purusa | 3 Sep 12:27 2015
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speranza nata a budapest


l'ambulanza non ha voluto portare la mamma 
all'ospedale ed è stato meglio così: 
la sera hanno potuto prendere il treno 
per la germania, libere.
le vie della vita sono infinite! 
(e superano le barriere della biopolitica se c'è qualcuno in carne e ossa pronto a dare una mano)
catpurusa
softwarista dell'ammore! 
(cfr. Bifo)



rossana123 | 2 Sep 22:56 2015
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Caso De Pieri, l'Anm attacca la politica: "Basta insulti ai magistrati"

Visto che vi avevo scritto degli arresti e misure cautelari nei confronti dei compagni di Hobo http://hobo-bologna.info/ , vi mando anche questo appello del Tpo a proposito della misura applicata a Gianmarco (che credo molti di voi conoscono)

Appello: in Italia esiste ancora il “confino” per motivi politici  Divieto di dimora e cittadinanza precaria: in Italia esiste ancora il “confino” per motivi politici . Venerdì 28 agosto la Magistratura bolognese ha disposto la misura del “divieto di dimora” nella sua città per Gianmarco De Pieri. Gianmarco risiede da vent’anni a Bologna, dove è un cittadino socialmente, economicamente, culturalmente attivo. http://www.tpo.bo.it/diritti/286-de-pieri-liberta-dimora-appello

Caso De Pieri, l'Anm attacca la politica: "Basta insulti ai magistrati", ultimo articolo da La repubblica di oggi 

"Espressioni inguriose e minacce", denuncia l'associazione. E Merola: "Nessun dibattito". Il gip: "L'attivista del Tpo potrà lavorare in città"

"L'esercizio legittimo del diritto di critica nei confronti dei provvedimenti giurisdizionali non può e non deve diventare fonte di delegittimazione e di travisamento dei fatti, oltre a disinformazione pericolosa con riguardo al corretto esercizio della democrazia". Sono le dure parole con cui la Giunta regionale dell'Associazione nazionale magistrati replica alle polemiche scatenate da una parte della politica per il divieto di dimora a Bologna inflitto a Gianmarco de Pieri, attivista del Tpo: divieto confermato oggi dal gip, ma con permesso di recarsi in città esclusivamente per lavorare.

Riferendosi ai "consiglieri comunali, assessori, parlamentari" che hanno espresso critiche sulla misura cautelare l'Anm censura "l'uso di espressioni ingiuriose e intimidatorie da parte di esponenti politici nei confronti della magistratura bolognese, impegnata nel rispetto della legge a reprimere le condotte che ledono e minacciano l'incolumita' personale dei cittadini e delle forze dell'ordine preposte a garantire l'ordine pubblico e la sicurezza della città".

Anche il sindaco Virginio Merola, dopo giorni di silenzio sul caso, era intervenuto stamane. "La magistratura opera in piena autonomia e applica le leggi", pertanto "le interpretazioni delle iniziative della magistratura potremmo sicuramente risparmiarcele". La Procura - che ne aveva chiesto l'arresto - è stata bersaglio di critiche da parte non solo del collettivo, ma anche di una parte della sinistra: l'accusa era di aver adottato di fatto una misura di origine fascista, il confino. La Procura ha replicato di aver registrato fatti, come l'elenco dei reati per i quali è indagato De Pieri.

"Come sindaco - commenta oggi Merola, come riporta l'agenzia Dire - non vorrei più trovarmi in una discussione 'se il provvedimento di un magistrato è buono o cattivo'. C'è la Repubblica, ci sono le istituzioni e abbiamo bisogno di costruire insieme un rispetto per le reciproche autonomie, che si fa senza commentare questa o quella iniziativa anche perché l'iter della magistratura è noto in un Paese democratico e quindi ci saranno i relativi processi". Un richiamo forse rivolto ai colleghi di giunta Riccardo Malagoli e Amelia Frascaroli, che hanno espresso solidarietà a De Pieri; per Merola è senz'altro "un richiamo a tutti a comprendere che non aiuta la formazione di un'opinione pubblica il fatto che le forze politiche commentino o si dividono sui provvedimenti della magistratura. Da troppo tempo la politica non è in grado di prendere decisioni che costringono oggettivamente la magistratura a prendere spazi che non le competono". E fa gli esempi delle unioni vicili e dell'emergenza casa.



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rossana123 | 2 Sep 08:34 2015
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Il nuovo colonialismo: Grecia e Ucraina

Qui un commento ad una intervista a Pablo Iglesias https://zcomm.org/znetarticle/is-podemos-willing-to-break-out-of-the-european-corset/

Il nuovo colonialismo: Grecia e Ucraina 

di Jack Rasmus – 31 agosto 2015

In Europa sta emergendo una nuova forma di colonialismo. Non il colonialismo imposto dalla conquista e dall’occupazione militare come nel diciannovesimo secolo. Nemmeno la forma più efficiente di colonialismo economico di cui sono stati pionieri gli Stati Uniti dopo il 1945, in cui i costi dell’amministrazione diretta e dell’occupazione militare erano sostituiti da élite locali obbedienti cui era consentito di condividere la ricchezza sottratta in cambio del permesso di governare per conto dei colonizzatori.

Nello scenario del ventunesimo secolo si tratta di “colonialismo mediante trasferimento di attivi finanziari”.  Si tratta di sottrazione della ricchezza della colonia colonizzando i dirigenti del paese assegnati ad amministrare direttamente le procedure nella colonia attraverso le quali sono trasferite le attività finanziarie. Questa nuova forma di colonialismo mediante gestione diretta più trasferimento di ricchezza finanziaria sta oggi emergendo in Grecia e in Ucraina.

Dietro l’apparenza del recendo accordo greco sul debito c’è la realtà dei banchieri europei e delle loro istituzioni – la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea, il FMI e il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) – che presto assumeranno la gestione diretta dell’operatività dell’economia sulla base del Memorandum d’Intesa, MoU, firmato il 14 agosto 2015 dalla Grecia e dalla Troika. Il MoU dettaglia l’amministrazione diretta in vari modi. Nel caso dell’Ucraina la cosa è ancor più diretta. Banchieri ombra europei e statunitensi sono stati insediati da USA-Europa nel dicembre 2014 come ministri delle finanze e dell’economia dell’Ucraina. Da allora hanno amministrato direttamente l’economia dell’Ucraina su base quotidiana.

Il nuovo colonialismo come trasferimento di attivi finanziari assume varie forme concrete: come trasferimento di ricchezza sotto forma di pagamento di interessi su un debito sempre crescente, di svendite del patrimonio governativo e degli attivi delle banche al fine di trasferire ricchezza agli azionisti dei banchieri e degli investitori privati del paese colonizzatore.

Il caso della Grecia

Il recente terzo accordo sul debito firmato il 14 agosto 2015 tra la Grecia e la Troika delle istituzioni economiche europee aumenta di altri 98 miliardi di dollari il debito della Grecia, facendo salire il suo debito totale a più di 400 miliardi di dollari. Quasi tutti di 98 miliardi di dollari sono destinati al rimborso del debito e alla ricapitalizzazione delle banche greche. La ricchezza è sottratta costringendo la Grecia a produrre di più, o tagliare la spesa e aumentare di più le imposte, al fine di creare quello che è definito un avanzo primario attingendo al quale vanno pagati gli interessi e rimborsato il capitale.

I greci non dovranno produrre le loro merci e venderle a basso prezzo alla Germania perché questa le riesporti a un prezzo maggiorato con un utile, cioè il colonialismo del diciannovesimo secolo. Le multinazionali non delocalizzeranno in Grecia per poter pagare salari più bassi, sostenere costi inferiori e poi riesportare nel resto del mondo a fini di profitto, cioè il colonialismo statunitense del tardo ventesimo secolo. I greci lavoreranno più intensamente e per meno al fine di generare un avanzo che ritornerà alle istituzioni della Troika sotto forma di pagamento degli interessi sul debito in continua crescita. La Troika è l’intermediaria, l’esattrice del debito, l’agenzia statale rappresentante i banchieri e gli investitori per conto dei quali incasso i pagamenti del debito. E’ un insieme di organi sovra-statali e il nuovo agente della sottrazione e del trasferimento della ricchezza.

Il MoU Grecia-Troika definisce in dettaglio la gestione diretta e anche quale ricchezza e come sarà sottratta e trasferita. Il MoU inizia affermando esplicitamente che nessuna legge o altra iniziativa, per quanto minore, delle istituzioni politiche greche può essere assunta senza la preventiva approvazione della Troika. La Troika ha così potere di veto su virtualmente ogni misura politica in Grecia, su ogni decisione del potere legislativo e di quello esecutivo e a tutti i livelli del governo.

Inoltre la Grecia non avrà più una politica fiscale. Sarà la Troika a definire il bilancio. Il MoU chiede una totale ristrutturazione delle imposte e della spesa greca che deve aver luogo nel nuovo bilancio. La Grecia ha il permesso di redigere il proprio bilancio, ma solo se tale bilancio è quello che vuole la Troika. E i rappresentanti della Troika controlleranno il rispetto per assicurare che la Grecia aderisca al bilancio della Troika. Ogni organo greco e ogni comitato legislativo del parlamento greco avrà così il suo “commissario della Troika” a controllarlo da dietro le spalle quasi su base quotidiana.

Il MoU afferma che la Troika ha anche il potere di nominare “consulenti indipendenti” nei consigli di amministrazione delle banche greche. Molti vecchi amministratori bancari saranno allontanati. I nominati della Troika gestiranno oggi quotidianamente le banche greche, in altri termini. Le sussidiarie delle banche greche e le loro filiali all’estero saranno ‘privatizzate’, cioè svendute a banche europee. Le banche greche sono oggi greche solo di nome. Diverranno appendici e sussidiarie di fatto delle banche settentrionali dell’euro operando dietro il velo della Troika e alle spalle delle loro omologhe banche greche. I diversi miliardi di dollari stanziati per ricapitalizzare le banche greche staranno nelle banche lussemburghesi, non in Grecia. La Grecia non ha più una politica monetaria. Ce l’ha la Troika.

La Banca Mondiale ridisegnerà il sistema greco dello stato sociale e un nuovo sistema di reti di sicurezza sociale. Nuovi nominati a gestire il ministero del lavoro, dopo l’approvazione della Troika, “razionalizzeranno il sistema dell’istruzione” (cioè licenziamenti di insegnanti e tagli agli stipendi). Il nuovo ministro del lavoro, vagliato dalla Troika, metterà in atto le proposte di “consulenti indipendenti” della Troika per limitare le “azioni industriali” (cioè gli scioperi) e la contrattazione collettiva e, seguendo le raccomandazioni dei consulenti, istituirà nuove regole per i licenziamenti collettivi. Le pensioni saranno tagliate, l’età di pensionamento sarà innalzata, saranno aumentati i contributi dei lavoratori per l’assistenza sanitaria, le amministrazioni locali saranno rese più efficienti (licenziamenti, tagli dei salari) e l’intero sistema legale sarà ricostruito.

I 50 miliardi del Fondo Governativo greco di Privatizzazione del Patrimonio resteranno in Grecia. Tuttavia saranno gestiti “sotto la supervisione delle relative istituzioni europee” secondo il MoU. La Troika deciderà che cosa deve essere privatizzato e venduto a quale prezzo (di svendita) a quale dei suoi investitori preferiti. Nel frattempo saranno accelerate le privatizzazioni in corso o identificate.

Il caso dell’Ucraina

Nel caso dell’Ucraina, solo dopo che banchieri statunitensi ed europei sono stati insediati come ministri delle finanze e dell’economia nel dicembre 2014 sono stati promessi altri prestiti all’Ucraina. Gli USA e la UE hanno versato altri 4 miliardi di dollari a gennaio e il FMI ha rapidamente annunciato il nuovo accordo da 40 miliardi di dollari a febbraio. Dopo tali 40 miliardi il debito dell’Ucraina è salito dai 12 miliardi di dollari del 2007 a 100 miliardi di dollari nel 2015.

Il nuovo debito a 100 miliardi di dollari si tradurrà in un enorme aumento della sottrazione finanziaria della ricchezza sotto forma di versamenti di interessi su tali 100 miliardi.

Un’altra forma di trasferimento si verificherà con l’accelerazione delle privatizzazioni. Sono programmate per la vendita nel 2015 non meno di 342 ex imprese governative, tra cui centrali elettriche, miniere, 13 porti e persino aziende agricole. Le vendite avranno probabilmente luogo a prezzi stracciati, avvantaggiando gli “amici” statunitensi ed europei dei nuovi ministri statunitensi ed europei. Così, pure, sarà della vendita di imprese private ucraine da parte dei nuovi ministri. Una ogni cinque è tecnicamente alla bancarotta e incapaci di rifinanziare 10 miliardi di debiti rappresentati da titoli industriali spazzatura. Molte falliranno, le migliori recuperate dai banchieri ombra e dalle multinazionali statunitensi ed europee.

Ciò che Grecia e Ucraina rappresentano è lo sviluppo di una nuova e più diretta gestione della sottrazione della ricchezza e del trasferimento di tale ricchezza sotto forma di attivi finanziari. In salvataggi di governi dal debito del passo il FMI e altre istituzioni hanno fissato parametri per ciò che doveva fare il paese salvato. Ma il paese era lasciato ad attuare il piano. Non più. Oggi è la gestione diretta a garantire che la colonia non si tiri indietro o ritardi il trasferimento degli attivi finanziari attivati dal debito sempre più crescente.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-new-colonialism-greece-ukraine/

Originale: teleSUR English

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0



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rossana123 | 2 Sep 08:18 2015
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I conflitti causati dal cambiamento del clima

Di Agnès Sinai

31agosto 2015

Tra il 2006  e il 2011, la Siria ha avuto la sua peggiore siccità prolungata e le peggiori perdite di raccolti da quando è iniziata la civiltà nella Mezzaluna Fertile. Un milione e mezzo di persone su 22 milioni sono state interessate dalla desertificazione, e molti agricoltori  e allevatori  e le loro famiglie sono emigrati nelle città, aggravando le tensioni causata dall’afflusso di profughi iracheni dopo l’invasione statunitense del 2003. Il regime siriano per decenni ha trascurato le risorse della Siria, incentivando    invece la coltivazione di grano e cotone che hanno bisogno di acqua in abbondanza, e ha incoraggiato tecniche di irrigazione inefficaci. Lo sfruttamento eccessivo dei pascoli e la popolazione in aumento hanno peggiorato il problema, e le risorse idriche della Siria sono crollate del 50% tra il 2002 e il 2008.

Il collasso dell’agricoltura siriana deriva da un’interazione di cambiamento del clima, mediocre gestione delle risorse naturali e dinamiche naturali. “Molti importanti cambiamenti sociali, economici, ambientali e climatici in Siria, hanno eroso il contratto sociale tra cittadini e governo…hanno rafforzato la tesi del movimento di opposizione, e hanno danneggiato in modo irreparabile la legittimità del regime di Assad,” scrivono Francesco Femia e Caitlin Werrell del Centro per il Clima e la Sicurezza: sostengono che la comparsa dell’IS (Stato Islamico) e la sua espansione in Siria e in Iraq, sono in parte conseguenza della siccità (1). Questa non è soltanto il risultato della variabilità naturale del clima dato che, secondo i Proceedings of the National Academy of Sciences (Gli atti  dell’Accademia Nazionale delle Scienze): “i cambiamenti nelle precipitazioni in Siria sono collegati alla pressione dell’innalzamento medio del livello del mare nel Mediterraneo orientale, che mostra anche una tendenza a lungo termine. C’è stata anche una tendenza a lungo termine del riscaldamento nel Mediterraneo orientale che si è aggiunta al calo dell’umidità del suolo. Non è evidente alcuna causa naturale di queste tendenze, mentre i fenomeni di aridità e il riscaldamento  che sono stati osservati, sono coerenti con gli studi sulla risposta agli incrementi dei gas serra” (2).

I prezzi del grano e del pane aumentano rapidamente

Nella Cina orientale, nell’inverno del 2010/11, la siccità e le tempeste di sabbia ha indotto il governo di Wen Jiabao a sparare dei razzi per produrre la pioggia. Le perdite di raccolti hanno costretto la Cina a comprare il grano sul mercato internazionale e la conseguente impennata del prezzo nel mondo hanno peggiorato lo scontento popolare in Egitto, il più grosso importatore di grano del  mondo (le famiglie spesso spendono più del 33% del loro reddito per il cibo). Il grano raddoppiò  di prezzo (da 157 dollari a tonnellata nel giugno 2010 a 326 dollari nel febbraio 2011) e questo ebbe un notevole impatto sugli egiziani, dato che i prezzi del pane triplicarono aumentando quindi i risentimento popolare contro il regime autoritario di Hosni Mubarak.

Nello stesso periodo, i raccolti di grano, soia e granturco, sono stati danneggiati da La Niña, un grave evento climatico che causò siccità in Argentina e piogge torrenziali in Australia. Solomon Hsiang, Kyle Meng e Mark Cane descrivono su Natura la correlazione che hanno stabilito tra le guerre civili e l’Oscillazione Meridionale del Niño (ENSO) che   ogni  3 o 7 anni causa un accumulo di acque calde lungo le coste dell’Ecuador e del Perù e un’inversione degli alisei  del Pacifico, associata con importanti eventi metereologici (3). I tre scienziati calcolano che la probabilità di conflitti civili si raddoppia durante l’ENSO: è la prima dimostrazione che la stabilità delle società moderne dipende molto dal clima.

Il cambiamento del clima è diventato un moltiplicatore di minacce e sta cambiando le relazioni internazionali. La sicurezza rigida, ereditata dalla Guerra Fredda, è stata sostituita dalla “sicurezza nazionale”, un concetto  ideato dalle forze armate statunitensi al Centro per una Nuova Sicurezza Americana che è un  gruppo di esperti creato nel 2007 per combattere   lo scetticismo riguardo al cambiamento di clima e per identificare le minacce globali emergenti. Le fonti di insicurezza ambientale non sono più limitate ai  fenomeni naturali come le eruzioni vulcaniche, gli tsunami e i terremoti. L’attività umana, l’accelerazione dei cicli di produzione e la loro globalizzazione contribuiscono tutti all’instabilità del clima. Il neologismo “antropocene” , che definisce l’era attuale dominata dall’uomo, riconosce l’impatto eccezionale che hanno avuto le società industriali sul clima.

Lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico

Nell’Artico, dove tutto il ghiaccio potrebbe sciogliersi entro la fine di questo secolo, e dove gli effetti del riscaldamento globale sono intensi il doppio di quelli di altri luoghi, le rivendicazioni di nuovi confini di terra e di mare, hanno risvegliato delle tensioni. La Russia, che ha condotto l’esplorazione dell’Artico per secoli, è l’unica nazione che ha una flotta di  rompighiaccio  nucleari. Una nave gigantesca, attualmente in costruzione nei cantieri navali di San Pietroburgo, sarà completata nel 2017. Mosca sta anche rinnovando la sua flotta di sottomarini ultra-silenziosi di quarta generazione in grado di lanciare testate nucleari.  Da parte statunitense, l’apertura dell’Artico viene presentata come un incentivo al commercio (collegamenti con l’Asia) e un’opportunità di assicurarsi nuove risorse energetiche (4).

Lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico produce effetti sistemici. Le variazioni del vortice polare, cioè un vento gelido che arriva dal Polo Nord, ha causato il freddo intenso che aveva colpito il Nord America nell’inverno 2013/2014. “L’interazione tra l’Artico e il riscaldamento globale è qualcosa di nuovo nella storia strategica umana, perché trasforma l’incontro di geografia e di geofisica in una  nuova e strana potenza che è  geofisica come natura e che noi chiamiamo la potenza ambientale dell’Artico. Questo opera su scala globale, con enormi conseguenze,” ha detto lo stratega militare Jean-Michel Valantin (5).  Il Comitato intergovernativo sul cambiamento del clima (IPCC) ha messo in rilievo che non c’è una teoria stabilita che renda possibile asserire che i conflitti armati al Polo Nord siano probabili. Ma lo scioglimento dei ghiacci verificherà la robustezza delle istituzioni circumpolari transnazionali  come il Consiglio Artico. I motivi sono complessi, instabili e mutevoli; il grado in cui gli effetti del cambiamento di clima pesano sulle società, dipenderanno dalla resistenza dei sistemi politici, economici e sociali (6).

Nel suo libro Climate Wars [Guerre del clima], Gwynne Dyer descrive un mondo in cui il riscaldamento globale accelera, e i profughi, affamati per le perdite dei raccolti e costretti a muoversi a causa dell’innalzamento del livello dei mari, cercano di raggiungere l’emisfero settentrionale. I paesi a latitudini più alte, ancora autosufficienti dal punto di vista alimentare, si difendono – talvolta con armi nucleari – contro quei vicini aggressivi: i paesi dell’Europa meridionale e della costa del Mediterraneo, che sono diventati dei deserti (7).

Effetti della geo-ingegneria

Dovendo affrontare quella che alcuni scienziati chiamano “caos climatico  causato dall’uomo”, la geo-ingegneria- intervento deliberato di contrastare il riscaldamento globale – è un tentativo di acquisire il controllo del clima. Comprende tecniche di per rimuovere l’anidride carbonica e gestire la radiazione solare, ma rischia di introdurre un’importante destabilizzazione sociale e dell’ecosistema. Si ipotizza che spruzzare zolfo sia sufficiente a produrre uno spesso strato nell’atmosfera per bloccare i raggi del sole e raffreddare il pianeta. L’osservazione delle eruzioni vulcaniche ha però portato gli studiosi del clima a concludere che, sebbene le particelle di zolfo possono contribuire a raffreddare il pianeta, causano anche siccità regionali e possono ridurre l’efficacia dei pannelli solari, degradare lo strato di ozono e indebolire il ciclo idro-geologico. Il rapporto più recente dell’IPCC avverte: “Senza accordi globali sul modo di usare la geo-ingegneria e su quanta usarne, l’SRM (gestione della radiazione solare) presenta un rischio di conflitto internazionale.

Dato che i costi diretti  della SRM si è stimato che siano di diecine di miliardi di dollari americani all’anno, potrebbero essere affrontati da protagonisti non legat a uno stato o da piccoli stati che agiscono per conto loro, contribuendo potenzialmente ai conflitti globali o regionali.

Il cambiamento del clima crea non soltanto le cause di conflitti violenti, ma anche nuovi tipi di guerre, secondo lo psico-sociologo Harald Welzer: “La violenza estrema stabilisce forme di comportamento e di esperienza per cui l’emisfero occidentale in gran parte pacifico, nel periodo successivo alla II guerra mondiale, non offrono alcuno schema di riferimento” (8). I conflitti asimmetrici tra popolazioni e signori della guerra a servizio di grossi gruppi privati stanno componendo un ecosistema di violenza esacerbata dal riscaldamento globale. Il caos in Darfur (Sudan) fino dal 1987 è tipico di questa dinamica auto-distruttiva, peggiorata dalla debolezza degli stati. Nella Nigeria settentrionale, il degrado della terra ha sconvolto modi rurali di vita e ha interferito con le rotte della migrazione. Parecchie centinaia di villaggi sono stati abbandonati e le conseguenti migrazioni si sono aggiunte all’instabilità della regione, fornendo occasioni al gruppo islamista Boko Haram.

Il rapporto più recente dell’IPCC descrive l’insieme dei rischi, la convergenza di impatti multipli con una data area geografica: “Dato che le temperature annuali nel mondo si prevede che aumentino da 2 a 4 deviazioni standard, c’è la possibilità, ceteris paribus [se tutte le cose sono uguali], di grandi cambiamenti relativi dei modelli globali di violenza personale, di conflitti di gruppo, e di instabilità sociale nel futuro.”

Marshall B. Burke dell’Università di Berkeley, in California, e gli altri autori dello studio prevedono il 54% di aumento dei conflitti armati per il 2030. Il loro studio fornisce la prima valutazione totale dei potenziali impatti del cambiamento del clima sulle guerre nell’Africa sub-sahariana. Danno delucidazioni sul collegamento tra guerra civile, aumento delle temperature e precipitazioni più ridotte, estrapolando le proiezioni medie dell’IPCC delle emissioni di gas serra per queste regioni tra il 2020 e il 2039.

Il flusso di profughi verso il paradiso della prosperità in Europa, è probabile che incrementi ulteriormente in questo secolo. Lo studioso di scienze politiche François Gemenne dice: “Oggi al mondo  ci sono almeno tante persone costrette a trasferirsi come conseguenza del degrado ambientale quante quelle che devono farlo a causa delle guerre e della violenza.” Questi migranti fuggono da guerre lontane, e, tuttavia, l’Occidente, malgrado la sua responsabilità storica del riscaldamento globale, si rifiuta di riconoscere la loro condizione: “Negare il termine ‘profugo per il cambiamento del clima’ equivale a negare il fatto che il cambiamento del clima sia una forma di persecuzione delle persone più vulnerabili.” Queste sono vittime di una trasformazione che va a di là del loro controllo.

Agnès Sinai è una giornalista che si occupa di ambiente e  docente all’Institut d’Etudes Politiques de Paris.

(1) “The Arab Spring and climate change”, [ La primavera araba e il cambiamento del clima], The Centre for Climate and Security, Washington DC, febbario 2013.

(2) Colin P Kelley, Shaharzad Mohtadi, Mark A Cane, Richard Seager and Yochanan Kushnir, “Climate change in the Fertile Crescent and implications of the recent Syrian drought”, [Il cambiamento del clima nella Mezzaluna Fertile e le implicazioni della siccità in Siria], Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America (PNAS), vol 112, n. 11, Washington DC, 17 marzo 2015.

(3) Solomon M Hsiang, Kyle C Meng and Mark A Cane, “Civil conflicts are associated with the global climate”, [ I conflitti civili sono associate al clima globale], Nature, n. 476 (7361), London, 25 Agosto 2011.

(4) “National Strategy for the Arctic Region”(PDF), [Strategia Nazionale per la regione artica],White House, Washington DC, 10 maggio 2013.

(5) See Jean-Michel Valantin, “The warming Arctic, a hyper strategic analysis”, [ L’Artico che si scalda, un’analisi iperstrategica], The Red (Team) Analysis Society (www.redanalysis.org), 20 gennaio 2014.

(6) IPPC, Climate Change 2014: Impacts, Adaptation and Vulnerability [Il cambiamento del clima 2014: impatti, adattamento e vulnerabilità], Cambridge University Press, Cambridge/New York, 2014.

(7) Gwynne Dyer, Climate Wars: the Fight for Survival as the World Overheats, [Guerre a causa del clima: la lotta per la sopravvivenza mentre il mondo si riscalda],

Oneworld Publications, London, 2010.

(8) Harald Welzer, Climate Wars: What People will be Killed for in the 21st Century,

[Le guerre causate dal clima: per che cosa saranno uccise le persone                        nel 21° secolo], Polity, Cambridge, 2012.

(9) Marshall B Burke, Edward Miguel, Shanker Satyanath, John A Dykema and David B Lobell, “Warming increases the risk of civil war in Africa” [Il riscaldamento fa aumentare il rischio di Guerra civile in Africa]

PNAS, vol 106, n. 49, 8 dicembre 2009.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/climate-change-conflicts

Originale: Le Monde Diplomatique

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0



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Rattus Norvegicus | 31 Aug 10:05 2015
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Sachs e l'uomo medio

«L'odierna rivoluzione industriale - diceva N. Wiener - deve svalutare 
il cervello umano, quanto meno nelle sue funzioni più semplici e 
abitudinarie. Naturalmente, come il falegname, il meccanico e il sarto 
qualificato sono sopravvissuti in un modo o nell'altro alla prima 
rivoluzione industirale, così anche lo scienziato e l'amministratore 
qualificato possono sopravvivere alla seconda. Ma immaginiamo che 
questa seconda rivoluzione si sia già realizzata. In tal caso l'uomo 
medio, dotato di capacità medie, se non inferiori, non potrà offrire 
per la vendita niente che valga la pena di comprare.
L'unica soluzione 
consiste nel costruire una società fondata su valori umani diversi 
dalla compravendita. Per la costruzione di questa società è 
indispensabile una grande preparazione e una grande lotta»

Non credo 
sia facile trovare un'analisi del periodo che stiamo attraversando più 
dimessa e allo stesso tempo calzante di questa, fornita dal filosofo 
sovietico Ilenkov circa cinquant'anni fa. La società che Ilenkov 
immaginava è quella in cui stiamo vivendo oggi. Una società in cui 
l'uomo medio, dotato di capacità medie, "non può offrire nulla che 
valga la pena di comprare". Particolarmente interessante il fatto che 
Ilenkov considerava lo scienziato "un uomo medio dotato di capacità 
medie". Ai nostri giorni non si fa altro che celebrare la particolarità 
e la specialità delle varie "beautiful mind" che si alternano sul 
palcoscenico mediatico. Tanto per fare un esempio attuale: la scomparsa 
di Oliver Sachs ci fornisce un'occasione importante per cogliere il 
contrasto tra l'aspetto "spettacolare" della scienza e la dimensione 
reale degli individui che vengono chiamati a rappresentarla. Quando, 
alla fine degli anni '80 ebbi modo di seguire una importante conferenza 
di Oliver Sachs al CNR di Roma, tutto avrei pensato meno che 
quell'immenso e barbuto grassone fosse stato un consumatore d'erba o 
uno spericolato motociclista. Come pure, chiunque abbia visto il film 
"risvegli", così bello ma così gonfio di retorica patriottarda e 
moralista, stenterà a credere che quel neurologo coraggioso e 
innovatore fosse nella realtà un individuo tormentato, con fantasie 
suicide, che nella scrittura ha trovato un modo per sollevarsi dalle 
sue ossessioni. 
Dopo aver letto con passione gran parte dei suoi 
lavori, mi sono reso conto benissimo che Sachs non ha fatto altro che 
portare al diapason, con talento e rigore, quella " neuroscienza 
romantica" di cui il grande neurologo sovietico Alexander Luria è stato 
il fondatore e il principale rappresentante. A dispetto di questo, per 
ovvie ragioni politiche, Sachs non dichiarò mai apertamente il suo 
enorme debito verso la scuola storico-culturale.

Non intendo 
dilungarmi, ma è fuori discussione che oggi Luria potrebbe apparire a 
molti un "uomo medio dotato di capacità medie". Le sue narrazioni, per 
quanto ben scritte, sono asciutte e realistiche, in nessun modo 
paragonabili ai casi "spettacolari" descritti da Sachs. Ma proprio qui 
balza in rilievo la possente differenza tra l'uomo medio che "non può 
offrire nulla che valga la pena di comprare" e i forzati della scienza-
spettacolo, che sono sempre sul punto di enfatizzare i propri 
protagonisti fino al grottesco, pur di soddisfare quel pruriginoso 
desiderio di una diversità da circo che alligna nel pubblico colto e 
illuminato che legge la new york book review e vota per il partito 
democratico. Insomma, tanto allo scienziato che al paziente neurologico 
tocca la stessa sorte: quella di essere speciale, come l'uomo che morde 
il cane. 
Aveva ragione Ilenkov: per una società basata su valori umani 
diversi dalla compravendita occorre una grande lotta.

saluti

r.

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123 | 29 Aug 10:14 2015
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Le invasioni barbariche

Un articolo di Marco Bascetta sulla finta bontà della Merkel a proposito dei rifugiati siriani. Poco tempo fa il ministro degli interni tedesco aveva avvertito i migranti provenienti dai Balcani di stare alla larga dalla Germania (dimenticando il suo ruolo destabilizzante).
Ognuno ha i suoi fantasmi ed Europa e USA ne hanno prodotti a milioni con le loro guerre, moltiplicazione dei soggetti in conflitto, esportazioni di armi e miseria.
La Germania inoltre è una notevole fonte di combattenti stranieri islamici che partecipano alla guerra in Siria e Iraq. La maggior parte hanno giurato fedeltà a ISIL.
 
Le invasioni barbariche di Marco Bascetta
I germanisti ci spe­rano sem­pre. In un qual­che pic­colo segnale di ripresa dell’etica e della cul­tura tede­sca. A mag­gior ragione dopo una lunga sequenza di aspre cri­ti­che con­tro le forme che andava assu­mendo l’egemonia ger­ma­nica sull’Europa: dall’ultimo pam­phlet di Ulrich Beck alla pesan­tis­sima accusa rivolta da Juer­gen Haber­mas al governo di Ber­lino di aver dis­si­pato in una sola notte (quella dell’imposizione del Memo­ran­dum ad Atene) l’intero patri­mo­nio di aper­tura e affi­da­bi­lità euro­pei­sta accu­mu­lato dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Sarebbe di fronte all’ «immane tra­ge­dia» dell’immigrazione che alla Ger­ma­nia si offri­rebbe ora l’occasione del riscatto, l’opportunità di cor­reg­gere l’egemonia finan­zia­ria con una «ege­mo­nia morale tede­sca», come si inti­tola l’editoriale di Gian Enrico Rusconi su La Stampa del 27 agosto.

Del resto quel grande feno­meno sto­rico che nei nostri libri di testo viene desi­gnato con l’espressione alquanto sprez­zante di «inva­sioni bar­ba­ri­che» nelle scuole di lin­gua ger­ma­nica è chia­mato die Voel­ker­wan­de­rung, ossia la migra­zione dei popoli.

Una espres­sione che però dif­fi­cil­mente vedremmo oggi appli­cata al gigan­te­sco spo­sta­mento di popo­la­zioni da nume­rose aree deva­state del pia­neta verso i più ric­chi paesi d’Europa. Sarà per­ché que­sti uomini e que­ste donne non sono gui­dati dai rispet­tivi monar­chi, dai quali, al con­tra­rio, rifug­gono o per­ché l’unica arma di cui dispon­gono è quella del numero, di uno squi­li­brio intol­le­ra­bile e, infine, di una neces­sità storica.

Di qui l’illusione che si tratti di una «emer­genza uma­ni­ta­ria» e non di un pro­cesso incon­te­ni­bile desti­nato a mutare radi­cal­mente la com­po­si­zione e la cul­tura delle società euro­pee. Certo, l’ecatombe quo­ti­diana, via terra e via mare, e le sue orri­pi­lanti cir­co­stanze (i sepolti vivi nelle stive dei bar­coni e nei camion), rive­lano e celano al tempo stesso.

Rive­lano la vio­lenza spro­po­si­tata delle con­di­zioni di «viag­gio» impo­ste ai migranti da traf­fi­canti e guar­die con­fi­na­rie e dun­que l’«emergenza uma­ni­ta­ria», ma celano la natura strut­tu­rale e affatto con­tin­gente dei flussi migratori.

Ma vediamo più da vicino in che cosa con­si­ste l’ «esem­pio morale» di Angela Mer­kel. Sfi­dando i fischi e gli insulti di un gruppo di con­te­sta­tori ultra­na­zio­na­li­sti in quel di Hei­de­nau, cit­ta­dina tea­tro di ripe­tute vio­lenze dell’estrema destra, la can­cel­liera ha con­dan­nato con toni duri raz­zi­smo e xenofobia.

Qua­lun­que altro gover­nante euro­peo non avrebbe potuto fare altri­menti. A mag­gior ragione di fronte a una esca­la­tion di atten­tati e aggres­sioni di matrice raz­zi­sta o neo­na­zi­sta come quella che la Ger­ma­nia ha lasciato cre­scere al suo interno, spesso civet­tando con l’ideologia della «prio­rità nazionale».

Fin qui, dun­que, nulla di straor­di­na­rio. Più rile­vante, invece, la deci­sione di sospen­dere la regola di Dublino che impone ai richie­denti asilo di rima­nere nel primo paese dell’Unione in cui sono arri­vati. Un buon motivo per far tirare il fiato ai paesi di con­fine come il nostro. Ma c’è un però.

La Ger­ma­nia apre le porte ai soli siriani, con­si­de­rati la punta dell’iceberg «uma­ni­ta­rio». Così facendo pro­pone un modello che di morale non ha pro­prio nulla.

Se anche si assu­messe come solo motivo di legit­tima fuga la guerra guer­reg­giata, in che cosa si distin­gue­rebbe chi fugge da Mosul da chi fugge da Aleppo, da Kan­da­har o dallo Yemen?

Se il «para­digma siriano» può alleg­ge­rire una con­tin­genza esso intro­duce tut­ta­via una deli­rante tas­so­no­mia dei migranti, suscet­ti­bile di con­ti­nue par­ti­zioni: pro­fu­ghi di guerra (da sud­di­vi­dere sulla base di un qual­che indice bel­lico?), rifu­giati poli­tici (da ripar­tire secondo un dia­gramma della repres­sione?), rifu­giati cli­ma­tici ( da indi­vi­duare sulle sta­ti­sti­che meteo?), per­se­gui­tati reli­giosi (da defi­nire secondo una misura della libertà di culto?) migranti eco­no­mici (tanto peg­gio per loro).

Infine la distin­zione più assurda di tutte: quella tra paesi sicuri e paesi insi­curi. Un paese, infatti, non è pari­menti sicuro o insi­curo per tutti. Per un omo­ses­suale l’Iran non è, per esem­pio, un paese sicuro, come non lo è l’Arabia sau­dita per una donna desi­de­rosa di gui­dare un’automobile e l’elencazione potrebbe pro­ce­dere all’infinito.

Pos­siamo imma­gi­nare i buro­crati dei cen­tri di iden­ti­fi­ca­zione e regi­stra­zione alle prese con que­sto gine­praio. Così, di fronte a tanta com­pli­ca­zione che manda in pezzi la stessa dimen­sione «uma­ni­ta­ria», il modello tede­sco pro­cede verso una ulte­riore restri­zione del diritto di asilo (del resto più volte ridi­men­sio­nato nel corso degli ultimi anni) alla quale sta ala­cre­mente lavo­rando il mini­stro degli interni Tho­mas de Mazière.

A que­sto si affianca una poli­tica di restri­zione del wel­fare e degli stru­menti assi­sten­ziali (per i migranti in primo luogo, ma non solo) tali da ren­dere il paese sem­pre meno appe­ti­bile per chi inten­desse stabilirvisi.

Quanto a «ege­mo­nia morale» non c’è dav­vero che dire. Rispar­mio e deter­renza in un colpo solo. Ogni brec­cia nei muri visi­bili e invi­si­bili che divi­dono l’Europa è per molti un’occasione di sal­vezza, ma non biso­gna per­dere di vista il fatto che il «para­digma siriano» risponde a una logica di governo e di con­trollo del «diritto di fuga» che, sia pure sotto la pres­sione di eventi estremi ( fomen­tati da poli­ti­che glo­bali senza scru­poli), risponde pur sem­pre alla volontà di garan­tire l’impiego pro­fit­te­vole e com­pe­ti­tivo delle «risorse umane».



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Rattus Norvegicus | 29 Aug 09:44 2015
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fake jobs e stagisti in tenda

L'intervento di Bifo sulla "fine del lavoro".. 

http://www.infoaut.org/index.php/blog/seminari/item/15218-quale-rifiuto-del-lavoro-oggi

... accanto alla problematica del reddito di cittadinanza, poneva con 
insistenza il problema del lavoro gratuito e delle soggettività.

Sono 
andato a dare un'occhiata all'articolo del NYT cui Franco faceva 
riferimento nel suo intervento e ne sono rimasto piuttosto sorpreso. Si 
tratta effettivamente di società fantasma, create in Francia con 
finanziamenti pubblici di sostegno per l'esclusione sociale e 
lavorativa.

http://www.nytimes.com/2015/05/31/business/international/in-europe-fake-jobs-can-have-real-benefits.html?_r=0

L'inquietudine che suscita il lavoro simulato non è data tanto dalla 
dubbia validità del suo presunto valore formativo, quanto piuttosto dal 
fatto che pare soddisfare esigenze psicologiche, prima che economiche.

Argomento che offre spunti interessanti su quelle tematiche riguardanti 
soggettività e lavoro che tanta parte hanno avuto nei dibattiti degli 
ultimi mesi proprio a partire dall'expo.

Qui di seguito un episodio 
recente che ha avuto una certa risonanza: uno stagista alle nazioni 
unite che vive in tenda.

http://www.thepostinternazionale.it/mondo/svizzera/tirocinio-onu-non-retribuito-protesta-stagista

C'è da chiedersi: ha fatto bene a accettare lo stage gratuito ? E se 
lo ha accettato, perché poi lagnarsene?

Saluti

Rattus

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123 | 28 Aug 09:19 2015
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Autogestire la sovranità monetaria

Dopo questo articolo si potrebbe leggere un capitolo del libro "Il diritto penale nella Divina Commedia: le radici del sorvegliare e punire nell'Occidente" intitolato Falsità in monete. https://books.google.it/books?id=oZFcokgLBA4C&pg=PA51&lpg=PA51&dq=la+moneta+ai+tempi+dei+comuni&source=bl&ots=_zNMIMdxWv&sig=R1FYl2M3HLxE88mi-0PZ-0sAqSY&hl=it&sa=X&ved=0CCYQ6AEwAWoVChMIxJWKyJrLxwIVizsUCh34og0H#v=onepage&q=la%20moneta%20ai%20tempi%20dei%20comuni&f=false

"Ai tempi l’organizzazione politica che si diedero i Comuni prevedeva l’elezione di rappresentanti in un consiglio della città e l’approvazione di statuti che ne regolavano la vita sociale e politica. A poco a poco, i Comuni ereditarono una parte delle prerogative regie e imperiali, come il diritto di emanare leggi, di riscuotere imposte, di organizzare eserciti, di aprire mercati, addirittura, nelle città più grandi, di battere moneta".

Autogestire la sovranità monetaria di Paolo Cacciari* da comune-info

Il problema, affermano molti economisti, non è l’euro, ma il suo essere l’unica moneta in circolazione. Se invece provassimo a immaginare una pluralità di sistemi di scambi a diversa scala e per diverse funzioni, forse, riusciremmo ad accordare gli strumenti monetari e finanziari alle reali esigenze dell’economia e della società. Così, forse, riusciremmo ad addomesticare lo strapotere del denaro.

Le monete locali complementari, parallele, alternative, bioregionali, comunitarie… hanno una lunga storia (tra le più note: il Wirtschaftsring di Zurigo, l’Ithaca Hours negli Stati Uniti, il Brixtonpound a Londra, il Chiemgauer in Baviera). In tempo di crisi e di carenza di liquidità, come dimostrano le esperienze dell’Argentina (i Créditos) e della Grecia (le Tem, leggi La moneta greca che batte l’euro), le monete locali si moltiplicano. Anche in Italia non mancano esperienze e progetti. Le isole dell’Arcipelago Scec contano decine di migliaia di soci (soprattutto in Campania). Il Sardex mette in rete duemila aziende (Non vogliamo denaro, ma Sardex). Il Quinc di Rimini è promosso dalla Camera di commercio, dalla Provincia, dalle coop e da una rete di imprese. Il Susino in Val di Susa è promosso dalla associazione di imprenditori Etinomia. La Mag di Reggio Emilia sta sperimentando il Bus (Buono di uscita solidale). In Valcamonica è nato il Camuno. In Regione Sicilia si discute un progetto di legge per istituire Sicanex.

I modelli di funzionamento presi a riferimento sono molto vari. Alcune monete sono in realtà buoni sconto o punti di risparmio non convertibili in euro, ma usabili nelle reti di esercizi commerciali e servizi professionali convenzionati. Altre non impiegano cartamoneta, ma tramite una gestione elettronica di unità di conto virtuali funzionano da camera di compensazione multilaterale per transizioni tra le imprese del circuito. Molte fanno riferimento al valore delle monete ufficiali e sono convertibili. Altre invece sono crediti misurati in tempo di lavoro, sul modello delle banche del tempo. Rientrano di diritto in quest’ultima categoria le transazioni non monetarie che molti comuni stanno proponendo ai loro abitanti: pagare in tempo di lavoro volontario parte dei tributi locali (articolo 24 del decreto Sblocca Italia). Il cittadino da contribuente diventa erogatore diretto di servizi sociali. In tutti i casi, queste nuove forme di relazioni economiche liberate dalla intermediazione bancaria (e dagli interessi), presentano vantaggi evidenti: creano reti collaborative in cui prevale la solidarietà e la responsabilità, aiutano le aziende locali, restituiscono “sovranità monetaria” direttamente alle cittadine e ai cittadini.

.* Paolo Cacciari è autore di articoli e saggi sulla decrescita e sui temi dei beni comuni. Il suo nuovo libro, Vie di fuga (Marotta&Cafiero) – un saggio splendido su crisi, beni comuni, lavoro e democrazia nella prospettiva della decrescita – è leggibile qui nella versione completa pdf (chiediamo un contributo di 1 euro). Questo articolo è stato inviato anche a Left.



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clochard | 27 Aug 23:51 2015
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Intervista a Stedile - dirigente del Movimento Senza Terra: "Da 20 anni la sinistra pensa solo alle elezioni"

Considero utile e doveroso far circolare questi materiali, generosamente tradotti da Serena, pur conservando tutte le mie riserve sul pugno di ferro contro i movimenti, sulle "grandi opere e grandi eventi" a discapito delle infrastrutture di base e del welfare, sul trattamento riservato agli abitanti delle favelas ─ paragonabile a quello dei coloni israeliani nei confronti delle abitazioni dei palestinesi in Cisgiordania ─ , e così via.
Di seguito un interessante articolo sulle lotte dei Sem Terra.
 
e
 
 
----- Original Message -----
 

SAREBBE INTERESSANTE CHE I ..."SINISTRI TANTO RIVOLUZIONARI"     si leggessero seriamente questa intervista a Stedile -dirigente del Movimento Senza Terra-...dove si denuncia come l'azione dei media (nel caso del Brasile il potentissimo "Globo") INVENTA la realtà...

 

Da 20 anni la sinistra pensa solo alle elezioni

 


Intervista a JP Stedile (24 agosto 2015, Sul  21 - Marco Weissheimer)
 
Da alcuni mesi, o anni, João Pedro Stédile, uno dei principali dirigenti del MST ripete alcuni avvertimenti dirette alla sinistra brasiliana, legate all'evoluzione della congiuntura politica nazionale e internazionale. Una di queste consiste nel mettere in guardia sull'importanza di non ridurre la lotta politica a lotta elettorale e non soccombere alle trappole della politica tradizionale, per esempio accettando il finanziamento privato delle campagne come un modo naturale di gestire la politica.
La crisi politica, iniziata dopo la rielezione di  Dilma Rousseff e l'offensiva dell'opposizione e dei settori più conservatori del paese con l'obiettivo di travolgere la presidenta eletta con il voto popolare, hanno rimesso questi avvertimenti all'ordine del giorno.
Venerdi scorso, Stedile era a Porto Alegre per partecipare a un dibattito all'apertura del  14º Congresso della CUT del Rio Grande del Sud. Nella intervista a Sul21, Stedile ha parlato dell'intreccio delle tre crisi presenti oggi -economica, politica e sociale -, delle mosse dei principali protagonisti e delle loro possibili evoluzioni. E ha indicato quella che ritiene essere la sfida più grande per la sinistra in questo periodo: "Costruire una forza popolare organizzata. La sinistra ha disimparato a fare il lavoro di base, a coscientizzare il popolo, a fare piccole riunioni. Da 20 anni la sinistra pensa solo alle elezioni. Ha detto Stedile.
 
 
Sul21: Durante l'ultima settimana abbiamo avuto una nuova serie di manifestazioni contro e a favore della presidenta  Dilma Rousseff e la denuncia contro il presidente della camera dei deputati Eduardo Cunha (PMDB-RJ). Secondo lei, come incidono questi eventi sull'attuale clima di instabilità politica che segna la congiuntura nazionale?

 
João Pedro Stédile: Il Brasile sta vivendo un periodo molto confuso e complesso, in cui ogni settimana vengono fuori fatti che rendono ancora più complicata la lettura della congiuntura, tra i quali si inseriscono gli episodi che ha citato nella domanda. Questa complessità, nella valutazione del MST e dei movimenti sociali nel loro insieme, si deve al fatto che stiamo vivendo un periodo in cui si intrecciano tre crisi.
C'è una crisi economica che colpisce l'economia brasiliana che non cresce da due anni e starà ancora un paio d'anni senza crescere, con un forte processo di deindustrializzazione, che già si riflette anche nella classe lavoratrice, con aumento della disoccupazione e diminuzione del salario medio. C'è anche una crisi sociale, la cui punta dell'iceberg è comparsa nelle proteste del giugno 2013.  Il governo ha adottato una retorica di dialogo; tuttavia, tutti quei problemi sociali che erano il substrato delle mobilitazioni, non sono stati risolti, al contrario. I problemi della casa, del trasporto pubblico, dell'accesso all'università, tutti si sono aggravati. Questa crisi sociale non è ancora esplosa, è latente, ma c'è.
E infine la crisi politica, la cui origine è il sequestro della democrazia brasiliana, operato dai capitalisti attraverso il finanziamento privato delle campagne elettorali. Le dieci maggiori imprese del paese hanno finanziato circa il 70% dei parlamentari, processo questo che ha generato i Cunha e i suoi 300 alleati. Oggi, la popolazione non si riconosce nei politici. Diverse ricerche di opinione indicano che i politici hanno l'indice di credibilità più basso.  Quindi esiste una dicotomia. Quel che avviene in campo politico non si riflette nella società o si riflette negativamente.
Tutti giorni vediamo i segni di queste tre crisi. Se leggiamo Valor Econômico, per esempio, vedremo i riflessi della crisi economica. Se consultiamo i movimenti popolari, li sentiremo parlare dei problemi sociali che stanno crescendo. E in politica, come ha detto, ogni giorno vengono fuori nuovi fatti.
 
Sul21: E quali sono secondo lei, i possibili sviluppi di questo intreccio di crisi ?


João Pedro Stédile: La difficoltà di uscire da questa crisi generale è che le classi ancora non si sono messe d'accordo su cosa fare. Sarebbe necessario creare un nuovo blocco storico e sociale che si costituisse in una maggioranza capace di trovare una via d'uscita. Questo, in generale si verifica nei periodi elettorali. Il problema è che non siamo appena usciti da un'elezione. Quindi noi avremo  i prossimi quattro anni - tutto il governo Dilma - per trovare questa maggioranza e questo è il problema.
In questi tentativi di uscire dalla crisi, che cosa sta venendo alla luce? La borghesia, nel senso classico del termine, più conosciuta come gli imprenditori e il potere economico, ha già presentato le sue proposte di uscita. Non è un programma formalizzato, ma viene presentato nelle sue riunioni e interventi. Questa proposta consiste nel riallineare l'economia brasiliana agli USA, che è stato un po' quanto è successo nel 1964. L'idea è che gli americani vengano qui, investano e tirino l'economia fuori dalla crisi, ampliando il mercato per le imprese brasiliane che entrerebbero in modo subalterno in una relazione con l'economia industriale nordamericana. In secondo luogo, consiste nel diminuire il ruolo dello Stato, che oggi si esprime nelle proposte di tagliare le spese sociali, di diminuire il numero dei ministeri, di diminuire le spese per la Previdenza ecc. In realtà si vuol tornare alla vecchia tesi che è il mercato che risolve. In terzo luogo diminuire il costo della manodopera. Questo è il loro programma, che ancora non può essere reso esplicito, poiché, in sostanza, questo programma è il neolibersmo, che è stato sconfitto nelle ultime quattro elezioni. Non possono semplicemente ripresentarlo, devono indorare la pillola.
Quindi, la borghesia sta facendo questo movimento per tentare di costruire una maggioranza intorno al suo programma. Come fanno a farlo?  Mettendo all'ordine del giorno queste proposte nel Congresso nazionale. Tutte le iniziative del blocco di  Eduardo Cunha vanno in questa direzione: diminuire i costi, diminuire lo Stato, privatizzazioni, aprire l'economia e riavvicinarla agli USA. Oltre a questo, si appoggiano anche al  sistema Giudiziario e ai maggiori media commerciali, dei quali grande portavoce è la rete Globo. Questo movimento rappresenta il maggior grado di unità che sono riusciti a costruire fino ad oggi, con espressioni della Firjan (Federação das Indústrias do Rio de Janeiro), di Renan Calheiros, presidente del Senato, e con settori del PSDB. Sono assolutamente convinto, in seguito alla recente intervista di   Mendonça de Barros, che Serra e Alckmin, anche se non possono esprimersi pubblicamente, concordano con questo programma. Ma non possono comparire.
 
Sul21: Lei ha parlato del movimento che stanno organizzando i grandi imprenditori e i loro rappresentanti politici per superare la crisi. Quanto agli altri settori della società, è possibile intravvedere qualche mossa alla ricerca di vie d'uscita dai problemi attuali?   
 
João Pedro Stédile: C'è un altro segmento, la cosiddetta classe media, o piccola borghesia come la chiamava Marx. Stiamo parlando di quella classe media che Marcio Pochmann nomina nell'Atlante dell'Esclusione Sociale, che  - per il reddito che ha -  rappresenta tra il 5 e il 10% della popolazione e che sogna di diventare un giorno borghesia. Qual è il programma che questa classe media presenta per uscire dalla crisi? Un golpe contro Dilma! Ma questo non è un programma, non risolve nessuna delle tre crisi. Per questo, la borghesia che è più esperta, sta dicendo loro: Calma, voi potete stare a ululare nella Paulista, a Copacabana, ma questa non è la via d'uscita dalla crisi. 
Lo stesso Temer ha detto loro questo quando ha affermato che non serviva metterlo al posto di Dilma poichè la crisi ha radici diverse. Al contrario, se ci fosse un golpe istituzionale, si creerebbe una quarta crisi, una crisi istituzionale, che porterebbe i movimenti sociali e popolari nelle strade. Questo scombinerebbe tutte quelle regole dello Stato borghese che, al di là della crisi politica, tutti continuano a rispettare. Se succedesse questo, perchè non potremmo per esempio chiedere l'impeachment di Sartori o di  Alckmin, le cui campagne sono state anch'esse finanziate da imprese private? Quindi la via d'uscita di questa classe media è stupida. La nostra fortuna  e anche la loro è che rappresentano una frazione molto piccola della società. E' per questo che le loro mobilitazioni non sono cresciute. E le fanno sempre di domenica, no? E' molto più un festival, al quale hanno diritto, piuttosto che una vera battaglia politica.
Dal lato di qua abbiamo la classe lavoratrice che non sta riuscendo a presentare un programma di uscita dalla crisi. In questo momento, le direzioni di organizzazioni come la CUT, la UNE, il MST, i movimenti di lotta per la casa stanno tentando di costruire una agenda comune. Quello che siamo riusciti a costruire unitariamente fino ad oggi è un programma difensivo, contro il golpe in difesa dei diritti, contro il neoliberismo, ossia una difesa del passato e non passi in avanti come vorremmo. Quindi, anche per la classe lavoratrice, è difficile costruire un programma propositivo capace di riprendere l'offensiva in direzione dei cambiamenti che sosteniamo. Questa è una difficoltà reale e siamo a questo punto.
 
Sul21: Ci sono prospettive di superare queste difficoltà?

João Pedro Stédile: Spero che, nei prossimi mesi, riusciremo ad avanzare nella direzione  di questa unità della classe lavoratrice, per costruire un programma non difensivo, ma che presenti proposte per l'uscita dalle crisi economica, politica e sociale. Forse abbiamo raggiunto già una certa unità rispetto alla crisi politica, sostenendo una Riforma Politica da costruire attraverso un'Assemblea Nazionale Costituente. Questo Congresso non farà questa riforma e i partiti non hanno la forza di approvarla nello scenario attuale. Alla fine, la via d'uscita di un programma costruito dalla classe lavoratrice dipende da una componente ancora non scesa in scena, che è la classe lavoratrice che si mobiliti e vada in strada. Fino ad ora, sono scesi in strada i mediatori, i militanti. La grande massa resta seduta a casa sua guardando tutto alla tv. Per questo, anche le nostre mobilitazioni hanno mantenuto le stesse dimensioni.
Comunque questa massa e le nostre mediazioni hanno un'arma potente che non è ancora stata usata: lo sciopero generale che colpisce direttamente il profitto dei capitalisti. La prospettiva di fermare la produzione un giorno, due giorni, una settimana, genera panico nella borghesia. Alla fine è la loro maggiore paura. Per questo non vogliono vedere il circo prendere fuoco, perchè la plastica cadrebbe anche sulle loro teste.
 
Sul21: Lei ha parlato di alcune organizzazioni che stanno cercando di costruire una agenda comune, ma non ha menzionato nessun partito politico. Considerando che il partito che sta governando il Brasile da 13 anni attraversa una seria crisi politica e gli altri partiti di sinistra sembrano non avere la forza di presentare un'alternativa, la congiuntura sta chiamando i movimenti sociali a assumere un maggior protagonismo,  sull'esempio di quanto è accaduto in Bolivia qualche anno fa?
 
 
João Pedro Stédile: É evidente che i partiti politici in Brasile, tanto quelli della borghesia, quanto quelli della sinistra, sono in crisi. Quelli della borghesia sono stati sostituiti dalla Globo. Chi dirige ideologicamente le idee della destra in Brasile è la Globo. I dirigenti dei partiti della destra brasiliana sono  completamente screditati, gli Eduardo Cunha, i Ronaldo Caiado.
E la sinistra ha bisogno di fare un'autocritica seria, perché è caduta nell'elettoralismo e, anche in questa sfera, non si è preoccupata di sostenere una riforma politica. Invece ha fatto il gioco della borghesia, abbracciando il finanziamento privato delle campagne e cadendo nella trappola come mostra Lava Jato.  Se non cambieranno le regole politiche, non sarà dall'interno dei partiti che verrà la soluzione. I partiti si sono già compromessi.  Una riforma politica ringiovanirebbe i partiti, ma questi non hanno la forza per far andare le masse in strada in difesa di questa riforma. Quindi, questo potrà essere fatto solo per mezzo di un'ampia coalizione di tutte le forze popolari, con tutte le forme di organizzazioni di cui la classe lavoratrice dispone, siano pastorali, sindacati, movimenti popolari, partiti, ecc.
Ora non è il momento di discutere chi sarà protagonista, ma di unire tutte le forze per fare una discussione nella società e insieme alle nostri basi su quali sono le possibili vie d'uscita dalla crisi che è in corso ed è innegabile.
Io non so come sarà questa via d'uscita. Dipenderà dai rapporti di forza e dalla dinamica della lotta di classe. Ritengo assolutamente sbagliato voler copiare degli esempi. Ho sentito alcune persone, che dicono che dobbiamo seguire l'esempio della Podemos spagnola, o della greca Syriza. La storia della Spagna è diversa e Tsipras è durato solo tre mesi. Quindi, ogni paese ha una sua dinamica e, noi brasiliani, dovremo inventare la nostra. Dobbiamo osare, inventare. Quando vogliamo copiare, sbagliamo. Abbiamo voluto copiare il modello del finanziamento privato delle campagne. Ha prodotto quello che vediamo. La cosa principale è che dobbiamo avere il coraggio di  portare questa discussione tra le masse e fare sì che si mobilitino e decidano di scendere in strada, creando una effervescenza, un nuovo dinamismo nella politica brasiliana. Nel mezzo di questa effervescenza, sorgeranno nuovi dirigenti. Non serve guardare indietro, cercando dove sono i leader del passato. La dinamica della lotta di classe forgerà nuovi dirigenti e anche nuove forme di organizzazione.
 
Sul21: Secondo te, c'è una crescita di idee e valori conservatori in Brasile, di una destra più organica e estremista o è molto fumo quello che sta apparendo nelle strade?

João Pedro Stédile: Io penso che c'è molto fumo. Nelle radici del popolo brasiliano ci sono energie molto sane. Il popolo brasiliano è solidale, lavoratore e dignitoso. Ora questo fumo è il risultato dell'egemonia ideologica della borghesia nei mezzi di comunicazione. La Globo è la principale responsabile della diffusione di questi falsi valori, di questo negativismo, che afferma che tutti sono corrotti. Diffonde queste idee e valori tutti i giorni, nelle sue telenovelas, nei suoi notiziari. Dobbiamo cercare la causa di questo fumo che nasconde la realtà. E noi non abbiamo mezzi di comunicazione di massa alternativi. Lottiamo in trincea, con un foglio qui, un bollettino lì. Non abbiamo un mezzo di comunicazione nazionale che riesca a intraprendere questo dibattito con la società. Quel che sta mancando nella società brasiliana è il dibattito sui suoi problemi e le possibili soluzioni.
 
Sul21: In questo momento, ci sono vari gruppi che si riuniscono e discutono sulla necessità di formazione di nuovi fronti di sinistra e dei settori progressisti della società. Questi gruppi parlano tra loro?

João Pedro Stédile: Dal punto di vista della diagnosi, tutti danno una lettura comune, ossia che la crisi è grave, complessa e durerà. Ma non c'è unità rispetto alle possibili vie d'uscita. Non c'è un programma. Dal punto di vista di come le varie forze si stanno muovendo, credo che avremo vari fronti. Noi stiamo collocando energia nella costruzione di quello che già ha un nome, Fronte Brasile Popolare, che unisce - tra gli altri - partiti tradizionali, movimenti popolari, la UNE, il Levante Popular da Juventude, le pastorali. Faremo una conferenza nazionale il 5 settembre a Belo Horizonte,  per vedere se andiamo avanti nel nostro programma. Ma, credo che altri gruppi di sinistra formeranno altri fronti, alcuni perché hanno una vocazione più elettoralistica e vogliono approfittare di questa crisi del PT.
Tuttavia, non credo che un fronte di sinistra con una limitata base sociale, per quanta chiarezza ideologica possa avere, riesca ad accumulare forze. Ora, più che sapere dove vuoi andare, è importante avere forza sociale accumulata. E in periodi di crisi, per avere questa forza sociale accumulata, bisogna poter contare su tutti quelli che vogliono i cambiamenti, senza esclusioni ideologiche. Nel caso del Fronte Brasile Popolare, lo spettro di forze con il quale stiamo lavorando, è quello di chi ha votato Dilma al secondo turno, che non sono pochi. Se riusciremo a raccogliere in un fronte circa 54 milioni di brasiliani, avremo una forza sufficiente per spingere a cambiamenti dentro il governo e a prepararci per il dopo-Dilma.
 
Sul21: Un'ultima domanda. Se fosse possibile definire con una frase la sfida principale della sinistra brasiliana oggi, quale sarebbe secondo te?
 

João Pedro Stédile: Costruire una forza popolare organizzata. La sinistra ha disimparato a fare il lavoro di base, a coscientizzare il popolo, a fare piccole riunioni. Da 20 anni la sinistra pensa solo alle elezioni. Dobbiamo smettere un po' di pensare alle elezioni. Non che le elezioni non siano importanti. Certo che sono importanti, poiché fanno parte della democrazia. Abbiamo discusso molto con Tarso Genro, nel senso che la sinistra deve recuperare di più Gramsci. Visto che ha vissuto in un momento di crisi del movimento operaio italiano, ha fatto riflessioni appropriate al periodo che stiamo vivendo. Uno, tra i vari contributi di Gramsci, è la visione che, nella lotta per i cambiamenti sociali, la lotta di classe si manifesta in tutti gli spazi della vita sociale. In una radio comunitaria, in un sindacato, in un quartiere, in una chiesa, in un giornale, in una fabbrica, nel commercio, in una piazza. Tutti sono spazi di disputa. E noi, nel recente passato, abbiamo ridotto tutto questo a sola disputa elettorale.
Dobbiamo preparare la classe lavoratrice perché possa combattere, con le sue idee, in tutti gli spazi della vita sociale, poiché tutto questo è potere politico, non solo il governo. Per questo dobbiamo anche recuperare il lavoro di formazione dei militanti che la sinistra ha abbandonato. C'è una gioventù senza prospettive. La formazione politica è il matrimonio permanente tra la lotta di massa e la formazione teorica. E la sinistra non ha fatto nessuna delle due cose in quest'ultimo periodo. La lotta di massa è stata ridotta alle elezioni e la formazione teorica è stata abbandonata. Per fortuna, la destra sta stimolando in reinserimento nel nostro programma dell'importanza della lotta di massa. Se non saremo in strada a disputare con loro ci sconfiggeranno.
 
(traduzione Serena Romagnoli)

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I Sem Terra conquistano tre aree emblematiche in Minas Gerais

 

 

La più emblematica è l'antica fazenda Nova Alegria, dove è avvenuto il Massacro di Felisburgo, in cui furono ammazzate cinque persone e un bambino
perse un occhio colpito da una pallottola.

20 agosto 2015
di Geanini Hackbardt dalla pagina del MST

Durante il lancio del Piano Raccolta dell'Agricoltura familiare in Minas Gerais 2015/16, all'Assemblea legislativa, il Ministro dello Sviluppo Agrario (MDA), Patris Anania, e il governatore Fernando Pimentel (PT) hanno annunciato
l'esproprio di tre aree emblematiche per il Movimento Sem Terra- MST .

In questa occasione, entrambi i rappresentanti dello Stato si sono anche impegnati per lo sviluppo degli insediamenti, per quanto riguarda le infrastrutture di base, la commercializzazione e il rafforzamento della
coltivazione di prodotti agroecologici.
Le tre aree conquistate sono la Fazenda Gravata, in Novo Cruzeiro, il municipio di una prima occupazione massiccia di terra in Minas Gerais, dove l'accampamento è organizzato da 14 anni.

Un altro è la vecchia azienda Ariadnópolis, a Campo do Meio, un esempio del processo di decadimento delle campagne brasiliane nella produzione di canna da zucchero.
Il terreno è stato abbandonato dai latifondisti e ospita più di 400 famiglie accampate da 16 anni.

La terza area è l'antica fazenda Nova Alegria nel comune di Felisburgo, terra macchiata dal sangue dei lavoratori uccisi nel Massacro di Felisburgo, che causò la morte di cinque persone e un bambino colpito da una pallottola in
un occhio.

"Vogliamo enfatizzare i casi esemplari di esproprio e di consolidamento della riforma agraria, soprattutto il caso di Felisburgo, un caso caratterizzato dalla stupidità, brutalità, violenza, dal sangue", ha detto Anania.

Il governatore Fernando Pimentel ha inoltre ottolineato che le tre aree saranno annunciate ufficialmente dalla presidente Dilma Rousseff ai primi di settembre.

" Voglio ribadire qui il nostro impegno per Nuova Cruzeiro, Ariadnópolis e Felisburgo. Non abbiamo firmato ora perché vogliamo che la presidente Dilma sia protagonista di questo momento. E non tarderà, sarà ai primi di settembre ", ha promesso.

Pimentel ha detto che, in relazione ai conflitti, lo Stato ha creato un tavolo di trattative che coinvolge la polizia militare, il potere giudiziario e i movimenti sociali, sia urbani che rurali, per cui vi sia la mediazione e sia
possibile trovare soluzioni anche prima della emissione dei mandati di sgombero.
Nel fare l'annuncio, il Ministro Patrus ha rafforzato i due impegni della sua gestione del MDA. "Siamo nel Ministero per far avanzare la riforma agraria e lo sviluppo dell'agricoltura familiare.
Il nostro desiderio, il nostro impegno è quello di fare dello spazio dell'agricoltura familiare uno spazio di produzione alimentare, di cibi sani, cibi efficaci nel promuovere la salute e la vita delle persone. Da qui il
nostro impegno per l'agricoltura biologica, in particolare per l'Agroecologia ".

Contemporaneamente, Patrus ha anche firmato il decreto di esproprio della Fazenda Jacaré in Bocaiuva, riconoscendo le terre occupate come l'Insediamento Professor Mazan.

Sul nuovo Piano Nazionale di Riforma Agraria, Patrus assicurato che il lancio non tarderà e che il documento è già nelle mani della Presidente.

 "Abbiamo già insediato diecimila famiglie in questi pochi mesi come Ministero, ma il nostro sguardo futuro è che alla fine del governo della presidente Dilma non ci sia bambino, giovane, famiglia che viva sotto la tela degli
accampamenti in questo paese", ha ribadito.


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    Marinus Van der Lubbe | 27 Aug 12:31 2015
    Picon

    Sul metodo del «Capitale» (R. Rosdolsky). Con una introduzione redazionale.

    - IL LATO CATTIVO -
    Aggiornamento del blog

    Sul metodo del Capitale

    Roman Rosdolsky
    (1968)

    Preceduto dall'introduzione redazionale: «Metodo dialettico: un grosso malinteso?»


    «[...] Ora, la domanda che bisogna porsi – e che in pochi si sono posti – è appunto se sia legittimo prendere per oro colato ciò che Marx ed Engels pensano o dicono di aver fatto della dialettica hegeliana. C'è naturalmente chi pensa di sì, e qui sta tutto il limite dell'approccio del genere «invarianza del marxismo», che è quello di voler salvare capra e cavoli, lasciando nell'indeterminato i nodi appena evidenziati: quanti metodi dialettici? metodo d'indagine o d'esposizione? struttura del pensiero o delle cose? delle cose naturali o delle cose sociali? Noi viceversa rispondiamo negativamente e cercheremo di spiegare perché [...]» (Dall'introduzione redazionale)







    --
    «L'abolizione dello scambio, della divisione del lavoro, della merce, della proprietà, dello Stato, delle classi non sono misure da prendersi dopo la vittoria della rivoluzione, ma le sole misure attraverso le quali la rivoluzione possa trionfare» (Théorie Communiste)
    Marco Giustini | 26 Aug 06:32 2015

    Historical Materialism Conference Rome 2015

    HM Rome 2015 Conference 17-19 September 2015

    https://hmrome2015.wordpress.com/

    Thursday 17th morning
    Università degli studi di Roma Tre, Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo (FILCOSPE), Via Ostiense 234/236, Roma (Metro B, fermata “Marconi”)
    9:45-11:15

    Aula Matassi
    On Aesthetic Credibility: Economy, History and Mass Discourse
    Daniele Balicco: Financial Expansion and Aesthetic Credibility
    Cecilia Canziani: Performing the Archive. Historical Trauma, Testimony and Visual Narratives
    Riccardo Falcinelli: Scientific images: the claim of truth in the mass media discourse
    Chair: Luisa Lorenza Corna

    Aula 11
    Queering Marxism
    Olivia Fiorilli: Queering Precarity in the New World Disorder
    Renato Busarello: From a Critique of Gender Labour and Capital's Investment on Sexual Identity to the Practice of Genderstrike. A Queer Materialist Perspective in the Italian Context
    Cristiano Lo Iacono: Queer-value Extraction and Flexiqueerity: New Concepts in Marxist Analysis of Capitalism
    Chair: Eleonora Forenza

    Aula 17
    Crisis of Neoliberalism
    Michael Hauser: The Capitalist Revolution, the Left-wing Restoration
    Adriano Cozzolino: From Consensus to Coercion? Outlining a Political Economy of Authoritarian Neoliberalism in the Context of Italian Crisis and Economic Restructuring
    Carlo Fanelli: Disciplinary Democracy and the Total Privatization of the Public Sector: International Flashpoints in the Struggle Against Authoritarian Neoliberalism
    Chair: David Broder

    Aula 26
    The Concept of Crisis
    Florian Geisler, Alex Struwe: Crisis and Dialectics - Competing Narratives of Marxist Theory
    Elmar Flatschart: Crisis of Neoliberalism or Crisis of Capitalist Forms? Consequences of Integral Crisis-Theory for Emancipatory Struggles
    Chair: Dario Gentili

    Aula 22
    The Right to the City: Rome, Istanbul, Pozna?
    Nadia Nur: Tarlaba??-Gezi Roundtrip
    Margherita Grazioli: Right to the City (?) and Autonomous Daily Practices: Notes for the Marxist Debate from Housing Occupations in Rome
    Piotr Juskowiak: The Right to the City Against the Urban Commons: Neoliberal Participation and Anarchist Commoning in Post-Socialist Pozna?
    Chair: Chiara Belingardi

    Thursday 17th morning
    Università degli studi di Roma Tre, Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo (FILCOSPE), Via Ostiense 234/236, Roma (Metro B, fermata “Marconi”)
    11:45-13:15

    Aula Matassi
    Beyond the Concept of Class
    Dave Mesing: Language, Life, and the Common in the Coming Politics: Debord, Agamben, Virno
    Alessandro Zanasi: Italian Radical Theory and Marxian Categories
    Richard Braude: Reflections on Class Under Technocracy
    Chair: Dario Gentili

    Aula 11
    Althusser and Italian Marxism
    Christian Lo Iacono: Althusser Before
    Hegel: a (hi)Story Without a Subject
    Francesco Marchesi: From the
    «Critique of Political Economy» to the
    Critique of «The Political»: C. Luporini
    and L. Althusser
    Chair: Jamila Mascat

    Aula 17
    Artistic Labour in Advanced Capitalism
    Danielle Child: Directors, Actors and Virtuosos: The Performative Shift in Neoliberal Social Art Practices
    Fiona Allen: The Subjugation of the Subject
    Nicolas Martino, Ilaria Bussoni: Spreading the Ethos of Creative Work. From Bianciardi to La Bohème and Back Again
    Chair: Luisa Lorenza Corna

    Aula 26
    Passive Revolution and Revolution in the West
    Peter Thomas: Hegemonic failure: subalternity in the passive revolution
    Lorenzo Fusaro: The Latin-American Revolutions for Independence as Passive Revolutions and their Legacy: Three Historical and Theoretical Insights
    Pasquale Voza: Tra passato e presente: il problema della rivoluzione passiva
    Chair: Eleonora Forenza

    Aula 22
    Mutualism, self-government, social practices
    Vincenzo Di Mino: The Institutional Hydra: Participation, Conflict and Self-Government in the Knits of the Crisis
    Roberto Ciccarelli: The Revolution of Work: As Freelance Recreate Mutualism in France, Belgium, United States and Italy
    Eleonora de Majo: Self-Government and Democratic Confederalism in Rojava’s Cantons
    Clara Pope: Why a Positive Politics of Refusal Will Never Work
    Chair: Chiara Giorgi

    Thursday 17th afternoon
    Università degli studi di Roma Tre, Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo (FILCOSPE), Via Ostiense 234/236, Roma (Metro B, fermata “Marconi”)
    14:30-16:00

    Aula Matassi
    Marxism, Phenomenology, Social Sciences
    Paul Elias: Phenomenology and the Scientific Critique of political Economy: Marx on Alienation and Class Consciousness
    Miriam Aiello: Power as Articulated Totality. Pierre Bourdieu’s Theory of Reproduction
    Luca Micaloni: Totality, Hegemony, Universality: Objectivity and Truth in Critical Social Science
    Chair: Jamila Mascat

    Aula 11
    Literature and Realism
    Mauro Ponzi: Ideology and Passion. Modernization and Crisis of Class Consciousness
    Gabriele Pedullà – The Dark Side of the Memos. Calvino's communist Legacy
    Antonio Montefusco: Writers and the People in the Age of Dante: Revolutionary Origins for the Italian Literature?
    Chair: Daniele Balicco

    Aula 17
    Urban Economy
    Emanuele Leonardi, Michelangelo Secchi: Expo 2015. Catalyst of Value, Catalyst of Resistance
    Stefano Portelli: The Ditchdigger’s Tears: The Social Impact of Slum Clearance and Renewal
    Maria Rosaria Marella, Daniela Festa: From sharing economy to affordable housing
    Chair: Chiara Belingardi

    Aula 26
    Political Economy in Perspective
    Roberto Taddeo, Maurizio Donato: Present crisis, Relative Wage and the Rate of Exploitation
    Zaira Rodrigues Vieira: A critique of the Concept of Abstract Domination in Moishe Postone's Work
    Isabella Bakker: Global Economic Governance For Social Reproduction? Toward a New Epistemology of the Global Political Economy
    Chair: Eleonora Forenza

    Aula 22
    Italian Marxism
    Paolo Favilli: Tra due secoli. Come nacque e fiorì il marxismo teorico in Italia
    Giacomo Marramao: Evento e processo: il marxismo italiano fra Machiavelli e Hegel
    Chiara Giorgi: L'eredità della filosofia della prassi. Da Antonio Labriola a Lelio Basso
    Chair: Dario Gentili

    Thursday 17th afternoon
    Università degli studi di Roma Tre, Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo (FILCOSPE), Via Ostiense 234/236, Roma (Metro B, fermata “Marconi”)
    16:30-18:30

    Aula Matassi
    Seeing Through Logistics: Politics, Space and Labour
    Mattia Frapporti: The European Union: A Logistics Space Cristina
    Niccolò Cuppini: Logistics as a Territorial Field of Conflict
    Carlotta Benvegnù: Abstract Workforce Composition and Intersectionality in the Logistics Sector
    Chair: Michele Filippini

    Aula 11
    Migrant Activism and Citizenship
    Selim Nadi: Organizing Anti-racism in France: from the Arab Workers Movement to the Party of the Indigenous of the Republic (1972 – 2010)
    Mark Bergfeld: Leaderless Leaders? Understanding Southern European Migrant Activism Against Austerity in London
    Martina Tazzioli: Challenging the Temporality of Citizen Politics
    Chair: Chiara Giorgi

    Aula 17
    Marx sive Spinoza
    Vittorio Morfino: The Transindividual between Marx and Spinoza
    Bernardo Bianchi: The Red Thread of Transformation: Marx's Reading of Spinoza
    Dave Mesing: Spinoza and the Critique of Political Economy: Coordinates of a Distance Taken
    Chair: Jamila Mascat

    Aula 26
    State – Hegemonic Apparatuses – Self-Government
    Fabio Frosini: Uno stato che non esiste, un popolo che nessuno vede e l'eccidio di Roccagorga: considerazioni sul "nazionale popolare" e sulla democrazia nel pensiero di Gramsci
    Rocco Lacorte: Dialectics and the Subversion of the Concept of “Category” in Antonio Gramsci's “Prison Notebooks”. An Interpretation based on the Concept of “Translatability”
    Guido Liguori: Dagli "apparati ideologici" all'"apparato egemonico": lo "stato integrale" come terreno di lotta
    Luka Bogdanic: The Gramsci’s Reflections on Human Nature
    Chair: Eleonora Forenza

    Friday 18th morning
    Università degli studi di Roma Tre, Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo (FILCOSPE), Via Ostiense 234/236, Roma (Metro B, fermata “Marconi”)
    9:45-11:15

    Aula Matassi
    Marx vs. Hegel: A Patricide?
    Roberto Finelli: The New Immaterial Labour as “Invasion of the Body Snatchers”. Against Marxist Theories of Commodity and Fetishism
    Riccardo Bellofiore: The Ghost without the Vampire. A Comment on Finelli's Unaccomplished Patricide
    Peter Thomas: Marxism between communitarianism and formalism
    Chair: Jamila Mascat

    Aula 11
    Global Geopolitics and financialization
    Giselle Nunes Florentino: “Super Exploitation of the Labour Force”: International Trade and Dependency of the Peripheral Economies
    Sergio Cámara Izquierdo: A Marxist Non-Contingent Theory of Financialization
    Chair: David Broder

    Aula 17
    Representing Social Totality
    Alberto Toscano: Industry and Literature Revisited
    Simon Constantine: The Geneses of Representation
    Gail Day, Steve Edwards: Uneven and Combined Temporalities in the Work of Allan Sekula
    Chair: Luisa Lorenza Corna

    Aula 26
    Feminism, Materialism and Marxism
    Sara Garbagnoli, Valeria Ribeiro Corossacz: Deconstructing Nature. Sex and Race in French Materialist Feminism
    Peta Hinton:
    Cristina Morini, Anna Curcio: Social Reproduction. Genealogy and New Paradigms
    Chair: Sara Farris

    Friday 18th morning
    Università degli studi di Roma Tre, Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo (FILCOSPE), Via Ostiense 234/236, Roma (Metro B, fermata “Marconi”)
    11:45-13:15

    Aula Matassi
    Extractive Capitalism and the City
    Simona De Simoni, Salvatore Cominu: The “Right to the City” Between Theoretical Analysis and Social Movements
    Monia Cappuccini: Austerity and Democracy: A Local Perspective from Exarchia Neighbourhood in Athens
    Elisa Olivito: Housing Rights and Urban Policies
    Chair: Luisa Lorenza Corna

    Aula 11
    Organizing the Unorganized: Domestic Work and Social Reproduction
    Sabrina Marchetti: C189: A Tool for States or for Paid Domestic Workers? Examples from Ecuador and India
    Sara Farris: Social Reproduction and Surplus Populations
    Chair: Jamila Mascat

    Aula 17
    Institutions and Governance
    Alessandro Arienzo: Managing the Crisis: Governmentality and Governance in Austerity Europe
    Paolo Napoli: Back to Instituere
    Pierangelo Schiera: Istituzioni senza prospettiva?
    Chair: Chiara Giorgi, Michele Filippini

    Aula 26
    Working Class in the Making
    Federico Tomasello: The Conceptual and Historical Origins of the Workers Movement in France
    Tommaso Giordani: The Unhistorical Making of the French Working Class: Revolution and Class Formation in Georges Sorel’s 1908 Reflections on violence
    Cheng Zhang: Workers or Working Class? Opportunity and Challenge for Forming Working Class in the Transformation in Pearl Delta
    Chair: David Broder

    Aula 22
    Psychological Aspects of Post-Modern Subjects
    Massimiliano Nicoli, Luca Paltrinieri: Psychological Contracts and Moralization of Work: For a Critique of Normativity in Organizations
    Adam Dylan Hefty: Subjective Labour and Alienation under Late Capitalism
    Riccardo Baldissone: In the Penal Colony of Debt
    Chair: Dario Gentili

    Friday 18th afternoon
    Università degli studi di Roma Tre, Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo (FILCOSPE), Via Ostiense 234/236, Roma (Metro B, fermata “Marconi”)
    14:30-16:00

    Aula Matassi
    Self-Determination/Self-Government
    Federica Castelli: The Commune of Paris 1871 between New Institutions and Practices of Self-Government
    F9: Autodeterminazione, un manifesto femminista
    Ozlem Tanrikulu: Autonomia democratica e femminismo. Un esempio: il Rojava
    Chair: Eleonora Forenza

    Aula 11
    New forms of Exploitation
    Federico Chicchi, Emanuele Leonardi: Logics of Exploitation. Subsumption and Impression
    Stefano Lucarelli, Emanuele Leonardi: Financial Governmentality. Wealth-Effect as a Practice of Social Control
    Chair: Federico Tomasello

    Aula 17
    Marxism, Anthropology and the Notion of Subjectivity
    Shannon Brincat: Human Community and the Limits of International Communism
    Paul Elias: Marx on Revolutionary Subjectivity and its Development
    Chris Mastrocola: Marx on the Difference between 'The Mere Critical Analysis of Actual Facts' and 'Writing Receipts... for the Cook-Shops of the Future
    Chair: Jamila Mascat

    Aula 26
    Italian Radical Thought
    Miko?aj Ratajczak: The Crisis of Power: Cacciari, Negri and the Critique of the Political
    Alex Cistelecan: Agamben with Marx: A Necessary but rather Excessive Encounter
    Daniel McLoughlin: Negri and Agamben on Revolutionary Potential: Constituent or Destituent Power?
    Chair: Luisa Lorenza Corna

    Aula 22
    The Autonomy of the Political and the Anthropological Crisis
    Damiano Palano: Stardust Memories. Class Composition and Politics in Mario Tronti’s Theory
    Matteo Cavalleri: Catholicism and Revolution in Tronti. An Anthropological Perspective
    Riccardo Cavallo: Mario Tronti and The Autonomy of the Political
    Chair: Michele Filippini

    Friday 18th afternoon
    Università degli studi di Roma Tre, Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo (FILCOSPE), Via Ostiense 234/236, Roma (Metro B, fermata “Marconi”)
    16:30-18:30

    Aula Matassi
    Logistic Matters. Global Trade, Local Struggles
    Francesco Marullo: Logistics Takes Command. Architecture, Warfare and Abstraction
    Giorgio Grappi: The Global Politics of Corridors. Logistical Operations, Power, Institutions
    Discussant: Alberto Toscano
    Chair: Jamila Mascat

    Aula 11
    The Lexicon of Emancipatory Populism
    Samuele Mazzolini: Laclau and Populism: Is Constructing a 'People' a Viable Option for the Left?
    Paolo Gerbaudo: Understanding the Origins of the Mediterranean Left Populist Turn: From the Movements of the Squares to Podemos and Syriza
    Marina Prentoulis: Parties, Social Movements and Contemporary Radical Politics: New Publics, new Forms of Organization
    Jorge Lago:
    Chair: Michele Filippini

    Aula 17
    Rethinking Critique of Political Economy
    Tommaso Redolfi Riva: Critical Political Economy and the Critique of Political Economy. On “Rinascita” 1973-74 Italian Debate
    Riccardo Bellofiore: The operaismo of the Sixties and the Critique of Political Economy
    Anna Simone, Federica Giardini: Theories of Value and Justice. Towards a New Political Economy
    Chair: David Broder

    Aula 26
    Immaterial/Intellectual Labour
    Francesco Iannuzzi: Crisis and Conflicts in the Italian Call Centres’ Industry
    Pierluigi Marinucci: Workforce, Technology, Institutions and Counter-Powers in Present Transition
    Krystian Szadkowski: Subsumption(s) of Academic Labour under Capital. Towards a Conceptual Framework
    Chair: Dario Gentili

    Saturday 19th
    Millepiani, Via Niccolò Odero, 13 (http://www.millepiani.eu/dove-siamo/)

    9:45-11:15
    Rivoluzione/restaurazione
    Mario Tronti: Rivoluzione/restaurazione
    Giacomo Marramao: Per una critica della ragione biopolitica
    Stefano Azzarà: Restaurazione e rivoluzione passiva postmoderna nel ciclo neoliberale. Un trasformismo intellettuale di massa
    Ida Dominijanni: La misura del cambiamento
    Chair: Michele Filippini

    11:45-13:15
    Marxism and Capitalist Continuities
    Alexei Penzin: Conditio Sine Qua Non: The Continuity of Capital in Marx’ Grundrisse and Beyond
    Maria Chekhonadskih: Labouring Being: Rereading the Dialectics of Nature in Soviet Marxism
    Marina Vishmidt: Reproduction, Determinate and Indeterminate: Reproduction as the Reproduction of Crisis in Marx, Althusser and Social Reproduction Feminism
    Danny Hayward: Bourgeois Crisis: A Late Feudal Pre-History, from John Locke to Early Romanticism
    Discussant: Paolo Virno
    Chair: Luisa Lorenza Corna

    14:30-16:00
    Marx and Foucault
    Elettra Stimilli: Real Abstraction: From “Capitalism” to “Human Capital”
    Andrea Zaccardi: Foucault and Marx: The Concepts of Norm and Normal in Capital and Discipline and Punish
    Sandro Chignola: Foucault, Marx: the Body, the Power, the War
    Gianfranco Borrelli: “Conversione alla rivoluzione” e nuove pratiche di resistenza
    Chair: Chiara Giorgi, Dario Gentili

    16:30-18:00
    Conflicts, Government and Forms of Politics in the European Space
    Giuseppe Allegri, Giuseppe Bronzini: New Institutions for More Social Europe
    Sandro Mezzadra: For a New Politics of Autonomy in the European Space.
    Movements, Struggles, Institutions
    Alberto Toscano: The European Destitution
    Pablo Bustinduy:
    Panagiotis Sotiris:
    Chair: Eleonora Forenza


    Il giorno 25 agosto 2015 20:48, rossana123 <rossana123 <at> fastwebnet.it> ha scritto:
    di Jean Baudrillard
     
    Vite d'azzardo. Dal tavolo verde del poker ai templi delle videoslot, Inizia con questo saggio del filosofo francese un breve viaggio estivo nei regni del gioco d’azzardo. Tra effimera trasgressione e adesione alla Regola

    È quello che dice il Dia­rio del sedut­tore: nella sedu­zione non c’è nes­sun sog­getto padrone di una stra­te­gia, e quando que­sta si dispiega nella piena con­sa­pe­vo­lezza dei mezzi pos­se­duti, è ancora sot­to­messa a una regola del gioco che le è supe­riore. Dram­ma­tur­gia rituale al di là della legge, la sedu­zione è un gioco e un destino che con­duce ine­lut­ta­bil­mente i pro­ta­go­ni­sti verso la pro­pria fine, senza che la regola sia infranta, poi­ché è lei che li lega. E l’obbligo fon­da­men­tale è che il gioco con­ti­nui, sia pure a costo di morire. Una spe­cie di pas­sione lega dun­que i gio­ca­tori alla regola che li lega, e senza la quale non sarebbe pos­si­bile giocare.

    Comu­ne­mente viviamo nell’ordine della Legge, anche e per­sino quando abbiamo il fan­ta­sma di abo­lirla. L’unico al di là della legge per noi con­ce­pi­bile è la tra­sgres­sione o l’eliminazione del divieto. Infatti, il modello della Legge e del divieto governa il modello inverso di tra­sgres­sione e libe­ra­zione. Ma in realtà, quel che si oppone alla legge non è affatto l’assenza di legge, è la Regola.

    La regola gioca su una con­ca­te­na­zione imma­nente di segni arbi­trari, men­tre la Legge si fonda su una con­ca­te­na­zione tra­scen­dente di segni neces­sari. L’una è ciclo e ricor­renza di pro­ce­dure con­ven­zio­nali, l’altra è un’istanza fon­data su una con­ti­nuità irre­ver­si­bile. Per l’una esi­stono sol­tanto obbli­ghi, per l’altra costri­zioni e divieti. La Legge può e deve essere tra­sgre­dita, per­ché instaura una linea di spar­ti­zione. Di con­tro, non ha alcun senso «tra­sgre­dire» una regola del gioco: nella ricor­renza di un ciclo, non c’è linea da oltre­pas­sare (si esce dal gioco, punto e basta).

    * * *

    Per riu­scire a cogliere l’intensità della forma rituale biso­gna senz’altro disfarsi dell’idea che ogni nostra feli­cità pro­venga dalla natura, che ogni nostro godi­mento derivi dalla sod­di­sfa­zione di un desi­de­rio. Il gioco, la sfera del gioco ci rivela, al con­tra­rio, la pas­sione della regola, la potenza che deriva da un ceri­mo­niale, e non da un desiderio.

    L’estasi del gioco deriva forse da una situa­zione di sogno in cui ci si muove senza il peso del reale e liberi di abban­do­nare il gioco in ogni momento? Ma è falso: il gioco è sot­to­po­sto a delle regole, al con­tra­rio del sogno, e non lo si molla. L’obbligo che ne deriva è ana­logo a quello della sfida. Mol­lare il gioco non fa parte del gioco, e l’impossibilità di negare il gioco dall’interno – che costi­tui­sce il suo fascino e lo dif­fe­ren­zia dall’ordine del reale – crea allo stesso tempo un patto sim­bo­lico, un’esigenza di osser­vanza senza restri­zione e l’obbligo di andare fino in fondo nel gioco, come nella sfida.

    Entrare nel gioco signi­fica entrare in un sistema di obbli­ghi rituali, e la sua inten­sità deriva da que­sta forma ini­zia­tica – e non da qual­che effetto di libertà, come ci piace cre­dere, per un effetto stra­bico della nostra ideo­lo­gia che distorce tutto in fun­zione della sola fonte «natu­rale» di feli­cità e godi­mento.
    L’unico prin­ci­pio del gioco, che tut­ta­via non si pone mai come uni­ver­sale, è che la scelta della regola vi libera dalla legge.

    Priva di fon­da­mento psi­co­lo­gico o meta­fi­sico, la regola è priva anche di un fon­da­mento di cre­denza. A una regola né si crede né non si crede – la si osserva. La sfera dif­fusa della cre­denza, l’esigenza di cre­di­bi­lità che avvolge tutto il reale sono vola­ti­liz­zate nel gioco – da qui la sua immo­ra­lità: fun­zio­nare senza cre­derci, lasciar risplen­dere il fascino diretto di segni con­ven­zio­nali, di una regola priva di fondamento.

    Niente qui è «pos­si­bile» per­ché tutto si gioca e si risolve senza alter­na­tive né spe­ranza, all’interno di una logica imme­diata e irre­mis­si­bile. Que­sta è la ragione per cui non si ride intorno a un tavolo di poker: la logica del gioco, infatti, è cool, ma non disin­volta, e il gioco, essendo senza spe­ranza, non è mai osceno e non fa mai ridere. È certo più serio della vita, visto che, para­dos­sal­mente, la vita può ridi­ven­tarne la posta.

    * * *

    Il gioco, allora, non è fon­dato sul prin­ci­pio di pia­cere molto più di quanto lo sia sul prin­ci­pio di realtà. La sua risorsa è l’incanto che pro­viene dalla regola e dalla sfera che que­sta descrive – una sfera che non riguarda affatto l’illusione o il diver­sivo, ma al con­tra­rio qual­cosa che ha un’altra logica, arti­fi­ciale e ini­zia­tica, in cui le deter­mi­na­zioni natu­rali della vita e della morte ven­gono a cadere. Que­sta è la spe­ci­fi­cità del gioco – invano si ten­te­rebbe di annul­larla in una logica eco­no­mica, par­lando di un inve­sti­mento con­scio, o in una logica di desi­de­rio, par­lando di una posta in gioco incon­scia. Coscienza o incon­scio: que­sta dop­pia deter­mi­na­zione vale per la sfera del senso e della legge, ma non per quella della regola e del gioco.

    Fine delle dimen­sioni cen­tri­fu­ghe: gra­vi­ta­zione improv­visa e inten­siva dello spa­zio, abo­li­zione del tempo, che implode all’istante e assume una den­sità tale da sfug­gire a tutte le leggi della fisica tra­di­zio­nale – tutto il pro­cesso assume una cur­va­tura a spi­rale pro­iet­tata verso il cen­tro, dove l’intensità è più forte che altrove. Que­sta è la fasci­na­zione del gioco, la pas­sione cri­stal­lina che can­cella la trac­cia e la memo­ria, che fa per­dere il senso. Tutte le pas­sioni sono ana­lo­ghe a que­sta nella forma, ma la pas­sione del gioco è la più pura.

    L’analogia migliore sarebbe quella delle cul­ture pri­mi­tive, che ci hanno descritto come chiuse su se stesse e senza imma­gi­na­rio sul resto del mondo. Ma il fatto è che il resto del mondo esi­ste sol­tanto per noi, men­tre la loro chiu­sura, lungi dall’essere restrit­tiva, rivela una logica diversa che noi, presi nell’immaginario dell’universale, non riu­sciamo più a con­ce­pire, e cioè come oriz­zonte limi­tato rispetto al nostro.

    * * *

    La sfera sim­bo­lica di que­ste cul­ture non cono­sce alcun resto. E anche il gioco, a dif­fe­renza del reale, è qual­cosa di cui non resta niente. La sfera interna del gioco è senza resi­duo, per­ché esso è senza sto­ria, senza memo­ria, senza accu­mu­la­zione interna (la posta vi si con­suma inces­san­te­mente, sem­pre rever­si­bile – la regola segreta del gioco è che niente ne sia espor­tato sotto forma di bene­fi­cio o di «plu­sva­lore»). Ma non si può nep­pure dire che resti qual­cosa all’esterno del gioco. Il «resto» sup­pone un’equazione non risolta, un destino che non si è com­piuto, una sot­tra­zione o una rimo­zione. E invece, l’equazione del gioco è sem­pre per­fet­ta­mente risolta, il destino del gioco com­piuto ogni volta, senza lasciare trac­cia (a dif­fe­renza dell’inconscio).

    La teo­ria dell’inconscio sup­pone che deter­mi­nati affetti, scene o signi­fi­canti non pos­sano più, defi­ni­ti­va­mente, essere messi in gioco – for­clusi, fuori gioco. Il gioco, invece, pog­gia sull’ipotesi che tutto possa essere messo in gioco. Altri­menti, biso­gne­rebbe ammet­tere che si ha sem­pre già per­duto, e che si gioca solo per­chè si ha sem­pre già per­duto. Ma nel gioco non c’è oggetto per­duto. Niente di irri­du­ci­bile al gioco pre­cede il gioco, e tanto meno un ipo­te­tico debito ante­riore. Se vi è esor­ci­smo nel gioco, non è quello di un debito con­tratto nei con­fronti della legge, ma al con­tra­rio esor­ci­smo della Legge stessa come cri­mine ine­spia­bile, esor­ci­smo della Legge come discri­mi­na­zione, tra­scen­denza ine­spia­bile nel reale, la cui tra­sgres­sione non fa che aggiun­gere cri­mine a cri­mine, debito a debito, lutto a lutto.

    La rela­zione duale, per­ciò, esclude ogni lavoro, ogni merito e ogni qua­lità per­so­nale (soprat­tutto nella forma pura del gioco d’azzardo). I tratti per­so­nali sono ammessi solo come una spe­cie di gra­zia o di sedu­zione, senza equi­va­lenza psi­col­gica. Così va il gioco, ed è la tra­spa­renza divina della Regola a volerlo.
    Il fascino del gioco deriva da que­sto sba­raz­zarsi dell’universale in uno spa­zio finito – da que­sto sba­raz­zarsi dell’uguaglianza nella parità duale imme­diata – da que­sto sba­raz­zarsi della libertà nell’obbligo – da que­sto sba­raz­zarsi della Legge nell’arbitrarietà della Regola e del cerimoniale.

    Ma non fac­cia­moci ingan­nare: i segni con­ven­zio­nali, i segni rituali sono dei segni obbli­gati. Nes­suno è libero di signi­fi­care iso­la­ta­mente in un rap­porto di coe­renza con il reale, in un rap­porto di verità. La libertà che si sono presi i segni, come gli indi­vi­dui moderni, di arti­co­larsi a loro pia­ci­mento, a misura dei loro affetti e del loro desi­de­rio (di senso) non esi­ste per i segni con­ven­zio­nali, che non pos­sono andare così alla ven­tura, por­tando nella bisac­cia il pro­prio refe­rente, la pro­pria par­ti­cella di senso. Ogni senso è legato all’altro, non nella strut­tura astratta d’una lin­gua, ma nello svol­gi­mento insen­sato d’un ceri­mo­niale; tutti fanno eco tra loro e si rad­dop­piano in altri segni altret­tanto arbitrari.

    * * *

    Il segno rituale non è un segno rap­pre­sen­ta­tivo. Dun­que, non merita intel­li­genza. Ma ci libera dal senso. Ed è per que­sto che gli siamo par­ti­co­lar­mente legati. Debiti di gioco, debiti d’onore: tutto ciò che riguarda il gioco è sacro per­chè convenzionale.

    Se il gioco avesse una qual­siasi fina­lità, il solo vero gio­ca­tore sarebbe il baro. Ora, se può esserci un certo pre­sti­gio nel fatto di tra­sgre­dire la legge, non ce n’è nes­suno in quello di barare, di tra­sgre­dire la regola. D’altronde, il baro non tra­sgre­di­sce, dal momento che, non essendo il gioco un sistema di inter­detti, non vi è nes­suna linea da oltre­pas­sare. La regola non può essere «tra­sgre­dita», può sol­tanto non essere osser­vata. Ma l’inosservanza della regola non vi mette in una situa­zione di tra­sgres­sione , vi fa sem­pli­ce­mente rica­dere sotto la giu­ri­sdi­zione della legge.

    È il caso del baro che, pro­fa­nando il rituale, negando la con­ven­zione ceri­mo­niale del gioco, gli resti­tui­sce una fina­lità eco­no­mica (o psi­co­lo­gica, se bara per il pia­cere di vin­cere), e cioè la legge del mondo reale. L’irruzione di una deter­mi­na­zione indi­vi­duale gli fa distrug­gere il fascino duale del gioco. Se un tempo lo si puniva con la morte e ancor oggi lo si disap­prova dura­mente, ciò accade per­chè il suo cri­mine è, in effetti, ana­logo all’incesto: spez­zare le regole del gioco cul­tu­rale a van­tag­gio sol­tanto della «legge di natura».

    Per il baro, non esi­ste nep­pure più una posta in gioco, poi­ché la con­fonde con la crea­zione di plu­sva­lore. La posta in gioco, infatti, è innan­zi­tutto qual­cosa che per­mette di gio­care: farne la fina­lità del gioco è una pre­va­ri­ca­zione. E anche la regola non è altro che la pos­si­bi­lità di gio­care, lo spa­zio duale dei part­ner. Chi la con­si­de­rasse un fine (una legge, una verità) distrug­ge­rebbe allo stesso modo il gioco e la sua posta. La regola non ha auto­no­mia, qua­lità emi­nente, secondo Marx, della merce e dell’individuo che agi­sce nel mer­cato, valore sacro­santo del regno eco­no­mico. Il baro, invece, è auto­nomo: ha ritro­vato la legge, la sua legge, con­tro il rituale arbi­tra­rio della regola – ed è que­sto che lo squa­li­fica. Il baro è libero, ed è la sua rovina. Il baro è vol­gare, per­chè non si espone più alla sedu­zione del gioco, per­chè rifiuta di lasciarsi andare alla ver­ti­gine della sedu­zione. E d’altronde, si può ipo­tiz­zare che anche il pro­fitto sia ancora sol­tanto un alibi: in realtà, egli bara per sfug­gire alla sedu­zione, bara per paura di essere sedotto.

    La posta in gioco è una par­ti­cella di valore lan­ciata verso il caso, posto come istanza tra­scen­dente, e certo non per assi­cu­rar­sene il favore, bensì per respin­gerne la tra­scen­denza, l’astrazione a farne, invece, un com­pa­gno di gioco, un avver­sa­rio. La posta del gioco è un’ingiunzione «a com­pa­rire», il gioco è un duello: si ingiunge al caso di rispon­dere; la scom­messa del gio­ca­tore lo lega ine­lut­ta­bil­mente – deve dichia­rarsi favo­re­vole o ostile. Il caso non è mai neu­tro: il gioco lo tra­sforma in gio­ca­tore e in figura agonistica.

    Come dire che l’ipotesi fon­da­men­tale del gioco è che il caso non esiste.

    Il gio­ca­tore si difende a tutti i costi da un uni­verso neu­tro, quello a cui appar­tiene il caso ogget­tivo. Il gio­ca­tore pre­tende che tutto sia pas­sa­bile di sedu­zione, i numeri, le let­tere, la legge che regola il loro ordine seriale – vuole sedurre la Legge stessa. Il minimo segno, il minimo gesto ha un senso, il che non signi­fica una con­ca­te­na­zione razio­nale, ma che ogni segno è vul­ne­ra­bile da parte di altri segni, ogni segno può essere sedotto da altri segni, e il mondo è costi­tuito da con­ca­te­na­zioni ine­so­ra­bili che non sono quelle della Legge.

    Que­sta è l’«immoralità» del gioco, così spesso rap­por­tata, invece, al fatto di voler vin­cere un muc­chio di soldi tutto in una volta. Ma sarebbe far­gli troppo onore. Il gioco è molto più immo­rale di que­sta velleità.

    Ma allora, se il gioco è un’impresa di sedu­zione del caso che si serve di con­ca­te­na­zioni obbli­gate tra segno e segno del tutto estra­nee a quelle tra causa ed effetto – ma anche a quelle, alea­to­rie, tra serie e serie -, se il gioco tende ad abo­lire la neu­tra­lità ogget­tiva del caso cap­tando la sua «libertà» sta­ti­stica nella forma di un duello, di una sfida e di un rilan­cio inces­sante, è un con­tro­senso imma­gi­nare, come fa Deleuze nella Logica del senso, un «gioco ideale» che con­si­ste­rebbe nella sud­di­vi­sione illi­mi­tata del caso, in un con­ti­nuo aumento di inde­ter­mi­na­zione che ren­de­rebbe pos­si­bile il gioco simul­ta­neo di tutte le serie, e quindi l’espressione radi­cale del dive­nire e del desiderio.

    * * *

    Il gioco è un sistema senza con­trad­di­zioni, senza nega­ti­vità interna. Per­ciò non si potrebbe riderne. E se non può essere paro­diato è per­chè tutta la sua orga­niz­za­zione è già paro­diata. La regola gioca come simu­la­cro paro­di­stico della legge. Né inver­sione, né sov­ver­sione, ma rever­sione della legge nella simu­la­zione. Il pia­cere del gioco è duplice annul­la­mento del tempo e dello spa­zio, sfera incan­tata di una forma indi­strut­ti­bile di reci­pro­cità – sedu­zione pura – e paro­dia del reale, gioco al rialzo for­male delle costri­zioni della legge.

    Quale migliore paro­dia dell’etica del valore se non la sot­to­mis­sione, con tutta l’intransigenza della virtù, ai dati del caso o all’assurdità di una regola? Quale migliore paro­dia dei valori di lavoro, pro­du­zione, eco­no­mia, cal­colo, se non la scom­messa e la sfida, l’immoralità e l’inequivalenza fan­ta­stica tra posta in gioco e vin­cita pos­si­bile (o per­dita, anch’essa immorale)?

    Quale migliore paro­dia del con­cetto di con­tratto e di scam­bio se non la com­pli­cità magica, l’impresa di sedu­zione ago­ni­stica del caso e dei com­pa­gni di gioco, la forma di obbli­ga­to­rietà duale che si ha in rap­porto alla regola? E come negare meglio tutti i nostri valori morali e sociali di volontà, respon­sa­bi­lità, ugua­glianza e giu­sti­zia, se non in virtù di quest’esaltazione del fau­sto e dell’infausto, di quest’esultazione di gio­care alla pari con un destino ingiu­sti­fi­cato? O quale migliore paro­dia delle nostre ideo­lo­gie liber­ta­rie se non la pas­sione della regola?



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