Fabrizio | 2 Dec 2006 22:54
Picon

La verità che vivevo.

Proprio su questa pietra raffigurante Morradin, qui su questa parete del tempio a lui dedicato, posai la mia mano e aprii il cuore.
Proprio dove oggi, dopo così tanti dì e notti, torno a stringere questa sacra antichità, a sfiorarla con le dita e a schiacciarla con il palmo.
 
I sentimenti sono prigioni inevitabili.
 
I vetri raffiguranti pace e prosperità, così grandi, colorati ed antichi.
E la sala principale, lunga. Centinaia di posti a sedere per seguire la messa.
Panche in ebano disposte su tre file, ai lati statue raffiguranti Morradin, Berronar e Clangeddin, tutte in oro lavorato.
Così perfetto.
Le colonne, imponenti, in marmo. Per girar loro intorno non bastavano dieci passi.
E l'aria austera ma rassicurante, che t'imprimeva coraggio e lealtà nel cuore.
 
Mia casa, mia dolce casa, il tuo fedele figlio di nome Tarrus è tornato.
 
Qui io studiai per anni.
Qui passai la mia infanzia.
Da qui iniziai il percorso della mia vita..
Gli insegnamenti di Morradin furono parole di padre, ma di Clangeddin fu la strada da seguire.
 
Accarezzai la pietra, ne percepii il sapore antico che provai anni fa.
Immagini e ricordi che scorrono.
All'epoca, pensai, amavo giocare e studiare.
Non m'interessavano donne e avventure ai limite del pericolo.
La verità è che da bambini si capisce tutto.
Poi però si cresce e si diventa più..."stupidi"...se così posso dire. 
Il cuore chiede di amare una donna, il cuore ti chiede di provare emozioni forti mettendo a repentaglio la tua stessa vita, il cuore vuole circondarsi di persone con un cuore affine...
Accetto e gradisco l'ultimo desiderio del cuore...ma non i primi due.
Perchè l'amore verso una donna ha la capacità di tagliarti il cuore in due con una cesoia. Un taglio che può essere lungo anni. 
Ma riuscite ad immaginare il dolore di un taglio lungo anni?
E non accetto nemmeno il secondo desiderio, perchè se il pericolo non va a buon fine...non avrai altri pericoli da affrontare in futuro.
E nemmeno altri giorni di pace in cui cullarti.
No, non accetto questi due desideri.
 
Ma non sono riuscito a fermarli.
Non sono riuscito a non dar retta al mio cuore.
 
E ho sofferto.
Si dice che ciò che non ti uccide ti fortifica.
In parte è vero...ma in parte no.
Ci sono ferite che non si cicatrizzano e che rimangono e rimarranno sempre aperte.
Si dice che siamo noi i medici di noi stessi.
In parte è vero...ma anche in questo caso, in parte no.
La nostra salute dipende da noi. Ma una ferita che ti spezza il cuore la può curare solo chi te l'ha procurata.
 
Tarrus camminava lungo le pareti del tempio, accarezzandole con l'indice della mano sinistra.
Arrivò alla statua di Berronar Truesilver.
- ...Berronar - bisbigliò.
Tarrus appoggiò la fronte alla base della statua. Si lasciò andare.
- ...perchè Berronar?
Chiedeva spiegazioni di quella chierica umana, persa tanto tempo prima.
- ...come può un amore morto e sepolto restare così tanto a lungo in vita? Oh Berronar...io che ti pregai di farla tornare da me, di darmi un'altra opportunità in futuro...come può essere, dopo così tanto tempo...questo mio dannato modo di vivere i sentimenti, scavando ed acquisendo tutto ciò che posso...
 
Levò la fronte dalla statua. Tornò in forze. - Non essere pietoso, Tarrus.
 
Continuò a percorrere il perimetro del tempio.
Col cuore in gola e la mente confusa da ricordi che si sovrapponevano.
 
Tornò all'ingresso.
Uscì. E senza voltarsi si diresse verso casa dei suoi genitori. Verso casa sua.
Anni or sono.
 
                                                                                                                            Tarrus

__._,_.___
Mio Yahoo!

Passa a Mio Yahoo!

Tutti i tuoi feed

in una sola pagina

Yahoo! Gruppi

Crea un gruppo

In sole tre mosse

E condividilo!

Y! Toolbar

Scaricala gratis

Accedi ai Gruppi

in una sola mossa

.

__,_._,___
Fabrizio | 2 Dec 2006 23:56
Picon

Madre, padre, un pianto lungo quasi un secolo.

Rivedere le strade di Tin-Agh-Na mi aveva provocato così tante forti emozioni che dovetti fermarmi e sedere alla taverna di Tharn.
La suddetta taverna era la più frequentata della città, nata in onore del fondatore di Tin-Agh-Na, colui che sconfisse il drago rosso che prima viveva in questi luoghi, il famosissimo nano Tharn, per l'appunto.
La sua figura, qui a Tin-Agh-Na e nella vicina Tin-Agh-Dell, è venerata come quella di un dio.
Le leggende narrano che Tharn fosse la reincarnazione di Clangeddin, venuto nelle terre di Alar per salvare la razza nanesca dalle carneficine a cui il mio popolo era sottoposto da draghi e giganti.
Se quella leggenda rispecchia la verità, tutti possono affermare che l'obbiettivo fu raggiunto.
 
E dopo il riposo, qualche salita più in là, ecco il mio vicino di casa, intento a pulire il giardino. Spalle ricurve, barba lunga e bianca. Ma lo stesso sguardo di un tempo.
Coramar era un buon nano. Sposato, con due figlie. Da bambino pensavo di essermi innamorato della più giovane. Aveva un solo anno in meno di me.
Ma col tempo capii che era solo amicizia.
 
E poi...casa mia.
Lo stesso giardino...le stesse pareti...lo stesso tetto. Tutto era rimasto come un tempo.
C'è una cosa che la mia razza è capace di tenere in vita nel tempo: le tradizioni e la propria identità.
Possono passare anche mille anni, ma ciò che abbiamo amato e vissuto, non lo modifichiamo o distruggiamo o rimpiazziamo. Lo teniamo in vita.
E per un nostalgico come me, questa capacità d'immobilizzare il tempo almeno all'apparenza, è una manna dal cielo.
Ho sempre amato tutte le razze. Nani, umani, elfi, halfling, gnomi e così via. Perchè ciò che fa di un uomo un uomo non è la pelle, bensì l'anima.
Eppure, ritengo che le carte non debbano essere mischiate.
Tin-Agh-Na è una città nanesca. E vi abitano solo nani. E io la adoro anche per questo.
Adelnor è una città multirazziale e ben venga. Ma l'identità, l'anima, il cuore, la storia della città...che fine hanno fatto?
Questa è casa mia.
 
Si diresse verso casa con il cuore che palpitava così prepotentemente da sembrare che volesse uscire dall'armatura di piastre.
Oltrepassò il cancelletto e una sensazione di benessere lo pervase.
Fece ancora qualche passo. Il giardino, ai suoi fianchi.
La porta di casa, in legno massiccio, con una finestrella per la vista.
Una delle più belle case di Tin-Agh-Na.
Tarrus non nascose mai le sue origini nobili. Non riteneva le riteneva nè un pregio nè un difetto, bensì un semplice stato in cui era venuto a trovarsi dalla nascita.
 
La casa era sviluppata su due piani. Al piano inferiore vi erano il soggiorno, il bagno, la cucina e tre camere. Una di queste era la camera da letto dei suoi genitori.
Al piano superiore vi erano le tre camere da letto con i tre rispettivi bagni. Tarrus, il fratello maggiore Unail e la sorella minore Berenich.
Dopo l'abbandono dell'ordine del Dragone non seppe più nulla dei suoi familiari.
Aveva paura che avessero saputo. Che si fossero arrabbiati o, peggio ancora, fossero rimasti delusi.
Tornò in mente quella paura.
 
- Io non ho più paura.
 
Bussò. Nei brevi istanti, prima che la porta si aprisse, immaginò i genitori e i fratelli...come potevano essere cresciuti e cambiati...pregò che fossero tutti ancora vivi.
 
Un solo istante e...
la porta si aprì.
 
Un nano, anziano, con capelli e barba bianchi come la Luna piena, robusto e dall'aspetto fiero. La barba aveva splendide treccine, ferme e perfette.
Sguardo in terra e borbottio - Ma dove sono quei figli sfacciandati...mai che aprano questa bened... 
Il nano sollevò lo sguardo.
Si ammutolì.
La bocca sembrò tremargli per provare a dire qualcosa, gli occhi bianchi come il ghiaccio divennero lucidi e dolci. Tutto in un boccone.
 
Feci un passo in avanti, aprii le braccia tanto quanto basta per abbracciarlo. Mi fermai un istante. Mio padre restò immobile, come pietrificato.
Feci un altro passo in avanti e lo strinsi a me. Dalla felicità quasi lo sollevai da terra.
Gli diedi due deboli pugni sulla schiena. Appoggiai la testa sulla sua spalla e piansi. Con tutto il cuore. Sentivo scendere lacrime dagli occhi che non volevo assolutamente fermare.
 
- ...figlio mio...figlio mio...
 
Sentivo la sua stretta, tanto forte quanto dolce e calorosa.
Pensai a quanta gente avevo abbracciato. Quanta gente aveva bisogno dei miei abbracci.
Ma mai nessuno riuscii a stringermi come oggi.
 
Rimanemmo così per alcuni secondi, forse minuti.
Poi ci guardammo negli occhi pieni di lacrime, naso contro naso. E ci abbracciammo ancora.
 
Unail e Berenich rimasero immobili, dietro mio padre, a guardarci. Increduli. Come un fulmine a ciel sereno.
Mia madre era dietro di loro. E piangeva, in silenzio, con le lacrime che le rigavano il volto.
Si avvicinarono, i miei due fratelli.
Quando mio padre allentò la presa, subito loro due mi fecero prigioniero.
Dolce prigioniero.
Un pianto lungo quasi un secolo.
 
E quando gli animi sembrarono placarsi e ripresi fiato, vidi mia madre. Ancora lì, ferma dove la notai al mio primo istante. Immobile, a piangere in silenzio.
Così accarezzai i capelli dei miei fratelli, ma con gli occhi fissi su mia madre.
Mi avvicinai a lei e...ad un solo passo avvicinò le sue mani alle mie guancie. Mi accarezzò con il dorso delle dita, poi con il palmo.
- ...sei proprio tu...Tarrus...
Acconsentii con un cenno del capo.
Portò la mano dietro la mia nuca e mi avvicinai a lei. E l'abbracciai, con una forza che tenevo delicata.
Quell'abbraccio fu una liberazione lunga quasi un secolo di solitudine.
 
Unail chiuse la porta.
Mi circondarono. In silenzio.
 
- ...allora non sei morto...mio figlio è ancora vivo...è ancora vivo...
 
A me la prossima mossa
Io non ho paura..
 
                                                                                                                            Tarrus

__._,_.___
Mio Yahoo!

Passa a Mio Yahoo!

Tutti i tuoi feed

in una sola pagina

Yahoo! Gruppi

Crea un gruppo

In sole tre mosse

E condividilo!

Y! Toolbar

Scaricala gratis

Accedi ai Gruppi

in una sola mossa

.

__,_._,___
Picon
Favicon

provola


__,_._,___
Ryon | 4 Dec 2006 20:28
Picon
Favicon

[Licantropi - La ricerca] La forza di un codardo

La forza di un codardo



Si erano appena addormentati, chiusi in un carro e legati come salami. Che bella fine che avevano fatto i tre avventurieri! Un attimo prima di chiudere gli occhi Shandalar pensò a quanto il destino si era dimostrato beffardo nel fargli incontrare quel nano, quei due stranieri fino addirittura ad unire il suo cammino con il loro. E ora grazie a una di loro si trovava legato senza possibilità di salvarsi. "Che fortuna" pensò un attimo prima di chiudere gli occhi.

Che tristezza vedere Astral e Selerman lì di fronte a lui con il viso rigato dalle lacrime. Non dovevano piangere... Dovevano sorridere... ricordare quelle risate che li avevano uniti, rammentare la gioia che li aveva colti ogni volta che con successo erano riusciti a salvare la propria pelle in situazioni pericolose. Avrebbero dovuto rammentare il perchè stava lì... Legato ad un palo in mezzo alla folla.
Stava per essere giustiziato...
Eppure non dovevano piangere! No. Lui si era donato a loro, con tutta la sua vita per salvarli, per permettere loro di vivere ancora. Il loro cuore avrebbe dovuto ora sorridere per quel gesto di amicizia con cui voleva avvolgerli in un abbraccio protettivo.
Loro lo avevano sempre salvato, protetto, aiutato. Ora toccava a lui ricambiare ed era felice.
"No!" pensò Shandalar mentre sotto di lui il calore del fuoco appena acceso avvolgeva tutta la paglia "No Astral... fermati! Non venire da me. Continua a vivere insieme a Selerman e lascia che io veda il mondo attraverso le vostre vite".
Avrebbe tanto voluto ora abbracciarli mentre li vedeva piangere... Ma sorrise... E continuò a sorridere anche quando le fiamme avvolsero tutto il suo corpo, impedendogli di vedere i suoi amici. Avrebbe sorriso fino a quando la vita fosse rimasta in lui... Non avrebbe mai permesso che i suoi più cari amici vedessero anche solo per un attimo un segno di cedimento in lui, e che vivessero per sempre nel rammarico di quel dolore. Avrebbe continuato a sorridere per indicare loro la via verso il futuro.

Poi le fiamme sparirono e così il patibolo dove aveva lasciato i suoi amici.
Vide il suo maestro... Gli sorrise... vide i suoi genitori adottivi... anche loro sorridevano. Sorridevano per il coraggio mostrato.
Ramansoul lo guardò, gli pose una mano sulla spalla come solo un maestro sa fare con il proprio allievo. I suoi genitori erano spariti... erano rimasti solo loro due "Mio caro Shandalar questo è il futuro che ora ti attende. Tu puoi cambiarlo... ma non ricordare il coraggio che hai dimostrato in questo possibile cammino. Ricordati come sempre ti ho insegnato a lottare affinchè il bene che è in te avvolga le persone vicine. Ora va'... Aiuta i tuoi compagni e affronta la vita con loro. Mostra loro il tuo cuore e lascia che loro mostrino a te i loro. Va'... sei libero ora!"

Shandalar riaprì gli occhi di colpo. Un altro sogno... ancora...
Si guardò intorno e riconobbe al buio l'interno del carro dove era stato portato con Selerman ed Astral. Portò una mano alla fronte per asciugarsi la fronte e solo allora realizzò di non essere più immobilizzato dalle corde. In qualche modo si era liberato durante il sonno. Si alzò in piedi, e si avvicinò subito ad Astral per liberarla. In quell'istante rammentò il volto dolorante e piangente di lei che si disperava nel suo sogno. Rammentò la sua esecuzione... Una goccia fredda di sudore scese lentamente da una tempia e bagnò le sue labbra. Passò diversi istanti fermo così, di fronte a lei... Poi si alzò e uscì dal carro precipitandosi nella fredda notte.
Corse evitando ogni rumore... Nella paura aveva la forza di evitare ogni gesto inconsueto che potesse lasciar trapelare la sua fuga a chiunque.
Aveva paura... Non voleva morire... Non voleva.

Scappò... Questa si dimostrò la sua forza. Fuggì senza neppure dire ai suoi compagni perchè si comportò così... Scappò senza neppure scusarsi... Scappò senza avvisarli del pericolo che li stava aspettando e della verità che lui aveva appreso grazie ai suoi sogni.
Ma ormai era troppo tardi e lui stava correndo nei boschi avvolto da una paura che serrava il suo cuore, come un serpente che avvolge la sua preda. Lo stringe finchè questa non esala il suo ultimo respiro, e nel farlo non ha fretta. La serpe sa che, per quanto la sua vittima possa resistere, alla fine sarà la sua morsa a dominare e lei finalmente si ciberà della carne inerme che a lungo ha stretto.
Anche Ramansoul lo sapeva... Da quel momento avrebbe smesso di vegliare sul suo allievo, incapace di affrontare con coraggio la vita e che da allora in poi avrebbe vissuto per sempre nell'ombra, come un codardo, scappando dalla vita fino a quando questa non lo avesse reclamato a sé nella morte!



Ryon
Alar... Terra di Eroi
__._,_.___
Mio Yahoo!

Passa a Mio Yahoo!

Tutti i tuoi feed

in una sola pagina

Yahoo! Gruppi

Crea un gruppo

In sole tre mosse

E condividilo!

Y! Toolbar

Scaricala gratis

Accedi ai Gruppi

in una sola mossa

.

__,_._,___
Ryon | 4 Dec 2006 20:39
Picon
Favicon

[Licantropi - La ricerca] Sangue Drow

Sangue Drow



Era ancora notte fonda e la carovana si era addormentata. La strada era deserta e il limitare del bosco sul versante dei Monti delle Lame appariva cupo in quella notte priva di luna. Solo due figure si guardavano intorno ancora sveglie, mentre persino gli animali notturni decidevano di non uscire dai loro ricoveri. Una di queste figure si guardava intorno anche se il buio limitava assai la sua visuale, l'altra invece appariva più acuta nell'osservare; eppure nulla di particolare avrebbe visto quella notte... se non il bosco e la strada unirsi all'oscurità lungo l'orizzonte. Astral e Selerman erano in piedi vicino al carro nel quale erano stati imprigionati. Da una parte la libertà, all'interno di quella notte scura, dall'altra un carro accogliente dove riposare e parlare tranquilli... Magari per cercare di dare qualche spiegazione al gesto incomprensibile del loro ex compagno...
Una civetta da lontano fece sentire il suo verso notturno. Probabilmente era giunta per lei l'ora di uscire dalla sua tana e cercare qualche topo di cui cibarsi. Fu quel verso che riportò i due dai loro pensieri alla realtà. I loro sguardi si incrociarono ed entrambi capirono che ora avrebbero dovuto scegliere cosa fare nell'immediato futuro: se fermarsi o andarsene.
Selerman stava per dire qualcosa, quando Astral gli fece segno di entrare nel carro, così da non essere sentiti da tutti. E quello, al suo gesto, si alzò ed entrò dietro di lei. La mezzadrow socchiuse le porte, si sedette il più comodamente possibile e solo allora si apprestò ad ascoltare il suo compagno.
Selerman le si rivolse subito chiedendo: "Allora, hai deciso? Vuoi rimanere qui?"
"Beh Sel... adesso come adesso è inutile e sciocco che ci rimettiamo in viaggio a caso nella notte, perché è più rischioso che altro... e poi avrei delle cose da chiedere a quell'uomo, per quanto mi risulti antipatico..."
"Infatti, anche io pensavo di ottenere alcune informazioni dal lui... sulla fuga di Shandalar, che non riesco proprio a spiegarmi, e sulla sua diffideza verso i drow che gli hanno rubato chissaché". rispose l'umano a bassa voce.
"Sì ma... non sono informazioni a caso quelle che voglio.." cercò di precisare meglio lei "Insomma... noi stiamo cercando un gruppo composto da umani e drow giusto? E quest'uomo è stato attaccato da alcuni drow! Magari c'è un collegamento fra le due cose non credi? Questa per lo meno è stata la mia impressione... magari è sbagliata... ma mi piacerebbe verificarlo! In fondo non abbiamo altre tracce da seguire finora..."
"E' proprio questo che intendevo dire..." puntualizzò Selerman, e aggiunse ironicamente "Ti facevo più acuta come chierica!”.
Astral lo fissò inarcando un sopracciglio "Scusa... era questo che intendevi... quando?"
"Quando ho parlato di voler informazioni sui drow che lo hanno derubato!" spiegò il guerriero dandosi una pacca sulla fronte.
"Bene, allora se abbiamo avuto la stessa idea è inutile fare dell'ironia." tagliò corto lei secca. Poi si avvolse meglio nel mantello e si immerse nei suoi pensieri piuttosto risentita, attendendo che spuntasse il giorno.
"E va bene, va bene, ho capito... meglio dormire per il resto della notte." concluse lui "Buona notte" le augurò e si sdraiò sulla panca.
"Buona notte..." rispose Astral laconica. °°°Ma perché quest'uomo deve essere così irritante a volte??°°° pensò poi infastidita °°°O forse sono io che oggi sono particolarmente irritabile... e sarebbe anche comprensibile... dopo tutto quello che è successo! Scambiati per criminali! Ma come si è permesso quel tipo?? Calma Astral... arrabbiarsi non serve a niente no? Domani parlerete, ti farai raccontare quello di cui hai bisogno... e poi andrai per la tua strada! Almeno lo spero...°°°
Anche nella mente del guerriero vorticavano pensieri, ma di tutt'altro genere:
°°°Chissà che fine ha fatto quello stupido mezz'elfo! ho sbagliato a fidarmi di lui, era meglio lasciarlo nella trappola del nano... e invece me lo sono portato dietro... Ahhhh, che vada alla forca, quel fottuto traditore!°°°
La notte passò. Evidentemente i due erano stanchi poiché sobbalzarono quando uno degli uomini del mercante venne a svegliarli esclamando bruscamente: "Alzatevi se volete fare colazione".
Poi come era comparso così se ne andò.
Astral si levò subito in piedi e uscì alla chiara luce del sole, guardandosi intorno. Selerman si alzò dalla panca sulla quale era sdraiato, ma aveva la mente lucida: era sveglio già da un po’. Questo non evitò però che i suoi muscoli fossero ancora indolenziti per aver dormito in quella scomoda posizione.
Usciti dal carro i due videro gli uomini seduti intorno al fuoco ormai spento, di cui ancora si poteva sentire lo scoppiettio della brace, che mangiavano avidamente del porridge freddo e bevevano quello che sembrava latte di mucca. In disparte il mercante stava parlando con un uomo che il giorno prima non avevano visto.
Selerman sorpassò la chierica e andò a sedersi vicino al fuoco. Poi si spostò un po’ di lato per far posto anche a lei, mentre raccoglieva una ciotola di porridge dalle mani di uno degli uomini che la notte prima l'avevano legato. La mezzadrow voleva parlare con il mercante prima possibile, ma vedendolo impegnato in un'altra conversazione non volle essere giudicata importuna. Si avvicinò quindi agli uomini che mangiavano e chiese del cibo, in modo da rimettersi in forze. Con la coda dell'occhio però continuava a osservare quei due.
"Allora, come hai passato stanotte?" le chiese il guerriero tentando di mostrarsi gentile.
"Bene, grazie, signor ironico..." replicò lei, ma con un mezzo sorriso sulle labbra e apparentemente non più arrabbiata.
Il mercante stava parlando con un individuo basso, un halfling, vestito di abiti neri e con il viso sporco di fuliggine. A un certo punto iniziò a grattarsi il mento, gesto che sottolineava il suo disappunto verso qualcosa; poi si girò a guardare i suoi uomini. Osservò i due stranieri e poi, voltandosi verso l'halfling, gli fece cenno di andarsene.
Selerman pensò che quel nanerottolo poteva essere un ladro, o al massimo una spia e si chiese che affari avesse con il mercante.
"Forse adesso è l'occasione giusta per parlare con il nostro diffidente ospite..." gli sussurrò la chierica.
"Si, lo credo anche io. Su, andiamo!" rispose lui alzandosi.
Astral lo imitò e si diressero insieme verso il mercante.
L’uomo li guardò avvicinarsi senza muoversi. Aveva capito che volevano parlare con lui e non aveva nulla in contrario.
"Buona giornata" lo apostrofò la chierica avvicinandosi.
"Buongiorno" disse anche Selerman.
"Buongiorno a voi. Spero che abbiate riposato bene"
"Si, e vi ringraziamo di averci ospitato per la notte, anche se, considerato come ci avete trattato ieri, mi sembra il minimo." concluse il guerriero.
"Non mi lamento, grazie" rispose da parte sua Astral con un mezzo sorriso "Ora possiamo parlare? Avremmo alcune domande da farvi, e se sarete così gentile da soddisfare la nostra curiosità vi ringrazieremo molto, perché forse potete aiutarci"
"Era il minimo trattarvi così, vi devo ricordare come abbiate cambiato più volte le vostre intenzioni, e come la vostra presenza sia alquanto sospetta? Comunque chiedete pure e vedremo se sarò io ad aiutare voi o il contrario" fu la risposta.
Selerman si limitò a guardare la compagna, anche se non sperava di riuscire a cavar molto dalla bocca del mercante.
"Ebbene... voi avete detto che un gruppo di drow vi ha rubato una cosa molto importante... non voglio naturalmente chiedervi che cosa se non desiderate voi per primo dircelo, ma mi interesserebbe sapere qualcosa di più su questi drow... perché, vedete, anche noi stiamo cercando un gruppo di criminali di cui fanno parte anche dei drow... e magari si tratta dello stesso gruppo..." disse lei.
"E per quale motivo state cercando un gruppo di drow?"
"Per il motivo che vi ho già detto... sono dei criminali... e dobbiamo fermarli..." rispose la chierica.
"Fermarli? Quindi questo fa presumere che stiano per compiere qualche nefandezza..."
"Potrebbe essere."
"E come sarebbe composto precisamente questo gruppo così da voi ricercato?"
"E' formato da umani e drow, ma non sappiamo nulla di più" intervenne Selerman, aggiungendosi al dialogo tra i due.
"Se voi ci parlaste del gruppo che vi ha aggredito, potremmo almeno cercare di capire se può essere o meno quello che stiamo cercando" aggiunse lei.
Il mercante abbassò la testa, quasi a soppesare le parole. "Un particolare inconsueto quello di drow e uomini insieme... Ma soprattutto io non ho detto che i drow mi hanno aggredito, chierica, ma che mi hanno derubato."
Astral alzò gli occhi al cielo. "Va bene, allora il gruppo che vi ha derubato! Comunque se dite che sono stati dei drow li avrete visti!"
"Certo chierica" rispose quello sorridendo beffardo "Vedo però che la vostra pazienza è limitata. Strano per un chierico di Lathander... Forse che il vostro spirito drow sia in realtà più forte della fede nel vostro dio? Ho il timore che potreste da un momento all'altro sguainare la spada e tentare di uccidermi, come farebbe qualsiasi drow purosangue"
"La mia pazienza ha un limite come quella di tutti... vi divertite forse ad esasperarla?" sibilò lei gelida "Io sono una chierica di Lathander, ed è QUESTO che mi caratterizza!"
"Davvero? Allora ditemi, come può una chierica di Lathander essere così aggressiva in un dialogo e portar così poca pazienza? Siete sicura di esser veramente una fedele servitrice di Lathander?” poi proseguì rivolto a Selerman “Certo che voi guerriero avete del fegato a viaggiare con un essere che sarebbe capace di accoltellarvi nella notte! Ammiro il vostro coraggio."
Il guerriero stava per perdere veramente la pazienza. Si chiese se anche in lui ci fosse sangue drow, e rivolgendosi al mercante disse: "Affatto, Astral è più innocente di molti umani che ho conosciuto!"
La mascella della mezzadrow nel frattempo scattò in avanti e senza volerlo si sorprese ad urlare: "QUESTO NON STA A VOI METTERLO IN DUBBIO NON CREDETE?!"
Selerman si girò verso di lei sorpreso... era la prima volta che la sentiva urlare... e le sue parole sembravano buttate al vento dal comportamento della chierica.
°°°Era questo il momento adatto per una crisi di nervi?!°°° Si domando l'umano.
°°°Stai calma... adesso stai esagerando... non mi sembra il caso di perdere la calma per così poco!°°° tentò di pensare Astral. Ma un'altra parte di lei, più profonda e viscerale rispose: °°°E perché mai dovresti stare calma? Quest'uomo ti sta insultando! Ti insulta ripetutamente! Ha ragione? E' vero che sei una drow? E' vero che sei come tuo padre?°°°
Selerman concentrò l'attenzione sul mercante: "Perchè prima non ci dice il suo nome? Forse così la mia compagna potrà porsi in maniera più idonea nei suoi confronti" sbottò "E poi non mi sembra che vi abbiamo chiesto chissachè, cercavamo solo informazioni riguardo al gruppo che vi ha derubato".
"Beh di certo ora non posso dire che la mia compagnia vi aggradi. Il mio nome è Rothen se tanto ci tenete a saperlo...  Mentre voi guerriero se non erro vi chiamate Selerman e voi chierica rispondete al nome di Astral" la parola chierica era stata detta con sufficienza. Era chiaro come il mercante non considerava affatto Astral una degna rappresentante di Lathander.
°°°Almeno ora siamo pari...°°° pensò lui e proseguì, tentando di convincere quello a parlare: "Come era formato il gruppo che vi ha assaltati? Potrebbe essere il nostro!"
"Sì... Coloro che ho incontrato potrebbero essere i drow che cercate. Li abbiamo incontrati lungo la strada e, forte dei miei uomini, ho pensato di catturarli per intascare un'eventuale taglia... Ma ahimè i miei uomini e io siamo stati colti di sorpresa nel vedere come due umani li stessero aiutando e fummo così sconfitti"
L’uomo aveva appena finito di parlare che Astral, mostrando di non aver nemmeno sentito le sue ultime parole, sbottò: "Puoi anche continuare a chiamarmi chierica, mercante! Puoi continuare a chiamarmi così finché non te ne convinci! E NON INTENDO SPRECARE IL MIO TEMPO CON QUALCUNO CHE NON HA NESSUNA INTENZIONE DI CREDERMI!!"
Detto questo si volse di scatto e si mi se a correre verso il carro dove avevano passato la notte, lanciando prima di sfuggita un'occhiata a Selerman. In quel breve attimo il guerriero vide che gli occhi della mezzadrow erano diventati rossi, ma non rossi per la rabbia o per le lacrime: l’iride era diventata di un colore rosso cupo, come il sangue. Il guerriero rimase per un attimo impietrito dalla sorpresa.
"Interessante... Ecco forse la sua vera natura?" commentò il mercante. Poi si rivolse a due dei suoi uomini dicendo: "Voi seguitela e se scappa o tenta qualcosa fermatela. Non voglio correre rischi con una di loro, sia pur mezzosangue."
Selerman non aspettò nemmeno che Rother finisse la frase e già si ritrovò ad inseguire la compagna. Appena iniziò a correre anche gli uomini di Rothen si mossero dietro di lui. Il mercante nel frattempo si avviò camminando verso il retro del carro per vedere con i suoi occhi la scena.
Astral era girata dietro al carro e si era appoggiata ad esso, tremando di rabbia. Non riusciva a calmarsi. °°°Maledetto bastardo! Come si permette! COME SI PERMETTE??!! Non sta a lui giudicarmi, non deve farlo! Lui non sa! Non sa! E spara giudizi! Come tutti, sempre!!°°°
Il guerriero la raggiunse e si mise di fronte a lei.
"Che ti succede, Astral? Non è da te arrabbiarti solo perchè qualcuno non ti crede." Esclamò, osservandola di nuovo in viso e sperando che il colore degli occhi che aveva visto prima fosse dovuto solo al riflesso del sole.
La mezzadrow voltò lo sguardo verso il suo compagno. Gli occhi erano sempre uguali. °°°Anche lui non capisce... però lui non giudica...°°° pensò di sfuggita. Poi chiuse gli occhi e si costrinse a respirare profondamente.
Selerman rimase impietrito, ma solo per pochi secondi... Non sapeva come comportarsi... Era diventata un pericolo? E doveva dirglielo? Si disse di no... probabilmente avrebbe solo peggiorato le cose.
Nel frattempo i due uomini erano arrivati e si erano posti ai lati della donna. Dopo qualche istante giunse il mercante che, fermatosi a una distanza congrua, iniziò a parlarle: "Di certo così non mi convinci delle tue buone intenzioni... ma rafforzi le mie idee".
"Ma come puoi ancora parlare?" urlò il guerriero girandosi di scatto. Aveva paura che il comportamento di Rothen peggiorasse solo le cose.
"Certamente il richiamo del sangue è forte...” proseguì però quello. Speravo che il saggio Lathander potesse cambiare la tua indole, ma forse sbagliavo. Forse neppure il suo potere può cambiare il tuo retaggio"
"Secondo te un drow scapperebbe dietro ad un carro a disperarsi? Se fosse veramente una drow, ti avrtebbe già ucciso!" concluse Selerman.
Astral riaprì gli occhi di scatto e fulminò gli uomini che le si erano posti a lato. Poi di nuovo si rivolse al mercante: "Manda via i tuoi uomini. Subito." Non urlava più. La sua voce ora era straordinariamente bassa... ma tesa come una corda di violino e gelida come un soffio di vento del nord.
"Mandarli via?" chiese il mercante rimanendo fermo e per nulla intimorito. Di certo dimostrava maggior fermezza e coraggio dei suoi uomini che invece fecero un passo indietro, colti da un leggero timore per la donna "Forse è il caso che li chiami tutti se non ti decidi a calmarti Astral. Non mi stai dando motivi di fiducia... Se non fosse per la lettera che mi hai fatto leggere e per la fuga del vostro compagno ora saresti ancora legata."
La mezzadrow sollevò di scatto un sopracciglio. "Perché, di cosa hai paura?" chiese con voce quasi dolce "Hai paura che io ti faccia del male? Perché sei convinto che io sia una drow, vero? Io sono come loro, non è vero?" mentre parlava la sua voce si alzava sempre di più "Anche tu, come tutti hai la pretesa di giudicarmi, vero? Pensi di sapere chi sono io, non è così? BENISSIMO! SE PENSI DI SAPERLO, PERCHè DOVREI DELUDERTI?!" e detto questo sguainò la spada, mentre il rosso dei suoi occhi si infuocava ancora di più. Subito dopo si gettò contro all'uomo che si trovava alla sua sinistra, con una luce quasi di follia nello sguardo.
"E così è il mio giudizio che ti fa scaldare? Se il solo giudizio di una persona può far vacillare il tuo credo, questo dimostra soltanto quanto quel giudizio sia fondato. Schivatela per ora... " disse poi Rothen rivolto verso i suoi compagni. L'uomo aggredito da Astral saltò quindi indietro evitando l'attacco.
Selerman si oppose alla chierica, tentando di fermarla. Non era proprio il caso di fare una carneficina... Mettendole da dietro e mani sulle spalle urlò: "Astral ritorna in te! Non è così che agisce una devota di Lathander... che ti succede?!" Il guerriero fallì però nel tentativo di tenerla ferma, non riuscì anzi neppure a trattenerla. L'ira della donna era apparentemente incontrollabile.
"Allora, la tua devozione è così fragile? Sai, è divertente vedere come un essere della tua specie sappia parlare ma sia incapace di agire e di calmare il proprio cuore."
La chierica sentiva le parole del mercante correrle dritte fino al cuore. Erano insopportabili, non poteva, non DOVEVA tollerarle! Lanciando un urlo di rabbia scagliò a terra la sua spada, imbracciò l'arco e incoccò una freccia, mirando dritta a lui.
"Se è stato il mio giudizio a farti arrabbiare, non ti rendi conto che ora questo stesso giudizio sta peggiorando? E non solo in me, ma anche negli altri uomini che sono qui con noi e forse anche nel tuo compagno..." Notando poi le sue intenzioni disse: "Vuoi uccidermi? Sai questo cosa significherà per te? Verrai catturata dai miei uomini e poi condotta alla prima città dove verrai giudicata. E lì condannata alla forca. Non potrai esser salvata e la tua anima una volta morta non verrà certo accolta tra le schiere del dio in cui credi!"
Astral udì queste parole mentre tentava di prendere la mira e fu come se un gigantesco macigno le si fosse posato sul cuore. Impallidì e scoccò senza decisione, cosicché la freccia si piantò nel terreno a pochi passi da lui. Poi di colpo cadde in ginocchio, si prese la testa fra le mani e urlò. Fu un grido lungo, a metà fra la rabbia e la disperazione, e alla fine vennero le lacrime... Si rannicchiò ancora di più su se stessa e, dimenticando l'arco, dimenticando la spada, il mercante, gli uomini che la osservavano, il suo compagno, si lasciò andare completamente al pianto, singhiozzando.
Selerman aveva osservato tutta quella scena senza battere ciglio dopo che lei si era liberata dalla sua presa... la rabbia... la violenza... e poi l'arco e la freccia... Per fortuna che aveva mancato il bersaglio, altrimenti si sarebbero trovati nei guai, più ancora di quanto non lo fossero già. Non appena la vide scossa dai singhiozzi le si avvicinò, si chinò davanti a lei e le alzò il capo, asciugando una sua lacrima.
Rothen a quel punto si girò.
"Lasciateli soli... Tornerà dopo a chiederci scusa. Ora andiamo di nuovo a mangiare." ordinò ai suoi uomini, incamminandosi con la stessa lentezza e tranquillità di quando era arrivato lì dietro al carro per assistere al momento di pazzia della donna. Tutti ora avevano avuto modo di vedere quel lato che Astral con tanta fatica soffocava dentro di sé.



Astral & Ryon
Alar... Terra di Eroi
__._,_.___
Mio Yahoo!

Passa a Mio Yahoo!

Tutti i tuoi feed

in una sola pagina

Yahoo! Gruppi

Crea un gruppo

In sole tre mosse

E condividilo!

Y! Toolbar

Scaricala gratis

Accedi ai Gruppi

in una sola mossa

.

__,_._,___
Fabrizio | 5 Dec 2006 00:58
Picon

Oh, Berenich.

Vi è un punto più alto, a Tin-Agh-Na.
Le ultime mura, quelle che puntano verso nord.
In alto, proprio in alto, seguendo sentieri stretti e ripidi, quasi a scalarli, vi è un angolo di giardino.
Piccolo, curato, diviso da aiuole curate da un custode geloso.
 
Da quel piccolo triangolo si può osservare il passaggio delle nuvole del nord o con il sereno i confini del cielo.
 
Conobbi quell'angolo di paradiso durante un escursione scolastica.
E più e più volte vi tornai, negli anni.
Quel luogo era divenuto un abbraccio in cui mi sentivo riparato, intoccabile.
 
Vi era, anzi vi è, un piccolo chiosco dedicato a Berronar Truesilver. Ed un libro. Qui la gente scrive poesie o richieste, sogni o desideri.
Tornai di nascosto a Tin-Agh-Na pochi giorni dopo la partenza di Crysantii.
Mi diressi solo ed unicamente al chiosco. E scrissi:"Fa che Tarrus e Crysantii possano vivere insieme, un giorno".
 
Sono passati così tanti anni.
 
Tarrus accarezzò una pagina, poi la girò e con gli occhi la scrutò, senza leggerne e, se non parole prese e spezzate, senza cercarne il significato.
- Ma ancora non è accaduto. E oggi non saprei più cosa... ...pensare ...forse...
 
Si voltò, con la testa fra i ricordi.
Uscì dal chiosco e si diresse alle panchine che davano sul panorama.
Abbandò l'idea di sedersi e si avvicinò alla staccionata, ultimo confine per toccare l'orizzonte.
Strinse il legno con le mani e s'immobilizzò.
Rimase a fissare il cielo, dritto avanti a sé.
L'abbraccio di un tempo.
 
Si sedette. E rimase lì fino a sera. In silenzio. Un po' piangendo, un po' ridendo. Tutto dentro. Impassibile all'esterno.
- era bella, vero?
Tarrus si voltò, rimanendo seduto.
Berenich gli sorrise, in piedi. Era ferma. Poi si sedette a fianco del fratello.
Tarrus tornò a fissare l'orizzonte avanti a sé.
- Sì. E aveva un sorriso incredibile. Unico. - sorrise, per un solo istante.
- Sapevo di trovarti qui.
Non ricevette risposta.
- ...e doveva essere molto in gamba.
- Lo era. Sì, lo era.
Berenich lasciò cadere lo sguardo fisso sul fratello. Poi guardò anch'ella avanti a sè. Senza osservare.
- Hai fatto il possibile.
Tarrus rimase in silenzio.
- Non puoi crucciartene per sempre. Hai combattuto e hai perso. Ma hai combattuto.
Il nano socchiuse gli occhi, abbassò leggermente lo sguardo. Senza osservare.
- Non ti sei più innamorato?
- ...no. No, non mi sono più innamorato. Una volta lo credetti...
- E poi?
- ...e poi scoprì che non fu così. - sorrise, leggero.
- Chi era? Un'altra umana?
- No. Era una nana. E la trovavo molto bella, sia dentro che fuori...
- ...e...
- ...e un solo gesto riuscì a far crollare i miei sentimenti per lei.
- Quale gesto, se non sono indiscreta?
- Sorella mia, tu sei l'unica a cui ho raccontato di questa donna. Nemmeno il mio più caro amico sa nulla.
Tarrus la guardò negli occhi. Parlarono così. Prometti? Sì sì, va bene...promesso, non lo dirò a nessuno. Va bene, mi fido.
 
- Una sera Arta venne a trovarmi al tempio, in gran segreto. Quella sera sarei rimasto da solo. Passammo del tempo insieme...
- ...avete...
- ...sì...abbiamo.
- Oh...
- ...dicevo...quella sera arrivò un messaggero al tempio. Mi consegnò una lettera. Staccai il sigillo e iniziai a leggerne le prime tre parole. Il testo iniziava con:"Mio caro agognato". Appena lette quelle poche parole, chiusi la lettera in fretta e furia e la misi in tasca. Cominciai a sentir battere il cuore con forza, come se camminasse sul mio petto con piedi di piombo.
- Perchè?
- ...perchè quelle tre parole erano spesso usate da Crysantii, quando scherzavamo.
- Ed era lei?!
- Dissi ad Arta che il mio miglior amico era sulla strada del ritorno e le chiesi di andare via. Quando la vidi scendere lungo il sentiero, chiusi le porte del tempio, tirai fuori il foglio e lo posi davanti a una candela, affinchè ne illuminasse bene le parole. Guardai il cielo prima di aprire la lettera. E bastarono poche parole seguenti al "Mio caro agognato" per farmi rendere conto che quella lettera non era stata scritta dalla donna che amai tempo addietro. Ma quelle tre parole mi bastarono per farmi rendere conto che la donna amata tempo addietro, era la donna che continuavo ad amare ogni giorno...ogni giorno...
- ...perchè pensavi che fosse Crysantii?
- Perchè il mio migliore amico la trovò e la conobbe. Gli chiesi di consegnarle una lettera. E lui lo fece...
- ...ma lei non rispose.
- Già. 
 
Silenzio.
 
- ...non riesci a fartene una ragione.
- Vedi sorella mia...io non feci tutto ciò che avrei potuto fare. Mi arresi prima della battaglia finale. E' vero...lei aveva già deciso di andarsene...ma io, forse, avrei potuto e dovuto dare e fare di più. E' per questo che non mi do pace.
- ...Tarrus...tu hai fatto il possibile. E lo sai bene. Lo sai meglio di me e di chiunque altro. Quando una donna decide di chiudere un capitolo, nessuno può fermarla. Nemmeno un dio.
Berenich allungò la mano sul viso del fratello. Lo accarezzò, guardandolo negli occhi.
- Io sono certa che quella donna valga tutte le tue sofferenze. Sono certa che doveva essere una donna straordinaria. E forse sarò crudele nel dirti...che un vostro futuro assieme sarebbe stato perfetto per entrambi. Perchè lo leggo nei tuoi occhi.
Tarrus abbassò lo sguardo. - Lo so.
- Già. Tarrus. Proprio così. Ma parliamo di così tanti se. Parliamo di un futuro che non c'è e non si è venuto a creare. Tu stai vivendo un'altra vita. E la tua nuova vita deve andare avanti senza di lei. Capisci?
- ...sì. Sì. Lo so.
La donna accarezzò gli angoli esterni degli occhi di Tarrus.
- Tu per me ci sarai sempre, fratello mio.
- Come tu ci sarai per me.
 
Silenzio. Orizzonte.
 
- ...e comunque...mia cara sorella...in questi anni ho vissuto, riso e sono stato felice. Per la maggior parte del mio tempo. 
Tarrus sfidò con gli occhi la sorella.
- ma ahimè...capitano periodi in cui le stelle giocano una certa pressione sui miei sentimenti...e io subisco...
- Combatti!
- Certo!
- Allora posso andare? Sono stata brava?
- Sì...puoi andare. Sto molto meglio.
 
Berenich si alzò e fece per andarsene, prima che Tarrus la fermasse.
- Sorella...
- Sì Tarrus?
- Grazie. Grazie di cuore.
- Di nulla, fratello mio. Siamo una famiglia...e una squadra, se necessario.
Fece per andarsene ma fu nuovamente fermata.
- Berenich...
- Sì?
- C'è una cosa che non ti ho detto...ed è molto importante.
Il tono di voce del sacerdote di Clangeddin divenne improvvisamente serio e tetro.
- Promettimi che non la dirai a nessuno.
- ...va bene...non lo dirò...
- A nessuno.
- ...a nessuno.
- Io non combattei fino alla fine per Crysantii. Io non combattei fino alla fine. No.
Berenich rimase in silenzio. Ebbe uno strano sentore che le creò un brivido lungo la schiena.
- Cosa intendi dire?
- I suoi demoni mi si mostrarono. Ma io rimasi immobile davanti a loro. Completamente pietrificato. Provai una paura mai provata prima. 
- cos...
- Vuoi sapere perchè non riesco a farmene una ragione... - continuò Tarrus con uno strano timbro di voce - ...perchè mi arresi senza combattere. Questa è la verità: io non feci nulla per combattere i suoi demoni. Lasciai la donna che amavo in balia dell'oscuro. E lei fuggì. Io non feci nulla per cambiare il suo destino. Quel giorno una parte di me è stata sconfitta ed è morta umiliata e vive umiliata. Ed oggi non c'è soluzione, o almeno oggi non la vedo e non si è mostrata. Crysantii fu una specie di prova...e io fallii miseramente. Quella che ti sto per dire è la verità più vera: io non combattei per la donna che amavo. E come poteva lei conitnuare ad amare un uomo che non fece nulla per salvarla?
- Non è così Tarrus...lo sai bene...siamo noi gli autori di noi stessi.
- Sì, siamo noi gli autori di noi stessi. Ed io non ho avuto il coraggio di affrontare i fili del destino.
Silenzio.
- Sorella...quei demoni...quei demoni torneranno a cercarmi. La prima volta che lasciai andare Crysantii mi minacciarono di non farmi più sentire nè vedere. Di non cercarla...o mi avrebbero ucciso.
- ...e la lettera?
- Già. La lettera. Ho disobbedito al loro ordine. Io l'ho cercata ancora. Sono quasi certo che loro sappiano. 
- Oh per Morradin...
- Berenich...io ho paura. In questi anni non sono riuscito a combattere questi demoni. Io penso a loro...penso a come potrei sconfiggerli ma sono...forti, imbattibili. 
- ...Tu hai paura...di loro...?
- Sì. Con tutto il dolore che ho provato e provo nel non rivedere la donna che amavo...che dannazione! Quella donna che io ho amato! Quella donna che io amo ogni giorno! E IO HO ANCORA PAURA! 
Tarrus si alzò e si voltò di scatto verso la sorella. E non era più il nano buono di una volta.
Era rosso in viso e il sangue gli ostruiva l'arteria sul collo e gli occhi erano curvi verso l'alto e digrignavano rabbia e la bocca tremante che sputava...e i denti così stretti...era tutto così confuso...era...era...
Berenich si spaventò e scoppiò in lacrime.
 
- BERENICH IO HO PAURA! TARRUS, PROPRIO QUEL TARRUS DI ALAR HA PAURA! - tuonò, tirando pugni e calci alla panchina.
TARRUS IL NANO! IL GRANDE TARRUS CHE AMA TUTTI HA PAURA! - continuò prendendo a pugni un albero vicino alla staccionata.
L'EROE TARRUS, IL BUON TARRUS, IL FORTE TARRUS HA PAURA E NON COMBATTE PER LA DONNA CHE AMA! L'UMILE GUERRIERO BUONO, FEDELE SERVITORE DEL BENE! QUEL DANNATO E MALEDETTO NOME CHE MI PORTO...QUELLA FINTA NOMEA DI EROE HA PAURAAAAAAA! HA PAURA DI AFFRONTARE LA MORTE E RINUNCIA AL CUORE!- gridò il nano, impazzito, sollevando un masso e lanciandolo contro la staccionata con tutta la forza che possedeva, spaccando tutto. Per poi continuare a tirare calci e pugni ad ogni cosa che aveva davanti. - VOLEVI SAPERE LA VERITA' BERENICH?! E ORA LA SAI! IO HO PAURA! - disse gridandolo al mondo, stringendo il pugno della mano destra, con gli occhi fuori dalle orbite - IO HO PAURA! E LO VOGLIO CONTINUARE A GRIDARE! IO HO PAURAAAAA!
Si divincolò e continuò a demolire ogni cosa che aveva intorno.
IL GRANDE TARRUS E' SOLAMENTE UN FALLITO! UN FALLITOOOOOO! HAI CAPITO ALAR? HAI CAPITO DANNATO STUPIDO ORIZZONTE?! IO CHE CREDEVO CHE MI AVRESTI DIFESO! HAI CAPITO TIN-AGH-NA?! 
Verso quell'orizzonte. Quell'orizzonte di un bambino. Quell'abbraccio. Che aveva una malattia dentro.
 
Il nano, stremato, si fermò. Finalmente. Abbassò le spalle, la testa, lo sguardo. Berenich avrebbe voluto abbracciarlo ma rimase paralizzata, in lacrime per la paura.
- ...guarda...guarda com'è ridotto tuo fratello...vai a dire a tutti com'è ridotto il grande Tarrus...Tarrus il grande...ma chi è Tarrus il grande...già...ma chi è...quello che tutti volevano vedere...quelli di cui tutti avevano bisogno...ma nessuno...nessuno...si offrì di aiutarlo...vai a sbandierarlo ai quattro venti di come un eroe ha rubato il titolo di eroe...di come un eroe vorrebbe avere a fianco un vero eroe che lo aiutasse...ai quattro venti...ai quattro venti...a nessuno è mai importato veramente...e io non sono stato in grado, per la prima volta nella mia vita...di pensare a me stesso...
 
Il sacerdote si lasciò cadere in ginocchio. Si mise le mani davanti agli occhi e pianse, con la testa appoggiata su una di quelle panchine fratturate.
 
Berenich rimase immobile.
 
- Ti prego perdonami...perdonami...come ho potuto...come ho potuto...era meglio che fuggivo...altrove...
La sorella trovò il coraggio, quello giusto. Gli si avvicinò. Si inginocchiò e gli mise un braccio intorno al collo. Testa contro testa - Non dire sciocchezze. Vorrà dire che da oggi saremo una squadra.
 
No mia cara.   
Quei demoni vogliono me.
Io morirò per combatterli.
E li combatterò.
Loro mi stanno cacciando
ed io non posso vederli.
Ho osato affrontare il destino
Combatterò,
ed avrò paura.
E morirò,
con la mia stessa paura.
 
Ma combatterò
te lo prometto
seppur qualcosa che non posso sconfiggere
combatterò.
Per me stesso.
Perchè me lo richiedo.
Ho così tanta paura...
sì...
...ma combatterò...

__._,_.___
Mio Yahoo!

Passa a Mio Yahoo!

Tutti i tuoi feed

in una sola pagina

Yahoo! Gruppi

Crea un gruppo

In sole tre mosse

E condividilo!

Y! Toolbar

Scaricala gratis

Accedi ai Gruppi

in una sola mossa

.

__,_._,___
Lenna | 6 Dec 2006 18:04
Picon

[Il Mantello delle Promesse] La Purezza della Malvagità.

 

L'aria era densa e calda. La potevi sentire entrare nei polmoni e restarvi aggrappata con forza, restia a voler uscire di nuovo; e la gettavi fuori purificata… quel che ingoiavi era più sporco di quel che sputavi… c'era qualcosa nell'aria che poteva macchiarti il cuore. C'era qualcosa che tentava di prenderlo con i suoi artigli, entrando dalle tue narici e scivolando giù, in fondo, fino al tuo petto. Era mieloso, non aspro… era dolce, incredibilmente dolce… incredibilmente bello. Era rassicurante. Rassicurante come la morte.
Era immobile e certo come una figura di donna, calma, pacata, sorridente e per nulla imponente, che stava seduta con la schiena perfettamente dritta appoggiata alle pareti che confinavano quell'aria  in un bordo umido e vischioso… Una sorta di ambiente materno racchiudeva quella che poteva essere la rappresentazione della tua nascita, o della fine dei tuoi giorni. Viscerale, caldo e freddo allo stesso tempo, inevitabile e giusto.
La figura respirò.
Il brodo primordiale che saturava quel luogo la penetrò fino in fondo. I suoi seni seguirono il movimento della sua cassa toracica… infine una soffice nuvoletta nacque compatta dalle sue labbra e si spense come una candela che muore per la danza di un'anima di vento. Una goccia di condensa fu pianta dalla roccia e andò a scompattarsi sul dorso di una mano, e scivolò con moto non uniforme giù, percorrendo falangi bronzee, esitando sulle nocche, e lasciandosi cadere a testa in giù dalla soglia dell'unghia perfettamente curata di un anulare affusolato e armonico, come il resto.
Plic.
La mano si mosse.
Strinse per un attimo il tessuto setoso che le faceva da podio; le pieghe della nera membrana si coordinarono in una ragnatela di riflessi, che sorridendo alla fioca luce lunare, proveniente da chissà quale pertugio, inneggiarono al corpo perfetto che avvolgevano.
Altro respiro. Altra nuvola.
La potevi sentire sotto le dita, senza toccarla. Arrivava a te come un onda, che viaggiava trasmessa in quel fluido, come le sponde di uno stagno che subiscono l'incresparsi delle acque generato dal movimento di una rana, molte ninfee più in là. Potevi sentire la sua bellezza.
La schiena si staccò dalla parete muschiosa. Un cappuccio di quella stessa seta scivolò giù leggero, senza suono, senza spostamento d'aria, mosso dall'inarcamento di un collo esile. La luce della luna danzava su una pelle distinguibile dall'impalpabile stoffa solo per il suo colore caldo. Scivolava risalendo dal collo su un mento la cui pronunciatezza era perfettamente proporzionata con quella delle labbra che lo sovrastavano.
La donna si svegliò.
Torse armoniosamente il suo volto verso di me, e mi mostrò i suoi occhi, finalmente schiusi. L'oscurità tombale non fu in grado di celare tanta luce.
Anlusien… Se il mondo potesse vedere ciò che celi dietro i tuoi occhi dorati, se quegli stolti smettessero di associare al bene la bellezza, forse queste terre sarebbero più sicure.
Se i tuoi avi avessero il potere di ricondurti per mano presso i sentieri che hai perso, se quest'aria densa smettesse di impregnarti il cuore…
Ti alzi per venire verso di me.
Ti muovi leggiadra sui tuoi passi elfici, mentre la tua chioma castana si ricompone scivolando dalle tue spalle diritte alla tua schiena, accarezzandola ad ogni tuo ondeggiamento sicuro.
"Cosa ci fai qui? Perché non sei con gli altri?"
Mi poggi una mano sulla spalla.
"Ora vai."
Ma io non sento nulla. Nemmeno la giusta paura che dovresti incutermi.
In fondo, mi hai già ucciso.

 

Bagdùsh
 Membro dell'Esercito di Non Morti
di Lady Anlusien Luinecairiel

__._,_.___
Mio Yahoo!

Passa a Mio Yahoo!

Tutti i tuoi feed

in una sola pagina

Yahoo! Gruppi

Crea un gruppo

In sole tre mosse

E condividilo!

Y! Toolbar

Scaricala gratis

Accedi ai Gruppi

in una sola mossa

.

__,_._,___
Fabrizio | 7 Dec 2006 00:31
Picon

[Il mantello delle promesse] Attacco a Tin-Agh-Na

- ...e sono felice di poter dire, miei cari cittadini, che uno dei nostri più grandi e coraggiosi fratelli è tornato nella sua città natale. E qui ha deciso di rimanere, oggi come in futuro. Torniamo a dare il benvenuto a Tarrus Do Udurden, Gran Sacerdote di Clangeddin.
 
Applausi, cori di esultanza, anime felici, armi e boccali levati al cielo.
 
Unail non riuscì a tenere a freno la notizia del mio ritorno.
Tin-Agh-Na mi abbracciò con tutto il suo calore.
 
Il primo cittadino fece le cose in grande: diede appuntamento nella piazza principale della città a tutti i nani, a mezzogiorno.
Disse che aveva una grande notizia per il suo popolo. E arrivò il momento di portarmi sull'altare come un dio.
Tin-Agh-Na era fiera di me. Ero considerato un autentico eroe.
Mai così tanti brividi, io che ero abituato a vedere le solite tre persone.
 
Incredibile. Semplicemente indescrivibile.
 
- Grazie fratelli miei. Grazie per avermi abbracciato nuovamente, nonostante la mia dipartita lunga anni.
 
Cori assordanti che intonavano "Tarrus, Tarrus"
 
Mi guardai intorno. Scorsi la gente, da destra verso sinistra, e poi da sinistra verso destra. Su e giù, giù e su.
In silenzio, cercai di trovare le parole. Cercai di sentirmi a mio agio.
 
- ...ma qui, fratelli miei, gli unici veri eroi siete voi. Voi, che siete riusciti a tenere in vita la nostra città, la bellissima Tin-Agh-Na, figlia del coraggio di Thran.
 
E si sollevarono cori "Thran, Thran"
 
- Tharn...e tutti voi...ecco i veri eroi. E con il cuore in mano...io torno a dirvi grazie.
 
Dal nulla s'innalzò "Tarrus come Tharn"
 
- No - gridai - No, io non sono all'altezza!
 
Ma la mia voce non scalfì quell'incredibile muro di esultanza
 
Organizzarono una camminata tra i monti Agh, in mio onore, lì dove un tempo i giganti attanagliavano le nostre case.
Oggi posti sicuri, dicevano.
Eppure ero certo che, in fondo al loro cuore, il più grande desiderio comune era quello di vedermi combattere.
 
Mi ritrovai al seguito decide e decine di nani. Mi sembrava di capeggiare un esercito.
E sono certo che fu proprio quest'impressione a destare preoccupazione nei giganti che vivevano tra quelle montagne.
 
Gli umanoidi ci tesero diverse imboscate ma furono represse senza troppi problemi. Eravamo troppi...e troppo galvanizzati. Compresi Unail e mio padre.
E più proseguivamo e più frequenti si facevano gli attacchi. Sfoderai il martello da guerra e il mazzafrusto. Non portai con me lo scudo, pensando che non ce ne fosse bisogno.
Si fece avanti il tramonto e decidemmo di tornare. Attaccati dai lati e dalle retrovie. La situazione cominciò a degenerare. Le mie preghiere curative si fecero sempre più frequenti. Ma più che preoccupati, i nani sembravano guerrieri che combattevano la loro ultima battaglia. Molti di quelli che furono curati da me si sollevavano da terra gridando - Sono stato curato dal grande Tarrus! - e tornavano a combattere in prima linea. Come se fosse un gioco in cui la morte non fosse menzionata come possibile accadimento.
 
Resistemmo fino alla fine. E solo alla fine non fui più io.
Impugnai il martello nella mano destra e il mazzafrusto nella sinistra.
Avevo quasi raggiunto le mura quando sentii in me il sangue scorrere caldo, a cavallo di un pensiero di guerra.
E mentre i miei fratelli rientravano di corsa a Tin-Agh-Na, io iniziai ad agitare il mazzafrusto per piegare le ginocchia dei giganti e a sfondare loro il cranio col martello da guerra.
Come il vento scivolavo di schiena tra le gambe e affondavo i miei colpi, come il fuoco provocavo dolore e ne traevo piacere...questo ero io, finalmente io, e l'agrodolce sapore della battaglia m'inebriava i sensi fino a svuotarmi di pensieri e ricordi, per donarmi forza e precisione, abbinate ad una crudeltà che volevo scoppiasse una volta per tutte.
Io, circondato, un solo passo avanti ed uno indietro, per eludere i colpi nemici. E a cosa serve uno scudo se la miglior difesa è l'attacco?
Se come tutti sanno, ad un sacerdote basta proferir poche sacre parole per divenire sangue ribollente, figlio della cecità ed atrocità impietosa?
Ginocchia spezzate, colli rotti, teste schiacciate. Un giorno mi sarei fermato, un giorno di qualche tempo fa.
Oggi no.
Così le mura si gremirono come spalti di un'arena, dove grida ed urla incitavano il loro guerriero. Dove il branco non voleva pietà.
E senza pietà sentii quel dolore stringermi il cuore e la rabbia e il male portare a sferrare colpi sempre più potenti e precisi, poderosi e devastanti.
Dove una clava mi sfondò un piede e un sucessivo colpo sul viso mi fece volare contro un albero. Poi solo il silenzio sugli spalti.
Ma fu solo un istante.
Perchè io fui subito in piedi - E NIENTE PAROLE SACRE! MA SOLO PELLE DI NANO!
Mentre il mio corpo rigenerava le ferite con straordinaria velocità, io che ero abituato a molto peggio. Tornai alla carica e lanciai il mazzafrusto sulla testa di uno, con un colpo di martello ne piegai un altro e con un salto evitai l'ennesima clava, saltando sulla testa dello zoppo, per poi spiccare un nuovo salto e riprendere il mio tre teste attaccato alla fronte del terzo, cadendo col martello teso sulla testa di quello che fu il mio scalino umano.
La folla andò in delirio. Cominciò ad intonare ripetutamente - Tharn! Tharn!
Mentre io giocavo col sangue del nemico.
 
Mentre io giocavo col sangue del nemico.
 
Perchè Berenich mia, io non so cosa mi prese, ma i miei colpi divenivano sempre più crudeli, ed il mio tre teste non mirava ad uccidere ma a penetrare carni per recare dolore lancinante, graffiare organi e strappare muscoli. Io non so cosa mi prese, ma mentre sentivo grida di dolore, il mio martello continuava a fratturare ossa...e più questo accadeva, più io mi sentivo libero di me stesso...mentre mi nutrivo di dolore altrui e quasi con gusto assaporavo il sangue che mi sporcava il viso.
Fino a quella mia tremenda risata che non so da quale infero arrivasse, ma mi rese ancora più potente e cinico, così da inseguire il nemico per interi sentieri, come un cacciatore affamato, che non mangia da giorni. Sentivo l'odore della carne inebriarmi, rendersi necessaria...
 
Quando tutti scomparvero e non ebbi più modo di colpire...tornai a Tin-Agh-Na.
Accolto come un eroe, la mia barba rossa di sangue, i miei lunghi capelli all'aria, la mia armatura schiacciata e graffiata, solo da buttare.
Ecco il vostro eroe, ora anche da voi temuto e rispettato come una bestia feroce.
 
                                                                                                                                    Tarrus, il nano
                                                                                                                                    Sacerdote di Clangeddin

__._,_.___
Mio Yahoo!

Passa a Mio Yahoo!

Tutti i tuoi feed

in una sola pagina

Yahoo! Gruppi

Crea un gruppo

In sole tre mosse

E condividilo!

Y! Toolbar

Scaricala gratis

Accedi ai Gruppi

in una sola mossa

.

__,_._,___
Kilian | 7 Dec 2006 16:33

[La Citta' dei Sogni] Samiria - II

From Meister
 
Ethan Van Hevelburg era uscito soddisfatto dalla Forgia. Era riuscito ad ottenere la sistemazione dell'armatura per venticinque corone e la promessa che sarebbe stata pronta in un paio di giorni. Lo gnomo aveva espresso la sua impossibilità di anticipare la consegna con uno sbuffo stizzito, guardando la splendida spada ritornare nelle mani del ragazzo. Il chierico dopo aver ringraziato il commerciante, aveva preso le sue poche cose ed aveva lasciato il negozio, rituffandosi nelle vie affollate di Samiria.
Ripassò velocemente la lista delle sue priorità e si incamminò verso la Taverna del Destino. A meno che la parola di Mastro Horn valesse meno di un bicchiere d'acqua agli occhi di un nano, Ethan era sicuro di trovare un alloggio confortevole.
 
Così era stato.
Mastro Horn era stato più che contento di rivederlo, a giudicare dall'energico saluto. L'oste gli aveva subito porto un boccale ricolmo di birra, invitandolo a raccontargli le sue ultime (dis)avventure. La locanda non era particolarmente gremita, così Horn riuscì a ritagliarsi un pò di tempo per ascoltare il suo racconto, che lo stesso chierico giudicava quasi surreale. Tuttavia, l'uomo seguì molto interessato le descrizioni, immaginando di trovarsi lui stesso dentro quella cripta vicino a Bosco Silente. Il corpulento oste si lasciava sfuggire, di tanto in tanto, sentite esclamazioni tipo «Per gli Déi! E come ve la siete cavata?», seguite da un sorso dell'ottimo liquido ambrato, dando ad Ethan la possibilità di sentirsi molto meno pazzo di quanto credesse. Così riuscì a godersi quel piccolo momento di tranquillità, lasciandosi alle spalle la stanchezza accumulata durante l'avventura.
Guadagnati una manciata di ascoltatori in più, il chierico arrivò alla conclusione della storia, strappando un coro di oooh!!! entusiasti.
Riappoggiato il boccale ormai vuoto, Ethan si chiese se non aveva ecceduto nei dettagli o nella drammaticità di alcune scene. Mastro Horn gli porse un altro boccale colmo, ma il giovane lo rifiutò garbatamente, spostando la conversazione sulla questione alloggio. Aveva di che pagare e lo avrebbe fatto di buon grado, purchè la Taverna del Destino avesse un cantuccio per lui e le sue poche cose.
«Non sia mai, ragazzo...» arrivò precisa la risposta del locandiere «...la mia parola è moneta sonante in ogni angolo di Alar, sappilo!»
«Ma io...» aveva cercato di replicare il chierico, prima che la mano di Horn calasse pesante sul bancone, decretando la fine delle contrattazioni.
Vitto e alloggio per il tempo necessario a ripartire. Non poteva lamentarsi, si disse, salendo le scale ed entrando in quello che sarebbe stato il campobase durante il suo soggiorno a Samiria. Appoggiò lo zaino a terra e si avvicinò alla finestra che dava sulle vie trafficate da pedoni e carri.
 
Involontariamente si passò la mano sulla fronte, dispondendo sui piatti della sua bilancia personale i pesi della Stanchezza e della Curiosità. La prima era tanta, ma la seconda seguiva a gran regime. Da quando si era messo in testa di lasciare la sua casa per seguire un impreciso sentiero di vita, non un solo momento era stato lasciato immune da questi due particolari numi tutelari, in grado più di molti Dei di segnare i propri passi con calli, veschice e strappi da una parte, e dall'altra con eventi che indubbiamente ai due avventori di prima dovevano essere sembrati finzione mirabile. Ma non erano fatti inventati, pur troppo, e per ogni frase detta e gesto fatto, che fosse accaduto in quel tempo o in un altro, le domande sgorgavano come sorgente di montagna. Nomi, personalità, organizzazioni, regni, Dei e quant'altro si erano affollati dentro la sua vita in così poco tempo che gestire tutto, venirne eventualmente a capo o anche solo dipanare la matassa per mettere quel minimo di ordine logico necessario a non impazzire sembrava lavoro degno di uno dei giganti della leggenda, piuttosto che di un solo, piccolo uomo.
 
L'occhio cadde sull'immagine diafana che il vetro trasparente lasciava intravvedere. Il suo viso? Si, probabilmente. Toccò con il dorso della mano le guance ricoperta da una peluria scura e irsuta. La costatazione fu immeditata, e non riguardava solo la necessità di farsi la barba: c'erano segni in quel viso, segni di una spossatezza non naturale. Le occhiaie leggere davano una conferma in più all'ovvio. Se per poche ore trascore con Tohinar erano passati giorni, perchè dubitare che l'avventura passata con Harj e Nenar potesse aver seguito un andamento cronologico diverso? Che no fosse così glielo indicava il calendario della Valle, ma dentro, nell'anima prima ancora che sulla pelle, il Grande Vecchio aveva fatto il suo lavoro a regola d'arte. Chiuse gli occhi e respirò a fondo. Ora era a Samiria, ora doveva decidersi davvero e non tergiversare. Facile farsi domande ipotetiche e riflettere sui massimi sistemi. Facile ancora di più professare a parole dei dogmi senza senso, variabili come varia il vento. Certo, era giusto pensare, era giusto ragionare, ma l'azione ed il gesto valevano mille volte di più, perchè lo definivano meglio di un principio continuamente disatteso. Tolse il fermo, spalancò la finestra, e nello sporgersi appena oltre il davanzale guardò la sua decisione prendere una forma più concreta.
 
Lo gnomo gli aveva concesso due giorni di tempo, dunque due albe e due tramonti prima di abbandonare la città splendente per recarsi più a sud, oltre lo Specchio, verso Teuda e la sua Grande Biblioteca. Ma non ci poteva andare così. Si scostò dalla finestra e dopo essersi tolto gli stivali aprì lo zaino alla ricerca di abiti puliti e il necessario per darsi una rinfrescata. La cura della persona prima di tutto, per rispetto di sè naturalmente, e di un corpo che non gli apparteneva. Concetto teologico questo di ampia portata, ma che frenò ancora prima di svilupparlo.
**Non ora** si disse, perchè la Stanchezza reclamava la giusta devozione.
 
---
 
Abiti puliti su una pelle che profumava del suo odore, e non di cuoio o di erba, o di chissà che altro. Slacciò due dei bottoni più alti della giacca e tirò verso il polso le maniche della camicia. Non viaggiare con lo zaino sulle spalle, ma solo con il borsello alla cintura, dava un senso nuovo di... leggiadria. Così come non avere la solita tunica e la cappa. Due vestiti erano più che sufficienti, e la sua schiena non ne avrebbe tollerati di più, ma in previsione del futuro acquisto di un cavallo, e dell'ingresso in un luogo pubblico ma prestigioso come la biblioteca di Shev'nar, forse sarebbe stato opportuno rassegnarsi a dover passare qualche ora anche da un sarto, non certo per farsi fare un abito su misura nuovo di zecca, ma quanto meno per procurarsi qualcosa che gli desse tutto sommato l'apparenza di uno studioso, e non solo di uno straccione.
Così la prima cosa che decise di fare in quel giorno volgente al primo pomeriggio fu rassegnarsi, stringere i denti e portarsi a sbirciare le vetrine per intravvedere l'abito più adatto, e meno costoso, che la ricca Repubblica potesse offrirgli. Passò di via in via, scrutando negozi e bancarelle, attratto da tutto e da niente in particolare, curioso, semplicemente curioso di lasciar cadere l'occhio sull'incredibile quantità di merci che in un giorno normale poteva essere offerta al visitatore e al cittadino. Svoltò in un angolo, lungo un vialetto un po' meno trafficato, ma grazioso alla vista, e decorato da vasi pubblici in pieno rigoglio. Che fosse capitato nella zona adatta lo comprese subito dopo, quando in rapida successione gli passarono davanti i negozi di un pellicciaio, due mercerie, una boutique elfica di abiti pregiati, e due vetrine umanissime con abiti per tutte le stagioni. Scelse la seconda, semplicemente perchè i coloro degli abiti esposti erano meno vistosi che non quelli della concorrenza.
 
Un'ora forse, o forse di più? Chi può dirlo. Sta di fatto che quando il naso di Ethan potè di nuovo respirare l'aria non viziata delle strade, il suo corpo dolorava qui e là per qualche improvvida puntura di spillo, il borsello si era alleggerito di un numero non così cospicuo di monete, ed entro un giorno alla locanda sarebbero arrivati i nuovi abiti: una camicia bianca con allacciatura a corde; un semplice giustacuore nero, senza nè fronzoli nè ricami; un paio di calzoni ugualmente neri, giusto per dare quel tocco di ottimismo al tutto. L'aveva scelto deliberatamente, per ovviare al rosso sfacciato con cui si era trovato vestito ai tempi di Klaus, colore che non gli dispiaceva, ma non sentiva suo, come non sentiva suo ogni aspetto di quell'avo immorale, dal quale aveva volontariamente appreso il piacere del massacro gratuito.
 
Il secondo acquisto della giornata doveva essere il mezzo di locomozione, anzi il doppio mezzo. Dopo gli ultimi giorni a camminare si era detto che vedere il paesaggio eccetera era una bella cosa, ma magari arrivare prima dove voleva andare era ugualmente bello. Così si era messo in testa di comperare il prima possibile un cavallo, solo che essendo completamente fuori dal mercato non aveva la più pallida idea di quanto gli potesse costare. Scoprì con vivo disappunto che i prezzi erano esorbitanti: per creature di normale qualità ed età media il prezzo oscillava tra le 100 e le 120 corone, mentre per animali di più chiara fama le cifre spaziavano verso lidi inimmaginabili. Si era messo a ridere dall'isteria a sentire i prezzi di un Aselian Nero, e se ne era invece andato a testa bassa quando il mercante di Moldend gli aveva proposto niente meno che 2800 corone per un magnifico stallone Sweeghesh. Cosa restava a parte la disperazione? Una giumenta zoppa? Un pony per nani? La prima idea fu quella di mettere le mani sul primo asino utile, ma avendo avuto esperienze in gioventù con l'animale, in quel di Lethe, sapeva benissimo che non c'era molto da aspettarsi. Un mulo forse? Perchè no... Qui la scelta si semplificava, perchè una volta definita la mansione (trasporto passeggero e trasporto merce), la razza migliore veniva da se': quindi via il mulo Kreel, adatto alle montagne ma di costituzione più fina, e largo al mulo Orit, dalle fresche terre del sud est, più alto e resistente.
 
Si liberò delle monete necessarie all'acquisto con una discreta soddifazione. Certo l'avevano fregato, ma almeno ora poteva vantare non solo una cavalcatura, ma addirittura uno splendido animale dal pelo bianco e dallo sguardo non sempre intelligente, eppure fiero. Sella, briglie e compagnia erano state concesse in omaggio dopo un lungo trattare, in cui comunque non c'era la certezza di aver ottenuto veramente uno sconto. I mercanti halfling erano tra i più subdoli del continente, apprese il chierico quel giorno.
 
«Bene Red, ben trovato» disse Ethan al nuovo compagno di viaggio «Spero ci troveremo bene assieme». L'animale rispose scuotendo la testa e inclinando un orecchio. Lo prese per un gesto affermativo. «Ora andiamo al porto, e vediamo quanto ci costa la traversata. Poi alla locanda, che oggi siamo tutti e due stanchi...».
 
[Continua...]
__._,_.___
Mio Yahoo!

Passa a Mio Yahoo!

Tutti i tuoi feed

in una sola pagina

Yahoo! Gruppi

Crea un gruppo

In sole tre mosse

E condividilo!

Y! Toolbar

Scaricala gratis

Accedi ai Gruppi

in una sola mossa

.

__,_._,___
Lenna | 9 Dec 2006 12:39
Picon

[Il Mantello delle Promesse] La malattia di Adelnor

"Dai passa!!"

Azzurri cieli sovrastavano il quartiere popolare della capitale, mentre una brezza leggera accarezzava le sue pietre, leggera come la spensieratezza di alcuni bambini che giocavano con una palla arrangiata, fatta di cuoio e pelli di pecora.

"No! Troppo alta… così non riesco a prender….OH!"

Il bimbo cadde, sedere a terra, mentre lo storpio ammasso di pellame lo sorvolava di pochi centimetri. Di certo non bastava un capitombolo del genere a scoraggiare la giovinezza. Quando sei alto meno di un metro, e non sei un nano o un halfling, il mondo non ti fa paura; vivi una continua sfida con te stesso dove la tua dignità non è in gioco, dove le regole le fai tu. Vivi una realtà dove non esiste quello che c'è veramente, ma solo quello che tu vuoi che esista. Sei una tavoletta di cera con pochissimi solchi, poche abitudini e aspettative. Il bambino non conosceva il mondo, non solo al di fuori della sua città: ne sapeva ben poco anche al di fuori del suo quartiere. Lì, tuttavia, le strade le conosceva molto bene. Erano il suo campo di battaglia, i suoi nascondigli, le quinte scenografiche dei suoi sogni. Quando le sue cinque piccole dita si posarono sul manto stradale, lo sentirono più freddo del solito, ed un brivido improvviso percorse la morbida schiena.

"Dai, allora? La prendi la palla o no?"

Il fuoco dello sguardo del bambino si spostò rapidamente dalla sua mano alla palla, ferma poco più giù. Sorrise, si alzò sgraziato e la prese. Il suo tatto aveva già dimenticato la sensazione di prima, attutita dall'irresistibile fascino del gioco.

 

Spesso le malattie peggiori sono quelle che non riesci a scorgere sulla pelle.

Mali che nascono dalle viscere, che proliferano senza che tu te ne accorga… e quando te ne accorgi è ormai troppo tardi. A quel punto vedi le macchie in superficie, ti vedi cambiar colore, ma ormai puoi confrontarti solo con la tua impotenza… perché già i polmoni sono stati presi, e non respiri più.

A salvarti potrebbe essere qualche piccola avvisaglia, una piccola fitta facilmente scambiabile con un banale mal di pancia… che il sesto senso del tuo sistema immunitario decida di identificare per quello che effettivamente è, per debellarlo prima che diventi troppo grande. A quel punto devi sperare di avere dei buoni anticorpi a disposizione, ma più che altro che il nemico lasci trapelare qualche doloretto di troppo.

I sotterranei di Adelnor erano ammalati.

Ma solo i topi e gli scarafaggi che vi vivevano potevano lamentarsi di un usurpatore del proprio regno, perché fuori, sui candidi marmi batteva ancora il sole.  

C'era un fluido che scorreva sotto le case, sotto i bianchi templi, sotto le regie mura… un fluido vischioso dall'odore dolciastro della putrefazione, che iniziava a intaccare le fondamenta della città, raggelandole.

La sorgente di tanto male altro non era che una donna.

 

Scivolava leggiadra nel male da lei stesso generato, lo respirava e se ne compiaceva. Se le si fosse potuto chieder qualcosa a proposito dei suoi intenti, tuttavia, di certo non li avrebbe definiti malvagi. Dal suo punto di vista i suoi intenti erano nullificanti e risolutivi al tempo stesso. Ella teneva fede ad una promessa, portando sul palmo delle sue esili mani una certezza. E tutti sappiamo quanto una propria verità possa essere opinabile per chi la guarda dal di fuori.

Penetrò gli intestini della terra fino a giungere a quello che poteva definirsi il suo studio, una sorta di caverna umida, dove poche lanterne ad olio definivano in un'epilettica danza i contorni di strani oggetti difficili da identificare, in quell'atmosfera che ti impediva di soffermare il tuo sguardo in alcun posto, che non fosse il viso di lei. Così fuori luogo…

Si sedette su una sedia scricchiolante e pregna di umidità, disegnò in aria un semicerchio con la mano destra, e la porta le rispose chiudendosi gentilmente. Quindi portò le mani davanti a sé, con i bronzei palmi verso l'alto, che rimasero vuoti per poco, giusto il tempo di far arrivare una pergamena arrotolata, che volando dalla sbilenca libreria della parete opposta con la delicatezza di una piuma, atterrò senza rumore nelle dolci grinfie della sua evocatrice. Fu quindi rapidamente srotolata da dieci affusolate dita.

La luce era fioca, ma alla donna bastò alzare il volto e mormorare qualche parola del suo antico idioma per aumentare l'intensità di quella emanata dalle lanterne; la pergamena si fece così più chiara, e poté essere stesa sul tavolo senza altre esitazioni.

In quel mentre dei passi strascicati provenienti da dietro la porta ruppero l'ipnotico silenzio…

Toc Toc.

"Avanti."

La porta si aprì con un movimento molto più incerto e sgarbato di quello con cui si era chiusa. Una mano in putrefazione fece capolino sul bordo del telaio mobile. Poco dietro, l'oscurità si adagiava su un volto privo di espressività, dove il tempo aveva fermato l'avanzare della morte, in una pallida imbalsamatura.

"M-mia signora…"

"Parla in fretta Bagdùsh, non vedi che sono occupata?"

"…no-tizie…"

La donna si alzò repentinamente, come svegliata da un torbido sonno, e superò la soglia della porta incurante del non morto. Il suo rapido spostamento alzò una lieve brezza che muovendo la statica umidità della stanza fece spostare di poco la pergamena.

Su quella carta ingiallita ormai rimasta sola si stagliavano timide e tremanti, alla luce delle lanterne, le piante degli appartamenti reali.

__._,_.___
Mio Yahoo!

Passa a Mio Yahoo!

Tutti i tuoi feed

in una sola pagina

Yahoo! Gruppi

Crea un gruppo

In sole tre mosse

E condividilo!

Y! Toolbar

Scaricala gratis

Accedi ai Gruppi

in una sola mossa

.

__,_._,___

Gmane