del Welfare.

Nella fase fordista e del compromesso socialdemocratico dell’accumulazione capitalistica, il Welfare State nelle sue forme universali à la Beverdige svolgeva principalmente due funzioni, profondamente integrate tra loro. Sul piano strettamente economico, il Welfare era strumento fondamentale della redistribuzione, costituendo salario indiretto e differito distribuito alla forza-lavoro. L’anticipazione monetaria pagata dalle imprese in forma di salario (diretto), veniva integrata grazie ad una «socializzazione di una quota del monte salari»8. Il sistema fiscale progressivo assicurava che le classi sociali più ricche sostenessero parte dei costi di riproduzione sociale della forza-lavoro. Il Welfare State, secondo una visione macroeconomica, poteva solo redistribuire ex-post una quota di valore che si sarebbe dovuto originare altrove. All’interno dei confini dei luoghi della produzione, dove il valore originava dal movimento del lavoro vivo, estratto grazie ai meccanismi tecnologici e al comando manageriale della produzione sulla forza-lavoro, nel suo passaggio dalla potenza all’atto. Quote di questo valore erano, quindi, prelevate dallo Stato, che attraverso il Welfare intendeva svolgere una funzione di regolazione del conflitto sociale e disporre di un meccanismo formale di «programmazione del benessere collettivo», imponendo vincoli esterni al mercato – come nella visione tradizionale di Pigou e in termini diversi, in quella di Keynes.  Nella fase alta del conflitto di classe, a metà del secolo scorso, questa mediazione economica e politica è saltata continuamente, e le lotte sono riuscite a conquistare per sé nuovi terreni per lo sviluppo della riproduzione sociale. Nel compiere questo passo – e siamo dunque alla seconda funzione svolta dal Welfare – questa istituzione ha dispiegato il suo disegno originario, costituendosi come potente mezzo di invenzione della cittadinanza sociale, basata sulla centralità e sul dovere del lavoro9. Il motto socialista ottocentesco «chi non lavora non mangia», nella fase fordista dello sviluppo capitalistico si trasforma in «chi è cittadino deve essere anche lavoratore» e deve «accettare psicologicamente il proprio lavoro e di lavorare duramente [corsivo aggiunto]»10. Il Welfare State svolgendo una funzione di integrazione sociale di tutti i cittadini e determinando così un accesso ad alcuni nuovi valori d’uso, contemporaneamente, disciplinava, e ordinava la società a partire dalla centralità del valore di scambio della forza-lavoro con il salario.

Nella fase del capitalismo cognitivo o finanziarizzato, i regimi di workfare, svolgono una funzione sociale profondamente diversa. Sul piano formale, se si tiene conto delle tecniche di contabilità nazionale, il welfare svolge ancora un ruolo redistributivo; poiché i servizi pubblici erogati dallo Stato sono finanziati mediante il prelievo fiscale. Da questo punto di vista, è piuttosto evidente che gli “aumenti salariali controllati” promessi dal governo Merkel e da Renzi, sono immediatamente neutralizzati, attraverso la riduzione della spesa di protezione sociale, come riflesso delle varie manovre di bilancio. Tuttavia, soprattutto se si tiene conto dei sistemi di protezione del reddito, solo formalmente il workfare svolge la funzione di redistribuire quote del monte salari. I processi di innovazione tecnologica del lavoro e la funzione economica e politica svolta dall’indebitamento finanziario hanno determinato uno sfasamento tra funzione distributiva e redistributiva – poiché è l’intero circuito di produzione della moneta che si è venuto a modificare nella fase neoliberale.

Il workfare non è più un vincolo esterno allo sviluppo delle forze del mercato, ma una tecnica di governo endogena al meccanismo di scambio tra forza-lavoro e salario (per i lavoratori dipendenti e per il lavoro autonomo). Non riequilibra le asimmetrie della distribuzione e non svolge neppure solo una funzione pubblica di assicurazione per i rischi della disoccupazione; bensì, è uno dei dispositivi istituzionali che contribuisce alla fabbricazione del soggetto neoliberale. Contribuisce, cioè, a fare interiorizzare la dimensione d’impresa nell’individuo, la determinazione del sé come risultato di investimenti nel «capitale umano», dopo aver valutato attentamente i rischi e calcolato razionalmente i costi e i benefici delle proprie azioni.

Il controllo della forza-lavoro, con il crescere della dimensione relazionale e della cooperazione sociale, si dispiega oltre lo spazio della produzione e oltre la dimensione salariale. Se il workfare è uno dei terreni privilegiati di questo controllo, la finanziarizzazione svolge una funzione di integratore funzionale dei diversi interessi settoriali, poiché attraverso la funzione del debito si è introdotto un nuovo dispositivo di comando sulla forza-lavoro, mentre, con il cambiamento del ruolo delle banche centrali (a metà degli anni settanta) e la diffusione dello shadow banking, sono state alimentate le spinte monetarie alla torsione dal welfare universale al workfare. In un regime basato sulla precarizzazione dei rapporti di lavoro e sui bassi salari, il consumo a debito, ha attribuito agli istituti finanziari il ruolo dell’anticipazione monetaria alla forza-lavoro (effettiva o potenziale), integrativa rispetto a quella svolta dalle imprese. I dispositivi di workfare (a cominciare dai paesi anglosassoni), dal canto loro, hanno assicurato che lo stato di disoccupazione non si protraesse all’infinito (il pensiero liberale ha sempre dannatamente avuto paura del rifiuto del lavoro, che per esorcizzarlo, sin dall’ottocento, ha pensato che la disoccupazione fosse sostanzialmente volontaria), in modo che il lavoratore indebitato estinguesse il proprio debito accettando qualsiasi forma di lavoro.

Il welfare, diventa così, un veicolo privilegiato di estensione dei dispositivi di sfruttamento, che approfondisce il comando originario e fondamentale insito nello scambio forza-lavoro e salario. Che, insieme all’integrazione della vita nei meccanismi del debito, danno luogo ad una ri-dislocazione dei tempi e dello spazio, tra il momento del comando sulla forza-lavoro e gli istanti (e i luoghi) in cui materialmente si dà l’estrazione di plus-valore dal lavoro vivo.  In termini sociali, il welfare contribuisce, così, a determinare una sorta di matrice sociale con tempi differenziati in cui le soggettività dell’individuo precarizzato, “welfarizzato” e indebitato si presentano in tempi e punti diversi di questa costruzione sociale, favorendo il processo di estrazione del valore. E’ in questi termini che il concetto classico di sfruttamento del lavoro sembra risultare limitato, a fronte della necessità di approfondire la nozione di “macchina estrattiva”,  così come ha suggerito a più riprese Negri11.

Questo cambiamento dei ruoli del welfare sembra non essere stato capito dai sindacati tradizionali, che stentano a voler riflettere su come i dispositivi sviluppati sul governo dei working-poor, una volta sperimentati, poi si estendono a tutta la società. Rifiutano come il fumo negli occhi la rivendicazione di un reddito monetario di base incondizionato e sganciato dal lavoro, poiché a dir loro, questo minerebbe la luminosa e favolosa etica del lavoro. Ma, sia chiaro, non si tratta di cattiva volontà e neppure di loro soggettivi limiti interpretativi (qualche volta, non si esclude né la scarsa volontà e neppure l’ignoranza dei loro dirigenti!). Più “attivamente”, la cultura laburista, quando nella migliore delle ipotesi, ancora professa l’idea che la lotta del lavoro deve essere agita solo nei luoghi della produzione per la liberazione del lavoro, appare oggi completamente funzionale a quei dispositivi economici e politici che operano per fabbricare il soggetto neoliberale.

4. Oltre il «compromesso postfordista»

Come abbiamo visto, la conversione neoliberale del sindacato si presenta innanzitutto come un dispositivo di precipitazione e traduzione delle istanze regolative provenienti dalla nuova geografia economica europea. Tuttavia, questo processo definisce solo un aspetto della trasformazione in atto. Se confrontata con la fase storica precedente è possibile, in via del tutto approssimativa, delineare un salto significativo nella natura istituzionale del sindacato. A partire dagli anni Novanta, la posizione del sindacato italiano di fronte alle grandi trasformazioni del modo di produzione e del mercato del lavoro può essere interpretata a partire dal consolidarsi di quello che è stato definito «compromesso postfordista»12. Tale compromesso «scambiava» la disponibilità sindacale a tenere bloccati i salari e, al contempo, ad operare una controllata espansione della precarizzazione del lavoro, con la disponibilità del governo ad includere le rappresentanze sindacali nell’elaborazione della politica economica. La definizione di questo modello neocorporativo, esaltava nella contrattazione tripartita (governo-imprese-sindacati) l’ambizione direttamente politica del sindacato: esso diventava un soggetto attivo e interno alla logica governamentale. Interrogati sulle responsabilità di non aver difeso i diritti dei precari negli ultimi 15 anni, solitamente i sindacalisti tendono ad accogliere sommessamente la critica e a scusarsi della dimenticanza. In realtà, sono stati agenti di primo piano di quella politica del «doppio binario» che seguiva, legittimava e inaspriva, il crescente dualismo del mercato del lavoro. L’attacco al «salario come variabile indipendente» viveva qui un ulteriore fase: al congelamento delle richieste di aumenti retributivi per gli insider scambiato con la continuità occupazionale, corrispondeva per la crescente massa dei precari la sostituzione netta della stessa possibilità di animare delle lotte sul salario (sostanzialmente inesistenti in questo periodo) a favore di quelle per la stabilizzazione del posto di lavoro.

Con la «Grande Recessione» il compromesso si esaurisce quando la «precarietà espansiva» raggiunge un livello tale di consolidamento da esaurire la ragione stessa della politica del «doppio binario». La recente approvazione del Decreto Poletti è una straordinaria dimostrazione della ratifica del carattere strutturale della precarietà: per la prima volta, infatti, ciò che è già vero nella realtà, ovvero il ribaltamento tra norma ed eccezione e la generalizzazione dell’impiego precario come forma ordinaria di ingresso nel mercato del lavoro, ha una esplicita rappresentazione sul piano normativo. Ma l’esaurimento del compromesso postfordista introduce uno slittamento ulteriore nella funzione istituzionale del sindacato. Ed è qui che possiamo individuare i caratteri maggiormente specifici della sua nuova forma. Qui si passa da un ruolo fondamentalmente «normativo» ad uno di tipo strettamente «amministrativo». Probabilmente, il recente «scontro» tra la segretaria Camusso e Renzi sulla «partecipazione» del sindacato alle politiche governative, va letto all’interno di questo quadro.

Il passaggio è segnato su due distinti ma intrecciati livelli. Il primo riguarda la forma della contrattazione. L’adozione del criterio «maggioritario», sancito con l’accordo sulla rappresentanza sindacale del gennaio 2014, da un lato fa della «confederalità» il criterio di accesso alla contrattazione e del consenso al contenuto degli accordi la condizione per poter esercitare la rappresentanza nelle aziende, dall’altro impone una serie di sanzioni per coloro che «riaprono» la lotta oltre e contro gli accordi. In discussione è il superamento del «diritto alla lotta» e la marginalizzazione delle esperienze di sindacalismo dissidente. Questa modificazione della forma della contrattazione implica de facto la riduzione secca del ricorso al diritto allo sciopero. Il valore maggiore attribuito agli accordi è quello di determinare la «fine» della conflittualità.

Accanto a quello che determina una proprietarizzazione della contrattazione e l’esplicito richiamo a una funzione di controllo delle forme di conflitto all’interno dei luoghi di lavoro, il passaggio si presenta ad un secondo livello, inerente la funzione manageriale del sindacato.

Qui il sindacato è chiamato a svolgere un ruolo attivo nell’amministrazione delle politiche del welfare. L’impresa diventa il baricentro e il principale erogatore delle provvisioni più rilevanti del vecchio assetto (dalle forme di protezione contro la disoccupazione all’assicurazione sanitaria, dalla previdenza complementare alla formazione professionale, fino ad arrivare al ricorso a forme di credito). Questo nuovo baricentro aziendale e contrattuale, se da un lato moltiplica le linee di frattura all’interno della forza lavoro per quel che concerne la distribuzione delle protezioni, dall’altro proietta le rappresentanze sindacali in una logica direttamente manageriale. Il trasferimento sempre più consistente di componenti del welfare sul livello aziendale – a compensazione della riduzione del peso di quello statale – modifica la natura del sindacato, ora sempre più gestore ed erogatore di servizi, implicando una sua identificazione con la mission dell’impresa. La gestione del salario indiretto e differito perde qualsiasi residuo carattere mutualistico e solidaristico individualizzandosi sempre più e trasformandosi in componente meramente «meritocratica» e «pro-attiva». La sua amministrazione, oltre a diventare sempre più fonte di profitto per i sindacati, si traduce immediatamente in vettore di competizione tra le imprese e all’interno di queste, in concorrenza tra i sindacati.

5. Il «sindacalismo sociale»

Di fronte agli scenari fin qui tratteggiati e agli slittamenti che interessano la forma del sindacato tradizionale – come si è visto, chiamato sempre più insistentemente a svolgere una funzione attiva nella governance della crisi – occorre rivolgere lo sguardo alle lotte che stanno attraversando i territori metropolitani. Nelle manifestazioni del 18 e 19 ottobre del 2013, abbiamo visto un primo tentativo di convergenza di quelle esperienze di conflitto che ci sembrano delineare, benché in modo sfumato, una nuova forma di «sindacalismo sociale».

Consapevoli dell’estrema ambiguità di questa definizione, utilizziamo il termine «sindacalismo sociale» per raccogliere sotto una stessa cornice le variegate esperienze di lotta che, dentro e fuori le organizzazioni sindacali, contrastano il blocco del conflitto sociale e la pacificazione agita, per debolezza o per scelta, dalle forme sindacali tradizionali. Più che una proposta politica, si tratta di adottare un nome comune in grado di rendere conto della proliferazione di dispositivi di lotta che stanno riconfigurando radicalmente le tradizionali forme del conflitto dentro e oltre il lavoro e che, crediamo, possano alludere alla definizione di una nuova «forma sindacale». La sedimentazione delle esperienze di occupazione degli spazi sociali e delle abitazioni, i conflitti per la riappropriazione democratica delle istituzioni del welfare, la diffusione di pratiche di nuovo mutualismo e di organizzazione del lavoro autonomo e precario, pur nelle loro eterogeneità, nel mentre mostrano tratti comuni e ricorrenti, insistono esse stesse per un loro maggiore collegamento. Seppure raramente si autodefiniscono come esperienze sindacali, ci interessa in questo modo forzare lo sguardo verso le innovazioni che queste presentano dal punto di vista delle pratiche organizzative e delle forme di negoziazione.

Con il secondo termine, «sociale» – del resto non meno ambiguo del primo – non intendiamo in nessun modo designare alcuna sfera separata: qui l’attributo sociale non indica affatto ciò che resta fuori dal sindacalismo classico e che a questo si riferisce come una sua integrazione, ma quel movimento che costruisce il proprio territorio organizzativo attraverso la rottura dei dispositivi di «confinamento» dentro cui le lotte sono incapaci di incidere. Confini spaziali, settoriali, professionali e contrattuali. Il sociale qui ci sembra essere in primo luogo uno spazio di connessione che si muove in una direzione opposta a quella della segmentazione della forza lavoro metropolitana. Questo tratto comune che chiarisce l’attributo sociale di queste forme di organizzazione, si presenta tuttavia in modo differenziato, agendo su piani distinti.

Nelle lotte della logistica e della grande distribuzione questa connessione sociale, oltre a ricomporre le linee di frammentazione con le quali ordinariamente i padroni gestiscono la forza lavoro precarizzata, ha in alcuni casi ricostruito, dal basso, la filiera produttiva individuando direttamente la spazialità su cui si distende la catena del valore e su cui è possibile agire la forza. Non è un caso che solo a partire da questo «spazio» costruito dalle lotte è stato possibile, per i precari, riprendere il conflitto sul salario diretto. Più che una semplice caratteristica sociologica, l’estensione orizzontale di queste lotte si presenta come la condizione della loro efficacia politica.

Nell’economia dei servizi e nelle strutture del Welfare, la rottura della divisione di mercato tra erogatori e clienti apre a processi di soggettivazione inediti dove coloro che intrattengono un mero rapporto contrattuale si riconoscono come co-produttori del servizio. Qui le esperienze di lotta che nascono a «difesa» dei servizi o contro la degradazione delle condizioni di lavoro, si sono spesso ritrovate a mettere in discussione la stessa idea di servizio riscrivendone le finalità. L’apertura di uno spazio di cooperazione sovverte l’ordine amministrativo che contrappone gli «esperti» a «soggetti fragili e mancanti», operando una nuova distribuzione dei saperi e delle capacità. Come nelle esperienze di autogestione degli spazi culturali, il «sociale» qui si presenta non solo come uno spazio di composizione ma anche come l’oggetto di una produzione comune inseparabile dalla cooperazione che l’ha reso possibile.

Nel caso dei lavoratori della cultura o degli operai che occupano le fabbriche, le lotte sul lavoro diventano anche pratiche di riorganizzazione comune del lavoro.

Probabilmente è a partire dagli obiettivi di queste forme di sindacalismo che il confine tra lavoro e vita viene maggiormente messo in tensione. Queste lotte, infatti, tendono a rivendicare quella stessa commistione fra componenti salariali e reddituali, produttive e riproduttive, che il modello antropogenetico di produzione e il regime del workfare utilizzano per normare la forza lavoro e per estrarne valore.

E’ quindi su questo crinale tra lavoro e vita che osserviamo tracce di ripresa di un conflitto sul salario, che non è certo mai terminato, ma che ha bisogno di riconoscersi in una nuova forma. Questa volta, è bene sottolinearlo, a differenza delle esperienze alte del secolo scorso, il salario viene caricato di una nuova dimensione del conflitto, che non riguarda solo l’interno della produzione, ma tende a dispiegarsi lungo i gangli di quella “macchina estrattiva”, che si estende fino alla sfera riproduttiva.

Per estendersi dentro e fuori la produzione questa lotta sembra voler dare nuova sostanza alla relazione tra salario diretto e quello indiretto. Così, mentre nei luoghi della produzione, come nei casi della logistica che abbiamo citato, la lotta sul salario è direttamente collegata alla possibilità di ricomporre le soggettività lungo le catene del valore spazialmente dislocate, così le lotte di riappropriazione dei movimenti per la casa, le lotte sul welfare del comune, ricompongono nuove coalizioni sociali introno ad una rivendicazione di nuovo salario indiretto. In queste nuove movenze della lotta salariale che osserviamo in controluce, perché ancora non dispiegate in modo maturo, sembra voler rivivere una antica tensione delle lotte salariali. In fin dei conti le lotte sul salario non sono mai state solo lotte sulla distribuzione del prodotto sociale. E’ il pensiero economico dominate (soprattutto quello dei marginalisti) che ha sempre provato a rappresentarle in questo modo, quando lega il salario alla produttività marginale del lavoro. La lotta sul salario è sempre stata, contemporaneamente due cose: lotta per il miglioramento delle forme di vita, per accedere a nuovi livelli di riproduzione sociale, per liberarsi da forme di dominio, e lotta sul controllo del processo produttivo.

Ora, la tensione sul controllo del processo produttivo ha bisogno di estendersi oltre i confini della  produzione fino a toccare i dispositivi di disciplinamento sulla vita contenuti nel workfare o nelle altre componenti del welfare residuale. Le lotte di riappropriazione del diritto all’abitare, o la nuova invenzione di forme mutualistiche, sembrano contenere contemporaneamente due dimensioni della lotta salariale:  riappropriazione di valore oggettivato, il più delle volte, nella forma della ricchezza come rendita immobiliare e autogoverno dei servizi, come rottura dei meccanismi di comando contenuti nel welfare neoliberale. A differenza del passato la lotta sul salario indiretto procede parallelamente ad esperimenti di autogoverno, non si limita a chiedere l’erogazione di servizi allo Stato, ma pone immediatamente la questione del comune.

Di fronte a questo scenario, dato da questa tensione sul confine tra lavoro e vita, è insufficiente soffermarsi semplicemente sull’inadeguatezza delle forme sindacali tradizionali.

La permanenza e l’azione di una struttura organizzativa basata sulle categorie e sulle professioni è in questo quadro un dispositivo che agisce come disarticolazione dei punti più avanzati delle lotte, ponendosi spesso come un elemento di limitazione della loro estensione.

Del resto, è un fatto che anche all’interno dello stesso sindacato si è da tempo messo a tema questo problema: posizioni critiche animate in particolare da coloro che tentano di elaborare forme di organizzazione e rappresentanza dei lavoratori precari, hanno rilevato l’inadeguatezza della struttura tradizionale. Tuttavia il limite di queste critiche, che vedono nella struttura categoriale/professionale solo un ingombrante retaggio del passato scarsamente capace di interpretare la mutata composizione del lavoro, sottovalutano quanto essa sia oggi rimodellata dalle stesse centrali sindacali per guidare la transizione verso una forma differente di sindacato, capace di interpretare alcuni dei tratti di quella funzione amministrativa che abbiamo definito come neoliberale.

L’azione della struttura categoriale dei maggiori sindacati sui punti più avanzati delle lotte, agisce dunque precisamente come un dispositivo di de-socializzazione, ovvero in un senso inverso rispetto alle tendenze che abbiamo fino ad ora sinteticamente tratteggiato come caratteristiche degli attuali conflitti sociali.

Questa azione si presenta su entrambi i livello presi in considerazione. Da un lato, la composizione estensiva delle lotte viene continuamente ripiegata attorno alle differenziazioni settoriali, professionali e contrattuali della forza lavoro. Dall’altro, il modello di rappresentanza che si riferisce al «sindacato dei servizi», sebbene si ponga sullo stesso crinale tra lavoro e vita su cui insistono le lotte, al contempo ne presenta una versione rovesciata: definisce l’accesso alle prestazioni sulla base di una forma di radicale individualizzazione e di uno stretta strumentalizzazione alla missione definita dall’impresa e dallo Stato.

6. L’immaginazione programmatica

Due sono, a nostro modo di vedere, i maggiori limiti che questa varietà di esperienze si trovano oggi ad affrontare. E’ bene vederli: per far proseguire la ricerca e soprattutto per correggere il tiro dell’azione politica.

Il blocco (quando non la vera e propria repressione) delle capacità negoziali di queste lotte, pone immediatamente il problema di ripensare lo spazio dentro cui queste possono agire in modo efficace. Sono gli stessi processi di verticalizzazione della governance europea ad imporre questo salto. Questo, del resto, è oggi più che mai un piano di riflessione politica difficilmente aggirabile, tranne per chi ritiene che sia la riconquistata sovranità nazionale a rendere possibile il ristabilimento dei vecchi rapporti di forza. Fuori da questa illusione, rimane dunque il lavoro di costruzione di reti e coalizioni transnazionali capaci di misurarsi sull’unico piano sul quale è possibile pensare la costituzioni efficace di contropoteri sociali.

Il lavoro fino ad ora svolto generosamente in questa direzione con la creazione di spazi europei di discussione ed elaborazione comune deve oggi, crediamo, interrogarsi direttamente sulla sperimentazione di prototipi organizzativi.

Abbiamo visto come le esperienze del «sindacalismo sociale» insistono, oltre che sulla reinvenzione delle forme della negoziazione, sulla sperimentazione di nuove forme di mutualismo e di nuova istituzionalità.

Queste esperienza di nuova istituzionalità sono esposte, in particolare dai governi locali, al tentativo di essere assoggettate all’interno di un quadro di compatibilità capitalistica. L’attacco che in diverse città si sta conducendo nei confronti delle esperienze di autogestione, non punta infatti semplicemente alla loro chiusura, ma più sottilmente ad una loro «normalizzazione per via amministrativa». Crediamo che la forza e l’estensione di questo attacco vada interpretato pienamente come il tentativo di subordinare questi esperimenti nel quadro del «welfare residuale» e nella forma dell’«impresa sociale». È proprio in virtù, specie in Italia, della loro straordinaria proliferazione e del consenso che esse producono, che i poteri pubblici alternano alle armi della repressione il tentativo di sussumerle «formalmente» (per esempio, attraverso l’imposizione di norme fiscali sempre più stringenti). Queste strategie di cattura, oltre a prefigurare una sorta di estensione del dispositivo «estrattivo» sulle esperienze di autorganizzazione sociale, pongono immediatamente il problema di sviluppare un piano programmatico che articoli, da subito, la questione del «welfare del comune».

L’opportunità della dimensione europea e i meccanismi di “cattura” a cui sono esposte l’esperienze mutualistiche, pongono la necessità di una ricerca sulle questioni della moneta e il tema della sua possibile riappropriazione. Abbiamo voluto mostrare, sin qui, una nuova dimensione della lotta salariale. Questa lotta è a sua volta strettamente connessa alla rivendicazione di un reddito di base individuale e incondizionato e necessita di una ridefinizione sullo spazio europeo. Proviamo a dirla così: Marx ci aveva mostrato chiaramente il salario come comando sulla forza lavoro, espresso nei termini di una anticipazione monetaria dei padroni, finalizzata alla pura e semplice ricostituzione fisica dei corpi della forza lavoro. Più tardi, un economista critico come Sraffa, partendo da premesse diverse e con scopi certamente differenti da quelli di Marx, aveva insistito sulla possibilità di distinguere due aspetti interni alla medesima variabile salario (o due quote), dati dal rapporto tra “salario di riproduzione” e “salario di sovrappiù”. Il primo riproponeva l’ipotesi dei Classici e di Marx di un base salariale “minima”, che sarebbe stata tale, poiché compressa dal conflitto distributivo. Il secondo l’ipotesi di una quota di salario, eccedente ai livelli minimi, da sottrarre ai profitti.

Oggi si tratta di spezzare questa variabile salario e di porre la questione della riproduzione come diritto alla cooperazione sociale, collocandola al di fuori del comando del lavoro. E’ in questo senso che interpretiamo la necessità di un reddito di base individuale e incondizionato. Come anticipazione monetaria per il Comune. E si tratta, ancora più a fondo, di concepirlo come una anticipazione monetaria contrapposta a quella del salario e al credito fornite dalle banche. Una appropriazione della moneta per il Comune come mezzo per indebolire i molteplici dispositivi di comando sulla forza-lavoro e i meccanismi di sussunzione alla finanza.

Si tratta a livello europeo di immaginare una lotta dentro e contro questo circuito di produzione della moneta. Una lotta che a partire dalla richiesta di un reddito di base monetario, sappia contemporaneamente porre la questione di un “salario minimo europeo” per sottrarre l’iniziativa ai governi nazionali, e processi di riappropriazione di nuovi valori d’uso in cui l’accesso ai beni non è più separata dalla necessità di autogoverno degli stessi.

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  1. Inoltre, introduce nel disegno di legge delega Poletti, tra le tante misure, anche un riferimento ad un possibile  «salario minimo» di cui ancora si sa poco su come opererà 

  2. Sugli aspetti delle mutazioni della geografia dell’accumulazione, facciamo riferimento ad un contributo di Sandro Mezzadra disponibile su Euronomade:  

  3. Le operazioni di Outright Monetary Transactions sono state giustificate proprio dalla necessità di «affrontare le gravi distorsioni nella determinazione dei prezzi dei titoli di Stato di alcuni paesi dell’area dell’euro, connesse in particolare con i timori infondati degli investitori circa la reversibilità dell’euro». Si veda Rapporto Annuale della BCE 2013, p. 18. 

  4. J. Toporowsky, The End of Finance: in Theory of Capital Market Inflation, Financial Derivates and Pension Fund Capitalism, Routledge, London, 2000. 

  5. Anche il successivo cambiamento della politica monetaria della Fed a seguito dell’annuncio del tapering (maggio 2013), non ha modificato questo effetto sul rapporto tra “capitale finanziario” e “capitale produttivo”. 

  6. Si consideri che negli Usa, pur risultando molto elevato, il livello di indebitamento è inferiore al picco massimo raggiunto nel terzo trimestre del 2008 (oltre 12 trilioni di dollari). Dal terzo trimestre 2013 e nel primo 2014, si registra un peggioramento dei livelli di indebitamento delle famiglie che ha raggiunto 11,52 trillioni di dollari, è risulta particolarmente cresciuta l’incidenza del debito degli studenti a fronte dei muti, rispetto alla fase pre-crisi.  Si veda: http://www.newyorkfed.org/householdcredit/2013-q4/data/pdf/HHDC_2013Q4.pdf. 

  7. Si veda: http://www.euronomade.info/?p=1643

  8. A. Barba, La redistribuzione del reddito nell’Italia di Maastricht, in L. Paggi (a cura di), Un’altra Italia in un’altra Europa, Carocci, Bologna, 2011 

  9. S. Mezzadra, Diritti di cittadinanza e Welfare State. Citizenship and Social Class di Tom Marshall cinquant’anni dopo, in T. H. Marshall, Cittadinanza e classe sociale, a cura di S. Mezzadra, Laterza, Bari-Roma, 2002. 

  10. T. H. Marshall, Lavoro e ricchezza (1945), in Ivi pp. 179-198, p. 182. 

  11. Si veda anche: http://www.euronomade.info/?p=2185

  12. Vedi A. Conti, Il compromesso postfordista, in La classe a venire numero della rivista, POSSE, 2007. 

clochard | 27 Oct 22:27 2014
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Noleggia un clandestino: lo scandalo e l’antirazzismo dei migranti

Noleggia un clandestino: lo scandalo e l’antirazzismo dei migranti

 
 
 
 
 

Siamo di fronte all’ennesimo «scandalo» sull’immigrazione. Un candidato della Lega Nord in Emilia Romagna ha prodotto infatti un video in cui spiega come poter lucrare sui richiedenti asilo. Li chiama clandestini perché, come spesso accade a certe persone, non sanno di cosa parlano. Voleva far ridere, ma non ride nessuno. Ciò di cui parla il simpatico leghista è la possibilità di ospitare richiedenti asilo presso famiglie, una misura proposta dal governo italiano e già adottata a Torino. Secondo questa idea, i 30 € giornalieri pro-capite che oggi finiscono nelle tasche delle associazioni e cooperative che gestiscono l’accoglienza andrebbero direttamente alle famiglie ospitanti. Alimentando la nota guerra tra poveri, leghisti e fascisti di ogni sorta si accorgono solo in questi momenti di ciò che non va: e così c’è chi, dopo aver governato per anni e tagliato ogni sussidio, dice che 30 € sono di più di quanto una famiglia riceve per l’assistenza ai disabili. Dopo aver avallato ogni tipo di cementificazione, oggi c’è chi dice che quei soldi dovrebbero andare agli alluvionati o ai terremotati. L’elenco potrebbe continuare, ma non è interessante. È invece interessante constatare come le sparate di leghisti e fascisti siano sempre un’occasione che altri sanno cogliere per fare la parte degli antirazzisti: basta una condanna, basta gridare allo scandalo. Noi pensiamo però che lo scandalo non sia in queste sparate, ma nella quotidiana condizione in cui i migranti sono costretti dalle leggi e dallo sfruttamento sul lavoro. Su una cosa, infatti, il candidato leghista si sbaglia di grosso: non è vero che poter lucrare sui migranti prima era riservato ai soli scafisti. Non solo il business dell’emergenza e della cosiddetta accoglienza è ormai chiaro a tutti.Lucrare sui migranti è anche la normale quotidianità per un sistema economico e sociale che costruisce giuridicamente una separazione formale per poter meglio ricattare e sfruttare una parte della popolazione. Lo è per uno Stato che chiede ai migranti di pagare per ogni documento, che non risponde alle regole che esso stesso impone, che preleva tasse e non restituisce i contributi versati.

Se tutti sono pronti a censurare leghisti e fascisti, però, non tutti sono pronti a cambiare queste leggi, a combattere lo sfruttamento, a prendere senza tatticismi la parte dei migranti. In Emilia Romagna il sistema delle cooperative che nella logistica ha istituzionalizzato il caporalato è cresciuto nel silenzio e nella complicità di partiti e sindacati sempre pronti a condannare a parole le sparate di un leghista o di un fascista. Sempre in Emilia Romagna esistono due CIE e alle parole favorevoli alla chiusura non è mai seguito un atto concreto, tanto che quello di Bologna è stato «superato» solo per motivi strutturali. Nei luoghi di lavoro lo sfruttamento non è diverso se fuori si pratica la volgarità leghista o il politicamente corretto di chi preferisce un razzismo più soft nei toni, ma durissimo nella vita reale degli uomini e delle donne che vivono in questo paese. Nelle Questure e nelle Prefetture non cambia l’uso arbitrario della discrezionalità amministrativa, se il sindaco vieta i negozi di kebab oppure invece parla di accoglienza. Il ricatto del permesso di soggiorno non cambia se qualche decina di fascisti alza la voce o se invece è un normale sabato dishopping. Gridare allo scandalo ottiene, anche quando non sia questo l’obiettivo, l’effetto contrario di far tornare nel buio la normalità del razzismo istituzionale, negando le divisioni che questo produce. Non è un caso che a gridarlo siano quasi sempre degli italiani. È infatti nella vita quotidiana che i migranti lottano e praticano il loro antirazzismo, contro lo sfruttamento e le leggi che lo sostengono come la Bossi-Fini. Questa lotta a volte è visibile, a volte avviene molto lontano dalle sparate dei leghisti e dei fascisti.

Le occasioni per rovesciare questa situazione però ci sono: stare dalla parte dei migranti, sostenere i loro scioperi, come quello che hanno praticato lo scorso 16 Ottobre nella logistica che ancora una volta ha bloccato molti magazzini in tutta Italia, e le loro prese di parola, come quella praticheranno domenica prossima, il 26 ottobre, a Modena nell’assemblea per discutere delle pratiche della Questura e Prefettura modenesi, contro la gestione politica dei permessi di soggiorno.

 

 

http://coordinamentomigranti.org/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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rossana123@libero.it | 27 Oct 21:31 2014
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R: Bifo: al tramonto d'Europa


"1. Si può fermare l'offensiva liberista in Italia? La manifestazione nazionale indetta a Roma dalla CGIL per il 25 ottobre può essere l’inizio di un’onda di rivolta dei lavoratori italiani contro il soffocante austeritarismo dell’Unione europea, e contro il governo Renzi-Berlusconi, vassalli locali del potere finanziario". 

Certo che Bifo a volte è incredibile. Un tempo diceva di votare Cofferati a Bologna e Cofferati si è rivelato un pezzo di merda. Come se non si sapesse che il trogolo in cui mangiava (e mangia)  non fosse l'Unipol, la banca MPS e i fondi pensione privati dei sindacati. E sì che l'Emilia Romagna dovrebbe insegnarne di cosette.......

Ah...la memoria......




Così oggi il sindacato si mobilita contro la precarizzazione che ormai dilaga, contro l’impoverimento e lo smantellamento del sistema economico italiano che ormai sono cosa fatta.


Ancora una volta si chiude la stalla dopo che i buoi sono scappati.
L’articolo 18 è un feticcio vuoto perché la precarietà è divenuta forma generale del rapporto di lavoro salariato, e a questo si aggiunge l’espansione continua del lavoro schiavistico, mascherato da lavoro volontario. La cancellazione dell’articolo 18 è il colpo di grazia, il sacrificio rituale che il dio della finanza chiede a Renzi per concedergli in cambio un po’ di flessibilità finanziaria.


Nonostante tutto questo la mobilitazione contro la ferocia del ceto politico-finanziario può avere un effetto positivo nel lungo periodo, riaprendo una dinamica di solidarietà e organizzazione che negli ultimi anni si è progressivamente spenta. Ma qual è il contesto?

 

2. L’Unione europea è un morto che cammina


A che punto è la notte europea? Purtroppo la notte è appena cominciata, anzi quel che stiamo vivendo forse è solo il tramonto. Il tramonto della speranza di democrazia e di pace nel continente. La democrazia è parola svuotata dalla pratica austeritaria, mentre dovunque cresce il nazionalismo come hanno dimostrato le elezioni del maggio che il ceto finazista europeo non ha voluto neppure considerare. Al finazismo della BCE e al revanscismo tedesco risponde un nuovo nazionalismo nei paesi economicamente più impoveriti dall’offensiva finazista. Il disegno del finazismo globale è stato da sempre ed è oggi più che mai lo smantellamento definitivo dell’Unione Europea, e la sottomissione della popolazione europea alla condizione semi-schiavistica della precarietà.


Il punto di precipitazione definitiva dell’Unione, e di inizio della nuova guerra civile europea si trova nel confronto franco-tedesco. La probabile vittoria del Front National è destinata a segnare la fine dell’Unione con conseguenze inimmaginabili, sullo sfondo della guerra russo-ucraina. Non occorre molta sapienza storica per capire che il nazionalismo francese non può tollerare che l’Europa sia unita sotto il dominio tedesco, anche se la Deutsche Bank ha preso il posto che nel 1941 aveva la Wehrmacht.


La sceneggiatura è già scritta: crollo del Partito di Hollande, affermazione dei nazionalisti, sgretolamento dell’Unione europea. E dopo? Un articolo di George Soros uscito sulla Repubblica del 26 Ottobre chiama l’Europa a prepararsi alla guerra con la Russia.


Alcuni auspicano l’uscita dell’Italia dall’Unione come se questo fosse la soluzione di qualcosa. L’Italia è uno stato fallito, una società disgregata, depressa, corrotta, un’economia smantellata, un patrimonio industriale distrutto o svenduto come Alitalia. Parlare di Italia è idiota. Occorre parlare della classe operaia che da Torino a Napoli - per quanto decimata, tradita, sconfitta, può mettere in moto un processo che coinvolga il lavoro precario, e soprattutto il lavoro cognitivo disperso fuori dai confini nazionali. Non per la riscossa nazionale di un paese la cui unica azienda in attivo è la mafia, ma per aprire e guidare un processo di rivolta e di autonomia dei lavoratori europei.

 

3. oltre il buio


Siamo entrati in un’epoca oscura e non serve fingere di non vederlo: non si può restaurare la democrazia, l’occupazione non è destinata a crescere ma a diminuire, la pace civile si sta sgretolando, e la crescita non ha più senso economico né ecologico.
Occorre prepararsi al pieno dispiegamento delle condizioni che stanno iscritte nella disgregazione sociale, e nella cultura della competizione e della paura: prepararsi alla miseria e alla guerra, per dirlo in chiaro. E’ in questa prospettiva che si devono creare le condizioni per l’autonomia sociale e il dispiegamento delle potenzialità contenute nell’alleanza possibile tra tecnologia e lavoro.


Che caratteri avrà un nuovo movimento di emancipazione, dentro e oltre il disastro che liberismo e finazismo hanno preparato con l’aiuto servile della sinistra?
Si uscirà dall’epoca buia solo quando la cultura sociale si orienterà verso la riduzione generale del tempo di lavoro. Metà dei posti di lavoro sono inutili, se si applica a pieno la potenza tecnologica. Nelle condizioni del capitalismo questo è un disastro senza rimedio. In condizioni libere dalla stretta del capitalismo questa potenza tecnica può diventare fattore di arricchimento egualitario e di rinascimento culturale.


La potenza dell’intelletto generale in rete riduce il tempo di lavoro necessario.
L’effetto di questa riduzione è stato finora riduzione del salario, aumento dello sfruttamento relativo e assoluto, aumento della disoccupazione e della miseria. Il sindacato ha testardamente e inutilmente difeso il posto di lavoro mentre si trattava (ormai dagli anni ’80) di scatenare la forza della società e l’immaginazione del lavoro cognitivo per la liberazione di tempo sociale dal lavoro salariato.


La sconfitta politica e l’arretramento culturale di questi anni derivano direttamente dall’incapacità della sinistra e del sindacato di allearsi con la tecnologia e il lavoro cognitivo, e di battersi per la riduzione del tempo di lavoro generale.


Ora siamo in un tunnel molto nero. La luce verrà soltanto dal rovesciamento della cultura lavorista. Non il produttivismo, non la difesa della composizione esistente del lavoro, non la partecipazione alla corsa del topo liberista. Ma la riduzione generale del tempo di lavoro, la redistribuzione della ricchezza, la liberazione delle energie affettive, educative, culturali dalla morsa imbecille della competizione.


Occorre cominciare subito, mentre il tramonto volge verso il buio assoluto. Occorrerà continuare mentre nel buio l’uomo si farà lupo per l’uomo.
I lavoratori italiani possono riprendere il ruolo di avanguardia che ebbero nel passato non per salvare il cadavere d’Europa che sta ammorbando l’atmosfera, ma per mettere in moto un processo di lotta europea e internazionalista, per la liberazione del tempo dal lavoro, per la liberazione dell’intelligenza dall’oscurantismo economicista.

25 Ottobre 2014

 

singolarità qualunque
 
"Non esistono soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche" (U. Beck)
 


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mcsilvan_@libero.it | 27 Oct 19:27 2014
Picon

R: L’innovazione non è un pranzo di gala


c'è l'elemento finanza a Silicon Valley, come a Londra dove recentemente sono 
stati investiti 1000 milioni di euro in progetti sull'economia digitale 
direttamente dalla City, che in Italia non c'è (e meno male).
Magari se si evitasse di chiedere il capitalismo in un settore che in italia 
puo' solo svilupparsi col pubblico e col gratuito non sarebbe male :)

mcs

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ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
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Gmane