Rattus Norvegicus | 21 Nov 10:46 2014
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R: Casa Pound importa la rabbia di Tor Sapienza

Io credo che Roma si salvi (parzialmente) solo grazie alla sua 
dimensione internazionale. Il resto del Lazio, e particolarmente i 
dintorni della capitale (non intendo le periferie), sono un ricettacolo 
di pulsioni xenofobe, intolleranza e fanatismo fascista.
Visto che 
qualcuno gradisce le narrazioni precarie, è ormai tempo di raccontare 
che per un periodo di tre o quattro anni, con intensità diverse, in un 
arco di tempo compreso tra il 1998 e il 2002 ho insegnato informatica 
presso scuole private. Come insegnanti eravamo venduti  "chiavi in 
mano" insieme al laboratorio da una società privata che si occupa di 
didattica. Ce n'era per tutti i gusti: elementari, medie e superiori. 
Tralasciando la paga miserabile e l'inesistenza di qualsiasi 
"carriera", la fatica principale era quella che a Roma "scuole private" 
significa praticamente sempre "scuole delle suore e dei preti". Come 
supplente ne ho girate diverse decine. 
Tra i vizi costitutivi di 
questi istituti vi è, prima di tutto, l'orribile classisismo. Le 
famiglie influenti hanno di solito rapporti stretti e personali con le 
figure istituzionali, presidi e dintorni. L'odore pesante dei rapporti 
privilegiati si respira e se qualcuno finge di non sentirlo non tardano 
a giungere segnali, sempre più chiari, circa il fatto che il bamboccio 
è "tuttavia" preparato, che ha bisogno di una buona media etc.
E questo 
è ancora poco. Uno degli episodi che mi spinse a tirarmi fuori da 
quella brutta situazione fu una lezione di word processor per classi 
delle medie in un istituto al centro di Roma. In teoria i ragazzi 
dovevano solo "digitare" del testo e si trattava di ragionare su 
paragrafi, interlinea e altre sciocchezze di questo tipo. Ma il vero 
problema era nel testo che dovevano digitare. La suora mi consegnò una 
serie di fogli che contenevano chiarissime prese di posizione contro il 
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rossana123@libero.it | 19 Nov 22:19 2014
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Casa Pound importa la rabbia di Tor Sapienza

C’è un filo che corre dalle peri­fe­rie in sub­bu­glio a rischio raz­zi­smo di Roma all’aggressione, vio­len­tis­sima e a freddo, di dome­nica scorsa ai danni dei sup­por­ter dell’Ardita, squa­dra auto­ge­stita ed espe­ri­mento di «cal­cio popo­lare», che è costata il feri­mento di sette per­sone. È un filo nero che indica una stra­te­gia e rian­noda le tracce di un dise­gno fatto di stru­men­ta­liz­za­zione del disa­gio sociale e abi­tu­dine alla vio­lenza.
I fatti: a poche ore dall’attacco i cara­bi­nieri di Viterbo hanno posto nove per­sone agli arre­sti domi­ci­liari, con l’accusa di aver assal­tato ai bordi del campo del Magliano Romano i tifosi dell’Ardita, con­si­de­rati anti­fa­sci­sti. Molti degli arre­stati gra­vi­tano attorno all’area viter­bese dei «fasci­sti del terzo mil­len­nio» di Casa­Pound. La que­stura dif­fonde le loro gene­ra­lità. Sono gio­vani, in qual­che caso giovanissimi.

Sono sbu­cati, cap­puc­cio in testa e manico di pic­cone alla mano, da quat­tro auto. Il più grande, denunce e prov­ve­di­menti restrit­tivi sulle spalle ha 32 anni e si chiama Ervin Di Maulo. A Viterbo se lo ricor­dano per le risse e i guai con la giu­sti­zia. Di Maulo da qual­che set­ti­mana si muove in sin­to­nia con la svolta filo-leghista del suo gruppo e cerca di dar vita ad un «comi­tato» nel cen­trale quar­tiere di San Fau­stino. L’armamentario reto­rico cui attinge asso­mi­glia molto a quelli che abbiamo sen­tito nei giorni scorsi nelle peri­fe­rie romane: «Gli ita­liani sono sca­val­cati dagli stra­nieri anche nella frui­zione di impor­tanti ser­vizi come quelli sociali», dice Di Maulo pre­sen­tando la sua ini­zia­tiva ai gior­na­li­sti. Lo scorso 20 otto­bre, poi, ha pre­sie­duto l’incontro che avrebbe dovuto far nascere il comi­tato anti-degrado. Anche in que­sto caso, nella sala della Libre­ria dei Salici che ha ospi­tato l’iniziativa, sono risuo­nati tutti i luo­ghi comuni clas­sici del reper­to­rio xeno­fobo: «Vivono in 12 den­tro alle can­tine, signi­fica che sono troppi», «Le asso­cia­zioni inte­gra­zio­ni­ste [SIC]come l’Arci pren­dono 30 o 40 euro a immi­grato e poi se ne fre­gano di quel che succede».

Inu­tile spe­ci­fi­care che si agi­tano bufale e fan­ta­smi: quei soldi sono desti­nati all’accoglienza dei rifu­giati, la cui pre­senza però nel quar­tiere non è regi­strata. «Se si tratta dav­vero di un comi­tato con­tro il degrado biso­gna inclu­dere anche gli stra­nieri che vivono qui», ha detto dalla pla­tea uno dei par­te­ci­panti all’incontro. «No — ha rispo­sto una pen­sio­nata in preda alla psi­cosi — Di extra­co­mu­ni­tari bravi non ce ne sono». «C’è anche l’idea di orga­niz­zare un cor­teo con resi­denti e com­mer­cianti per sen­si­bi­liz­zare isti­tu­zioni e opi­nione pub­blica», ha pro­messo Di Maulo. Accanto a lui un altro degli arre­stati di dome­nica, Dario Gaglini, 26 anni, ex can­di­dato sin­daco di Viterbo per Casa­Pound. Nel 2013 ha rac­colto 305 voti, pari allo 0,91 per cento. È dopo bagni elet­to­rali di que­sto tipo che la for­ma­zione d’estrema destra abban­dona posi­zioni da destra radi­cale «post­mo­derna» e, dopo anni di sper­giuri circa la discon­ti­nuità con i vec­chi schemi del fasci­smo comin­cia a inse­guire gli umori razzisti.

Lo schema asso­mi­glia molto a quello di Alba Dorata, che nel 2009 comin­ciò a rac­co­gliere voti e con­sensi ope­rando nel cen­tro di Atene sotto le men­tite spo­glie di sedi­centi «Comi­tati di cit­ta­dini». Con la scusa del «degrado», ad esem­pio, i neo­na­zi­sti greci chiu­sero un parco gio­chi rite­nuto rifu­gio not­turno per migranti e tac­cia­rono di «estre­mi­smo» gli anti­fa­sci­sti. Da lì in avanti, le aggres­sioni a migranti e mili­tanti di sini­stra furono all’ordine del giorno. Che que­sta fosse la stra­te­gia a par­tire dalla peri­fe­rie romane lo aveva anti­ci­pato nel corso di un incon­tro dell’estrema destra del giu­gno scorso il leghi­sta Mario Bor­ghe­zio, garante dell’alleanza tra Lega e Casa­Pound, invo­cando l’ex fon­da­tore di Avan­guar­dia nazio­nale Ste­fano Delle Chiaie con l’appellativo di «coman­dante». «Per­ché non far brec­cia nel cuore dei romani e orga­niz­zare noi delle ini­zia­tive per difen­dere la grande bel­lezza di que­sta città, vio­len­tata schi­fo­sa­mente da quelli che l’hanno riem­pita di immi­grati e di immon­di­zia?», disse Bor­ghe­zio in quell’occasione.


mcsilvan_@libero.it | 19 Nov 08:43 2014
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R: Giorgio Agamben, quando l’inoperosità è sovrana

> «comu­nità e potenza si iden­ti­fi­cano senza resi­dui, per­ché l’inerire di 
un prin­ci­pio comu­ni­ta­rio in ogni potenza è fun­zione del carat­tere neces­
sa­ria­mente poten­ziale di ogni comu­nità».

ideologia e nemmeno della migliore :)
d'altronde c'è chi si accontenta con queste cose e, come dire, gente allegra 
il ciel l'aiuta. ecco io una cosa la farei, prenderei l'approccio durkheimiano 
al concetto di spazio in kant,
mi farei un'idea della complessità epistemologica che lo sostienene e poi 
prenderei questo approccio riversandolo nei confronti di questa coppia 
concettuale di bischerate come comunità
e potenza. Un po' di giramento di testa ma.vai..arriva anche il mondo reale e 
persino un po' di filosofia.

son traumi :)

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NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 19 Nov 08:19 2014
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Giorgio Agamben, quando l’inoperosità è sovrana

Due articoli: "Giorgio Agamben e la politicità dello schiavo" e "Giorgio Agamben, quando l’inoperosità è sovrana" di Toni Negri

Giorgio Agamben, quando l’inoperosità è sovrana

Saggi. «L’uso dei corpi» del filosofo italiano affronta il problema di una vita felice da conquistare politicamente. Ma dopo aver preso congedo dalle teorie marxiste e anarchiche sul potere, l’esito è uno spaesante sporgersi sul nulla

E' un gran libro meta­fi­sico, que­sto di Gior­gio Agam­ben che espli­ci­ta­mente con­clude la vicenda dell’Homo sacer (L’uso dei corpi, Neri Pozza Edi­tore, pp. 366, euro 18). Pro­prio per­ché meta­fi­sico è anche un libro poli­tico, che in molte sue pagine ci resti­tui­sce l’unico Agam­ben poli­tico che cono­sciamo (quando «poli­tica» signi­fica «fare» e non sem­pli­ce­mente stro­lo­gare sul domi­nio, alla maniera dei giu­ri­sti e degli ideo­logi), quello de La comu­nità che viene. Ma in senso inverso, rove­sciato. Il pro­blema è sem­pre quello di una vita felice da con­qui­stare poli­ti­ca­mente ma, dopo vent’anni, que­sta ricerca non con­clude né alla costru­zione di una comu­nità pos­si­bile né alla defi­ni­zione di una potenza – a meno di non con­si­de­rare tale la «potenza desti­tuente», auspi­cata in con­clu­sione della ricerca. In quella pro­spet­tiva, la feli­cità con­si­ste­rebbe nella sin­go­lare con­tem­pla­zione di una «forma di vita» che ricom­ponga zoé e bíos e d’altra parte nella disat­ti­va­zione della loro sepa­ra­zione, impo­sta dal dominio.

Nella «forma di vita» così defi­nita, la potenza si pre­senta come uso ino­pe­roso; la «nuda vita» non sarebbe allora più iso­la­bile da parte del potere; qui invece sta­rebbe il prin­ci­pio del comune: «comu­nità e potenza si iden­ti­fi­cano senza resi­dui, per­ché l’inerire di un prin­ci­pio comu­ni­ta­rio in ogni potenza è fun­zione del carat­tere neces­sa­ria­mente poten­ziale di ogni comu­nità». Solo allora avremmo di nuovo una poli­tica della feli­cità. E qui comin­cia il dif­fi­cile: quel «solo allora», quel futuro… Se tutto ciò si svolge nel tempo, in un tempo non ancora finito – richiede una strana teleo­lo­gia, que­sto per­corso: una forma di vita che è anche una forma di spe­ranza? Comun­que, già nell’«Avvertenza», Agam­ben ci svezza da ogni illu­sione – que­sto libro non è «né un nuovo ini­zio né una con­clu­sione», la teo­ria «sgom­bera solo il campo dagli errori», e quando li ha ridotti all’inoperosità, la teo­ria apre alla pratica.

Assenza di movimento

Se le cose stanno così, occor­rerà in primo luogo fis­sare uno stru­mento, costruire un punto di vista che inse­gua quell’orizzonte non ancora finito. Come dare futuro alla forma di vita e potenza all’inoperosità: alla «potenza desti­tuente»? La trama del libro si con­cen­tra su que­sto com­pito. Ritor­niamo un momento indie­tro. Si sa che nella nuda vita risiede la con­di­zione dell’esercizio del potere. È nell’eccezione che l’homo sacer è incluso/escluso dalla città ed è sull’eccezionalità che il potere si fonda. Que­sta, di tono sch­mit­tiano, è null’altro che una nuova maniera di dire Tho­mas Hob­bes. Su que­sto snodo, tut­ta­via, l’insistenza è stata estrema. Come uscire da que­sta con­di­zione? La comu­nità che viene nel ’90 ci mostrava il nega­tivo, la man­canza, risco­perti e coperti dal desi­de­rio – oggi invece vi è solo potenza desti­tuente, la con­vin­zione che non vi sia alter­na­tiva alla fuga nel con­fronto con il potere. Il potere è domi­nio. Esso non ha interna dina­mica né rela­zione, sostiene Agam­ben. Nes­sun movi­mento: quindi, per esem­pio, ogni potere costi­tuente non è ete­ro­ge­neo ma con­su­stan­ziale al potere costi­tuito; ed ogni arché è insieme ori­gine e domi­nio, sor­gente e ordine – quindi que­sti rap­porti vanno in ogni caso disin­ne­scati per­ché in quella pro­spet­tiva l’archeologia filo­so­fica può solo rag­giun­gere un punto di ori­gine ambi­guo, e si tratta, secondo Agam­ben, di disat­ti­vare que­sta ori­gine. La sua disat­ti­va­zione è l’inoperosità. Resta il pro­blema: e se invece il rap­porto arche­tipo, origine-comando, fosse solo modello di misti­fi­ca­zione, di legit­ti­ma­zione di un potere sovrano? È a que­sta que­stione che deve rispon­dere il filo­sofo poli­tico: che fare? Come aprire la temporalità?

Agam­ben si era a que­sto scopo in pas­sato affi­dato a Hei­deg­ger – ora non più. Già nel Regno e la glo­ria, l’allontanamento da Hei­deg­ger era sem­brato par­ti­co­lar­mente forte. Qui, è con­fer­mato, e lo è in maniera defi­ni­tiva. La rot­tura infatti riguarda la dimen­sione stessa dell’essere hei­deg­ge­riano, la sua costi­tu­tiva rela­zione tem­po­rale, la tona­lità emo­tiva fon­da­men­tale che domina il pen­siero di Hei­deg­ger. È una pos­si­bi­lità ancora troppo densa, troppo piena di tem­po­ra­lità: essa asse­gna ancora all’uomo l’umanità come com­pito e que­sta deter­mi­na­zione può sem­pre aprirsi ad un’indicazione poli­tica, ad un com­pito poli­tico (affer­ma­tivi? reali? il nazi­smo di Hei­deg­ger lo è certo stato). Ed anche quando il vivente si è nell’ultimo Hei­deg­ger ridotto ad un esserci che ha affer­rato la sua ani­ma­lità e ha fatto di que­sta la pos­si­bi­lità dell’umano, Agam­ben con­si­dera tutto ciò ancora interno ad una sto­ria meta­fi­sica dell’essere, lo imputa all’incapacità di sot­trarsi alla rela­zione e all’opera. Che estrema, ma anche strana, con­clu­sione! Per evi­tare una rispo­sta al que­sito sulla tem­po­ra­lità, ripiega anche lui – Agam­ben – sull’animalità, retro­gre­dendo il pro­blema, lo ada­gia su un natu­ra­li­smo mitico. L’intero «Inter­mezzo II» mostra la disar­ti­co­la­zione della tem­po­ra­lità e del pro­getto in Hei­deg­ger come defi­ni­ti­va­mente con­trad­di­to­rie ed inso­lu­bil­mente legate all’incapacità di distin­guere l’«essere-gettato» e l’«essere-portato».

Le cop­pie irriducibili

Anche a Fou­cault, Agam­ben aveva dato fidu­cia nel ten­tare di risol­vere quel pro­blema della tem­po­ra­lità. Ora non più. Altret­tanto vio­lenta è infatti qui la rot­tura con il pen­siero di Fou­cault e con la tema­tica bio­po­li­tica. Ciò che ad Agam­ben è insop­por­ta­bile in Fou­cault è il fatto che egli abbia evi­tato quel con­fronto con la sto­ria dell’ontologia che Hei­deg­ger si era dato come com­pito pre­li­mi­nare (ma non era appunto quanto si rim­pro­vera ad Hei­deg­ger?). La forma di vita in Fou­cault non si distacca mai dalla rela­zione con sé e con gli altri, rimanda ad una sog­get­ti­va­zione etica che s’organizza in rap­porti stra­te­gici – tutto ciò è da Agam­ben viva­mente riget­tato. È solo nell’ingovernabile, nell’inoperoso, dun­que, visto dal punto di vista etico, che la vita si dà. Nell’«Intermezzo I», Agam­ben fa i conti con Fou­cault e li fa di nuovo attorno alla cop­pia potere costituente-potere costi­tuito, soggettivazione-governo che costi­tui­scono per lui un rap­porto onto­lo­gi­ca­mente irri­du­ci­bile. «Ciò che Fou­cault non sem­bra vedere … è la pos­si­bi­lità di una rela­zione con sé e di una forma di vita che non assu­mano mai la figura di un sog­getto libero; cioè (se le rela­zioni di potere riman­dano neces­sa­ria­mente ad un sog­getto) di una zona dell’etica del tutto sot­tratta ai rap­porti stra­te­gici, di un Ingo­ver­na­bile che si situa al di là tanto degli stati di domi­nio che delle rela­zioni di potere».

Non era dif­fi­cile imma­gi­nare che sarebbe andata a finire così e cioè nella ripe­ti­zione di una fuga dall’essere nella quale anche lo sbat­tere sul niente viene ricon­ver­tito nella feli­cità. Agam­ben, dopo tanti anni, corre il rischio di ritro­varsi d’accordo con Mas­simo Cac­ciari. Che quella ino­pe­ro­sità dovesse rea­liz­zarsi in un amplesso senza gioia di gene­rare e dove solo il con­tatto, pun­tuale e dispe­rato col nulla, por­tasse testi­mo­nianza dell’essere – i volumi pre­ce­denti, l’intero corso di Homo sacer lo aveva fatto sospet­tare. Ora è detto. Quanto dolore ci sta dentro.

Il pro­blema della tecnica

Ma pren­dia­mole una per una que­ste derive dell’inoperosità. Pren­diamo ad esem­pio l’affermazione che il potere costi­tuente sia del tutto legato e null’altro che imma­nente a quello costi­tuito. Il potere costi­tuente è, prima di tutto, lotta con­tro il potere costi­tuito: certo, ma anche lotta con­tro se stesso. Il potere costi­tuente è, sem­pre, desi­de­rio, movi­mento, rap­porto di forza. Nel bio­po­li­tico esso è ricon­dotto al con­cetto di lavoro-vivo, è dun­que posto in una rela­zione che lo rende, ad un tempo, asim­me­trico rispetto al potere costi­tuito e deci­sivo tut­ta­via non solo nel riqua­li­fi­care la realtà di quest’ultimo ma anche nel supe­rarne la deter­mi­na­zione. Se la deriva ino­pe­rosa di Agam­ben è intesa a chia­rire que­sta dina­mica costi­tuente e quindi (senza che egli lo voglia) a chia­rirne anche l’effetto desti­tuente che in esso vige, la deriva è utile.

C’è un altro punto par­ti­co­lar­mente inte­res­sante in que­sto libro ed è l’analisi lar­ga­mente por­tata da Agam­ben sul pen­siero hei­deg­ge­riano della tec­nica. La prende da lon­tano, Agam­ben, que­sta sto­ria, dalla figura dello schiavo così come è defi­nito in Ari­sto­tele – per giun­gere a con­clu­sioni che rove­sciano la desti­na­lità nihi­li­sta della tec­nica in Hei­deg­ger. «La schia­vitù sta all’uomo antico come la tec­nica all’uomo moderno: entrambe, come la nuda vita, custo­di­scono la soglia che con­sente di acce­dere alla con­di­zione vera­mente umana ed entrambe si sono rive­late ina­de­guate allo scopo, la vita moderna rive­lan­dosi alla fine non meno disu­mana dell’antica». Eppure, die­tro la scon­so­lata con­sta­ta­zione, c’è qui un recu­pero (final­mente!) della cor­po­reità, dell’ergon (lavoro) come uso ope­roso del corpo – se la tec­nica ha un destino eti­ca­mente nega­tivo, vi è tut­ta­via qui per la prima volta un recu­pero del corpo al destino, una «stru­men­ta­lità ani­mata», die­tro la quale appare con forza quella stessa rela­zione costitutiva-destitutiva che il potere costi­tuente pro­po­neva. Una riap­pro­pria­zione di capitale-fisso da parte del lavoro vivo?

E ancora, quando vogliamo espe­rire il mondo come bene supremo, quando ponendo il rifiuto della pro­prietà, del pro­prio, rico­no­sciamo l’uso in rela­zione all’inappropriabile – anche in que­sto caso quell’ambiguità intrin­seca della rela­zione si spacca: per­ché da un lato c’è nell’uso il rischio di annul­larsi nell’inappropriabile; dall’altro, den­tro que­sta ten­sione all’inappropriabile, rico­no­sciamo l’enorme posi­ti­vità dell’essere comune della potenza. All’animale la prima desti­na­zione, all’uomo la seconda. Il fran­ce­sca­ne­simo ha vis­suto que­sta alternativa.

Ed è così ovun­que, in que­sto libro, dove ogni qual­volta la rela­zione pone con tutta la sua forza l’opera a con­fronto dell’effetto nega­tivo del domi­nio che la divora e la distrugge, ogni volta ci ritro­viamo nell’alternativa fra il chiu­dere la rela­zione fuori dalla rela­zione stessa, nell’illusione astrat­ta­mente logica di un esser fuori da ogni rela­zione – di immer­gersi in una sorta di béance, una ino­pe­ro­sità come vuoto impos­si­bile da riem­pire – oppure, come in ogni radi­cale espe­rienza dell’immanenza (come in Spi­noza), lì si trova l’altro corno della con­trad­di­zione, quello della pie­nezza ope­rosa, etica, poli­tica della beatitudine.

Il fon­da­mento del soggetto

A me, che sono mar­xi­sta, que­ste para­bole agam­be­niane fanno l’effetto di assi­stere ad uno spet­ta­colo nel quale qual­cuno ha colto il pro­blema e non vuole, meglio, non può più risol­verlo. Che cosa vuol dire disat­ti­vare il dispo­si­tivo dell’operare? Per un mar­xi­sta signi­fica disat­ti­vare la rela­zione fra il domi­nio capi­ta­li­sta e il lavoro vivo: una rela­zione che è sem­pre chiusa den­tro il capi­tale ma che, allo stesso tempo, è sem­pre fuori, asim­me­trica, auto­noma dal capi­tale – una rela­zione che il lavoro vivo mostra del tutto fuori-misura sul lato della pro­dut­ti­vità che solo il lavoro vivo pro­duce. Può il lavoro vivo stac­carsi dal capi­tale o essere stac­cato dal capi­tale? Lo può, orga­niz­zan­dosi e rom­pendo il rap­porto. Una rot­tura mai piena, ma che sem­pre si ripete e si ripe­terà, inscri­ven­dosi onto­lo­gi­ca­mente nella sto­ria dell’essere. Rifiu­tare di vedere que­sta rela­zione come l’unico destino pre­sente all’opera, è il difetto di Agamben.

Agam­ben, in que­sto suo lavoro, ha tut­ta­via in modo netto e posi­tivo defi­nita l’attuale situa­zione della ricerca onto­lo­gica. Dopo Hei­deg­ger, nel post­mo­derno, l’ontologia si defi­ni­sce non più come il fon­da­mento del sog­getto ma come una mac­china lin­gui­stica, pra­tica e coo­pe­ra­tiva, come tes­suto della pra­xis, ed il dispo­si­tivo onto­lo­gico come asse di ricom­po­si­zione costi­tuente dell’operare e del lin­guag­gio nel comune. Que­sta riqua­li­fi­ca­zione dell’ontologia porta a tutt’altro che al nulla. Una banda di «filo­sofi non pro­fes­sio­ni­sti», da Nie­tzsche a Ben­ja­min a Fou­cault, ha comin­ciato a leg­gere que­sto nuovo rap­porto onto­lo­gico come deci­sivo sull’orizzonte dell’operare. Ed ha ria­perto a Marx un ter­reno di azione. Que­sto Agam­ben sem­bra il dise­gno in nega­tivo di que­sta vicenda – ma il rico­no­sci­mento di una nuova epoca dell’ontologia è pieno. Grazie!

Giorgio Agamben e la politicità dello schiavo

Saggi . Le anticipazioni critiche dei temi divenuti poi centrali nella teoria politica. Dallo stato d’eccezione ai campi di internamento per migranti

on L’uso dei corpi (Neri Pozza) Gior­gio Agam­ben porta a ter­mine una ricerca ini­ziata nel 1995 con Homo sacer:pro­getto e libro che hanno segnato la rifles­sione poli­tica di que­sti ultimi vent’anni. E ciò anche per­ché alcuni temi qui discussi hanno in alcuni casi per­sino anti­ci­pato o comun­que toc­cato sul vivo eventi tut­tora sen­si­bili. Si pensi ai geno­cidi che hanno chiuso il ven­te­simo secolo, ai nuovi campi di con­cen­tra­mento, ai muri nuo­va­mente innal­zati per sepa­rare le popo­la­zioni, allo stato di ecce­zione per­ma­nente dopo l’11 set­tem­bre, all’altrettanto per­ma­nente con­di­zione di debito cui la finan­zia­riz­za­zione dell’economia ha con­fi­nato i popoli, ai pro­fu­ghi, alle recru­de­scenti riven­di­ca­zioni di iden­tità etnica, al pro­blema di sta­bi­lire quando e quanto un corpo sia morto o ancora in vita.

L’uso dei corpi non costi­tui­sce tut­ta­via una vera con­clu­sione, né tan­to­meno un nuovo ini­zio. Piut­to­sto, come avverte lo stesso Agam­ben, que­sto libro è una rica­pi­to­la­zione e uno svi­luppo ulte­riore di que­stioni trat­tate lungo l’intero tra­gitto di Homo sacer.

Al prin­ci­pio di L’uso dei corpi vi è una que­stione a lungo dibat­tuta nella sto­ria: la figura dello schiavo, affron­tata qui a par­tire dalla Poli­tica di Ari­sto­tele e del diritto romano.

Dall’interpretazione che Agam­ben dà del testo ari­sto­te­lico emerge che più che una classe sepa­rata di indi­vi­dui gli schiavi sono una parte inse­pa­ra­bile di noi stessi che dob­biamo tenere in con­si­de­ra­zione e in qual­che modo gover­nare per far sì che pos­siamo acce­dere alla vita poli­tica e diven­tare così pie­na­mente umani. Lo schiavo non è solo una figura rele­gata al pas­sato o pro­pria di cul­ture che non si sono eman­ci­pate demo­cra­ti­ca­mente, ma una con­di­zione rie­mer­gente con la quale sotto diverse forme con­ti­nuiamo a fare i conti. Lo schiavo non è chia­mato a pro­durre un’opera spe­ci­fica, ma a fare «uso del corpo», a fare quelle azioni che per­met­tono al resto del corpo indi­vi­duale e sociale di libe­rarsi. La sua atti­vità è in tal senso «ino­pe­rosa» non per­ché non fa nulla, ma per­ché non si iden­ti­fica in un pro­dotto finale. Svi­lup­pando quanto aveva già ampia­mente trat­tato in Altis­sima povertà Agam­ben sug­ge­ri­sce qui di assu­mere tali «uso del corpo» e «ino­pe­ro­sità» come le strade della poli­tica a venire.

Si deli­nea così il biso­gno di un supe­ra­mento della stessa onto­lo­gia: la desti­tu­zione della domanda meta­fi­sica ed essen­zia­li­sta del «che cosa» con la domanda del «come». Per riu­scire in que­sto diventa cru­ciale supe­rare la stessa idea di rela­zione tra i due poli dell’essere. E ciò per­ché, come si è visto e come la sto­ria del pen­siero e quella poli­tica hanno dimo­strato, qual­siasi rela­zione tra atto e potenza si è tra­dotta sem­pre in una strut­tura gerar­chica che ha favo­rito sem­pre l’atto. Anche lad­dove, come in Kant, si è teo­riz­zata l’inaccessibilità all’essenza dell’essere, l’atto nella forma del dover-fare ha pre­valso ponen­dosi de facto come essenza.

Per Agam­ben dun­que, atto e potenza non vanno pen­sati in rap­porto, ma sem­pli­ce­mente a con­tatto. Nel con­tatto si genera l’uso che va a costi­tuire l’essere stesso il quale non esi­ste prima o dopo atto e potenza. In tal senso, si potrebbe dire che l’uso è quell’atto impro­dut­tivo, inap­pro­pria­bile e inco­sti­tui­bile che mostra sol­tanto la forma della potenza. Potenza inco­sti­tui­bile è quella che, nella parte finale del libro dove la teo­ria filo­so­fica torna alla poli­tica, Agam­ben chiama «potenza desti­tuente», con rife­ri­mento cri­tico sia alle teo­rie rivo­lu­zio­na­rie che vedono l’emancipazione poli­tica nella pri­mi­ge­nia forza del potere costi­tuente, sia a quelle anar­chi­che che, pur abo­lendo il prin­ci­pio costi­tuente, non pos­sono però fare a meno di per­pe­tuare la vio­lenza del comando. Alla fine, diri­mente diventa il nodo tra vio­lenza e poli­tica che Agam­ben invita a scio­gliere sulla strada trac­ciata da Ben­ja­min in una nuova figura che sia oltre il diritto, in grado di desti­tuire ogni maschera del sovrano. Forse que­sta figura è simile a quella della schiava alla quale veniva affi­data la matassa del pen­sus – lon­tana e sem­pre pre­sente desti­na­ta­ria, custode e con­tem­pla­trice dell’unica atti­vità umana libera dal pro­durre iden­tità e gerar­chie che sepa­rano: il pen­siero.

rossana123@libero.it | 18 Nov 22:24 2014
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Il califfato si fa Stato

Islam radicale. L’Isis rappresenta un cambiamento di strategia da parte dell’islam politico fondamentalista. Non solo azioni terroriste, ma costruzione di una entità statale sovranazionale che modifichi gli equilibri geopolitici in Medio Oriente, cancellando i confini tra le nazioni definite a tavolino dall’Occidente dopo la caduta dell’impero ottomano. È la tesi dell’ultimo libro di Loretta Napoleoni per Feltrinelli. E Khaled Fouad Allam analizza il consenso tra i giovani e l’uso dei social network da parte dell’Isis

L’immagine degli uomini con l’indice alzato, gesto effet­tuato anche dallo stesso al Bagh­dadi, il Califfo, a ricor­dare il sim­bolo di al Tawhid, l’espressione poli­tica del volere di dio, è diven­tato il mar­chio, il brand rico­no­sci­bile dello Stato isla­mico (che oggi abbrac­cia un’area più vasta del Regno unito, dalla sponda sud della Siria, fino all’Iraq, trat­teg­giando in pieno l’area tri­bale sun­nita). Già la defi­ni­zione carat­te­rizza l’interpretazione che viene data al feno­meno. Non a caso, sulla stampa inter­na­zio­nale, una volta con­sta­tata la realtà, si è uti­liz­zato «Stato isla­mico», anzi­ché Isis, a segnare un con­fine tra un gruppo ter­ro­ri­stico, per certi versi ormai un clas­sico dell’area, e qual­cosa di nuovo: una vera e pro­pria isti­tu­zione statale.

Di Isis prima, di Stato isla­mico poi, si è discusso molto in Ita­lia, anche se con col­pe­vole ritardo rispetto al tempo durante il quale gli uomini di al Bagh­dadi hanno comin­ciato il loro lento e ine­so­ra­bile pro­getto poli­tico. Dopo un primo momento di con­fu­sione, è ben pre­sto emersa tutta la pecu­lia­rità dello Stato isla­mico, rispetto ai gruppi «ter­ro­ri­stici» cono­sciuti fino ad oggi. Que­sta prima con­si­de­ra­zione deve tenere conto di alcuni fat­tori piut­to­sto rile­vanti: le pri­ma­vere arabe hanno cam­biato com­ple­ta­mente non solo l’area di rife­ri­mento, ma il mondo intero. Da quel momento è par­tito un ridi­se­gno totale di quei con­fini sta­bi­liti agli inizi del Nove­cento (gli accordi anglo fran­cesi di spar­ti­zione dell’Impero otto­mano nel 1916, noti come il trat­tato Sykes-Picot) e tutto è ritor­nato in gioco. La Siria è stato il punto di non ritorno, il luogo e le cir­co­stanze nelle quali si sono rea­liz­zati i peg­giori errori delle potenze occi­den­tali, e all’interno del quale l’Isis ha saputo sfrut­tare la situa­zione per dare vita al pro­prio sogno: la nascita di uno Stato isla­mico, a par­tire dalla culla siriana, capace di defi­nire i nuovi con­fini del medio oriente.

Un busi­ness in crescita

La fun­zione del Calif­fato si trova così ad essere duplice: fare brec­cia nei sen­ti­menti anti­oc­ci­den­tali di tanti musul­mani che vivono in Europa o in altri paesi occi­den­tali e stron­care i regimi arabi con­si­de­rati apo­stati e favo­re­voli all’Occidente (che in un’apparente con­trad­di­zione del mondo isla­mico, hanno finan­ziato pro­prio lo Stato isla­mico, come gruppo anti-Assad). È que­sta la prin­ci­pale novità dell’Isis: aver dato vita ad uno Stato capace di creare un sistema di tas­sa­zione, di impie­ghi pub­blici, in grado di far girare soldi – che arri­vano da più atti­vità, non ultimo i rapi­menti e i riscatti – potendo con­tare su un eser­cito com­po­sto da per­sone total­mente dedite alla causa. E su que­sto ha saputo inner­vare un uti­lizzo sapiente, pro­fes­sio­nale, dei con­tem­po­ra­nei stru­menti comu­ni­ca­tivi di massa, a par­tire dal disin­volto e spre­giu­di­cato uso di Internet.

Di tutti que­sti ele­menti par­lano due libri di recente pub­bli­ca­zione. Il jiha­di­sta della porta accanto di Kha­led Fouad Allam (Piemme, 15,90 euro) e Isis, lo Stato del ter­rore di Loretta Napo­leoni (Fel­tri­nelli, 13 euro). Si tratta di due opere par­ti­co­lari, che inda­gano in modo diverso il feno­meno del Calif­fato. Una visione più socio­lo­gica quella di Fouad Allam (il titolo del suo volume non rende giu­sti­zia ad un rac­conto molto meno main­stream di quanto si potrebbe sup­porre), più geo­po­li­tica quella di Napo­leoni. Entrambi però insi­stono sulla par­ti­co­la­rità e la novità rispetto a feno­meni pre­ce­denti, ad esem­pio al Qaeda, dell’Isis. Si tratta di due volumi — per altro — che appa­iono pre­pa­rati velo­ce­mente (ma non per que­sto sono raf­faz­zo­nati, anzi) per rispon­dere alle domande su quanto sta acca­dendo in Medio oriente e che quindi, se hanno il pre­gio di for­nire alcune rispo­ste imme­diate, sono par­ziali e spe­ci­fici, senza dise­gnare qua­dri com­ples­sivi di quanto avviene. Del resto la situa­zione è in dive­nire: le ultime noti­zie vedono in aumento il con­tin­gente ame­ri­cano e danno al Bagh­dadi, il Califfo, ferito gra­ve­mente durante un’incursione aerea della «Coa­li­zione» in Iraq, men­tre sono state dif­fuse le imma­gine della nuova ese­cu­zione di Peter Kas­sig, ostag­gio nelle mani dell’Isis.

La con­qui­sta della Siria

Secondo Napo­leoni, «dal 2012 lo Stato Isla­mico è indi­pen­dente e non ha biso­gno degli spon­sor, il pro­cesso di pri­va­tiz­za­zione del ter­ro­ri­smo è avve­nuto molto rapi­da­mente pro­prio gra­zie alla moderna guerra per pro­cura che dal 2011 si com­batte in Siria. Una rosa di spon­sor, tra cui i sau­diti, alleati fedeli degli ame­ri­cani, e natu­ral­mente anche il Qatar e il Kuwait, hanno finan­ziato gruppi sun­niti ribelli, tra cui anche mili­zie jiha­di­ste, come il fronte al Nusra, una sorta di suc­cur­sale di al Qaeda in Siria, e lo Stato Isla­mico in Iraq, poi ribat­tez­zato Stato Isla­mico in Iraq e Siria (Isis) ed oggi cono­sciuto come Stato Islamico».

Per cosa muove i primi passi lo Stato isla­mico? Innan­zi­tutto il rove­scia­mento del governo Assad in Siria, appog­giato invece dall’Iran e dalla Rus­sia e in parte dalla Cina. Pechino, ad esem­pio, non ha inviato né armi, nè sol­dati, ma ha usato il suo peso poli­tico nelle Nazioni unite per fer­mare, attra­verso il veto nel con­si­glio di sicu­rezza, ogni azione mili­tare o diplo­ma­tica con­tro il regime siriano. Un com­por­ta­mento, quello cinese, che può essere visto anche come par­ziale rivin­cita dopo lo scem­pio libico, che ha costretto Pechino a rim­pa­triare migliaia di con­na­zio­nali e per­dere impor­tanti con­tatti per quanto con­cerne il petro­lio. «Agli ame­ri­cani, impos­si­bi­li­tati ad inter­ve­nire mili­tar­mente in Siria dal veto russo e cinese nel Con­si­glio di sicu­rezza, que­sta poli­tica andava bene. Il mol­ti­pli­carsi dei gruppi spon­so­riz­zati ha però fram­men­tato l’opposizione e creato situa­zioni in cui costoro si com­bat­te­vano tra di loro. Lo Stato Isla­mico ha sfrut­tato tutto ciò ed invece di com­bat­tere le mili­zie di Assad ha attac­cato i più deboli gruppi jiha­di­sti e ribelli, con­qui­stando pezzo per pezzo il ter­ri­to­rio che oggi con­trolla in Siria». Sapendo per altro, come con­fer­mato dai fatti, che Washing­ton non avrebbe avuto il via libera a com­bat­terli in Siria. Sulla base di que­sta situa­zione di par­tenza lo Stato isla­mico ha saputo con­qui­stare ter­ri­tori, gestire effi­ca­ce­mente le pro­prie risorse finan­zia­rie, creando una pro­pria auto­no­mia sle­gata dagli spon­sor del pas­sato. «Tagliare i finan­zia­menti dello Stato Isla­mico non è pos­si­bile per­ché ormai è uno Stato e l’economia fa parte di un ter­ri­to­rio vasto con­trol­lato dalla stessa autorità».

Inte­res­sante il rife­ri­mento a Israele com­piuto da Loretta Napo­leoni: «Il prin­ci­pale obiet­tivo dello Stato Isla­mico è rap­pre­sen­tare per i musul­mani sun­niti ciò che Israele è per gli ebrei: uno stato nella loro antica terra, rioc­cu­pata in tempi moderni; un potente stato reli­gioso che li pro­tegge dovun­que essi si tro­vino». Il primo comu­ni­cato di al Bagh­dadi, nel quale defi­ni­sce il Calif­fato come «la pro­messa di Allah», sem­bra sol­le­ti­care i sen­ti­menti pro­fondi del mondo arabo. Fouad Allam sot­to­li­nea come pro­prio dopo la morte del Pro­feta, sul Calif­fato, sia avve­nuta la spac­ca­tura sto­rica del mondo arabo, spe­ci­fi­cando come il tema sia sem­pre stato assai dibat­tuto dai teo­logi e dai giu­re­con­sulti dell’islam (gli ulema). Rimane il fatto che la capa­cità dello Stato isla­mico di creare quel senso di appar­te­nenza per­duto, com­preso un richiamo ad un’età dell’oro del mondo musul­mano, ha fatto brec­cia tanto nel mondo vicino al suo punto di par­tenza, quanto tra i musul­mani distanti. Secondo Fouad Allam, però, il feno­meno di poli­ti­ciz­za­zione dell’islam fa sì che le nuove gene­ra­zioni cono­scano a memo­ria il Corano o gli hadith ma sap­piano ben poco della let­te­ra­tura e della filo­so­fia araba.

Una dif­fu­sione virale

Il mec­ca­ni­smo del resto è noto da tempo: di fronte a crisi eco­no­mi­che e dif­fi­coltà di inte­gra­zione, le rispo­ste «sem­plici» e «radi­cali» hanno con­senso popo­lare. E lo Stato isla­mico, gra­zie a pro­fes­sio­ni­sti del set­tore (la rivi­sta «Dabiq» è pati­nata non meno della cele­bre «Mono­cle»), è in grado gestire il mec­ca­ni­smo virale dei con­tem­po­ra­nei stru­menti di comu­ni­ca­zione (i social net­work). Allo stesso tempo ha saputo uti­liz­zare i mede­simi mec­ca­ni­smi comu­ni­ca­tivi occi­den­tali, ovvero quelle tec­ni­che pub­bli­ci­ta­rie che oggi costi­tui­scono il «segreto» dei tanti «spin doc­tor» che ormai li attuano nel mondo poli­tico — basti pen­sare, per non andare troppo lon­tano, al caso Renzi — per atti­rare l’attenzione mon­diale e reclu­tare combattenti.

È que­sto il fine ultimo di una comu­ni­ca­zione che – come sug­ge­ri­sce Fouad Allam – non è improv­vi­sata, ma arriva dopo anni di pro­pa­ganda attra­verso le video­cas­sette, i dvd e infine la Rete svolta da gruppi isla­mici fon­da­men­ta­li­sti che mai, però, ave­vano intra­preso un dise­gno così vasto come quello dello Stato isla­mico. Non a caso, l’intento del Calif­fato è sto­rico: da un lato c’è il pro­getto, come spe­ci­fica Napo­leoni, di rifon­dare l’antico Calif­fato di Bagh­dad, entità distrutta dai mon­goli nel 1621 (un ter­ri­to­rio che andava dalla capi­tale ira­chena, fino all’odierno Israele) dall’altro c’è un intento total­mente poli­tico. Pur nel rispetto rigo­roso della loro tra­di­zione, i sun­niti del Calif­fato mirano a moder­niz­zarne il con­cetto. «Nel suo primo discorso in veste di nuovo Califfo – scrive Napo­leoni — al Bagh­dadi si è impe­gnato a resti­tuire ai musul­mani la dignità, la potenza i diritti e l’autorità di comando che pos­se­de­vano nel glo­rioso pas­sato e nel con­tempo ha rivolto un appello a medici, tec­nici, giu­dici ed esperti di giu­ri­spru­denza isla­mica, affin­ché si unis­sero a lui».

Entrambi i volumi met­tono dun­que in evi­denza alcune que­stioni prio­ri­ta­rie per com­pren­dere il feno­meno: da un lato la crisi dei modelli occi­den­tali di inte­gra­zione, che con­se­gnano allo Stato isla­mico gio­vani desi­de­rosi di affer­marsi, attratti anche dal fascino della vio­lenza ster­mi­na­trice del Calif­fato (secondo Napo­leoni è in atto un vero e pro­prio geno­ci­dio con­tro gli sciiti per fina­lità poli­ti­che ed eco­no­mi­che), dall’altro mette in evi­denza la rivo­lu­zione in atto in quelle aree, dove la poli­tica occi­den­tale è apparsa in ritardo nel capire il river­bero di un mondo ormai mul­ti­po­lare. È sal­tato tutto, alleanze, accordi, sto­ri­che ami­ci­zie e ini­mi­ci­zie: nel mondo in cui gli Usa non hanno più la forza e l’autorità di un tempo, solo gli uomini del Calif­fato sem­brano averne com­preso il pro­fondo signi­fi­cato storico.

clochard | 18 Nov 18:36 2014
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"Undici ore d'amore di un uomo ombra" debutta a teatro

 
----- Original Message -----

 
Sabato 22 Novembre 2014 
 
ore 10.00 e 21.00 a Milano,
 
presso il Nuovo Teatro Ariberto, Via Daniele Crespi 9 (MM2, fermata Piazza S. Agostino)
 
 
debutta lo spettacolo "Undici ore d'amore di un uomo ombra",
 
 
messo in scena dalla Compagnia Karakorum ( http://www.karakorumteatro.it/)
 
 Liberamente tratto dall'omonimo libro di Carmelo Musumeci  (www.carmelomusumeci.com)
 
Ingresso libero fino a esaurimento posti.
 
 


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clochard | 18 Nov 16:27 2014
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Matteo Tassinari_Zappa, non polvere

 

Zappa, non polvere

 
 
 
 
http://wwwhete.blogspot.it/2014/11/zappa-non-polvere.html
 
 
 
 
"Se passi una vita noiosa e miserabile perché hai ascoltato tua madre, tuo padre, il tuo insegnante, il tuo prete o qualche tizio in tv che ti diceva come farti gli affari tuoi, allora te lo meriti".
 
(Leonard Cohen)
 
 

"La mente umana è come un paracadute: funziona solo quando è aperta"
 
 (Zappa)

 
 
 
                                                                                                                  


 
 
[...] E, come dice un vecchio proverbio del mondo rock, “non possiamo non dirci zappiani”, indicando casi non solo un rilevante frammento della nostra generazione,quanto piuttosto una condizione dello spirito, secondo la quale le regole di questo mondo possono essere prese e messe in berlina, lette, approfondite, sminuzzate, masticate e quindi riproposte, secondo un nuovo codice. [...]

 
 
 
                                                                                                           


[...] Zappa, quindi, è il massimo artista della musica popolare, per il suo saper prendere pezzi di storia, cultura, televisione, informazione, spazzatura, arte, amore e politica, sesso e cesso, libertà e trasformarli in una materia viva, vibrante, assurdamente rappresentativa. Essere “zappiani”, in breve, vuol dire soprattutto amare profondamente la libertà, sentirsi, come nel manifesto programmatico zappiano, “Absolutely free”. E tutta la musica di Frank Zappa si nutre di questa libertà di pensiero, dell'anarchico e non compromesso gusto del libero pensatore, come in rete se ne vedono a migliaia in liste che frequento e non frequento, dipende se mi va o no. [...]

 
 
 
 


 
 
[...] C'è in ballo la morte della musica, almeno nei suoi valori creativi. Zappa intuisce il velo di conformismo che sta per inquinare il mondo, percepisce gli anestetici sociali promossi in particolare dal governo americano che teorizza il nuovo ordine mondiale denunciando l’esistenza del Bilderberg, i ricconi che hanno avviato il novo ordine mondiale, ossia l’Occidente al di sopra di tutto il resto del mondo. Fu il primo artista che pugnava in faccia. Dritto sul grugno! [...]
 
 
 
 
                                                                                                                              
 
 
  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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clochard | 18 Nov 12:41 2014
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[notavfrance] Ces jours-là, ces nuits-là.., + 14 novembre – Lo sciopero dei No Tav a Milano

 
Subject: Date: From: To:
[notavfrance] Ces jours-là, ces nuits-là, nous étions tou(te)s présent(e)s !
Mon, 17 Nov 2014 16:14:12 +0100
notav.france <at> riseup.net
 
 
 

manif No Tav samedì 22 novembre http://notavfrance.noblogs.org/post/2014/11/17/ces-jours-la-ces-nuits-la-nous-etions-toutes-presentes/ ----------------------

14 novembre 2014 dal sito: http://notavliberi.org/
 

14 novembre – Lo sciopero dei No Tav a Milano

 
 
 
 
 

Milano. Venerdì mattina. Il centro città è invaso da migliaia di persone per lo sciopero generale convocato da numerosi sindacati, dagli studenti e dai No EXPO. Gli operai della Fiom si concentrano in Porta Venezia assieme ai facchini dello Slai Cobas. Gli studenti, i sindacati di base e i No Expo si ritrovano invece in Largo Cairoli.

Due cortei differenti si muoveranno per le vie della città senza mai riuscire ad incrociarsi, la Fiom partita da Porta Venezia arriverà in Piazza Duomo per il comizio finale mentre gli altri da Cairoli si muoveranno per il Ticinese per giungere infine in Piazza Fontana. Questo è il piano preventivo per il mantenimento dell’ordine perché lo sciopero rimanga quello a cui siamo abituati: interruzione di qualche ora di studio e lavoro e sfilata in corteo per rivendicare le proprie specifiche ragioni.

 

 

 

 

 

Lo striscione dello spezzone No TAV

Con questo striscione uno spezzone No Tav proverà a rompere questa divisione cercando di praticare quello che il movimento valsusino ha espresso nei magici momenti della sua storia di lotta: istanze diverse e lontane geograficamente si possono toccare e addensare in un magma altamente esplosivo. Le bandiere No Tav decidono così di muoversi per raggiungere questo intento. Non si seguirà il corteo pronto a partire. Si saluta calorosamente e si prende la metro dribblando abilmente tornelli e controllori ci si sposta in Piazza San Babila.È qui che si trova il contatto con le migliaia di operai della Fiom giunti a Milano da tutta Italia. È un incontro che si realizza raramente, dei mondi in realtà così vicini vengono spesso tenuti a debita distanza, a volta per la chiusura dei dirigenti sindacali o per l’azione preventiva di questura e prefettura. Questa volta succede qualcosa di inaspettato: per due-tre ore migliaia di metalmeccanici sfilano davanti a decine di bandiere No Tav, leggendo gli striscioni appesi ai pali della piazza, fermandosi con curiosità e approvazione ad applaudire quando si sentono i racconti della lotta in valle, degli occupanti di case  dei quartieri popolari di Milano, infine della volontà di unire le lotte per diventare più forti.

Ma le parole che risuonano più forti così come le scritte che appaiono sulle tele vanno per i quattro compagni No Tav rinchiusi da quasi un anno in carcere, ora all’aula bunker di Torino in attesa che i Pm avanzino le loro assurde richieste di condanna a 9 anni e 6 mesi per attentato con finalità di terrorismo. A San Babila si realizza la prima piccola incrinatura della normalità dei cortei sindacali, molti operai condividono l’insoddisfazione e lo sfinimento di fare sfilate che mostrano la debolezza della concertazione e della mediazione. Si percepisce un sibilo sottile e insistente che sfiata dall’aria compressa tra gli striscioni rossi e le bandiere Cgil. Chissà se la giornata darà l’occasione  di fuoriuscire davvero.

 

 

 

I No Tav in Piazza San Babila

A chiusura del corteo della Fiom ci sono i facchini che sventolano le bandiere dei Cobas, sono centinaia, giunti da tutta Italia forti degli ultimi due anni di lotta dura contro lo sfruttamento delle cooperative, le notti di blocchi ai cancelli, le cariche respinte della polizia. Con loro non c’è bisogno di tante parole, l’intesa è immediata. Lo spezzone No Tav con alcuni occupanti di case di Corvetto e Ticinese si incastra in mezzo a questi operai che arrivano da tutte le parti del mondo.

Giunto in Duomo il corteo si ferma perché la dirigenza sindacale vuole imporre il suo noioso spettacolo dal palco montato nella piazza. Mentre la Camusso inizia il suo comizio le bandiere No Tav provano a superare le transenne poste a chiudere l’accesso delle scale per il sagrato del Duomo, lasciato vuoto e isolato per indirizzare tutta l’attenzione verso il palco situato dalla parte opposta della piazza. Mentre qualche compagno riesce a scavalcare ostacolato dai militari di guardia un cordone di celere giunge correndo sul posto per fermare le intenzioni dei No Tav. L’apparizione di manganelli e scudi e il fermo di un compagno rimasto al di là delle transenne trascinato via dalla digos scatena la rabbia dei presenti. Davanti a queste immagini con il ricordo fresco delle cariche a Roma sugli operai di Terni molti operai scattano verso le transenne. Qualche pettorina del servizio d’ordine si mette in mezzo per calmare gli animi, la polizia è però costretta a lasciare il compagno ed ad indietreggiare con qualche botto che gli salta tra i piedi. Mezza piazza Duomo, piena come non si vedeva da tempo, si gira ad osservare la scena, magari non comprendendo cosa stesse accadendo ma sicuramente più interessata ad eventi reali piuttosto che false promesse lanciate dalla Camusso.

 

 

 

Sotto il duomo

Qualche minuto dopo viene urlato al megafono che il corteo degli studenti sta venendo caricato in piazza Fontana. L’immagine dei manganelli è ancora la molla che fa scattare tanti, No Tav, studenti, operai Fiom, lavoratori Cobas lasciano queste accezioni divisorie e si lanciano correndo verso la piazza adiacente. La polizia, già prevedendo possibili contatti ha chiuso ogni accesso, via Larga è piena di camionette, gli studenti sono lontani dalla vista, in piazza Santo Stefano, e praticamente irraggiungibili se non fronteggiando una celere ben più numerosa. Si chiudono le bandiere, si riallacciano i caschi, si rinuncia all’intento di rivincita sulla polizia ma senza frustrazioni, anzi con una consapevolezza in più che unendo le forze, incrociando le lotte anche questo spazio altamente metropolizzato può essere sovvertito.

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rossana123@libero.it | 16 Nov 22:49 2014
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R: Re: Re: ubuntu e gagarin

Tra lavoro e linguaggio
http://www.rifl.unical.it/index.php/rifl/article/view/81/75

[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

Rattus Norvegicus | 16 Nov 22:39 2014
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R: Re: ubuntu e gagarin

Sì, Giuseppe. Io ho spesso sostenuto, con scandalo di molti, che Paolo 
Virno è come la Roma, "non si discute, si ama".
Però su Vygotskij mi 
pare che il nostro Paolo sia stato troppo sbrigativo.
Perché ce ne 
fornisce un quadro limitato. Dire, come fa Virno, che Vygotskij si 
differenzia da Piaget perché ritiene che il linguaggio interiore si 
trasformi in monologo interiore, senza citare la critica fondamentale 
di Vygotskij a Piaget, è un'operazione che - secondo me - mette in 
ombra elementi importantissimi. Mi riferisco soprattutto  alla forte 
componente sociale che caratterizza le prime fasi del linguaggio 
infantile secondo Vygostskij. Su questo elemento è centrata la critica 
principale di Vygotskij a Piaget.
In ogni caso, il testo più importante 
di Vygotskij per il discorso sulle nuove tecnologie e l'operaismo, non 
è "Pensiero e linguaggio" ma "La storia dello sviluppo delle funzioni 
psichiche superiori", che Virno nemmeno cita nella bibliografia.

un 
salutone

r.

>----Messaggio originale----
>Da: giuseppe-1955 <at> libero.
it
>Data: 16-nov-2014 21.30
>A: <neurogreen <at> liste.comodino.org>
>Ogg: 
Re: [neurogreen] ubuntu e gagarin
>
>sei sicuro che Virno non l'abbia 
fatto nei suoi saggi sulla linguistica ?
>
>Rattus Norvegicus wrote:
>> 
Splendida Ross, ti ringrazio per il link all'articolo di Nilla Penna e

>> colleghi, ma devo confessarti che a mio parere questi studiosi non

>> aggiungono molto ai modelli teorici che sono stati elaborati su 
questi
>> temi. Piuttosto, mi è sempre parsa una grossa carenza 
dell'ambito
>> operaista il non aver messo a tema, in tempi di new 
media e
>> capitalismo
>> cognitivo, l'eredità teorica che ci viene da 
Vygotskj e dai suoi
>> epigoni.
>> Ammetto che Vygotskj può risultare 
indigesto per una
>> pluralità di motivi, non ultimo, quello che oggi 
ha un valore
>> soprattutto storico, calato com'era nel dibattito 
teorico della
>> psicologia degli anni '20. Tra gli epigoni però voglio 
ricordare la
>> sovietica teoria dell'attività
>> (http://en.wikipedia.org/wiki/Activity_theory>>  e soprattutto il 
finlandese  Engeström fondatore della "Scandinavian
>> activity theory" 
(Bifo forse ne sa qualcosa, visto che mi pare stia
>> lavorando (anche) 
a un dottorato in Finlandia). Di Engeström circola
>> da
>> vent'anni 
in rete il datato ma ancora ottimo"Learning by
>> Espanding"(http://lchc.ucsd.edu/MCA/Paper/Engestrom/expanding/toc.htm
>>  che mi pare non sia mai stato tradotto in italiano.
>> Ne esiste 
invece
>> una traduzione in tedesco e una in giapponese.
>> Se ci si 
concentrasse
>> sulla prospettiva di Vygotskij  anche personaggi come 
il sottoscritto
>> risulterebbero meno misteriosi e indecifrabili di 
quel che paiono a un
>> primo sguardo.
>>
>> Basti pensare che 
Engestrom nell'introduzione di questa
>> ultima pubblicazione online di 
"Learning By Espanding" racconta di
>> come
>> abbia penzolato tra il 
laboratorio di "Comparative Human Cognition"
>> del
>> vygoskiano 
Michael Cole, a San Diego,  e l'università di Helsinki.
>>
>>
>> 
Multiculturalismo e cognitivismo in questi contesti, non sono
>> 
considerati come il diavolo e l'acqua santa.
>>
>> un abbraccio
>> 
rattus
>>
>>
>>
>>
>>
>>
>>
>>
>>
>>> ----Messaggio originale----
>>> 
Da: rossana123 <at> libero.it
>>> Data: 9-nov-
>> 2014 23.03
>>> A: 
<neurogreen <at> liste.comodino.org>
>>> Ogg: R: [neurogreen]
>> ubuntu e 
gagarin
>>>
>>> "L'insicurezza, la sfiducia, la mancanza di
>> conferme 
sono i veri tarli che
>>> rodono i tentativi di creare forme
>> 
autonome di conoscenza. La faccenda, adilà
>>> dell'esempio personale,

>> alquanto schiocchino, andrebbe meditata. (Anche nel suo
>>> rapporto 
con
>> il lavoro gratuito)"
>>>
>>> guarda cosa si dice qui:
>>>
>>> LA 
DIMENSIONE
>> SOCIALE DELL'E-LEARNING
>>>
>>> Naturalmente l’uso di 
questi strumenti pone
>> con sempre maggior forza la
>>> questione 
spinosa della
>>> veridicità
>> delle innumerevoli informazioni 
presenti in rete, della
>>> autorevolezza
>> delle fonti,
>>> della 
rispondenza del contenuto alle norme del
>> copyright, della 
tracciabilità
>>> dell’informazione.
>>> Ma il problema
>> della 
veridicità apre a sua volta una serie di altri problemi
>>> di
>> 
ordine più generale
>>> la cui rilevanza porta spesso a ipotizzare
>> 
soluzioni che contraddicono lo
>>> spirito stesso, libero e
>>
>>> 
partecipativo della Rete stessa. In particolare il controllo di
>> 
veridicità non
>>> può essere realizzato
>>> con sistemi Top-Down, come 
le
>> Autorities, i Comitati ecc. Deve stabilirsi
>>> invece un 
controllo
>>
>>> sociale dell’informazione per il quale gli stessi 
membri della
>> comunità si
>>> impegnano ad esigere, e
>>> quando 
produttori, ad
>> assicurare il controllo delle fonti, la qualità e la

>>> veridicità del
>> materiale
>>> diffuso. Questa scelta pone però 
alla base una scelta
>> etica: la correttezza
>>> dell’informazione e

>>> l’autocontrollo ed
>> autogoverno della sua circolazione. Forse 
questo è l’unico
>>> modo
>> praticabile per evitare di reinserire le 
rigidità delle precedenti
>> top-
>>
>>> down communities.
>>> http://isdm.univ-tln.>>> 
fr/PDF/isdm39/Article_Isdm_Ticemed09_penna_sechi_mocci_stara_MP%20ok.

>> pdf
>>>
>>>
>>> [][][][]][
>>> NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.
comodino.org
>>
>>> ecologie sociali, strategie radicali negli anni 
zerozero della
>> catastrofe
>>> http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen>>>>
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>> NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
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sociali, strategie radicali negli anni zerozero della
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NEUROGREEN - neurogreen <at> liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

rossana123@libero.it | 15 Nov 18:30 2014
Picon

R: [No.f35_m346] I: L’Italia è il primo esportatore mondiale di “armi comuni”

Varesenews ha pubblicato la notizia del convegno? Ciao


----Messaggio originale----
Da: valeriangel852003 <at> yahoo.it
Data: 15/11/2014 14.08
A: "no.f35_m346 <at> autistici.org"<no.f35_m346 <at> autistici.org>
Ogg: [No.f35_m346] I: L’Italia è il primo esportatore mondiale di “armi comuni”

articolo di Giorgio Beretta
 
----- Messaggio inoltrato -----
Da: Emergency Busto Arsizio <emergencybustoarsizio <at> virgilio.it>
A:
Inviato: Sabato 15 Novembre 2014 11:04
Oggetto: [emergency-busto]  notizie mondo

 


 
Venerdi     14-11-14




UNIMONDO      12-11-14

L’Italia è il primo esportatore mondiale di “armi comuni”

Italia, primo esportatore di "armi comuni" - G. Beretta per OPAL (in .pdf)

L’Italia è il maggior esportatore mondiale di “armi comuni”. Lo rendo noto in un mio studio per l’Osservatorio OPAL di Brescia in cui esamino le esportazioni di armi del distretto armiero bresciano nel contesto italiano e internazionale. I risultati dello studio – che presento qui in sintesi per Unimondo – verranno illustrati oggi a Brescia nell’ambito di una conferenza stampa aperta al pubblico in cui ricercatori dell’Osservatorio Permanente sulle Armi leggere (OPAL) presenteranno il nuovo annuariodal titolo “Commerci di armi, proposte di pace”pubblicato dall’Editrice GAM (qui il comunicato stampa in. pdf)

I dati forniti dalle Nazioni Unite attraverso il database del commercio internazionale Comtrademostrano che l’Italia è il primo esportatore mondiale sia di “non military arms” sia di “armi comuni”. Nell’intero ultimo decennio (2003-2012) e anche nel più recente quinquennio (2008-2012) le esportazioni mondiali italiane di armi di entrambe queste categorie  superano infatti quelle della Germania e degli Stati Uniti e ricoprono quasi un quinto (il 19,5%) di tutto il commercio internazionale di queste armi (per questo e i dati seguenti si vedano le Tabelle in .pdf). Si tratta, per quanto riguarda la specifica categoria “non military arms” (armi non militari) di “fucili e carabine sportivi e da caccia” e “armi ad aria compressa o a gas” e “loro parti e accessori”; mentre la categoria “armi comuni” – da me elaborata – è più ampia perché include le “pistole e rivoltelle”: sono comunque armi tutte destinate alla difesa personale, all’uso sportivo e venatorio, ma anche a corpi di polizia o di sicurezza privata comprese quelle di tipo semiautomatico, ma escluse tutte le armi prodotte e destinate alle forze armate.

La quasi totalità di queste armi è prodotta nel distretto armiero della provincia di Brescia con l’aggiunta di quella di Pesaro-Urbino dove ha sede la Benelli Armi, che dal 1983 fa parte del gruppo Beretta. E proprio la Fabbrica d’Armi Pietro Beretta con sede a Gardone Val Trompia (BS) è l’azienda principale in questo settore, soprattutto da quando, oltre alla Benelli ha acquisito anche la Franchi e nel 1995 ha costituito una holding internazionale, la Beretta Holding Spa, con la quale detiene partecipazioni dirette o indirette nelle 26 aziende operative in tutti e cinque i continenti.
 Nel distretto armiero bresciano sono presenti anche altri produttori come TanfoglioPerazziRizziniGueriniecc. che, seppur in misura minore rispetto alla Beretta, sono importanti esportatori.
Il confronto tra l’intera esportazione dall’Italia di sole “armi comuni” e di tutte le “armi e munizioni” esportate dalle province di Brescia (in cui sono presenti anche aziende che producono  ed esportano sistemi e munizionamento militare) e Pesaro-Urbino mostra una chiara affinità e soprattutto una tendenziale e costante crescita. Nel mio studio l’ho definito “movimento a tsunami”, perché la figura mostra una serie di onde crescenti con valori sempre maggiori, proprio come uno tsunami (si veda Figura 5 nel pdf delle Tabelle sopra segnalate).

La mia ricerca prende in esame anche le zone geo-politiche di destinazione delle armi e munizioni prodotte in provincia di Brescia (qui incluse anche quelle ad uso militare). Primeggiano le esportazioni verso l’America settentrionale (il 37,1% del totale) e i paesi dell’Unione europea (il 34%). Ma nell’ultimo decennio siamo di fronte a due trend per certi versi opposti (cfr. Figura 7 delle Tabelle): mentre le esportazioni di armi e munizioni verso i paesi dell’Unione europea mostrano una forte diminuzionecon una contrazione tra i due quinquenni di quasi un terzo (meno 30%) dovuta con ogni probabilità agli effetti della crisi economica che dal 2008 ha portato ad una riduzione della domanda di armi comuni principalmente in questi paesi, per quanto riguardal’America settentrionale si nota una vera e propria impennata nell’ultimo bienniodovuta alla crescente domanda di armi soprattutto negli Stati Uniti a seguito anche degli annunci di restrizioni legislative da parte dell’amministrazione Obama e di diversi governatori dopo le stragi nelle scuole americane. Con ogni probabilità è stato proprio l’annuncio di leggi più restrittive ad innescare negli Stati Uniti la recente domanda di armi: di fatto, come ha mostrato un’approfondita inchiesta del New York Times, ad un anno dalla strage in Connecticut sono state approvate negli Stati Uniti ben 109 nuove leggi, ma solo poco più di un terzo ha effettivamente aumentato le restrizioni sulle armi, mentre la maggior parte – anche su forte pressione della lobby armiera rappresentata dalla National Rifle Association (NRA), di cui la Beretta USA è uno dei maggiori sponsor – le ha ammorbidite.

In tendenziale crescita risultano invece le esportazioni di armi e munizioni dalla provincia di Brescia verso le altre zone geopolitiche. Quelle verso i paesi dell’America centro-meridionale raddoppiano tra il primo e il secondo quinquennio passando da poco più di 58 milioni ad oltre 117 milioni di euro a seguito soprattutto della richiesta di armi da parte di alcune polizie nazionali come quelle del Messico, del Guatemala e della Colombia: si tratta di esportazioni che sollevano più di una domanda sull’osservanza della normativa da parte degli ultimi governi italiani.
Anche le esportazioni verso il Medio oriente e Africa settentrionale (cioè la zona definita in inglese con l’acronimo Mena: Middle East and North Africa) raddoppianopassando nei due quinquenni da meno di 45 milioni a quasi 98 milioni di euro: anche in questo caso più di qualche domanda andrebbe sollevata considerata la forte tensione nell’area.

Crescono le esportazioni anche quelle verso l’Asia che passano da meno di 41 milioni ad oltre 73 milioni di euro nei due quinquenni. Verso quest’area le esportazioni hanno toccato un picco nel biennio 2011-12, cioè prima della “crisi dei marò” che ha portato ad una forte contrazione della domanda di armi italiane da parte dell’India: un contenzioso che però non ha impedito alla ditta Beretta di partecipare lo scorso febbraio a New Delhi al salone militare di Defexpo durante il quale il direttore generale del gruppo, Carlo Ferlito, ha annunciato la partecipazione dell’azienda alla gara per la fornitura di fucili d’assalto all’esercito indiano.
E seppur per valori più contenuti, segnano un chiaro aumento anche le esportazioni i paesi dell’Oceania (da 23 milioni ad oltre 28 milioni di euro) mentre quelle per l’Africa subsahariana diminuiscono nei due quinquenni ma nell’ultimo anno mostrano un record di oltre 4,6 milioni di euro.

Passando ad esaminare i singoli paesi destinatari va innanzitutto notato che nel quinquennio dal 2009 al 2013 dalla provincia di Brescia sono state esportate armi o munizioni (sia di tipo comune che di tipo militare) a 127 paesi del mondo. La quantità e il valore economico divergono notevolmente tra paesi destinatari: mentre solo un paese oltrepassa – in valori costanti – i 500 milioni di euro (gli Stati Uniti) ed un altro supera i 100 milioni di euro (la Turchia), tre paesi riportano valori tra i 50 e i 100 milioni di euro (Francia, Regno Unito e Germania); diciotto paesi sono nella fascia tra i 10 e i 50 milioni di euro; diciassette in quella tra i 5 e i 10 milioni di euro; ventiquattro paesi figurano tra 1 e 5 milioni di euro; trentadue tra i 100mila ed un milione di euro; ventisei paesi sono tra i 10 e i 100mila euro ed infine cinque paesi importano armi bresciane al di sotto dei 10mila euro. Si tratta, dunque, di un mercato esteso e variegato ma in gran parte riconducibile ad una quindicina di paesi che assorbono più dei due terzi (il 78,5%) delle esportazioni e il principale acquirente, gli Stati Uniti, da solo ne ricopre più di un terzo.

Oltre alla preminenza degli Stati Uniti (il 35,2% del totale delle esportazioni di armi e munizioni bresciane) e alla rilevanza di alcuni paesi dell’Unione europea, tra cui soprattutto la Francia (il 6,5%), il Regno Unito (il 5,8%) e la Germania (3,8%), risultano di notevole importanza anche le esportazioni verso alcuni paesi europei non comunitari, tra cui in particolare la Turchia (7,6%) e in misura minore la Russia (3,1%) e verso alcune nazioni dell’America centro-meridionale come il Messico (2,9%), il Venezuela /2,5%) e anche la Colombia (1,1%). Seppur inferiori, non sono da dimenticare anche le esportazioni verso Canada, Emirati Arabi Uniti, Australia e India che presentano valori somiglianti.

Il trend positivo delle esportazioni di armi non accenna a diminuire, anzi è in crescita. I dati Istat del primo semestre del 2014 – comparati con quelli del primo semestre 2013 mostrano infatti un incremento in tutte le categorie. L’export italiano di “fucili e carabine” è passato da €107.954.164 a €124.539.587 (+15,4%); quello di “pistole e revolver” da €34.905.771 a €35.017.983 (+ 0,3%); di “parti e accessori” da €39.400.553 a €45.080.941 (+ 14,4%). E anche le esportazioni di “armi e munizioni” dalla Provincia di Brescia sono aumentate passando da €146.175.006 del primo semestre 2013 a €173.051.671 del primo semestre 2014 (+18,4%); lo stesso vale per quelle dalla Provincia di Pesaro-Urbino che sono passate € 46.804.318 a € 49.839.140 (+6,5). Insomma, nonostante le proteste degli armieri e armaioli lombardi per i “ritardi burocratici”, il business delle armi è florido e il mercato estero va a gonfie vele. Semmai ci sarebbe da preoccuparsi dei controlli: come ha ripetutamente segnalato la Rete italiana per il disarmo è dal 2008 che il parlamento non esamina le relazioni sulle esportazioni di armi e sistemi militari che i vari governi annualmente  hanno inviato alle Camere. E visti alcuni recenti affari potrebbe prendere in considerazione anche le esportazioni di “armi comuni”. Il “Made in Italy” avrebbe tutto da guadagnarne.
Giorgio Beretta





Gmane