rossana123@libero.it | 28 Mar 07:54 2015
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Libera tutti: La barricata di Poletti e confederali contro il reddito minimo

Patetico articolo di prima pagina del Manifesto. Libera tutti: La piazza è pronta per la coa­li­zione sociale lan­ciata da Mau­ri­zio Lan­dini: lavo­ra­tori, stu­denti, asso­cia­zioni sfi­le­ranno oggi a Roma, da Piazza della Repub­blica (appun­ta­mento alle 14) a Piazza del Popolo per dire no al Jobs Act e pro­porre una nuova «pri­ma­vera del lavoro». Que­sto debutto si chiama Unions, nome effi­cace che rie­voca gli albori del sin­da­ca­li­smo inglese, che sa mol­tis­simo di ope­raio ma che in più evoca l’aggregazione.........

Beppe ieri ha scritto in "La barricata di Poletti e confederali contro il reddito minimo" che il Red­dito di inclu­sione voluto dal ministro del lavoro e Cgil-Cisl-Uil sarebbe un sussidio contro la povertà assoluta sociale gestito da sin­da­cati e Terzo set­tore. Oggi alla manifestazione romana ci sarà la CGIL, la FIOM, Emergency e associazioni varie per rilanciare “Una coalizione per difendere i diritti di tutti”.

Povera Emergency e....povero anche il cavallo.....direbbe una nota canzone. Ma lo sa che la FIOM è per il mantenimento in Italia del gruppo che produce missili? O forse pensa che servano a "difendere i diritti di tutti"? La chimano primavera.........del lavoro.
Libera tutti scrive il Manifesto.

Mbda. Counicato Fim, Fiom, Uilm. Come organizzazioni sindacali abbiamo espresso la nostra preoccupazione al riguardo dato che le eventuali ricadute di depauperamento industriale ed occupazionale frutto delle mancate o ritardate scelte da parte del Governo Italiano, colpirebbero già nel secondo semestre 2015 i siti di Roma e di La Spezia coinvolgendo centinaia di ingegneri, tecnici e operai. Nella definizione del Piano di prospettiva, Finmeccanica ed il Governo devono considerare che attraverso MBDA Italia, seppur un’azienda partecipata, possono giocare un ruolo dirimente dentro il Gruppo MBDA.Devono realizzare che MBDA Italia è un vettore industriale importante per la vendita e l’integrazione dei sistemi di elettronica per la difesa (settore in cui Finmeccanica intende restare), come strumento di politica estera nel quadro sempre più concreto della costruzione dell’industria della difesa europea e come volano per lo sviluppo industriale ad alto valore aggiunto in Italia.

Nuovo Welfare. Non vanno d'accordo su (quasi) nulla, tranne che sull'opposizione ad una misura universale contro povertà e disoccupazione. Il ministro del lavoro e Cgil-Cisl-Uil preferiscono un sussidio contro la povertà assoluta. Ma in parlamento e nella società cresce la mobilitazione per un "reddito di dignità"

Sono venuti al pet­tine i nodi sulla que­stione del red­dito minimo garantito/reddito di cit­ta­di­nanza, secondo le dici­ture dei due dise­gni di legge (Sel e Cin­que stelle) in discus­sione al Senato. Con il Mini­stro Giu­liano Poletti che espli­cita la sua posi­zione con­tra­ria e anti­cipa un «piano ope­ra­tivo nazio­nale per l’inclusione sociale».

È il Red­dito di inclu­sione sociale gestito da sin­da­cati e Terzo set­tore, che pare limi­tarsi al pur nobile obiet­tivo di con­tra­stare la povertà asso­luta nel nostro Paese, magari creando lavoro camuf­fato per quelle stesse strut­ture. La solita ottica pater­na­li­sta, pau­pe­ri­stica e cari­ta­te­vole che tra­muta il Wel­fare in Workfare.

Nulla a che vedere con quanto si discute nelle audi­zioni presso l’Ufficio di Pre­si­denza della Com­mis­sione Lavoro. Lì, tra qual­che dif­fi­coltà e frain­ten­di­menti, si sta pren­dendo coscienza della neces­sità di intro­durre un red­dito minimo garan­tito come archi­trave di un Wel­fare uni­ver­sa­li­stico che il nostro Paese non ha mai avuto e che l’Unione euro­pea «ci chiede» di pre­ve­dere dal lon­tano 1992. Si tratta di un nuovo diritto sociale fon­da­men­tale, che den­tro l’impoverimento di lar­ghi strati della società resti­tui­rebbe fidu­cia, auto­no­mia e benes­sere alle per­sone: con­tro i ricatti di povertà e mala­vita, per inve­stire sulle aspi­ra­zioni delle per­sone e su una nuova idea di Paese e società.

È una pic­cola rivo­lu­zione coper­ni­cana che fa brec­cia anche tra sena­tori e sena­trici ini­zial­mente scet­tici, dando seguito alle indi­ca­zioni dell’Europarlamento del 2010: «I sistemi di red­dito minimo ade­guati deb­bano sta­bi­lirsi almeno al 60% del red­dito mediano dello Stato mem­bro inte­res­sato», per garan­tire un’esistenza libera e digni­tosa. E non si dica che non ci sono i soldi; quando baste­rebbe par­tire da una razio­na­liz­za­zione delle spese sociali esi­stenti sulle inden­nità di ultima istanza (spesso ini­que e fonti di abusi) che ammon­tano a oltre 30 miliardi di euro l’anno.

Anche nella società cre­sce la mobi­li­ta­zione per un «red­dito di dignità», che mette insieme asso­cia­zio­ni­smo, come Libera e BIN Ita­lia, insieme con reti sociali. Resi­denza, indi­vi­dua­lità dell’erogazione, con­gruità delle pro­po­ste di impiego, suf­fi­cienza e pro­por­zio­na­lità della misura: que­sti i prin­cìpi inde­ro­ga­bili che comin­ciano ad essere condivisi.

È in atto un dop­pio movi­mento, par­la­men­tare e della società, che può fare a meno delle men­ta­lità cor­po­ra­tive, clien­te­lari, buro­cra­ti­che e ves­sa­to­rie che ammor­bano que­sto Paese da troppi decenni. È grave con­sta­tare che un Mini­stro del Lavoro e sin­da­cati con­fe­de­rali pos­sano tro­varsi sullo stesso lato della bar­ri­cata: quello sbagliato.

Rattus Norvegicus | 27 Mar 20:47 2015
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R: Germanwings: suicidio micidiale

Non penso che l'episodio dell'aereo costituisca una evidente conferma 
alle ipotesi di Franco Berardi sul suicidio micidiale. Bifo ha iniziato 
a sviluppare queste riflessioni già dopo gli eventi dell' 11 Settembre. 
Diciamo che in generale le ho sempre considerate un segno della sua 
capacità prefigurativa. Ma visto che la politica ha bisogno di grossi 
disastri, di grandi numeri per riuscire a concentrarsi su un problema 
per qualche manciata di minuti, questo potrebbe essere il momento in 
cui il discorso di bifo raggiungerà una certa diffusione.

In ogni caso 
non mi sorprende aver visto il nostro, in numerose occasioni, sottrarsi 
dalle domande sul senso politico di quelle riflessioni.
A mio modo di 
vedere il pensatore che forse ha sviluppato meglio il tema su cui 
Franco attualmente preferisce tacere è stato, quasi vent'anni fa, Hakim 
Bey in Millennium (1996). Si tratta della più spregiudicata e 
spericolata scorribanda intellettuale sul rapporto tra religione e 
capitalismo che mi sia capitato di leggere. Al di là dell'autore, 
spesso al centro di polemiche di varia natura, considero Millennium un 
gioiello di scrittura e di pensiero e con grande piacere ve ne segnalo 
il link per il download, da cui potete tirare giù il pdf dell'edizione 
italiana della Shake, (a mio parere impaginata in modo magistrale e 
perfetta per una stampa domestica).

http://www.mediafire.com/?b6gdfytgfx6edu0
Al di là del fatto che il 
libro, sotto licenza libera, è stato abilmente ripubblicato a ridosso 
dell'11 Settembre perché sembrava ad alcuni incitare alla jihad, 
l'autore nutre palesemente il più fermo disprezzo nei confronti di 
integralisti e fondamentalisti. Ciò che vi si discute è ben altro: il 
concetto di situazione "No way out", che Bifo utilizza come chiave di 
accesso alle esplosioni suicidarie, qui viene rappresentato 
politicamente, nella sua estensione culturale e planetaria. 

un saluto

r.

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

Rattus Norvegicus | 27 Mar 20:47 2015
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R: Germanwings: suicidio micidiale

Non penso che l'episodio dell'aereo costituisca una evidente conferma 
alle ipotesi di Franco Berardi sul suicidio micidiale. Bifo ha iniziato 
a sviluppare queste riflessioni già dopo gli eventi dell' 11 Settembre. 
Diciamo che in generale le ho sempre considerate un segno della sua 
capacità prefigurativa. Ma visto che la politica ha bisogno di grossi 
disastri, di grandi numeri per riuscire a concentrarsi su un problema 
per qualche manciata di minuti, questo potrebbe essere il momento in 
cui il discorso di bifo raggiungerà una certa diffusione.

In ogni caso 
non mi sorprende aver visto il nostro, in numerose occasioni, sottrarsi 
dalle domande sul senso politico di quelle riflessioni.
A mio modo di 
vedere il pensatore che forse ha sviluppato meglio il tema su cui 
Franco attualmente preferisce tacere è stato, quasi vent'anni fa, Hakim 
Bey in Millennium (1996). Si tratta della più spregiudicata e 
spericolata scorribanda intellettuale sul rapporto tra religione e 
capitalismo che mi sia capitato di leggere. Al di là dell'autore, 
spesso al centro di polemiche di varia natura, considero Millennium un 
gioiello di scrittura e di pensiero e con grande piacere ve ne segnalo 
il link per il download, da cui potete tirare giù il pdf dell'edizione 
italiana della Shake, (a mio parere impaginata in modo magistrale e 
perfetta per una stampa domestica).

http://www.mediafire.com/?b6gdfytgfx6edu0
Al di là del fatto che il 
libro, sotto licenza libera, è stato abilmente ripubblicato a ridosso 
dell'11 Settembre perché sembrava ad alcuni incitare alla jihad, 
l'autore nutre palesemente il più fermo disprezzo nei confronti di 
integralisti e fondamentalisti. Ciò che vi si discute è ben altro: il 
concetto di situazione "No way out", che Bifo utilizza come chiave di 
accesso alle esplosioni suicidarie, qui viene rappresentato 
politicamente, nella sua estensione culturale e planetaria. 

un saluto

r.

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mcsilvan_@libero.it | 27 Mar 12:35 2015
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R: Germanwings: suicidio micidiale

onestamente non so cosa possa essere successo. Registro i dati. Ad esempio 
l'associazione dei piloti tedeschi ha emesso un comunicato dove si dice che si 
è arrivati, parlando di suicidio, a conclusioni frettolose

http://www.independent.co.uk/news/world/europe/germanwings-plane-crash-pilots-
defend-andreas-lubitz-saying-investigators-should-not-rush-to-conclusions-
10137967.html

mcs

----Messaggio originale----
Da: rossana123 <at> libero.it
Data: 27/03/2015 12.11
A: <neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: R: [neurogreen] Germanwings: suicidio micidiale

Qui si parla di desiderio di distruggere la macchina. Tutto ciò ha a che fare 
con il capitalismo tecno-nichilista?

http://www.lemonde.fr/europe/article/2015/03/26/seul-dans-le-cockpit-le-
copilote-a-actionne-les-commandes-pour-faire-descendre-l-appareil_4602048_3214.
html

----Messaggio originale----
Da: rattodeuropa <at> alice.it
Data: 26/03/2015 15.23
A: <neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: [neurogreen] Germanwings: suicidio micidiale

Sempre per riprendere il discorso su intellettuali, esclusione e dintorni, 
credo che adesso che si è accertato che l'incidente aereo è stato un "suicidio 
micidiale", Franco Berardi dovrebbe trovarsi nelle condizioni, come minimo, di 
essere invitato a relazionare in parlamento. (E lui dovrebbe rifiutare).
Voglio dire: non credo ci sia dimostrazione più clamorosa della sua 
lungimiranza e della sua capacità di previsione. 
Scommetto un fagiolo contro il mio regno che Heroes "piazzerà" quindicimila 
copie in Italia entro Natale. Chissà che non gli fanno pure la copertina 
sull'espresso stavolta, ;-)

saluti

r.

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 27 Mar 12:11 2015
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R: Germanwings: suicidio micidiale

Qui si parla di desiderio di distruggere la macchina. Tutto ciò ha a che fare con il capitalismo tecno-nichilista?

http://www.lemonde.fr/europe/article/2015/03/26/seul-dans-le-cockpit-le-copilote-a-actionne-les-commandes-pour-faire-descendre-l-appareil_4602048_3214.html


----Messaggio originale----
Da: rattodeuropa <at> alice.it
Data: 26/03/2015 15.23
A: <neurogreen <at> liste.comodino.org>
Ogg: [neurogreen] Germanwings: suicidio micidiale

Sempre per riprendere il discorso su intellettuali, esclusione e dintorni, credo che adesso che si è accertato che l'incidente aereo è stato un "suicidio micidiale", Franco Berardi dovrebbe trovarsi nelle condizioni, come minimo, di essere invitato a relazionare in parlamento. (E lui dovrebbe rifiutare).
Voglio dire: non credo ci sia dimostrazione più clamorosa della sua lungimiranza e della sua capacità di previsione.
Scommetto un fagiolo contro il mio regno che Heroes "piazzerà" quindicimila copie in Italia entro Natale. Chissà che non gli fanno pure la copertina sull'espresso stavolta, ;-)

saluti

r.


singolarità qualunque | 26 Mar 18:49 2015
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Colin Crouch

Cr*,
 
Cultura

Il paradosso democratico di Colin Crouch

Intervista . Un’intervista con lo studioso inglese, ospite della «Biennale Democrazia» di Torino. La necessità di una puntuale critica al potere dei giganti e di una complementare capacità innovativa della sinistra europea.

Colin Crouch appar­tiene alla esi­gua, ma auto­re­vole schiera di eco­no­mi­sti, filo­sofi, socio­logi «rifor­mi­sti» che, rima­nendo fedeli alle loro con­vin­zioni, sono ormai indi­cati, dai media main­stream, come teo­rici radi­cali. Ne fanno parte stu­diosi come Richard Sen­nett, Zyg­munt Bau­man, Ales­san­dro Piz­zorno e Luciano Gal­lino. Negli anni tutti loro si sono appli­cati ad inda­gare le tra­sfor­ma­zioni del mondo del lavoro o il venir meno di quelle iden­tità col­let­tive che hanno carat­te­riz­zato il Nove­cento. Si sono appli­cati al loro spe­ci­fico campo disci­pli­nare, regi­strando le con­ti­nuità e le discon­ti­nuità nello svi­luppo capi­ta­li­stico. Non hanno mai nasco­sto la con­vin­zione che l’economia di mer­cato potesse con­ti­nuare a pro­spe­rare solo in pre­senza di robu­sti, sep­pur fles­si­bili diritti sociali di cit­ta­di­nanza che garan­tis­sero una «ragio­ne­vole» redi­stri­bu­zione della ricchezza.

Crouch è inol­tre lo stu­dioso che ha, come gli altri, indi­vi­duato nel wel­fare state il punto più avan­zato rag­giunto durante «il secolo social­de­mo­cra­tico», per usare un’espressione coniata da Ralph Daren­d­horf, altra figura chiave di que­sta cul­tura poli­tica demo­cra­tica euro­pea. Non un «radi­cale» dun­que, anche se i suoi ultimi studi — Il potere dei giganti e Post­de­mo­cra­zia, entrambi pub­bli­cati da Laterza — sono stati con­si­de­rati una cor­ro­siva cri­tica del neo­li­be­ri­smo. Colin Crouch sarà ospite della «Bien­nale Democrazia».

Sono anni che la discus­sione sulla demo­cra­zia occupa un posto rile­vante nella rifles­sione di filo­sofi, eco­no­mi­sti, socio­logi. Lei ha scritto dif­fu­sa­mente di regimi poli­tici post­de­mo­cra­tici, carat­te­riz­zati da un para­dosso: in essi sono vigenti tutti i diritti civili e poli­tici acqui­sita dalla moder­nità, ma i cen­tri deci­sio­nali sono carat­te­riz­zati da logi­che che dif­fi­cil­mente pos­sono essere sot­to­po­ste al con­trollo dei cit­ta­dini. Stiamo cioè assi­stendo a una cam­bia­mento della forma-stato. Può spie­gare cosa intende per postdemocrazia?

Si, viviamo una situa­zione para­dos­sale, come lei sug­ge­ri­sce. Oltre che un para­dosso, i regimi poli­tici euro­pei e sta­tu­ni­tense sono una forma di atro­fia della demo­cra­zia. La glo­ba­liz­za­zione lo rende evi­dente, così come rende mani­fe­sto il fatto che la demo­cra­zia (che rimane prin­ci­pal­mente nazio­nale) cessa di esi­stere sulla soglia dei posti dove si pren­dono le deci­sioni più impor­tanti sull’economia. Il declino delle iden­tità di classe e della reli­gione, ele­menti fon­da­men­tale nella defi­ni­zione delle iden­tità poli­ti­che nei primi decenni dei pro­cessi di demo­cra­tiz­za­zione, priva gli elet­tori di legami con il mondo poli­tico. Ma anche i par­titi poli­tici ormai si sen­tono lon­tani dalla popo­la­zione e usano i metodi del «mar­ke­ting» come sur­ro­gato dei legami venuti meno con chi dovreb­bero rappresentare.

La cat­tura dell’attenzione creata dal mar­ke­ting poli­tico crea però legami arti­fi­ciali, con­tin­genti; e dun­que non con­vin­centi. La cre­scita della dise­gua­glianza rende infine molto più facile che le élite e le grandi imprese con­trol­lino la poli­tica. Que­sto com­porta una tra­sfor­ma­zione della forma dello stato. Ciò che stiamo assi­stendo è la for­ma­zione di uno stato post-feudale sal­da­mente nelle mani della nuova ari­sto­cra­zia delle grandi imprese. Uno stato, tut­ta­via, che ha una legit­ti­ma­zione demo­cra­tica. Alle élite non serve quindi più una dit­ta­tura per eser­ci­tare il potere.

Paral­le­la­mente alla discus­sione della demo­cra­zia, c’è quella sul «depe­ri­mento» dello stato-nazione, vista la ces­sione di sovra­nità ad orga­ni­smi sovra­na­zio­nali, come l’Unione euro­pea, il Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale, il Wto o la Banca mon­diale. Eppure assi­stiamo a una super­fe­ta­zione dell’intervento sta­tale in ter­mini di norme ammi­ni­stra­tive che rego­lano la vita dei sin­goli. In Inghil­terra, ciò è stato qua­li­fi­cato come «poli­tica della vita». Da una parte dun­que, per­dita della sovra­nità, dall’altra aumento delle sfere di inter­vento dello Stato. Come vede lei que­sta situazione?Il «depe­ri­mento» dello stato-nazione è sotto gli occhi di tutti. Per me, però, le cose sono com­plesse. Alla luce della glo­ba­liz­za­zione, un feno­meno che ritengo posi­tivo, abbiamo biso­gno di tra­scen­dere lo stato-nazione, per­ché è un modo di orga­niz­zare e gestire la vita pub­blica ina­de­guato rispetto i com­piti poli­tici che abbiamo di fronte. Abbiamo biso­gno di que­ste isti­tu­zioni sovra­na­zio­nali. Più che abo­lirle dob­biamo però lavo­rare a una loro demo­cra­tiz­za­zione. Que­sto vale anche per l’Unione Euro­pea. Per quanto riguarda l’Europa siamo di fronte a un caso di recu­ler pour mieux sau­ter, come dicono i fran­cesi, cioè di arre­trare un po’ per meglio com­piere un balzo in avanti. È infine vero che la poli­tica nazio­nale ormai si inte­ressa, forse troppo, delle pic­cole cose, in una miscela di super­fe­ta­zione degli inter­venti sulla vita dei sin­goli e inca­pa­cità di fron­teg­giare i pro­blemi deri­vanti dalla globalizzazione.

L’Europa poli­tica e sociale è l’oggetto del desi­de­rio del rifor­mi­smo social­de­mo­cra­tico euro­peo. Tut­ta­via, l’Europa sem­bra essere un labo­ra­to­rio sociale e poli­tico di un neo­li­be­ri­smo in crisi, certo, ma ancora abba­stanza forte da defi­nire dra­co­niane poli­ti­che di auste­rità. Cosa nel pensa della situa­zione europea?

C’è stata sem­pre una ten­sione nella poli­tica euro­pea tra il neo­li­be­ra­li­smo e una poli­tica sociale, con una ege­mo­nia del primo aspetto. D’altronde non pos­siamo dimen­ti­care che il pro­getto ini­ziale era di fare un mer­cato comune. Ma la «mer­ca­tiz­za­zione», ben­ché porta alcuni van­taggi, pro­duce danni sociali. Da que­sto punto di vista la defi­ni­zione di poli­ti­che sociali è indi­spen­sa­bile per ripa­rare i «danni» pro­dotti dalle poli­ti­che neo­li­be­rali.
Per sin­te­tiz­zare: più si dif­fonde la «mer­ca­tiz­za­zione», più deve cre­scere l’impegno per svi­lup­pare inter­venti politico-sociali per sta­bi­lirne limiti e argini. Que­sto è acca­duto, sep­pur par­zial­mente, durante i lavori delle com­mis­sioni euro­pee pre­sie­dute da Delors e da Prodi. Quel che manca oggi è invece l’opera di «bilan­cia­mento» che può essere eser­cito da parte della poli­tica. È que­sto un aspetto del trionfo della post­de­mo­cra­zia. Affin­ché si svi­luppi un’Europa sociale ser­vono pro­te­ste e mobi­li­ta­zioni dei cit­ta­dini. Solo in que­sto modo i governi, le ban­che e le altre isti­tu­zioni (sia nazio­nali, che euro­pee che inter­na­zio­nali) potranno cam­biare la loro agenda.

In tutto il mondo sono cre­sciute le dise­gua­glianze sociali. Anche que­sto rimette in discus­sione la demo­cra­zia. È come se nei glo­riosi, meglio sarebbe dire infau­sti trenta anni di neo­li­be­ri­smo ci sia stato uno spo­sta­mento rile­vante di potere nella società. Poche cen­ti­naia di migliaia di per­sone hanno red­diti e poteri di gran lunga supe­riore a quelli della mag­gio­ranza della popo­la­zione. Lei ha scritto un sag­gio su que­sto ele­mento («Il potere dei giganti»). A che punto siamo di que­sta ten­denza alla cre­scita delle cre­scita delle disu­gua­glianze sociali?


Que­sto è il tema al cen­tro delle ana­lisi non solo di stu­diosi auto­re­voli come Joseph Sti­glitz e Tho­mas Piketty, ma anche di orga­ni­smi come l’Ocse e il Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale. Dalle loro ana­lisi emerge nelle loro ana­lisi un ele­mento comune: il nega­tivo impatto eco­no­mico dovuto alla cre­scita delle disu­gua­glianze. Con­cordo però con Sti­glitz quando afferma che ci sono anche aspetti poli­tici sca­tu­riti dalle disu­gua­glianze sociali. Il prin­ci­pale è che la ric­chezza eco­no­mica può tra­sfor­marsi in potere poli­tico; il quale, a sua volta, può essere usato per acqui­sire ulte­riori van­taggi eco­no­mici. Ma sta a noi inter­rom­pere que­sta spi­rale ali­men­tata dalla «cre­scita incar­di­nata sulla cre­scita delle disu­gua­glianze sociali».

Uno dei suoi primi libri, scritto e curato assieme con Ales­san­dro Piz­zorno, è per­vaso dalla con­vin­zione che il con­flitto di classe avesse por­tato a com­pi­mento la defi­ni­zione dei diritti sociali di cit­ta­di­nanza. Uscì quando era comin­ciato a spi­rare il vento neo­li­be­ri­sta. Da allora i diritti sociali di cit­ta­di­nanza sono stato il ber­sa­glio pre­fe­rito di molte poli­ti­che in Europa, men­tre la pre­ca­rietà ha fatto cre­scere a dismi­sura l’esercito dei «wor­king poor», che hanno bassi salari e pochis­simi diritti. Come vede la situa­zione dei rap­porti di lavoro nel capitalismo?

Il declino dei sin­da­cati — cau­sato prin­ci­pal­mente dal declino della gran indu­stria e la cre­scita dei set­tori postin­du­striali non orga­niz­zati — ha reso più facile un attacco con­tro i diritti sociali di cit­ta­di­nanza. Ora però è impor­tante capire i cam­bia­menti nel lavoro. Le con­qui­ste ope­raie e sin­da­cali degli anni Set­tanta hanno come sfondo un’economia indu­striale, che non è ovvia­mente scom­parsa, ma è tut­ta­via segnata da una siste­ma­tica con­di­zione «con­giun­tu­rale» dovuta ai con­ti­nui e repen­tini muta­menti nell’economia .

Pren­diamo, ad esem­pio, l’articolo 18 del vostro Sta­tuto dei lavo­ra­tori. È una norma pen­sata e valida in un pre­ciso con­te­sto storico-produttivo tesa a garan­tire alcuni diritti dei lavo­ra­tori, come ad esem­pio il licen­zia­mento ingiu­sti­fi­cato. L’esito delle pro­fonde e dram­ma­ti­che tra­sfor­ma­zioni eco­no­mi­che è la «spa­ri­zione» di interi set­tori pro­dut­tivi in alcuni paesi euro­pei. Da qui la neces­sità di ela­bo­rare nuove tipo­lo­gie di diritti a difesa del lavoro. Se i lavo­ra­tori sono costretti a vivere periodi più o meno lun­ghi di disoc­cu­pa­zione, hanno biso­gno di un com­penso gene­roso per con­ti­nuare a vivere. Allo stesso tempo devono acce­dere a corsi di for­ma­zione pro­fes­sio­nale fina­liz­zati a tro­vare un nuovo lavoro. Poli­ti­che di que­sto tipo sono par­ti­co­lar­mente deboli in Ita­lia. I sin­da­cati, più che atte­starsi nella sola difesa dell’articolo 18, dovreb­bero atti­varsi anche per lo svi­luppo di poli­ti­che del lavoro. Allo stesso tempo, però, il governo non può limi­tarsi a volere l’abolizione dell’articolo 18: dovrebbe svi­lup­pare nuovi diritti ade­guati per l’economia attuale.

Nel suo ultimo libro tra­dotto in Ita­lia — «Quanto capi­ta­li­smo può sop­por­tare la società» — lei scrive dif­fu­sa­mente sulla «social­de­mo­cra­zia asser­tiva». Cosa intende con que­sta espressione?

In ogni paese euro­peo, i social­de­mo­cra­tici sono atte­stati su una posi­zione difen­siva. Cre­dono che il trionfo del mer­cato e del neo­li­be­ra­li­smo li abbiano ridotti a dino­sauri in via di estin­zione o a pezzi da museo. Ritengo che per i social­de­mo­cra­tici si aprono nuove e ine­dite strade poli­ti­che da per­cor­rere. Come ho già detto, il mer­cato crea pro­blemi sociali; è pro­prio in que­sta situa­zione di potere del mer­cato che abbiamo biso­gno delle poli­ti­che sociali della social­de­mo­cra­zia. Il potere del mer­cato, delle grandi e spesso glo­bali imprese più mer­cato, la cre­scita delle disu­gua­glianze sociali pre­ve­dono la forte pre­senza della social­de­mo­cra­zia che può rap­pre­sen­tare gli inte­ressi sociali, civili, cul­tu­rali di chi è pena­liz­zato dall’egemonia dell’economia di mer­cato. Certo, dovrebbe essere una social­de­mo­cra­zia inno­va­tiva, nel senso di una demo­cra­zia «fem­mi­ni­liz­zata» e verde. Il neo­li­be­ra­li­smo non può infatti riu­scire a risol­vere i pro­blemi sociali e di svuo­ta­mento della demo­cra­zia creati pro­prio del neoliberalismo.


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"Il n'y pas d'autre monde. Il y a simplement une autre manière de vivre", Jacques Mesrine
 


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Mi dica, in coscienza, lei puo considerare veramente libero un uomo che ha fame,
che e nella miseria, che non ha lavoro, che e umiliato perche non sa come
mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non e un uomo libero. Sara libero di
bestemmiare, ma questa non e liberta,. La liberta senza giustizia sociale e una
conquista vana. Sandro Pertini
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Per maggiori ragguagli e informazioni sulla lista:
ListaSinistra-owner <at> yahoogroups.com

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rattodeuropa@alice.it | 26 Mar 15:23 2015
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Germanwings: suicidio micidiale

Sempre per riprendere il discorso su intellettuali, esclusione e dintorni, credo che adesso che si è accertato che l'incidente aereo è stato un "suicidio micidiale", Franco Berardi dovrebbe trovarsi nelle condizioni, come minimo, di essere invitato a relazionare in parlamento. (E lui dovrebbe rifiutare).
Voglio dire: non credo ci sia dimostrazione più clamorosa della sua lungimiranza e della sua capacità di previsione.
Scommetto un fagiolo contro il mio regno che Heroes "piazzerà" quindicimila copie in Italia entro Natale. Chissà che non gli fanno pure la copertina sull'espresso stavolta, ;-)

saluti

r.

mcsilvan_@libero.it | 26 Mar 10:15 2015
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R: Spie come noi – Sorvegliati per decreto

stai a vedere che Renzo si compra il trojan Regin. In una delle tante 
transazioni tra stati..

http://www.symantec.com/connect/blogs/regin-top-tier-espionage-tool-enables-
stealthy-surveillance

Sent from Samsung mobile

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

mcsilvan_@libero.it | 26 Mar 10:13 2015
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R: Coalizione sociale, con un altro sindacato

Don Ciotti è un problemone. Se lo imbarchi, come ha fatto qualche sodale di 
Bascetta, poi appena ti radicalizzi scodinzola verso i microfoni per 
delegittimarti

Sent from Samsung mobile

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 26 Mar 10:07 2015
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Spie come noi – Sorvegliati per decreto

Ciò che è passato in Francia: Terrorismo: nuovi obblighi di monitoraggio per i giganti della Rete
http://www.lefigaro.fr/secteur/high-tech/2015/03/17/01007-20150317ARTFIG00008-terrorisme-de-nouvelles-obligations-de-surveillance-pour-les-geants-du-net.php

In Inghilterra: Security services capable of bypassing encryption, draft code reveals
http://www.theguardian.com/uk-news/2015/feb/06/uk-security-services-capable-bypassing-encryption-draft-code

UE accetta le regole per l'accesso al computer remoto da parte delle forze di polizia
http://www.statewatch.org/analyses/no-83-remote-computer-access.pdf
UE: Benvenuti nel nuovo mondo delle intercettazioni delle telecomunicazioni
http://database.statewatch.org/article.asp?aid=30612

dal Manifesto:

Renzi più furbo di James Bond: l’Italia è il primo paese europeo a legalizzare «trojan» e programmi di spionaggio indiscriminati su qualsiasi computer e telefonino. Senza limiti di tempo o ipotesi di reato. E così anche la privacy é rottamata.

Terrorismo. La polizia potrà fare controlli sulle comunicazioni e i dati contenuti nei computer

La neces­sità di con­tra­stare il ter­ro­ri­smo inter­na­zio­nale rischia di tra­sfor­marci tutti e a nostra insa­puta in sor­ve­gliati spe­ciali. Il peri­colo, per niente teo­rico, è con­te­nuto nel decreto anti­ter­ro­ri­smo varato dal governo e in discus­sione alla Camera. Salvo cor­re­zioni dell’utimo minuto, il testo licen­ziato dalle Com­mis­sioni Difesa e Giu­sti­zia pre­vede infatti la pos­si­bi­lità per la poli­zia di uti­liz­zare pro­grammi che con­sen­tono di con­trol­lare da «remoto» le comu­ni­ca­zioni e i dati pre­senti in un sistema infor­ma­tico, ma anche di effet­tuare inter­cet­ta­zioni pre­ven­tive sulle reti infor­ma­ti­che. Una pos­si­bi­lità che al momento non è limi­tata ai soli sospetti di ter­ro­ri­smo, ma estesa a tutti i cit­ta­dini indi­scri­mi­na­ta­mente. «Una svi­sta» per il depu­tato di Scelta civica Ste­fano Quin­ta­relli che per primo ha denun­ciato i rischi di un nuovo e più esteso Grande fra­tello dal quale sarebbe impos­si­bile difen­dersi. La spe­ranza è che ora l’aula inter­venga cor­reg­gendo il tiro e intro­du­cendo paletti che limi­tino i con­trolli a soli sog­getti sospetti tute­lando di più la pri­vacy dei cittadini.

 Ma non si tratta dell’unica novità intro­dotta dalle com­mis­sioni. Un emen­da­mento del rela­tore Pd Andrea Man­ciulli e chia­mato «anti-Greta e Vanessa» dal nome delle due volon­ta­rie rapite e poi rila­sciate in Siria, intro­duce per la prima volta la respon­sa­bi­lità indi­vi­duale per quanti deci­dono di recarsi in Paesi con­si­de­rati a rischio dalla Far­ne­sina. Un modo per sco­rag­giare viaggi in aree con­si­de­rate peri­co­lose e come tali indi­cate sul sito del mini­stero degli Esteri. «Resta fermo — spe­ci­fica la norma -, che le con­se­guenze dei viaggi all’estero rica­dono nell’esclusiva respon­sa­bi­lità indi­vi­duale e di chi si assume la deci­sione di intra­pren­dere o di orga­niz­zare i viaggi stessi».

 Ieri, mer­co­ledì, il decreto è stato bloc­cato in attesa di un parere del governo su alcun emen­da­menti per i quali manca la coper­tura di spesa.

 La situa­zione dovrebbe sbloc­carsi oggi, ma visti i 250 emen­da­menti pre­sen­tati dalle oppo­si­zioni, palazzo Chigi sta valu­tando la pos­si­bi­lità di un ricorso al voto di fidu­cia in modo da poter licen­ziare il testo mar­tedì pros­simo. Già oggi, però, si saprà se saremo desti­nati a per­dere una grossa fetta della nostra libertà. A rischio non c’è infatti solo il con­te­nuto di una con­ver­sa­zione tele­fo­nica, ma tutto ciò che abbiamo inse­rito nel nostro com­pu­ter rite­nen­dolo al sicuro da occhi indi­screti: foto­gra­fie, scritti, fil­mati, regi­stra­zioni, appunti di lavoro, cor­ri­spon­denza con gli amici.

 Tutta una vita a dispo­si­zione di chi sarà addetto ai con­trolli. Tec­ni­ca­mente que­sto sarà pos­si­bile gra­zie a cap­ta­tori infor­ma­tici (Tro­jan, Key­log­ger, snif­fer ecc.) che dopo essere stati sca­ri­cati casual­mente con­sen­ti­ranno alle auto­rità di sicu­rezza di acce­dere ai nostri dati senza limiti di tempo. «Con que­sto emen­da­mento l’Italia diventa, per quanto a me noto, il primo paese euro­peo che rende espli­ci­ta­mente ed in via gene­ra­liz­zata legale e auto­riz­zato la “remote com­pu­ter sear­ches“ e l’utilizzo di cap­ta­tori occulti da parte dello Stato!», scrive Quin­ta­relli sul suo sito. «L’uso di cap­ta­tori infor­ma­tici quale mezzo di ricerca delle prove — pro­se­gue — è con­tro­verso in tutti i paesi demo­cra­tici per una ragione tec­nica: con quei sistemi com­pio una delle ope­ra­zioni più inva­sive che lo Stato possa fare nei con­fronti dei cittadini».

 E’ oppor­tuno ricor­dare come solo due giorni fa il garante per la pri­vacy Anto­nello Soro ha espresso pre­oc­cu­pa­zione per la man­cata pro­por­zio­na­lità esi­stente nel decreto tra le esi­genze della pri­vacy e della sicurezza.

 Il decreto pre­vede inol­tre altre misure fina­liz­zate con­tra­stare il ter­ro­ri­smo inter­na­zio­nale. Si va dallo stan­zia­mento di 40 milioni di euro per la mis­sione mare sicuro nel Medi­ter­ra­neo, all’affidamento al pro­cu­ra­tore nazio­nale anti­ma­fia anche delle inda­gini sul terrorismo.

Pre­vi­sta inol­tre la reclu­sione dai 5 agli 8 anni di car­cere per i foreign fighters, l’aggravante se reati come l’arruolamento e la pro­pa­ganda ven­gono effet­tuati via web e la per­dita della patria pote­stà per i con­dan­nati per asso­cia­zione ter­ro­ri­stica che abbiamo coin­volto dei minori nella rea­liz­za­zione del reato. Infine il decreto con­sente l’arresto in fla­granza per gli sca­fi­sti, i pro­mo­tori, gli orga­niz­za­tori e i finan­zia­tori dei viaggi dei migranti. oltre all’assuzione di 150 cara­bi­nieri e all’aumento di 300 unità del con­tin­gente impie­gato nell’operazione stade sicure

rossana123@libero.it | 26 Mar 09:12 2015
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Coalizione sociale, con un altro sindacato


Democrazia. Per evitare il fallimento, non basterà affiancarsi come una sorta di "terzo settore" alla sfera politica e a quella delle rappresentanze lasciandone intatti poteri e dispositivi di perpetuazione

Che cosa signi­fica “coa­li­zione sociale”? Il sus­se­guirsi delle pre­ci­sa­zioni e dei distin­guo indica che la rispo­sta non è sem­plice né uni­voca. Di certo il nome non è con­se­guenza delle cose. Le quali, nel nostro Paese, indi­che­reb­bero piut­to­sto una società poco incline alle coa­li­zioni, tutt’ora per­vasa da pul­sioni cor­po­ra­tive sal­da­mente radi­cate nella sua sto­ria, attra­ver­sata da con­flitti che fati­cano a par­larsi e rico­no­scersi a vicenda. Se non si tratta di una for­mula gene­rica da spen­dersi nelle dispute interne ai con­te­sti poli­tici cano­niz­zati per ride­fi­nirne gli equi­li­bri, tut­ta­via, ha il valore di una presa di coscienza, sia pure tar­diva, delle tra­sfor­ma­zioni che hanno inve­stito non solo il lavoro, ma l’insieme dei rap­porti sociali, delle pro­spet­tive di vita indi­vi­duali e collettive.

Il pro­blema che l’idea stessa di “coa­li­zione sociale” mette a fuoco altro non è, per farla breve, che quello di una sog­get­ti­vità poli­tica all’altezza dei tempi. La quale pre­cede, e spesso con­trad­dice, il tema, ampia­mente scre­di­tato dalle poco bril­lanti avven­ture elet­to­rali, par­la­men­tari e con­ve­gni­sti­che dell’agognato “nuovo sog­getto poli­tico”. Una “sog­get­ti­vità poli­tica” è, in primo luogo, un modo di guar­dare alle cose e di rela­zio­narsi ad esse sul piano dell’azione e dell’organizzazione.

Per­sino Susanna Camusso la riven­dica al suo sin­da­cato, ma si tratta, appunto, di una “sog­get­ti­vità poli­tica” pri­gio­niera dell’ottica sin­da­cale, che guarda anche a que­stioni gene­rali, ma dal punto di vista di spe­ci­fi­che con­di­zioni di esi­stenza, par­ziali, sem­pli­fi­cate e cir­co­scritte, per giunta, ai loro aspetti “sin­da­ca­liz­za­bili”. Per scen­dere nel con­creto tra­mite un esem­pio, una sif­fatta “sog­get­ti­vità” dif­fi­cil­mente potrà venire a capo di una con­trad­di­zione, tipica del nostro tempo, come quella tra indu­stria­liz­za­zione e que­stione ambientale.

Il fatto che mette in gioco l’idea della “coa­li­zione sociale”, a pre­scin­dere dalle forme che potrà assu­mere e dalle sue pos­si­bi­lità di suc­cesso, è l’indiscutibile inde­bo­li­mento della pro­spet­tiva sin­da­cale. Insi­diata su due fronti prin­ci­pali. Il più evi­dente è quello del lavoro inter­mit­tente e pre­ca­rio, del lavoro auto­nomo impo­ve­rito, e del “non lavoro” pro­dut­tivo ma a red­dito zero che non solo lo sta­tuto degli anni’70, ma l’intera cul­tura sin­da­cale e la sua orga­niz­za­zione per cate­go­rie non abbrac­cia, non con­tem­pla e nem­meno capi­sce. Avendo lun­ga­mente col­ti­vato l’idea, inge­nua a voler essere cle­menti, che si trat­tasse di una “ano­ma­lia” prov­vi­so­ria desti­nata ad essere rias­sor­bita nel lavoro a tempo inde­ter­mi­nato. Un atteg­gia­mento, que­sto, che ha age­vo­lato quanti gio­ca­vano il pre­ca­riato, senza peral­tro tute­larlo in alcun modo, con­tro l’”egoismo” degli occu­pati. Con un discreto suc­cesso di pubblico.

Il secondo fronte, quello meno evi­dente, è la muta­zione che ha inve­stito la stessa figura del lavo­ra­tore sta­bil­mente occu­pato (ma sem­pre più ricat­ta­bile e minac­ciato). Que­sta figura è dive­nuta più com­plessa e sfac­cet­tata di un tempo, non più inte­ra­mente cen­trata sull’identità con­fe­rita dal lavoro, ma arric­chita da domande cul­tu­rali, da desi­deri di libertà, da inte­ressi mol­te­plici e aspi­ra­zioni di cre­scita indi­vi­duale che mal si con­ci­liano con i “sacri­fici” sem­pre più pesanti, scam­biati con il man­te­ni­mento del posto di lavoro. La stessa espres­sione “mer­cato del lavoro” suona oggi, nella sua pre­sunta auto­no­mia “tec­nica”, come una ingan­ne­vole astrazione.

Le per­cen­tuali ver­ti­gi­nose della disoc­cu­pa­zione gio­va­nile discen­dono, anche se solo par­zial­mente, da que­sto genere di resi­stenze esi­sten­ziali, effet­tive o anche solo temute dalle imprese, deci­sa­mente restie ad assu­mere pos­si­bili pian­ta­grane. Sono soprat­tutto que­sti ele­menti ad avere gra­ve­mente ridotto la forza con­trat­tuale del sin­da­cato e, soprat­tutto, la sua capa­cità di par­lare all’insieme della società. Senza con­tare l’insufficienza della dimen­sione nazio­nale per qual­siasi ipo­tesi di cam­bia­mento o anche di pura e sem­plice difesa dei diritti acqui­siti. La pro­spet­tiva sin­da­cale, arroc­cata nella sua tra­di­zione, è altret­tanto impo­tente quanto quella nazio­nale abbar­bi­cata alle sue anti­che prerogative.

È in que­sto con­te­sto di radi­cale muta­mento e com­mi­stione delle con­di­zioni lavo­ra­tive ed esi­sten­ziali che hanno comin­ciato a svi­lup­parsi, per appros­si­ma­zione, con­cetti come quello di “sin­da­ca­li­smo sociale” e stru­menti di lotta, ancora piut­to­sto indi­stinti, come lo “scio­pero sociale”. Alla ricerca di una sog­get­ti­vità poli­tica che fac­cia dello “stare in società”, meglio del “pro­durre società” il tea­tro di un agire effi­cace, che can­celli il con­fine, scom­parso nei fatti, ma per­si­stente nella dot­trina, tra dimen­sione sin­da­cale e dimen­sione poli­tica. Que­sta divi­sione dei com­piti tra par­tito e sin­da­cato risale a una impo­sta­zione antro­po­lo­gica fon­data sulla distin­zione tra l’immediatezza dei biso­gni e la lun­gi­mi­ranza della “coscienza” (per quanto riguarda la tra­di­zione socia­li­sta) o sulla capa­cità “pro­fes­sio­nale” di tenere in equi­li­brio inte­ressi con­tra­stanti pro­teg­gendo ade­gua­ta­mente l’ordine pro­prie­ta­rio ( per quanto riguarda il par­la­men­ta­ri­smo libe­rale). Su un’idea di sog­get­ti­vità, dun­que, quella pro­le­ta­ria e quella bor­ghese, che dove­vano essere “com­ple­tate” da una guida “spe­cia­liz­zata”, dagli stra­te­ghi della classe di appartenenza.

Di quel mondo, e del rap­porto tra eco­no­mia e poli­tica che lo carat­te­riz­zava, non v’è più trac­cia. Resta, invece, flut­tuando nel vuoto di una sto­ria con­clusa, la difesa, tipica di una antica tra­di­zione cor­po­ra­tiva, delle rispet­tive sfere di “com­pe­tenza”, dei “segreti pro­fes­sio­nali” tra­man­dati dai mae­stri agli appren­di­sti anche quelli appa­ren­te­mente più ribelli. Par­titi che si auto­ri­pro­du­cono in vitro con pochi elet­tori e ancor meno iscritti, com­prese le fol­klo­ri­sti­che oppo­si­zioni interne; sin­da­cati ben attenti a rima­nere “parte sociale” senza immi­schiarsi in ciò che non li riguarda, ma che riguarda, eccome, la vita di coloro che pre­ten­dono di rap­pre­sen­tare, non­ché di molti altri la cui esi­stenza, con­su­man­dosi fuori dalla sfera di azione sin­da­cale, non è che un “dramma” impre­vi­sto e ingom­brante. Se “coa­li­zione sociale” signi­fica che la poli­tica non abita più né dalla prima, né dalla seconda parte è una pro­spet­tiva ben­ve­nuta. Se prende atto della crisi della rap­pre­sen­tanza, senza la pia illu­sione di poterla ripri­sti­nare, può essere un’occasione.

Su que­sta pro­spet­tiva incom­bono, tut­ta­via, due pro­ba­bili derive. La prima è quella di una som­ma­to­ria di asso­cia­zioni e sog­getti col­let­tivi gelosi delle rispet­tive iden­tità, ma acco­mu­nati dalla denun­cia di una poli­tica dive­nuta “aso­ciale” e ostile ai seg­menti più deboli della società. Qual­cosa di non molto dis­si­mile dal mito della “società civile” in cui defluì il movi­mento alter­mon­dia­li­sta dei primi anni 2000 con l’esperienza, pre­sto tra­sfor­ma­tasi in “alter­par­la­men­tare”, dei social forum. Ma senza lo slan­cio, l’azzardo e l’entusiasmo che carat­te­riz­za­rono que­gli anni. Una “coa­li­zione”, insomma, nella quale obiet­tivi apprez­za­bili e set­tori spe­ci­fici di inter­vento sociale e poli­tico si affian­chino senza però sta­bi­lire nessi cogenti. Nella quale inte­ressi comuni e reci­pro­che indif­fe­renze con­vi­vano in una con­di­zione fra­gile e sostan­zial­mente insta­bile tenuta insieme da occa­sio­nali mobilitazioni.

La seconda deriva pos­si­bile, di segno con­tra­rio, è una pre­tesa di sin­tesi, l’aspirazione a isti­tuire una rap­pre­sen­tanza dei movi­menti intesi come sem­plici por­ta­tori di “istanze” che altri dovranno poi tra­sfor­mare in pro­gramma poli­tico. In poche parole, una restau­ra­zione, in altri ter­mini, della divi­sione di com­piti e dei rap­porti gerar­chici tra la dimen­sione poli­tica e quella sindacale.

Come sfug­gire a que­ste alter­na­tive fal­li­men­tari resta un pro­blema aperto. Ma quel che deve essere chiaro è che, comun­que si voglia chia­mare la dire­zione in cui muo­vere, “coa­li­zione sociale”, “nuovo sog­getto poli­tico” o “sin­da­ca­li­smo sociale”, non basterà affian­carsi come una sorta di “terzo set­tore” alla sfera della poli­tica e a quella del sin­da­cato lascian­done intatti poteri e dispo­si­tivi di per­pe­tua­zione. Quando si tratta di rein­ven­tare la poli­tica biso­gnerà pure entrare in rotta di col­li­sione con le forze che si sono inse­diate al suo posto.

La crisi della forma par­tito ha tro­vato una sua solu­zione a destra: partiti-azienda, partiti-ditta, par­titi della nazione, mono­cra­tici, media­tici, ora­co­lari, tra­sfor­mi­sti, post­par­la­men­tari. C’è da dubi­tare che da qual­che costola, mira­co­lo­sa­mente sana, di que­ste for­ma­zioni possa pren­der avvio una diversa dire­zione di mar­cia. La crisi della forma-sindacato è, invece, ancora aperta. E anche quella dei movi­menti lo è. Ma se non riu­sci­ranno, in un modo o nell’altro, a entrare in rela­zione con la dimen­sione poli­tica (forza, effi­ca­cia, durata, orga­niz­za­zione) non è fuori luogo pro­fe­tiz­zare, anche in que­sto caso, una solu­zione a destra: quella neocorporativa.


Gmane